lunedì 22 luglio 2019

Il blogging giusto

A volte mi domando se sto facendo del blogging nel modo giusto. Magari scrivo post con la convinzione di ottenere determinati riscontri e invece succede l'effetto contrario. A volte accade completamente l'opposto. Tuttavia sono più che mai sicuro che la strada che seguo è giusta. I miei contenuti ricalcano ciò che faccio e ciò che amo. Appaio come sono. Ciò che dico e come lo dico è trasparente e in linea con i miei valori. Ci trovate qualcosa di sbagliato in questo? 

Tra le cose che meno amo del blogging c'è una certa ipocrisia che ruota attorno a varie community. La cogli da come si mandano avanti certe tematiche e da come si sviluppa l'interazione tra i vari blog che ne fanno parte. 

Blog e blogger che parlano della stessa cosa soltanto per sentirsi parte di una determinata famiglia e che spesso non escono da qual determinato nucleo. Blog e blogger che non mi appaiono per niente veri, insomma. Blog e blogger che dal mio punto di vista fanno un blogging per nulla in linea con ciò che io considero importante e che ho riportato nel paragrafo in corsivo. 

So che è del tutto naturale, nella fase iniziale, cercare ispirazioni da chi è partito prima di noi e da chi magari parla delle cose che pure noi amiamo. Trovo sia naturale seguirne le tracce e spingerci a cercare collaborazioni e amicizie con chi ipoteticamente la vede come noi, ma con il passare del tempo creare un proprio stile e imporre anche nei contenuti la propria personalità deve essere qualcosa in più di un fenomeno passeggero: indipendentemente da ciò che abbiamo in cambio. 

Adesso, essere educati e rispettosi del lavoro altrui deve essere una caratteristica di un blogger e di chiunque abbia un'attività on line ma questo non ci deve spingere a lasciare commenti faziosi e ipocriti in piattaforme che non ci identificano solo perché siamo spinti dal desiderio di farci notare. 

Come non ci deve spingere a subire condizionamenti da nicchie e quant'altro solo perché ci illudiamo di avere una voce in capitolo. Non ho dubbi sul fatto che un simile modo di mostrarsi porti a un'aridità di contenuti e a un vuoto di idee che a lungo andare ci faranno abbandonare ciò che ci ha spronato a  partire.   

Il novanta per cento dei blog con cui mi sono trovato a interagire è sparito e non pubblica più. Mi spiace, ma credo che ciò sia accaduto soltanto perché non è stato fatto del blogging giusto, o sbaglio? 


"Grazie per la lettura"

Lo scrittore italiano più seguito su facebook

Otium Blog
Non potevo lasciare questa tipologia di post senza citare anche Lo scrittore italiano più seguito su facebook. Così dopo Lo scrittore italiano più seguito su twitter e dopo Lo scrittore italiano più seguito su instagram e la volta di prendere in esame i numeri che caratterizzano la scrittura italiana sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. I nomi che girano tuttavia sono sempre quelli... 

Era del tutto prevedibile il nome dell'autore che si sarebbe preso il titolo di scrittore italiano più seguito su facebook. Avevo ben pochi dubbi su chi poteva essere l'autore che avrebbe occupato questa piazza per i miei Record Culturali

Non è stato per niente difficile a dirla tutta. Ancora prima di redigere i post sapevo quali nomi andare a cercare. Sapevo che se non fosse stato Fabio Volo molto probabilmente sarebbe stato lo scrittore napoletano Roberto Saviano

E così è stato, benché - devo ammettere - abbia preso come punto di partenza delle fonti presenti su un post di qualche anno fa. Tuttavia facendo, in seguito, una verifica incrociata dei dati, i risultati che sono emersi non sono molto diversi. Roberto Saviano, con più di due milioni e mezzo di fan, distanzia tutti, anche se in realtà sono ben pochi gli autori italiani con grandi numeri di follower su facebook... 

Insomma risultati scontati, ma in tutta sincerità c'è un aspetto che mi lascia perplesso. Ciò che mi sconcerta è il fatto che i nomi citati manchino completamente da quello che io considero l'unico e vero social in grado di valorizzare le persone e la loro attività dal punto di vista critico. L'unico social in grado di dare spessore e valore a quello che si fa. Insomma ciò che mi rende dubbioso e che non ci siano i Saviano, i Volo, i Gramellini e altri su linkedin... 

Questo mi fa pensare di come siano gonfiati certi numeri e di come certi social siano in grado di falsare la realtà. Ho smesso, a dire il vero, da tempo di considerare il peso di autori in base al numero di follower che li seguono, specialmente sui social che vanno a pari passo con l'immagine e con contenuti che sembrano più che altro far leva sul potere degli attira mediocri. 

Be' magari se riuscirò a trovare sufficienti dati cercherò di fare, prossimamente, un post per vedere quale sia lo scrittore italiano più seguito su LinkedIn, non pensate che non serva anche per questo. La professionalità viene sempre riconosciuta: vorrei vederli lì dentro prendere consensi, ma forse chiedo troppo... 

"Grazie per la lettura" 

Fonti
Gli scrittori italiani più seguiti su Facebook

domenica 21 luglio 2019

Il quinto capitolo de' Il male tra gli ontani

Questo è il quinto capitolo de' il male tra gli ontani. L'erpetologo Manuel Cattelan parte per le Orobie. Vuole aiutare Dario Longhi a scoprire cosa sta accedendo nel Parco. Sono convinto che apprezzerete la storia in cui poco alla volta vi troverete immersi. In aggiunta ai vari collegamenti tra i capitoli, ho inserito in fondo al post il link alla vetrina con tutti i capitoli. Buona lettura. 


----- Quinto Capitolo ----- 

Seguii il suo consiglio. Concordai con il mio collega di Mestre, il lavoro da fare al rettilario durante la mia assenza, pregandolo di avere un occhio di riguardo per la Cerastes inferma, poi montai, di nuovo, sul primo treno utile per Milano. 

Viaggiai portandomi appresso, oltre a qualche cambio di vestiti e scarpe adatte per la montagna, alcuni libri sui rettili e una sacca con diversi strumenti adatti alla loro cattura. Non è detto che mi sarebbero serviti ma era meglio essere previdenti e nello stesso tempo volevo presentarmi destando stupore. 

Il viaggio fu sereno. Dormii per metà del tempo nonostante il caldo torrido che appestava la pianura. A Milano, sostai qualche ora in Stazione Centrale per la coincidenza. Poi presi un diretto per Tirano e alle tre del pomeriggio arrivai a Lecco ai piedi delle montagne. 

Era la prima volta che ci venivo in vita mia. Il treno rallentò entrando in stazione fiancheggiando alcuni stabilimenti in disuso e si fermò con uno strattone sotto le pensiline. Sceso dalla vettura andai verso l’uscita. 

Fuori dal sottopasso trovai Dario ad attendermi. Era immobile, in piedi, sotto una tettoia all’ombra, sulla sinistra della scalinata che dava sul piazzale assolato della stazione. Dovetti osservarlo con precisione per essere sicuro che fosse lui. Era dimagrito e mostrava, come minimo, dieci anni in meno dell’età che aveva effettivamente. Aveva i capelli corti, tagliati a spazzola come un militare. Indossava la divisa estiva tipica dei guardaparco, con il berretto a visiera infilato nelle spalline della camicia. Aveva gli occhiali da sole ed era più bello di come lo ricordavo e sono certo che senza divisa non l’avrei affatto riconosciuto. 

Non era solo. Lo accompagnava un sovrintendente del Corpo Forestale: un tizio grosso e alto almeno un metro e novanta. Doveva pesare più di centocinquanta chili. Aveva lunghi baffi grigi da messicano. Pensai a un leone di mare a tutta prima. Però dava all’incontro un’aria particolarmente marziale. Adesso parlava con Dario. Entrambi guardavano tra la gente che usciva a gregge dal sottopasso. 

Quando mi vide, Dario reagì scattando come se fosse stato morso da un serpente. Si tolse gli occhiali, scambiò uno sguardo d’intesa con il sovrintendente, quindi mi guardò con decisione, osservandomi qualche istante. 

Sorrise e mi venne incontro. 

Mentre si avvicinava, si aggiustò, con una mano, il colletto della camicia grigioverde. Pareva emozionato. Attese che posassi il bagaglio a terra prima di stringermi la mano. 

«Sei stanco?» domandò. 

Lo guardai bene. Aveva il viso asciutto e bruciato dal sole di montagna. «Non ho fatto altro che dormire.» 

«Tutto a posto con il rettilario?» 

Sorrisi. «Abbastanza.» 

Mi presentò il sottufficiale. Strinsi la mano pure a lui. 

«Be’ sarà meglio andare al comando» disse allora Dario e si avviò verso l’auto in sosta prendendomi una borsa del bagaglio. 

Magari non voleva perdere tempo. Restai solo con la sacca degli attrezzi. Sedetti sul sedile anteriore di una vettura del corpo forestale. Nell’attesa era rimasta parcheggiata sul piazzale al sole e fu come infilarsi nel forno di un panificio. Dentro ci saranno stati almeno cinquanta gradi e mi sciolsi come un gelato nell’istante che ci volle per immetterci nel traffico della città. 

Per fortuna, durante il tragitto che percorremmo in auto per raggiungere la direzione del Parco, le cose migliorarono un poco. 

Dario, adesso, aveva superato quella forma di timidezza che l’accompagnava sempre al primo impatto. Non rivelava lo stesso atteggiamento che aveva mostrato a Treviso o quella volta a Reptilia. Pareva più rilassato e stava seduto in mezzo ai sedili posteriori, con il corpo in bilico spostato in avanti. Per restare in equilibrio, poggiava le mani sui due sedili anteriori. Dovevo solo girare la testa per sentire il suo respiro. 

Fu piuttosto vago, per nulla loquace. Parlò un poco del parco, del tempo e del caldo eccessivo della stagione ma evitò di trattare l’argomento per cui mi aveva contattato. Non riuscivo a capirne il motivo. Non lo so. Magari voleva che fossi io a tirarlo fuori. Parlò di cose superflue senza importanza. 

Il sovrintendente non era da meno. Guidava l’auto e si limitava a grugnire ogni tanto; grosso com’era mi domandai come poteva fare a stare dentro la vettura. Sudava e mi accorsi che aveva delle chiazze di sudore, grandi come laghi, sotto le ascelle. 

Insomma li assecondai un poco, finché capii che non aveva senso aspettare ancora. Girai la testa e domandai a Dario se aveva novità sulla faccenda. 

Non aspettava altro. Scosse il capo assorto e si spostò in avanti il più possibile. Voleva che sentissi bene presumo. Mi disse che non ci stava capendo un accidente ed era arrivato al punto che non sapeva più dove andare a sbattere la testa. 

«Tre giorni fa una natrice ha cercato di mordermi» disse. 

«Come?» chiesi. 

«Mi ha puntato.» 

«Davvero?» 

«Sì! Era una biscia dal collare.» 

«È la prima volta che sento un fatto simile. Non mi hai detto niente al telefono.» 

«Preferivo vederti per parlartene.» 

«Strano!» 

«Eccome.» 

«Hai cercato di prenderlo?» 

«Figurati.» 

«Se cerchi di prenderli possono diventare aggressivi.» 

«Lo so. Non devi dirmelo. Lo so bene ma non l’avevo neppure visto. È sbucato all’improvviso dalla boscaglia che si trova alla periferia del paese sibilando come una locomotiva. Aveva la testa piatta e menava come un frusta.» 

«Scherzi?» 

«Magari scherzassi. Sembrava un cane idrofobo, dovevi vederlo.» 

Scossi il capo incredulo. 

«Neppure nei film succedono certe cose» disse Dario. 

«Bel casino» ammisi. 

«Ricordi ciò che ti ho scritto per Email riguardo agli habitat delle vipere?» 

Lo ricordavo bene. 

«Qualche giorno fa, ho ritrovato una delle mie vipere completamente fuori dal suo dominio.» 

«Fuori di che?» chiese il sovrintendente. 

«Dominio» dissi. 

Dario mi guardò. «Questa è stata trovata due chilometri più a sud.» 

«Viva?» 

«No, morta.» 

«Maschio o femmina?» 

«Una femmina. Non rientra nella loro natura spostarsi così tanto.» 

«Perché?» chiese il sovrintendente. 

«Le vipere vivono in aree specifiche. Al massimo si spostano per qualche centinaio di metri quadri, difficilmente vanno oltre» spiegai. 

«Capisco» ammise lui. 

Dario sorrise. «Cosa capisci?» gli chiese. 

«Cosa s’intende per dominio» rispose il sovrintendente. 

«Mi prendi in giro?» chiese Dario. «Sono due mesi che cerco di spiegarti certe cose e oggi con lui capisci.» 

Il sovrintendente sorrise. «Ehi, non sarai mica permaloso.» 

«Permaloso io, sentilo.» 

Il sovrintendente mi guardò. «Parlatemi di funghi o di caprioli e stambecchi ma lasciate perdere i serpenti.» 

«Allora non dire che capisci!» 

«Cosa devo dire?» obiettò il sovrintendente. 

Pensai d’intervenire. Non volevo che si mettessero a litigare in macchina anche se sembrava solo un modo per sdrammatizzare la situazione. «Cosa vorresti fare?» 

«Bisogna stare lì giorno e notte» rispose senza pensarci due volte. «Non c’è altro da fare. La zona va monitorata assolutamente.» 

«Monitorare la zona? Ti rendi conto cosa chiedi?» domandò il sovrintendente. 

«Certo che mi rendo conto.» 

«Sai quanti strumenti ci vogliono?» 

«E allora? Aspettiamo che vada tutto all’inferno? Dobbiamo capire cosa sta succedendo.» 

Il sovrintendente sorrise. «Che fai? Ti arrabbi di nuovo?» 

«Non mi sto arrabbiando. È che sono sicuro che abbiamo a che fare con qualcosa di terribile.» 

«Non sei un po’ tragico?» gli chiesi. 

Dario sorrise dapprima, poi scosse il capo un paio di volte. Era la terza volta che lo faceva quel pomeriggio e capii che non si trattava solo di un gesto di sconforto. Doveva essere una sorta di riflesso incondizionato che lo caratterizzava. Simile al mio vizio di muovere le labbra. 

Provò a sorridere un’altra volta, poi si fece completamente serio. «No, Manuel. Non c’è nulla di tragico: è la realtà» rispose.


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

Elogio al formaggio

Nino di Mei
Mi piace pensare che Elio Vittorini abbia apprezzato il formaggio come lo apprezzo io. Mi è bastato leggere un frammento di una sua opera infatti per inventarmi questo post con il mio Elogio al formaggio. Dopo l'Elogio della pasta, l'Elogio del pomodoro e l'Elogio alla torta di mele non poteva manca anche questo... 

Nel post I formaggi di Italo Calvino, si capisce molto bene qual è il mio rapporto con i formaggi: con i vari tipi di formaggi. Potete limitarvi a fare un passo indietro e fermarvi, ma credo sia necessario da parte mia farci partecipi veramente di che rapporto ho ora con essi. 

Credo sia uno di quegli alimenti di cui non posso fare senza. Forse è per questo che oggi c'è questo elogio. Forse perché nel periodo estivo mi capita più di frequente di mangiare e gustare formaggi prodotti in malghe a pochi chilometri da casa mia, o forse il tutto lo devo a quella frase finale presente nel brano che ho aggiunto dello scrittore e traduttore Elio Vittorini. 

Certo per lui sono i formaggi siciliani, per me sono i formaggi delle mie parti. Ricotta fresca di malga, salata o meno che sia, e bitto prima di tutto. Mi sembra di mangiare l'una e l'altro mentre ci penso. 

Mi sembra di mangiare la ricotta fresca di malga con l'uva: uva bianca o nera che sia. Mi pare di salire su alla malga. Mi sembra di vedere le mucche al pascolo. 


Nino di Mei
Oppure penso al bitto e al suo profumo e al suo aroma e al suo gusto pastoso di erbe e latte che si sposa con a meraviglia con la mostarda di Cremona. 

Insomma spero che non vi disturbi questo spuntino letterario di elogio al formaggio. 

Oggi è andata così. Se anche per Elio Vittorini, quello della sua terra era così importante immagino che mi possiate capire. 

Avevo comprato a Villa San Giovanni qualcosa da mangiare, pane e formaggio, e mangiavo sul ponte, pane, aria cruda, formaggio, con gusto e appetito perché riconoscevo antichi sapori delle mie montagne, e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio. I piccoli siciliani, curvi con le spalle nel vento e le mani in tasca, mi guardavano mangiare, erano scuri in faccia, ma soavi, con barba da quattro giorni, operai, braccianti dei giardini di aranci, ferrovieri con i cappelli grigi a filetto rosso della squadra lavori. E io, mangiando, sorridevo loro e loro mi guardavano senza sorridere. 
«Non c’è formaggio come il nostro» io dissi. 
Elio vittorini - Conversazione in Sicilia 


"Grazie per la lettura"

sabato 20 luglio 2019

I capitoli de' il male tra gli ontani in vetrina

Sarà piuttosto difficile pubblicare un romanzo come Il male tra gli ontani con dei disegni presenti tra i capitoli, ma naturalmente nulla mi impedisce di farlo con la pubblicazione online dei vari capitoli. Spero sia un modo per identificarsi ancora di più nella storia. Intanto in questa vetrina settimanale aggiungerò volta per volta i vari capitoli pubblicati... 

Il male tra gli ontani è ambientato in un paese delle valli orobiche. Credo sia ispirato un pochino al film "Lo squalo" sostituito nella storia da un genere di serpenti velenosi. Non ci vuole molto a capire quale paese sia. 

Ha come protagonista e voce narrante Manuel Cattelan: un erpetologo di Treviso. Tutto parte durante un’edizione di Reptilia quando il protagonista conosce Dario Longhi, un giovanotto responsabile di un parco naturalistico appena istituito nelle alpi Orobie

A prima vista pare uno di quegl'incontri un incontro destinati a finire nel dimenticatoio, ma circa un anno dopo, mentre è in Africa con una troupe documentaristica, Manuel riceve da Dario una mail piuttosto strana: nel parco sta succedendo qualcosa di strano, i rettili locali abbandonano l’areale di distribuzione naturale e migrano verso il paese vicino come in preda a una forma di pazzia. Attraverso una serie di colpi di scena i due riusciranno a scoprire che i responsabili di questo sconvolgimento naturale sono una coppia di serpenti Australiani ofiofaghi abbandonati nell’area anni prima. 

Una faccenda tremendamente seria, ma le autorità non vogliono prenderla in considerazione: forse è solo il frutto delle considerazioni del guardiano di un parco che pochi volevano istituite e la situazione viene trascurata. 

Finché la morte di un bambino dapprima, quella di alcuni villeggianti e in seguito quella di un paio di corridori che partecipano a una skyrace di carattere mondiale sembrano fare chiarezza sulla realtà. 

Ma ormai è tardi. Gli habitat naturali del luogo sono sconvolti. La fauna locale reagisce con furia e ferocia allo sconvolgimento. 

Una ferocia che contagerà anche la popolazione del luogo. Bande di ragazzi, spesso ubriachi e drogati, si mettono a girare nei boschi con lo scopo di ammazzare serpenti e qualsiasi essere si muova. Cacciatori pronti a tutto scendono in pista armati come guerriglieri. Televisioni e giornalisti che, fiutato lo scoop, invadono il paese come mosche aumentando il fastidio della gente. Come se non bastasse anche il siero antiveleno richiesto in Australia tarda ad arrivare e aumenta il malessere. 

Un malessere che non risparmia neppure Manuel e Dario che entrano in competizione pure per la stessa donna. Una guerra senza frontiera dunque... 

Primo capitolo 
Secondo capitolo 
Terzo capitolo 
Quarto capitolo 
Quinto Capitolo


"Grazie per la lettura"

venerdì 19 luglio 2019

Il quarto capitolo de' Il male tra gli ontani

Con un orario diverso posto il quarto capitolo de' Il male tra gli ontani. Lo pubblico all'alba invece del tardo pomeriggio. Anche in questo caso il capitolo è piuttosto lungo (ma non eccessivo per una lettura on line, sono duemila parole circa) I capitoli sono lunghi e occorre pazienza. Sono convinto che apprezzerete la storia in cui poco alla volta vi troverete immersi e non è escluso che posti altri capitoli in settimana. Potete ripartire dal Primo capitolo, per poi passare al Secondo, poi al Terzo e infine a questo. Buona lettura. 


----- Quarto Capitolo ----- 


Giunsi a casa con il buio. Avevo sonno ma prima di coricarmi volli dare un’occhiata al rettilario. Le condizioni della Cerastes non erano gravi come avevo sospettato in precedenza ma i controlli necessari per le sue cure mi tennero impegnato sino a notte fonda. Poi ricordai di lavarmi e mangiare e quando andai a sdraiarmi ero stanco morto. 

Più tardi, a letto nel buio della stanza, ancora eccitato per la discussione avuta in giornata, capii che sarebbe stata dura addormentarmi. 

Anche il risveglio non fu dei migliori. Sentii il telefono squillare ma non capii immediatamente che era reale. Avevo la sensazione di essermi appena assopito e dentro di me tutto continuò a dormire profondamente. Sentii gli squilli nel sonno e pensai dapprima che fosse un giorno di festa o domenica mattina; poi pensai che doveva essere il vicino a dover rispondere e mi chiedevo come mai non lo facesse. Ma gli squilli continuarono sempre più vicini e martellanti come tamburi nelle orecchie. 

Scesi dal letto allora e solo adesso, cercando di scendere dal letto, mi resi conto che stavo dormendo e mi svegliai. 

Era mattino inoltrato. C’era una luce abbagliante nella stanza. Doveva essere tardi. Mi ero addormentato senza spegnere il cellulare e senza calare le serrande alla finestra. 

Detestavo essere svegliato così e mi domandai chi poteva rompere. Volevo che fosse l’avvocato del giorno prima. Lo avrei maledetto senza pietà. Mi voltai nel letto e afferrai il cellulare posato sul comodino pregustando lo sbottamento che avrei avuto rispondendo. 

Non potei farlo quando lessi sul display che dall’altra parte c’era Dario Longhi. 

Ero stato uno stupido a non contattarlo al mio rientro in Italia e cercai subito di scusarmi ma non fu necessario. Dario si mostrò estremamente comprensivo. Fu lui credo a sentirsi invadente e fuori luogo. Devo confessarvi che aveva un modo di atteggiarsi con la gente fin troppo discreto. La sua educazione gli impediva di aggredire qualcuno suppongo. Sarebbe piaciuto pure a me avere un carattere del genere. 

Ascoltai cosa aveva da dirmi. Sembrava preoccupato e mi domandò se avevo riflettuto sul suo problema. 

Me ne uscii con la prima cosa che mi venne in mente. «Fa caldo da te?» 

«Parecchio» rispose, «ma dubito che sia il caldo a creare problemi.» 

Non ero stato molto brillante evidentemente. «Hai qualche idea?» 

Dario restò in silenzio qualche istante. Sentivo che macinava qualcosa. 

Pensai di aiutarlo. «Allora?» 

«Be’ idee precise… no! Però… avrei una proposta da farti» disse. 

«Quale?» 

«Potresti trascorrere qualche giorno da me?» 

Non so come feci a ricordarmi il nome del paese. 

«Ho bisogno della tua consulenza Manuel... ti farò pagare dai responsabili del parco naturalmente.» 

Non risposi subito. Feci un rapido esame mentale. Insomma non mi sembrava una cosa elementare. Avevo troppi intralci per mollare il rettilario benché intuissi che ci fosse un preciso desiderio da parte sua. Era ovvio che contava molto sulla mia presenza per trovare una soluzione ai problemi che stava affrontando. 

In ogni caso, pensavo, che non avrei visto molti soldi andando da lui; sapevo che con certe grosse strutture c’era poco da fidarsi. Lo stavo pagando sulla pelle e magari non si trattava solo di qualche giorno. 

Cercai di prendere tempo. «Ho bisogno di pensarci» dissi. 

«Pensaci in fretta.» 

«Puoi darmi qualche settimana?» 

Lui non ebbe bisogno di riflettere. «Tra una settimana potrebbe essere troppo tardi. » 

«Non stai esagerando?» 

«Non lo so. Può darsi» disse lui. «Ho veramente bisogno d’aiuto. Dimmi a chi posso rivolgermi se non puoi darmi una mano.» 

Cercai di spiegargli in che guai mi trovavo per non deluderlo e gli rivelai l’intera storia senza indugio. So di essere ingiusto a comportarmi in questo modo ma non immaginate che sottile piacere provo a fare la vittima certe volte. Gli riferii dei problemi con la televisione privata ed il successivo sviluppo del caso senza vergogna. 

Dario ascoltava e annuiva. Sembrava che potesse capire in che stato di cose mi trovavo effettivamente ma appena gli cedevo la parola ritornava in pista continuando a insistere. Era peggio di un martello pneumatico. 

«Magari scopri tutto in pochi giorni» disse. 

«Non sarà così facile.» 

«Ti prego, non so che fare.» 

Non me la sentii di abbandonarlo. Come potevo fare. D’altra parte ero io a essere in debito con lui. Alla fine mi feci convincere e concordammo di risentirci l’indomani per fissare una data precisa. 

Però, dopo aver posato il cellulare, mi pentii immediatamente. Quando pensai alle grane che stavo mettendo assieme per poco non mi prese un accidente. Ero proprio un imbecille. E sì che pensavo di essere qualcuno di speciale. Uno dovrebbe imparare a dire no qualche volta. Invece niente da fare. Se avete bisogno di aiuto non fatevi problemi a chiedere; la porta per voi è sempre aperta. 

Un’ora dopo ero in completa paranoia. Stavo correndo il rischio di restare senza soldi a causa di un branco di bastardi e tanto per complicarmi la vita mi stavo arrischiando in un’altra avventura probabilmente senza senso. 

Così quella notte, per la terza volta di fila, non dormii come dovevo. Trascorsi la notte a girarmi e rigirarmi da una parte all’altra del letto passando in rassegna tutti i guai che avevo senza trovare una via di uscita. Ero in un bel pasticcio: con la storia della televisione e il ritardo di altri pagamenti era quasi alla canna del gas. Eppure dubitavo che fossero solo gli avvocati a tenermi sveglio. Forse non era neppure un mero problema di soldi. Sostenere che dipendeva dal fatto di recarmi in qualche valle dispersa tra le Orobie a rendermi così nervoso gli sembrava un’eresia. Sapevo di essere un tipo ansioso ma certe cose poteva reggerle e poi avevo girato mezzo mondo. Però non dormivo e per non innervosirmi di più pensavo a tutte le cose possibili. 

Avevo diversi modi per distrarmi. Lo avevo appreso con l’abitudine. D’altronde non era la prima volta che passavo di queste notti. Lo avevo fatto la notte prima e l’altra ancora. Sapevo che non era il caldo a tenermi sveglio e allora per stare meglio e rilassarmi un poco, immaginavo di essere in qualche posto del mondo dove ero già stato e poi pensavo ai posti dove non ero stato e dove volevo andare. 

Ora non volevo tornare in Africa. Per quello che ne sapevo ero il solo ad essere immune del mal d’Africa. Era meglio andarsene in America. Mi mancavano le grandi e immense praterie americane. Mi mancavano pure i posti monumentali dell’Arizona o dell’Utah. Un giorno o l’altro sarei andato in giro a piedi da quelle parti come un nomade. Lo avrei fatto molto presto. 

Pensai che forse potevo farmi uno studio sui serpenti a sonagli. Avrei potuto scriverci sopra un libro. Avrei voluto averci a che fare ora nella notte e pensai ai nomi altisonanti che possedevano. Mi ricordai del Crotalus atrox. Forse suonava meglio in inglese: Western Diamondback Rattlesnake. Il Crotalus lepidus magari era un nome migliore ma non sapevo dove viveva. Avevo letto da qualche parte che stava sulle montagne rocciose, ma non ne ero sicuro. Il più simpatico era il Santa Catalina, ma forse era solo un bel nome da dare a una gatta. Ricordai che in America c’era pure il Mocassino Testa di Rame. Aveva un nome che ricordava un’astronave del futuro: Agkistrodon contortrix, ma lui non era un serpente a sonagli. Era tuttavia un crotalide. A ogni buon conto i crotali erano quasi come le vipere. Facevano parte della stessa famiglia ed erano i serpenti velenosi  più efficienti e letali  della terra. Migliaia di anni di evoluzione li avevano resi macchine perfette. Molti viperidi, inoltre, avevano una denominazione scientifica straordinaria. Pensa alla Bitis arientans. Pensa alla Daboia russelli. Solo il nome della seconda diceva tutto. Non ne avevo mai viste comunque. Dovevo andare in India se volevo averci a che fare. Sapevo che facevano parte dei Big Four. In India c’erano anche i Cobra. Pure il Cobra indiano faceva parte dei Big Four. Pensai che sembrava quasi il nome di un complesso musicale, poi pensai che non mi attraevano troppo i cobra sebbene pure loro avessero dei nomi scientifici accattivanti: Naja naja,  Naja nivea, Naja haje e Naja oxiana. Neanche fossero una danza e danza e dondola in questa notte che non dormi amico. 

E ora dondolai nella notte pensando ai Cobra e quasi sembrava che mi stessi addormentando ma quando pensai che mi stavo addormentando davvero ricordai che era sveglio e ritornai più sveglio e cosciente di quello che fossi in realtà. 

Sapevo che se avessi guardato le ore, così sveglio e con insistenza sarebbe diventato peggio e allora continuai a girarmi e a rigirarmi nel letto con gli occhi chiusi. Avevo gli occhi chiusi e la mente lucida come quando si è completamente tesi e concentrati nella soluzione di in problema. Solo che non capivo quale problema stessi risolvendo. Poi sentii un cane abbaiare e il problema divenne quello. 

Mi domandai dapprima che cane poteva essere. C’era un vicino che possedeva un pastore tedesco ma era un cane tranquillo. Un altro aveva dei cani da caccia. I cani da caccia quando abbaiavano erano in grado di continuare la notte intera ma normalmente lo facevano un paio di volte all’anno e non erano quei periodi. Doveva trattarsi di un randagio. Mi chiesi chi poteva lasciare un giro un cane la notte. Perché diavolo abbaiava. Non avevo nulla contro i cani, ma non sopportavo quelli che abbaiavano di notte alla luna. Forse dipendeva dal fatto che in passato non avevo mai posseduto un cane. Forse se in passato avessi posseduto un cane sarebbe stato diverso. Non avevo mai neppure posseduto un gatto, ma difficilmente un gatto ti teneva sveglio la notte se non era in estro. 

Ricordai che durante il periodo dell’infanzia, quando frequentavo le scuole elementari, avevo avuto un canarino ma la notte dormiva. Gli davo una foglia di insalata e il canarino dormiva con la testa nascosta tra le ali. Iniziava a cinguettare all’alba. Era vissuto soltanto un anno. Era una femmina di colore giallo, tendente al bianco, che credeva di essere un cane da guardia. Ricordavo che quando mi avvicinavo con un dito alla gabbia lei lo aggrediva scambiandolo per un osso di seppia. Ma non abbaiava e una mattina la trovai stecchita sul fondo della gabbia. In tutta la sua vita non si era mai accoppiata. Non ho mai capito se era morta per vecchiaia, per malattia o per solitudine. Piansi quella volta ma da allora non ho più posseduto animali domestici... 

... non ricordai neppure come mi ero assopito. Passai la notte senza sognare probabilmente e quando riaprii gli occhi capii di aver dormito qualche ora. Erano le sette del mattino. 

Uscii dal letto, infilai le ciabatte e andai in bagno. Mi guardai allo specchio a lungo mentre mi lavavo il viso. Aveva occhiaie grosse e violacee come prugne mature. Anche la barba era irsuta e dura. Magari dovevo radermi ma non ne avevo davvero voglia. Mi sciacquai la faccia fino a quando mi sentii veramente e veramente sveglio. Poi andai in cucina per la colazione. 

Preparai un caffè e mentre aspettavo che la bevanda salisse nella moka, pensai a quanto avevo dormito. Ricordavo, che prima di crollare, avevo visto tra le fessure delle tapparelle che si faceva chiaro. Per qualche istante avevo sentito il traffico che iniziava in strada. Dovevo essermi addormentato all’alba. Avevo dormito due ore pertanto. Era poco ma non mi importava. Se non devo usare l’auto, la mancanza di sonno non mi crea problemi. Male che vada resto incavolato. Perciò, nonostante fossi mezzo rintronato andai da basso nel rettilario per il solito lavoro di cura giornaliero con i serpenti. 

Lavorai sodo, per qualche ora, controllando che tutto fosse in ordine. Me la sbrigai senza problemi. Quando ebbi finito chiamai Dario. Non volevo mangiarmi la parola data. Al diavolo i guai: per qualche settimana potevo starmene ancora lontano dai miei ambienti. Non lo feci neppure parlare, appena rispose, gli dissi che l’indomani sarei andato da lui. 

Lui mi parve immediatamente un altro uomo. Il tono di voce che assunse, quando gli cedetti la parola al telefono, era inequivocabile. Non la finiva più di ringraziarmi. 

Non so cosa si aspettasse. Pensai che forse si stava facendo un’opinione troppo alta sul mio valore. Non sapevo neppure a cosa stavo andando incontro. 

Gli domandai come raggiungerlo e lui mi consigliò di usare la ferrovia. Non mi sarebbe servita l’auto da lui. Mi disse che in treno ci avrei messo solo cinque ore. Dovevo arrivare a Lecco passando per Milano. Una volta in stazione a Lecco lo avrei trovato ad attendermi. Nulla di particolarmente difficile in apparenza e non gli portai via altro tempo. 


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