venerdì 22 febbraio 2019

Supereroi in narrativa

Non sono mai stato un fan dei supereroi. Quelle volte che mi sono capitati davanti nei fumetti li ho sempre letti e sfogliati perché non avevo altro sottomano. Ho sempre preferito i fumetti western e di guerra. Detto tra noi, i Supereroi, non li amo particolarmente neppure in televisione, guardo i film in cui sono protagonisti se non ho altro da fare o da vedere. Per quanto riguarda i libri, poi io non so affatto se ci sono Supereroi in narrativa: ma lo scopo di questo post spero sia utile a  dare una risposta a quest'ultimo aspetto. 

Da bambino compravo fumetti di guerra, fumetti d'avventura, fumetti western e fumetti a sfondo storico. Ne andavo pazzo. Compravo Capitan Miky, Il comandante Mark, Guerra d'Eroi, Super Eroica... 

Naturalmente ogni tanto compravo anche qualche albo di Zagor e di Tex Willer, ma erano più costosi degli altri e allora non sempre si potevano mettere nella lista della spesa. 

Per fortuna, da bambino, gli albi di Tex Willer si potevano trovare e si potevano leggere, in larga parte, grazie a qualcuno più grandicello che te li prestava. 

Ricordo che ogni tanto mi capitava sottomano anche qualche fumetto dei Fantastici Quattro, dell'Uomo ragno e di Superman ma confesso che non erano i miei prediletti. Non riuscivo a sceneggiarci nessun tipo di gioco. 

Infatti se ancora adesso ho in mente certi album di Tex Willer e di Zagor. Se ancora oggi ho nella testa le immagini che mi portano in certe avventure ambientate durante la seconda guerra mondiale. 

Se ancora oggi i miei occhi si illuminano rivedendo tavole con i B29, i Lancaster e certi schiavi che si avventuravano nel deserto nubiano al tempo di Cleopatra, così non è con i Supereroi: di questi ultimi ho in mente solo le tavole colorate e i loro pigiami. 

Purtroppo non ho alla mente storie memorabili con Superman o chi per esso. Tutto è rapportato a quello che ho visto nei film ed quindi qualcosa che non va neppure lontano nel tempo. Ma sono tuttavia curioso di scoprire se esiste qualcosa a livello di narrativa. Non so magari ci sono dei romanzi che hanno come protagonista Superman, oppure Spider Man... 

Magari sono addirittura dei Best Seller e sono assolutamente da leggere.

Non so, forse, affrontati da un altro punto di vista le sensazioni che riesco a trarne sono diverse. 

Non so, forse potrei anche per cominciare ad apprezzare tutti questi signori dai super poteri e smetterla di considerarli il frutto di un'americanata

--------------- 

"Grazie per la lettura" 

---------------

giovedì 21 febbraio 2019

Il gatto che sognava di essere un delfino - Diciassettesimo capitolo

Giovedì, ennesimo incontro con il racconto lungo Il gatto che sognava di essere un delfino. Oggi tocca al diciassettesimo capitolo. Vi aiuto aggiungendo ciò ho scritto negli altri post: se si tratta della prima volta che capitate sul mio blog attirati da questo titolo, non rovinatevi la lettura, ripartite dall'inizio. Per facilitare il compito potete saltare al post Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina che troverete pure alla fine di questo post, altrimenti potete seguire l'etichetta o muovervi tra i vari capitoli. 


-----  Capitolo Diciassette ----- 

Per me il significato di ricchezza non è altro che riuscire a soddisfare i propri desideri con quello che si ha e non sentire la mancanza di nulla. Definito questo non so se Lisa e Marco erano ricchi: il criterio di valutazione per gli umani è diverso. 

Ora dubito che gli mancassero i soldi ma non so sino a quanti ne avevano. Nel periodo che sono stato con loro possedevano due auto, una ciascuno. Una di grossa cilindrata e una piccola. Una di color grigio e una di colore rosso. 

Non chiedetemi le marche perché non mi interessavano. 

Solo una volta sono salito in quella grossa. Sembrava un transatlantico come quelli che si vedono in televisione e il mondo al suo interno era tutto ovattato e irreale. 

Oltre alle auto, avevano un appartamento di proprietà, grazioso e pulito, con una camera per gli ospiti e un balcone che in primavera era pieno di fiori. 

Poi possedevano una piccola baita in montagna, situata in una radura tra gli abeti a circa un paio di ore di cammino dal paese, ma non mi hanno mai portato lassù. 

In realtà, nel periodo che ho vissuto con loro, non li ho mai sentiti lamentarsi sul fatto di avere dei soldi o meno. 

Marco faceva un lavoro importante e credo guadagnasse parecchio: andava in giro per il mondo a tenere conferenze e cose simili. 

Lisa insegnava alle scuole medie del paese, ma non lavorava a tempo pieno: si recava presso l’istituto tre volte la settimana. Se non sbaglio insegnava Lingue Straniere: Inglese e Spagnolo. 

Davanti a me non parlavano mai di soldi. O forse ne parlavano, ma siccome io avevo un’idiosincrasia per il denaro è assai probabile che non assimilassi ciò che dicevano. 

Non mi facevano mancare niente sia chiaro. Il cibo che desideravo non mancava mai e non si facevano molto questioni etiche e morali al riguardo, giusto o no che fosse. Naturalmente mi facevano sentire ricco e mi volevano davvero bene. 

Lisa e Marco erano persone buone, tutte e due. Persone buone da non confondere in ogni caso con persone ingenue, anche se Lisa si faceva sempre fregare da chi suonava alla porta in cerca di elemosina. Non era capace di mandarli via. 

Bastava che alla porta si presentasse una donna con un bimbo tra le braccia con il moccio al naso e la mia signora era spacciata. Mi faceva imbestialire quando faceva così. Gli armadi di toilette che c'erano in bagno erano pieni di cerotti acquistati per questa specie di beneficenza. 

Lisa mi presentava sempre a questi tizi, come se a me facesse piacere. 

«Questo è Mic!» esclamava, e poi mi indicava mentre io cercavo un posto dove rintanarmi. 

«Che carino» sentivo rispondere dall’altra parte, anche se non è vero. 

«È un amore il mio gatto» continuava lei. 

Non dicevo niente. Mi faceva anche piacere in fondo, l'importante è che non mi definissero una bestia. 


--------------- 

Torna al Capitolo Sedici - Vai al Capitolo Diciotto 

--------------- 

"Grazie per la lettura" 

--------------- 

Il gatto che sognava di essere un delfino. Vista attraverso gli occhi di un gatto, una metafora sulla condizione umana. Un gatto che nello stesso tempo racconta le avventure della sua vita, dai primi istanti sino all'approssimarsi della morte. In vetrina, oggi, il post con tutti i capitoli pubblicati. Post che in seguito sarà destinato a raccogliere tutti i capitoli pubblicati al giovedì di ogni settimana... 
--->> Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina

mercoledì 20 febbraio 2019

Blogging in crisi

In questo ultimo periodo sto attraversando una forma di crisi personale per quanto riguarda il blogging. Sia chiaro non è che voglia chiudere o che sia stufo. In realtà non sto attraversando una crisi legata all'aspetto creativo e riguardo al mio progetto di fondo. Diciamo che è più un qualcosa legato a determinati valori che credevo esistenti e che invece anche in questo ambiente non esistono. 

Potrei dire che negli ultimi mesi sono successe un po' di cose spiacevoli e fastidiose che mi hanno condotto e costretto a fare delle valutazioni su quello che sto facendo e una verifica particolare e molto approfondita sul mondo del blogging, ma so che è un malumore che mi porto dietro da molto più tempo: i fatti recenti sono solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  

Ecco, io ho sempre sospettato che il blogging non fosse altro che uno specchio del mondo reale, che fosse cioè popolato dai personaggi identici a quelli che si incontrano per strada ogni giorno. Persone con i propri limiti. E questo, ovviamente, nel bene e nel male. 

Ma purtroppo vi devo anche confessare che per qualche strana motivazione inconscia ho sempre idealizzato il  mondo del blogging e ho sempre finto che ci fosse qualcosa di unico ed eroico e profondamente sincero, come se chi si dedicasse a esso fosse dedito a una missione e che questa missione fosse davvero importante. 

Mi sbagliavo... 

Già un quattro o cinque anni fa avevo affrontato una situazione più o meno simile e già allora avevo convenuto che molti blogger che allora frequentavo non fossero mossi da profondi ideali etici e morali ma soltanto da bisogni del momento, ma allora l'avevo vissuta in un altro modo e forse - sbagliando - con più timori. 

Ma adesso che questa sensazione si è ripresentata non ho nessun timore a far terra bruciata di chi non condivide questi miei ideali. Non si può avere un blog solo per passare il tempo. 

Abbiate pazienza ma non sopporto più l'ipocrisia e la falsità che contraddistingue un certo blogging. Non possiamo crescere così. La sufficienza che regna in certe nicchie dove pur di fare numero si da spazio a chiunque. Non sopporto più l'adulazione palese che ruota attorno a una commento o attorno a un articolo. La mancanza di sensibilità che anche un bambino coglierebbe. La superficialità che regna sovrana e che devasta l'ambiente. 

Non sopporto più questa finzione. 

Il blogging deve essere vero e perdonatemi questo sfogo di stampo Hemingwaiano


--------------- 

"Grazie per la lettura" 

---------------

L'insostenibile leggerezza dei social

A volte trascorrono giorni, per non dire settimane, in cui dai social che si usano non arriva niente. Nessun segno. Nessuna condivisione. Nessun commento. Niente di niente. Come se di colpo la nostra esistenza fosse svanita e annullata. Io la chiamo, a dispetto del signore con la gerla - molto pesante - che vedete in foto, L'insostenibile leggerezza dei social. Credo che ogni tanto capiti a tutti... 

Pochi giorni fa una persona mi ha detto che non riesce più a vedere i miei post sulla home di LinkedIn. Non è la prima volta che qualcuno me lo dice. Anche in altri momenti e in altri periodi è accaduto stranamente di non accorgersi delle mie pubblicazioni. 

Io mi accorgo che qualcosa non funziona perché nel giro di pochi giorni calano vistosamente le notifiche e sopratutto non rilevo più la presenza di persona abituali. Come se di colpo le mie cose sparissero e svanissero nell'aria eterea del web. Come se di colpo diventassi un fantasma digitale. 

Sia chiaro non è che ci faccio una malattia. C'è di peggio di un like perso su un social

In fin dei conti ciò che mi interessa maggiormente è il traffico presente giornalmente sul mio blog e sotto questo aspetto sono sempre tranquillo. 

Le variazioni sono minime per quello che riguarda le interazioni su Otium, tuttavia qualche domanda quando di colpo le lucette colorate non sono più all'ordine dell'ora si è portati a farla. Specialmente quando qualcuno come ho già scritto di dice: "Da qualche giorno non vedo più i tuoi post"

Sono sempre molto cauto nel metter in giro i miei contributi online. 

Cerco di evitare lo spam e naturalmente ho la massima cura nel pubblicare i miei post. Dopo tanto tempo che si usano diventa naturale un certo tipo di risposta e converrete ne me che quando queste risposte latitano si pensa sempre al peggio. Cosa sarà successo ci si domanda... 

Naturalmente non ho ancora capito come nascono certe giornatacce e certi periodacci su Linkedin, se facebook ha ormai dichiarato guerra a piattaforme diverse dalla propria favorendo solo il più becero pettegolezzo, linkedin non ha mai posto veti ai post del mio blog o ad altre piattaforme esterne. 

Così ci si trova lì ad analizzare il comportamento che si è avuto negli ultimi tempi per farsi magari un'idea di cosa possa essere successo. Poi succede o succederà che tutto ritornerà come prima e allora non faremo altro che dare la colpa a questa insostenibile leggerezza dei social


--------------- 

"Grazie per la lettura" 

---------------

martedì 19 febbraio 2019

Scrivere in mutande

Non spaventatevi, non sono io a scrivere in mutande. Per me è assolutamente impossibile. Ogni volta che accendo il computer e mi metto a scrivere devo essere vestito. Certo, non in giacca e cravatta, ma vestito. Però ho scoperto che lo scrittore John Cheever - per non perdere l'ispirazione - scriveva solo in mutande. Tanto è bastato per rendermi curioso riguardo all'abbigliamento degli scrittori e dei blogger che conosco: ovvero di quelli che bazzicano attorno a Otium... 

Non ho mai letto nulla di John Cheever, conosciuto come il Čechov dei sobborghi. Detto tra noi è un nome che ben poche volte è comparso nella mia testa. Non so cosa ha scritto e neppure so come ha scritto. Si tratta di uno autore - magari sbagliando - che non ha mai catturato la mia curiosità, fino a pochi giorni fa. 

Poi, per caso ho scoperto (è la figlia Susan a raccontarlo in Home Before Dark) che John Cheever scrisse la maggior parte dei suoi racconti e dei suoi libri in mutande. Seguiva un rituale tutto particolare. Si vestiva di tutto punto e poi entrava in ascensore, pigiava il tasto per scendere in cantina e nel frattempo si spogliava sino a restare in mutande. 

Lo faceva sempre. Ogni volta che si metteva a scrivere, lo faceva. Lo faceva perché temeva di interrompere il rituale che favoriva la sua ispirazione. 

Insomma, davvero curioso. Talmente curioso che ora lo chiedo a voi. Dubito che ci sia qualcuno che faccia le stesse cose di Cheever, inteso come entrare nell'ascensore e cominciare a spogliarsi prima di mettersi a scrivere, però non è escluso che ci sia qualcuno che possiede qualche mania particolare. 

Favorite nei commenti. Se vi va raccontate qualche piccola mania che avete legata all'abbigliamento. Magari c'è chi scrive mettendo un cappello. 

Magari c'è chi si mette gli occhiali da sole. Magari qualcuno si mette in canottiera come il tipo disegnato nell'immagine che ho allegato. 

So che le curiosità ci sono sicuramente e non sarebbe male conoscere qualche aspetto che vi riguarda dal punto di vista dell'abbigliamento... 


--------------- 

"Grazie per la lettura" 

--------------- 

Fonti: 

Home Before Dark 

P.S. - In realtà credo di aver già fatto un post sul genere, un post dal titolo Il look degli scrittori di qualche anno fa. Ritengo sia molto probabile tuttavia che molti blogger e molti scrittori che di solito passano su Otium che allora non sapessero neppure dell'esistenza del mio blog, perciò mi sono permesso di "ricalcare" un po' quel vecchio articolo.

lunedì 18 febbraio 2019

Il primo agente letterario della storia

Le agenzie letterarie sono nate un paio di secoli fa. Solo allora infatti hanno cominciato a diffondersi professionisti in grado di aiutare gli scrittori nelle vendita dei loro lavori. Il primo agente letterario della storia, inteso come colui che ha stabilito le regole e le mansioni ancora in vigore oggi risulta essere... 

Per il Record Culturale odierno sono andato a prendere Alexander Pollock Watt (nulla a che vedere con il pittore), colui che è considerato il primo e vero agente letterario della storia. Fu lui infatti a stabilire le regole e le mansioni che ancora oggi vigono nella professione. 

Alexander Pollock Watt, il nostro agente letterario, nacque il 28 ottobre 1838 a Bridgeton, nel Lanarkshire, vicino a Glasgow, in Scozia. Era il primogenito di James Watt, rilegatore e libraio. Sua madre si chiamava Elizabeth Pollock

Alexander trascorse diversi anni dell'infanzia a Edimburgo, dove suo padre aveva un'attività di vendita di libri e questo aspetto condizionò il suo futuro, ovviamente. 

Cominciò a lavorare come agente letterario nel 1875 creando la ditta A.P. Watt e nel 1881, cominciò a definire in maniera precisa e professionale il ruolo dell'agente letterario. 

La ditta da lui creata, l'A.P. Watt, è sempre stata all'avanguardia del mercato sin da allora e conta numerosi autori di grido e molti best-selleristi tra i suoi clienti. 

Nel tempo, l'A.P. Watt ha rappresentato e fatot la fortuna di alcuni tra i più significativi scrittori britannici e irlandesi del XX secolo. 

I suoi autori attuali includono scrittori, biografi e storici. L'agenzia rappresenta anche alcuni  illustratori. 

Nel dicembre 2012, A.P. Watt ha aderito alla United Agents Partnership, creando la più grande e prestigiosa agenzia letteraria del Regno Unito

Tra i clienti di AP Watt ci sono quattro vincitori di Booker Prize, tre vincitori di Orange Prize, diversi vincitori di Whitbread e Costa Prize, e un Nobel... 

Una volta c'era nel mare una balena che mangiava i pesci. Mangiava il carpione e lo storione, il nasello e il pesce martello, il branzino e il delfino, i calamaretti e i gamberetti, la triglia e la conchiglia, e la flessuosa anguilla con sua figlia e tutta la sua famiglia con la coda a ronciglio. Tutti i pesci che poteva trovare in tutto il mare, essa li mangiava con la bocca... così! Tanto che non era rimasto in tutto il mare che un solo pesciolino, un Pesciolino-pieno-d'astuzia che nuotava dietro l'orecchio destro della balena, per tenersi prudentemente fuor di tiro. 
Rudyard Kipling - Il libro delle bestie 

--------------- 

"Grazie per la lettura" 

--------------- 

Fonti: 

Dieci cose sulle agenzie letterarie che non è indispensabile, ma comunque è utile, che l’autore alle prime armi sappia