mercoledì 2 dicembre 2020

I dolori della nuova versione di facebook

Non uso facebook da cellulare. Non l’ho mai usato. Da quando mi sono creato il profilo, circa dieci anni fa, uso facebook sempre e solo con il computer e adesso con la nuova versione - quella nata più o meno l’estate scorsa se non vado errato - mi pare piena di dolori: una volta non mi pubblica il commento di risposta, un’altra volta non mi permette la condivisione, a volte la pagina mi resta totalmente nera. Insomma devo sempre ripiegare sul vecchio modello che per fortuna riesco ancora a usare… 

 

L’immagine che ho inserito in questo post è una copia di video di una mia schermata e documenta il punto di partenza dell’azione che ogni due giorni devo fare per poter usare il mio profilo facebook senza correre il rischio di trovarmi nel mezzo di un mare di problemi: lentezza, commenti che non vengono pubblicati, post che non si possono cancellare, condivisioni che si bloccano a metà o si impiantano sul più bello, messaggi che non arrivano… vuoti improvvisi e pagine nere come una notte senza stelle. 

Ancora adesso devo impostare il vecchio modello classico di interfaccia per poter lavorare con sicurezza e riuscire a fare in quei pochi minuti che ancora dedico alla piattaforma di Mark Zuckerberg quello che mi sono prefissato per quella giornata. Per fortuna riesco ancora a farlo ma in tutta sincerità non so sino a quando potrò continuare a farlo. 

Dal semplice profilo utente, dalla fine di settembre, non mi è più possibile tornare indietro è stato rimosso il comando e devo sempre ripiegare su una delle pagine che gestisco per poterlo fare, ma so che prima o poi anche questa ultima opportunità mi verrà tolta e non ci saranno altre opzioni. 

Spero nel frattempo che la nuova versione di facebook sia alleviata da tutti i suoi dolori. Spero che facebook non mi obblighi controvoglia a fare qualche scelta drastica in futuro

Sebbene il mio uso è orami limitato nel tempo, la piattaforma continua a essere, come ho avuto modo si scrivere in altre occasioni, un ottimo bacino di spunti e ispirazioni di tipo sociologico molto interessanti. 

Non morirei se facebook sparisse del tutto, ammetto di non esserne per niente succube e di avere perso quello che spirito che mi spingeva a usarlo nei primi anni. 

Tuttavia visto che esiste e visto che ho dei profili e della pagine non vedo perché devo usarlo. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

lunedì 30 novembre 2020

Lo scrittore di lingua francese più tradotto al mondo

Non so quante volte mi è capitato di citare lo scrittore Jules Verne sul mio blog. È uno dei primi autori che ho conosciuto e che ho letto e ha sempre rivestito per me un grande fascino. Adesso sono contento che Lo scrittore di lingua francese più tradotto al mondo sia lui e che possa in questo modo inserirlo tra i miei Record Culturali. 

 

Fisso nella mia memoria c’è un libro con delle illustrazioni. In una di queste illustrazioni ci sono dei marinai che, con delle accette, tagliano i tentacoli di una prova gigante, sul ponte di un sottomarino. Il Nautilus. Il libro, come è facile immaginare dal nome del sommergibile, è una versione per bambini di Ventimila leghe sotto i mari

Forse il primo romanzo che ho letto di Jules Verne

Non ho mai dimenticato quel libro e quelle illustrazioni e questa rimembranza mi fa assomigliare un pochino a Bruce Chatwin e ad Antoine de Saint-Exupery (sapete cosa intendo dire se avete letto In Patagonia e Il piccolo principe). 

Allora non sapevo cosa fossero le leghe e non sapevo cosa significasse questo titolo, pensavo fosse una misura della profondità non una distanza all’inizio, ma l’immagine con i marinai con l’accetta ce l’ho ancora vivida davanti agli occhi, d’altra parte, sul mio blog, ho parlato in altre occasioni di questo particolare. 

Non so quale traduzione italiana fosse, non so di chi fosse, considerando però il numero di traduzioni totali che caratterizzano l’opera di Verne, non può essere esclusa da esse. Traduzioni che secondo le fonti che trovate in fondo al post sono 4751

Un numero enorme. Traduzioni che pongono Verne al secondo posto dopo Agatha Christie tra gli scrittori più tradotti al mondo. Traduzioni che gli permettono di essere Lo scrittore di lingua francese più letto al mondo e anche il primo uomo. Numero di traduzioni che mi permettono di stilare questo Record Letterario

Un numero sterminato di traduzioni delle sue opere e in questo momento è facile immaginare un ragazzino russo che si legge nella sua lingua Michele Strogoff, mentre contempla la steppa siberiana. 

Mi è facile immaginare un piccolo indio dell’Amazzonia che associa L’isola misteriosa a una giungla del luogo. Mi è facile fare un giro su un pallone aerostatico. 

Insomma tutte storie che conosco, benché non tutte siano frutto di letture, ma non è escluso che prima o poi torni bambino. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Imm. Pubblico Dominio 

 

Fonti: 

- UNESCO

 

sabato 28 novembre 2020

Avrei desiderato essere un numero dieci

A quindici anni ero piccolino. Ero il più piccolo della mia classe e forse è per questo che i miei compagni mi avevano scartato a priori dalla squadra di calcio. Ma un giorno, mentre li guardavo giocare a bordo campo, mi arrivò la palla e iniziai a palleggiare. Di destro, di sinistro, di tacco, con le ginocchia, anche con dei colpi di testa. I miei compagni restarono di stucco e mi presero in squadra. Insomma forse allora avrei desiderato essere un numero dieci, non come Maradona ma… 

 

All’inizio della settimana, una sera, mi sono andato a vedere dei video su youtube. Mi sono perso a guardare una partita del Napoli con il Bayern relativa a un’edizione della Coppa Uefa verso la fine degli anni ottanta. C’erano tutte le azioni di Diego Armando Maradona collezionate nel filmato. C'erano tutti i suoi tocchi e tutta la sua classe immensa. Ora, quasi mi pento di averlo visto quel video… 

Pensavo di aver scritto solo un post con protagonista Diego Maradona. Un post di un’ipotetica sfida letteraria tra Argentina e Brasile. Il post è di un po’ di anni fa e si intitola Maradona è meglio di Pelè

Pensavo fosse il solo, ma facendo una ricerca me ne sono comparsi molti altri dove ho citato il campione argentino. Maradona compare nel settimo capitolo del racconto Il gatto che sogna di essere un delfino

Compare Nell’urlo allo straordinario

Compare nel post Cosa vi manca del ventesimo secolo

L’ho citato nell’articolo Blocco dello scrittore? Dieci consigli per superarlo, dove consigliavo di scrivere una lettera a Diego Maradona

È presente in Prenotate la vostra vacanza da sogno, dove si immagina di essere compagni di stanza di Diego Maradona al mondiale del Messico da lui vinto con la sua nazione. 

D’altra parte è nel mio inconscio, altrimenti non avrei neppure pensato di scrivere un articolo dedicato a lui. 

Non sono mai stato un suo tifoso, lo confesso, ma ogni volta che c’era la possibilità di vederlo in televisione non lo perdevo, anche solo per meravigliarmi di quello che era capace di fare. 

Era incredibile con la palla e non c’era nessun numero dieci che gli assomigliava. Neppure il sottoscritto nella squadra del collegio. 

Quando la mia squadra del cuore gli giocava contro avevi sempre paura di quello che il fuoriclasse argentino poteva combinare nell’arco dei novanta minuti 

Non so, io avrei voluto essere un numero dieci e lui avrebbe potuto essere tutto ciò che gli fosse passato nella mente. 

Non scrivo altro. 

Non voglio cadere nella retorica spiccia dei ruffiani e di chi cavalca la notizia: sono sicuro che a lui non sarebbe piaciuto. 

Ne sono più che mai convinto ecco perché mi limito a concludere scrivendo che, a quelli come me, mancherà parecchio

 

“Grazie per la lettura” 

 

Imm. Disegno Nino di Mei 

 

giovedì 26 novembre 2020

Il flagello delle password

Lavoro con i computer e con il mondo dell’informatica dalla seconda metà degli anni ottanta. Per una decina di anni le password hanno avuto un’incidenza relativa, poi sono diventate un vero flagello. Per fortuna dopo tanto tempo ho trovato un modo per gestire le mie al meglio e con sicurezza, spero. 

 

Il primo programma applicativo che ho usato in vita mia era un software di CAD bidimensionale commercializzato in Italia dall'Olivetti. Lo usavo sul terminale di un minicomputer sempre dell’Olivetti e per entrare nell’applicazione non avevo bisogno di nessuna password: dovevo soltanto digitare alcuni comandi da tastiera, il resto del lavoro, consistente nella creazione di disegni tecnici, veniva fatto con una tavoletta grafica

Poi ho iniziato a lavorare sui personal computer e allora la faccenda è cambiata, anche se per qualche anno la situazione è rimasta sotto controllo. 

Ogni programma aveva la chiave di attivazione e spesso era necessario usare anche dei dispositivi fisici posizionati sulla porta parallela del computer. Ma era sempre una qualcosa che mi era dato a monte. 

Ancora non era il momento di inventarsi le password. 

La prima vera password personale me la sono inventata quando ho attivato il primo indirizzo di posta. Ce l’ho ancora adesso quell‘account, benché abbia cambiato la password decine e decine di volte. 

Dopotutto per molto tempo dimenticare la password o non trovare il foglietto dove era scritta e chissà che altro ancora è stato un vero tormento. Tormento che è giunto al limite del dramma con l’avvento dei social e tutte quelle applicazioni dove è stata necessaria l’iscrizione e la creazione di un account per poterli e poterle usare. 

Non so quante volte ho dovuto cambiare la password di facebook o quella di twitter e non so quante applicazioni ho smesso di usare soltanto perché non avevo voglia di recuperare l’ennesima password dimenticata. 

Adesso, però, da un paio di anni, dopo aver inventato centinaia di password, credo di avere trovato finalmente la soluzione. Sebbene usi decine di profili e abbia quindi decine di accessi diversi mi sono inventato un modo per tenere a mente le password senza correre il rischio di dimenticarle e neppure senza avere il bisogno di scriverle da qualche parte. 

Sono tutte password che ho creato con uno schema mentale ben definito e che sono considerate molto difficili dai sistemi, ma che per me sono ormai quasi banali. 

Passo da un’applicazione all’altra, entro in social ed esco dall’altro e quando mi è richiesta la password, be’eccola che compare subito nella mia mente. 

Che sia finito il supplizio? 

 

“Grazie per la lettura” 

 

martedì 24 novembre 2020

Un blogger non lascia nulla al caso

Dal mio punto di vista un blogger non lascia nulla al caso, ecco perché mi impegno a monitorare, ogni giorno, nel miglior modo possibile ciò che faccio. Adesso ci sono delle applicazione SEO che installate sul proprio browser - al pari di altre utilizzate sui canali social - possono dare informazioni specifiche su quella che è la reale reputazione della propria piattaforma, come quella dei blog e dei siti che si visitano naturalmente… 

 

Rimango perplesso quando capito in un blog che mostra ancora un contatore generale delle visite. Lo trovo un qualcosa di terribilmente datato e del tutto fuori luogo. Un qualcosa che non serve assolutamente a niente e che getta soltanto fumo negli occhi perché… 

… ci sono delle applicazioni SEO che installate sul proprio browser ti dicono tutto o quasi delle pagine che visiti: reputazione, citazioni, backlink, rank, velocità di caricamento delle pagine, keywords, indicizzazioni e altro ancora. 

Basta scaricare queste applicazioni e installarle, ovviamente con un sistema operativo adeguato e non obsoleto se si vogliono resoconti corretti. 

Questo per dire che non è semplice pensare che basti mostrare un numerino per apparire trasparenti quando non lo si è per nulla. Un piccolo click sull’applicazione e via, ed ecco che in pochi istanti compare a video il report con tutto quello che c’è da sapere. Confesso che molte volte rimango scioccato dai risultati che compaiono, nel bene enel male. 

Insomma, adesso, non mi faccio incantare dai numeri che vengono esposti su certi blog e su certi siti e mi domando ancora come si possa pensare di essere professionali "dando i numeri" in questo modo. 

Mi sono accorto dopo due anni di attività che la realtà è quasi del tutto diversa da come viene presentata e sin da subito ho cercato in rete delle applicazioni che potessero darmi una mano a monitorare il mio lavoro in maniera precisa per capire esattamente dove stessi andando. Ce ne sono tantissime di queste applicazioni e con un po’ di pazienza si possono imparare a usare a farle rendere. 

Non dimentichiamo che pure un pochino di competenza tecnica nell’usare l’HTML e qualche base informatica possono aiutare nella gestione del blog e dare molte informazioni su quello che si va a fare. 

Non ultimo, non tralasciamo il discorso relativo ai commenti, devono essere credibili: a volte, invece, è il tenore stesso di questi ultimi a dirla lunga sulla reale reputazione e qualità della piattaforma, per suffragare questa tesi, poi basta un click. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

- Imm. Screenshot di LinkedIn 

 

domenica 22 novembre 2020

Le caldarroste di Pesaro

Un po’ di tempo fa, in un periodo come questo, forse sabato o forse domenica, giurai, come militare, fedeltà e rispetto alle istituzioni italiane. Fa parte di un tempo del tutto inutile della mia vita e se tornassi indietro obietterei al Servizio di Leva. Ma ormai è fatta. Ricordo il comandante della compagnia, un capitano esaltato che sembrava uscito da un fumetto di Eroica, e le caldarroste che mi portarono i miei genitori da casa. Ero a Pesaro. 

 

Nella caserma dove feci il CAR, quasi tutti i miei commilitoni erano toscani, romagnoli, emiliani e marchigiani, molti di questi potevano andare a casa durante le ore di libera uscita, il che la dice lunga su come fossero studiate le destinazioni durante il servizio d leva. 

Io purtroppo ero a cinquecento chilometri da casa e in libera uscita potevo al massimo andare in spiaggia a guardare il mare in autunno. 

Era come essere in galera. 

Ho rimosso quasi tutto di quel periodo e ci sono ben poche situazioni ancora presenti e vivide nella mia mente. 

Ricordo di aver lasciato il segno del mio passaggio, un po’ come Kilroy, nelle latrine (non si possono chiamare bagni) e ricordo che non mangiavo quasi niente, visto che provavo schifo a vedermi le pietanze servite in un vassoio di alluminio pulito solo in apparenza, a parte un panino con il salame che riuscivo a comprare al mattino, subito dopo l'adunata, presso una bancarella che, non so come, si intrufolava nel recinto della caserma. 

Venivo dall’esperienza degli anni in collegio e forse avrei dovuto essere abituato a un certo genere di vita. Ma quello della caserma non si sposava per niente alla mia indole. 

Troppe cose inutili e stupide. 

Non accettavo l’idea di perdere un anno per imparare a sparare con un fucile, a tirare la levetta di una bomba a mano che faceva fumo e soprattutto a perdere ore e ore a marciare e marciare come un idiota attorno alle baracche della caserma. 

Non mi piaceva niente e non mi piacevano neppure troppo i miei compagni di camerata. 

Feci amicizia soltanto con un ragazzo di Brescia (che avrei rivisto l’ultimo mese di naja a Treviso) ma per il resto non mi lasciai andare troppo a fare confidenze. 

Ricordo soltanto con piacere quel pomeriggio in cui vidi i miei genitori, la mia mamma e il mio papà, si erano sorbiti un viaggio notturno in treno per venirmi a trovare, ma non avemmo neppure il tempo di pranzare insieme. 

Facemmo un giro nella città di Pesaro e prima di tornare in stazione a prendere il treno per il ritorno mi lasciarono una borsa di plastica con dentro un sacchetto di caldarroste che avevano preparato il giorno prima di partire. Erano pulite e sbucciate e pronte da mangiare. 

Quella sera in caserma, mentre le pizzicavo una a una dal sacchetto con l’amico bresciano mi veniva quasi da piangere. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

(Imm.) acquerello Nino di Mei: Cesto di castagne