domenica 16 maggio 2021

Mangiare farfalle

Correndo o facendo a gara in bicicletta, in uno strappo in salita, con la bocca aperta, mi è capitato più di una volta di mangiare farfalle e inghiottire insetti. Certo, allora, non pensavo affatto che in un futuro, farfalle e insetti, potessero diventare una fonte di cibo. Neppure a livello narrativo ci ho mai pensato. 

 

Nel romanzo Il male tra gli ontani, romanzo che potete leggere a puntate su questo stesso blog, ci sono dei momenti in cui si parla di gente che mangia i serpenti. 

Non è poi una cosa tanto assurda. 

Nel Texas mangiare serpenti a sonagli è una prelibatezza e ricordo che pure il presidente Bush Junior ebbe modo di servirli grigliati ad alcuni suoi ospiti in un ‘occasione. A quanto pare hanno un sapore simile al pollo e non è che bisogna fare troppo gli schizzinosi. 

Gli uccelli hanno degli antenati in comune con i serpenti e quindi non vedo perché la gallina o il pollo non devono avere un sapore simile a quello di un crotalo. 

Con gli insetti però la faccenda è diversa, non si sono ancora arrivato. E non ho mai scritto neppure un racconto che abbia come fonte di cibo una mosca, una formica, o una farfalla, tanto per dirla tutta. 

Tutto quello che so è che da piccolo ne ho inghiottiti diversi, di insetti, correndo con la bocca aperta o chissà in che altri modi, ma non ne ho mia ricavato un nutrimento e neppure ho capito che gusto avevano. 

Ora qualcuno prospetta gli insetti come una fonte di cibo adatta alla nostra specie. Una fonte di cibo quasi inesauribile, fonte di proteine e di tutto quello che serve per crescere e vivere bene. So che in certe parti del mondo fanno già parte delle dieta dopotutto. Ora non sono particolarmente riluttante. 

Ovviamente fino a che mi sarà possibile continuerò a nutrirmi come ho sempre fatto sino ad ora. 

Continuerò a mangiare montagne di gnocchi di patate e piatti di spaghetti. Farò incetta di formaggi e non mi leverò di dosso il vizio per i salumi. 

Ma potrei anche cominciare a scrivere una storia dove il protagonista si nutre di insetti o di un altro personaggio che fa i soldi allevando farfalle per venderle ai supermercati. 

Il tutto tanto per abituare la mia mente e condizionare forse l’inconscio ala peggio: casomai che un giorno non ci rimanga altro da mangiare. Meglio essere pronti, no? 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Immagine - “Studio di farfalla” di Nino di Mei 

 

venerdì 14 maggio 2021

Una certa cadenza dialettale

Durante gli anni in cui frequentavo le scuole superiori a Milano, e vivevo a Milano, la gente non capiva molto bene da dove provenissi. Non avevo inflessioni dialettali sfacciate che facessero capire ai miei interlocutori di dove fossi originario. Credo sia durata una ventina di anni questa caratteristica. Ultimamente, però, mi accorgo che sto recuperando una certa cadenza dialettale. 

 

Allora mi metteva un poco in imbarazzo parlare dialetto quando ero in giro per Milano

Insomma le ragazzine ti guardavano di traverso e sghignazzavano e troncavano ogni tipo di approccio sul nascere appena si rendevano conto che eri un montanaro. Mi metteva in imbarazzo chiunque parlasse dialetto ad alta voce e ci stavo lontano. 

Ricordo che una volta con mio padre e mio fratello maggiore entrammo in un bar di Milano, in attesa di visitare una fiera. Loro parlavano dialetto un po’ ad alta voce e io mi tenni in disparte quasi per non fami riconoscere. Ma mio padre era un filone e a un certo indicandomi chiese, in dialetto, se volevo mangiare un panino. Mi sarei nascosto sotto un tavolo. 

Purtroppo per un montanaro come il sottoscritto sarebbe stato facile subire sberleffi dai compagni di classe milanesi e perciò mi impegnai a fondo per togliere qualsiasi inflessione dialettale

Ci riuscii e la faccenda funzionò. 

Quando leggevo in classe ero un esempio di musicalità e bella lingua. E per diversi anni riuscii a non far trasparire le mie origini mentre tenevo lezione e corsi o in qualsivoglia situazione. Oserei quasi dire che la mia dizione era degna di un doppiatore televisivo per dirla tutta. 

Adesso però, per il fatto che lavoro molto online e che i corsi non sono più a cadenza giornaliera mi sto accorgendo di un piccolo ritorno al passato. Noto una inflessione dialettale tipica della mia zona quando parlo italiano e qualcuno me lo ha pure detto ed evidenziato. 

Naturalmente se ci penso e se mi concentro riesco ad avere una dizione uguale a quella dei tempi migliori ma spesso noto il recupero di una inflessione che avevo solo da bambino, quando parlare in dialetto era la norma. 

Devo ammettere che mai come in questi ultimi dieci anni mi sono ritrovato a riparlare il dialetto, proprio per i motivi dovuti al lavoro che lo delegano a contatti online e a discussioni molto formali e molto rare. 

Nulla di male a dire il vero, mi pareva solo giusto ricordarlo a me stesso. D’altra parte, diversamente da molti anni fa, non mi crea nessun imbarazzo questa impasse

E voi parlate dialetto e avete qualche inflessione? 

 

“Grazie per la lettura” 

 

mercoledì 12 maggio 2021

I Devo avevano ragione

I Devo avevano ragione con la loro teoria. Certo per il gruppo musicale di Akron - considerato tra i più innovativi del rock contemporaneo - la devoluzione che aveva suggerito il loro nome era frutto di uno scherzo. Secondo due dei suoi fondatori, Gerald Casale e Bob Lewis, l'umanità, invece che continuare ad evolversi, avrebbe cominciato a regredire. Per capirlo bastava osservare le problematiche e la mentalità ottusa della società americana di allora. Ritratto di quella occidentale ed europea aggiungo io. 

 

Vidi la prima volta i Devo in televisione una domenica pomeriggio di fine anni settanta. Il programma in cui apparvero era l’Altra Domenica di Renzo Arbore. Rimasi di stucco ascoltando la loro versione di Satisfaction e di Mongoloid, ma ancora di più rimasi scioccato nel vederli nelle loro tute gialle, con quegli occhiali da saldatori e soprattutto con la loro mimica sul palco. 

Ci volle ancora un anno però, prima di riuscire a trovare informazioni inerenti al gruppo sulle varie riviste specializzate. In seguito la loro musica e la stessa faccenda sul loro nome mi incuriosì e non poco. 

Negli anni ottanta i Devo sono stati tra i gruppi più amati dal sottoscritto e non troppo scherzosamente mi sento di dire qualcosa in merito al loro concetto di devoluzione. Temo che ciò che dicevano non fosse poi tanto strampalato. 

E neppure troppo scherzoso. 

Io ho la netta sensazione che con alcuni grossi movimenti sorti dopo il secondo dopoguerra, con la fine dell’ideologie del secolo scorso, con i crolli dei muri e di certi imperi, sia scomparsa pure “la voglia di fare” della controparte e sopratutto della nostra evoluta società occidentale. 

In pochi decenni è sparita la meritocrazia, e tutto è finito nel potere del denaro

Adesso non credo si possa evolvere molto con certi strumenti e con certe attitudini. 

Ogni giorno che passa mi vedo sempre più nel mezzo di una società che regredisce

Mi vedo sempre più travolto da una società che banalizza tutto e che scambia il bianco con il nero e viceversa soltanto per partito preso e senza nessuna analisi critica di fondo, e neanche per una vera necessità di sopravvivenza. 

Mi vedo sempre più nel bel mezzo di una società in devoluzione che crea problemi e problematiche dove non ci sono. 

Facciamo finta che tutto sia perfetto e che tutto vada bene. Ma in fondo in fondo la nostra immaginazione, in una società come questa, ha perso la sua forza generatrice. 

Certo, forse non è il caso di preoccuparsi. Dopotutto, neppure tra un milione di anni, torneremo a vivere sugli alberi come i nostri primi progenitori e molto probabilmente non dimenticheremo come accendere un fuoco, ma non nego che ci sono molti altri aspetti, alcuni totalmente fasulli e del tutto inutili se rapportati all’evoluzione della specie così come la natura vuole, che mi fanno rabbrividire. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Immagine - “Evoluzione umana” di Pubblico Dominio 

 

lunedì 10 maggio 2021

L'inventore del Biblioburro

A una lettura superficiale, il protagonista di questo Record Culturale, potrebbe avere anche il fascino di un personaggio uscito da un romanzo di Marquez. D’altra parte tutto è nato e ambientato in Colombia, nel paese del nobel sudamericano. Vi parlo dell’inventore del Biblioburro. Non sapete cos’è? 

 

Il Biblioburro è una biblioteca itinerante che distribuisce libri a tutti coloro che lo desiderano. I libri sono portati in giro sulla groppa di due asini: Alfa e Beto. Il programma è stato creato a La Gloria, cittadina colombiana di quindicimila abitanti, da Luis Soriano, soprannominato dai locali El profesor. 

Luis Soriano iniziò ad amare la letteratura sin da bambino e crescendo ottenne una laurea in letteratura spagnola dopo aver studiato con un professore che visitava il suo villaggio due volte al mese. 

Insegnante di scuola elementare, Soriano sviluppò l'idea del Biblioburro dopo aver assistito in prima persona al potere della lettura sui suoi studenti. 

A partire dalla fine degli anni '90, Luis Soriano iniziò a recarsi nelle comunità dell'entroterra colombiano del Mar dei Caraibi con una biblioteca portatile, le prime volte con soltanto 70 libri. 

In seguito scrisse a Juan Gossaín, giornalista e scrittore colombiano, dopo averlo sentito leggere in un programma radiofonico brani del suo romanzo La ballata di Maria Abdala. Soriano chiese a Gossaín una copia del suo libro da poter distribuire con il suo Biblioburro, una richiesta che Gossaín trasmise pure nel suo programma radiofonico chiedendo libri in omaggio dai suoi ascoltatori. 

La risposta creò una marea di donazioni di libri e la collezione di Soriano si espanse presto sino a toccare i 4.800 volumi nel 2007. 

I racconti di avventura per bambini sono rimasti un punto di forza e tra gli articoli più popolari distribuiti dal Biblioburro, ma non mancano volumi enciclopedici, romanzi bestseller e testi medici. 

Ci sono tuttavia anche momenti drammatici attorno a questa strana avventura del Bilioburro. Fatti che la rendono più che mai romanzesca. Per esempio una volta accade che una copia del romanzo Brida del 1990 di Paulo Coelho fu rubata dai banditi, quando scoprirono che Soriano non aveva soldi. 

Ora si parla addirittura di un interesse di tipo documentaristico e cinematografico attorno a questa vicenda. 

Ce lo dirà il tempo. 

Intanto annoto un altro curioso Record culturale che magari non avrà molto futuro in un mondo che corre sempre più veloce, ma che per il momento arricchisce la mia rubrica e ci regala un po‘ di romanticismo. 

Non è vero? 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Immagine - “L’attesa” di Nino di Mei 

 

Fonti: 

- Biblioburro

 

sabato 8 maggio 2021

Bloggo ergo sum

“Bloggo ergo sum”. A qualcuno potrà sembrare strana e bizzarra questa frase usata come titolo di un articolo del mio blog, ma mai come in questi anni mi sono reso conto del valore della mia reale esistenza e dei dubbi che l’attanagliano con l’attività che svolgo tramite esso. Non avete capito cosa voglio dire? Continuate a leggere. 

 

Credo che parte della locuzione di Cartesio  parafrasata nel titolo sia conosciuta un po’ da tutti. È una delle massime più famose della filosofia e suppongo sia capitato più o meno a tutti di leggerla da qualche parte. 

Ecco vi dirò che l’ho usata perché dimostra in pieno l’importanza che riveste il blog, più che per la mia attività, per la mia persona. 

Ora non è semplice spiegare tutto ciò, ma spero di riuscirci. 

Se vado un pochino indietro con la memoria credo di non aver impiegato molto tempo a rendermi conto del potenziale che possiede un blog e di quello che poteva tirar fuori da me stesso: un qualcosa di cui non ho mai avuto modo di accennare nei miei articoli passati, prima di oggi, e che è scaturito in modo potente quasi senza saperlo in questo periodo di pandemia. 

Devo ammettere che inconsciamente ho sempre associato questa attività di blogging a degli aspetti culturali e non immaginavo che potesse avere una valenza filosofica e in fondo anche un piccolo risvolto psicologico

Certo, in tutti questi anni, non ho mai smesso di usare il blog in maniera sempre più consapevole, cercando di essere di aiuto con quello che scrivevo, anche solo a me stesso. 

Non ho mai smesso di metterci impegno e umiltà in quello che trasmetto e che cerco di comunicare, anche se spesso mi ha portato a incomprensioni e a distacchi inevitabili. 

Ecco, a oggi, non c’è nulla come il blog che mi abbia permesso di capire come la retorica non sia il metodo di scrittura adatto per poter esprimere al meglio se stessi e per cercare di veicolare un messaggio nel vero senso della parola. 

Ecco perché non c’è nulla come questa enorme attività svolta con il blog che mi abbia instillato dei dubbi, a volte profondi e dolorosi, ma mai inutili. 

Ecco perché non c’è nulla come questa faticosa ma redditizia attività sul blog che mi abbia spinto a cercare la verità ancora più a fondo, indipendente da quello che succede intorno. 

Bloggo ergo sum. Bloggo quindi sono

Magari Cartesio si metterebbe a ridere, probabile. Magari potrebbe anche dirmi bravo! 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Immagine - “Cartesio” di Pubblico Dominio 

 

giovedì 6 maggio 2021

C'erano una volta le copertine sui quaderni

Forse è del tutto naturale che ci siano ancora e magari intitolare un post “C'erano una volta le copertine sui quaderni“ può sembrare un pochino fantasioso, ma abbiate pazienza non è affatto così. Seguitemi e continuate a leggere se volete capire cosa intendo. 

 

Non so con quale materiale vanno a scuola i bambini al giorno d’oggi. Una volta, in casa mia, passavano i nipotini e qualcosa potevo ricavarne, ma ormai è da molto tempo che non ho la possibilità di vederne e ovviamente non posso sapere cosa mettono nella cartella. Anzi nello zainetto. E neppure posso sapere come trattano questo materiale. 

Ecco perché mi sono lasciato prendere un pochino dalla malinconia redigendo questo post. 

Ricordo ancora la mia cartella. La cartella con l’astuccio, i quaderni a quadretti, i quaderni a righe, i libri e l’album da disegno. Oltre a vederli davanti ai miei occhi ne sento ancora l’odore. Un odore molto famigliare. 

Già, ricordo che la mia mamma ci faceva sempre rivestire e mettere una copertina su tutto quello che usavamo per la scuola. Non di quei rivestimenti in plastica che si acquistavano, noi - io e i miei fratelli - usavamo la carta presa in bottega, quella che mio padre usava per fare i pacchetti delle forbici che vendeva. 

La mia mamma, come ho già scritto, voleva dei rivestimenti su tutto. Non tergiversava. Voleva le copertine di carta sui quaderni, sui libri, sugli album da disegno. Tutto il materiale scolastico era rivestito con una una carta marroncina spessa, tendente all’arancione. 

Credo fosse un po’ un marchio di fabbrica. E suppongo che sino al primo anno delle superiori il mio materiale scolastico si presentava in quel modo. 

Ancora adesso in solaio ho parte di quel materiale. Ci sono alcuni libri e diversi quaderni rivestiti con quella copertina. È incredibile che abbiano resistito tutto questo, a parte un po’ di polvere. 

Ovviamente l’aspetto romantico va oltre al fatto che questi quaderni e questi libri con la copertina siano ancora intatti, nonostante sia passato tanto tempo. 

In questi decenni trascorsi in una cassa hanno mantenuto l’aspetto di allora. 

C’era l’amore della mia mamma in quelle copertine. 

C’era un lavoro certosino fatto con le forbici, con lo scotch - quello trasparente - e la colla. Con il ritaglio preciso della carta, le pieghe sugli angoli e poi il lavoro d’intestazione, quello che non si poteva sbagliare, pena rifare completamente la copertina e perdere di nuovo un quarto d’ora che si poteva dedicare al gioco. 

Non lo so perché, a volte, mi faccio sommergere dai ricordi e mi vengono in mente certi post. 

 

“Grazie per la lettura” 

 

Immagine - “Banco di studio” di Nino di Mei