martedì 15 ottobre 2019

Credevo che Cronache Marziane fosse un romanzo

scalia
Sin dalla prime volte che ne ho sentito parlare pensavo fosse un'opera con un inizio e una fine. Insomma credevo che Cronache Marziane fosse un romanzo. Non lo so. Pensavo fosse una storia come Fahrenheit 451. Non immaginavo fosse una raccolta di racconti, seppur - a quanto dicono - uniforme e con un tema ben preciso. Ma non si può sapere tutto a priori... 

In più di un'occasione ho manifestato sul mio blog apprezzamento per l'opera dello scrittore americano Ray Bradbury. Non esagero nel dire che è il mio scrittore di fantascienza preferito, anche perché i suoi contenuti travalicano il genere e hanno - per conto mio - più chiavi di lettura. Insomma c'è molto in quello che si legge tra le sue pagine e non mi pare corretto classificarlo come un semplice autore di genere. 

Mi ha anche ispirato molto e credo che certi miei lavori un po' fantastici (Racconto senza titolo), abbiano impresso un po' il suo modo di vedere le cose. Forse perché i suoi 34 racconti li ho letti e riletti più volte e qualche cosa ti rimane dentro, anche se non lo vuoi fare. 

Molti di questi racconti sono per me davvero straordinari, per stile, per eleganza, per contenuto, per quello che trasmettono. Penso all'Estate di Picasso

Naturalmente ho letto anche Fahrenheit 451. Forse addirittura prima dei racconti di cui ho appena fatto un accenno. 

Sono invece al punto di partenza con Cronache Marziane. So che un giorno prenderò questo testo e mi darò da fare per leggerlo. Dopotutto mi è già capitato di leggere qualche racconto di questa opera. Ma ancora non ho capito con cosa avrò a che fare di preciso. Detto in parole povere: sono dei racconti a sé stanti o sono dei racconti che lo fanno apparire più un romanzo con un inizio e una fine? 

Confesso che mi piacerebbe - sempre che siate a conoscenza del libro - avere un vostro parere spassionato. Credo di ricordare un qualcosa alla televisione, forse una serie che aveva preso spunto da questo lavoro di Bradbury, ma vado a tentoni. 

Insomma fatevi avanti... 

Fino a un istante prima era ancora l'inverno dell'Ohio, le porte chiuse, i vetri alle finestre ricoperti di brina, stalattiti di ghiaccio a frangia d'ogni tetto, bimbi che sciavano sui pendii, massaie dondolanti come grandi orsi neri nelle loro pellicce sulle vie gelate. Ray Bradbury - Cronache Marziane 


"Grazie per la lettura" 

P. S. - Non c'è Marte ritratto nell'opera a olio di Nino di Mei che ho inserito nel post, ma quel padre insieme al figlio mi trasmettono un'immagine Bradburyiana.

Il trentaduesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Martedì 15 ottobre 2019, siamo giunti al Trentaduesimo capitolo del romanzo  Il male tra gli ontani. Anche questa volta, come sempre, ho inserito in fondo al seguente articolo  il link per accedere alla post di vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Naturalmente vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Tutto è frutto di invenzione. Ogni riferimento a cose, a persone, a luoghi sono del tutto casuali e fittizi. Il prossimo capitolo, il trentunesimo sarà on line venerdì 18 ottobre. 


----- Trentaduesimo Capitolo ----- 

Il giorno seguente, dopo aver fatto colazione in albergo, andai a visitare il cascinale distrutto. Non so cosa mi aspettassi di trovare a dire il vero. Sapevo che non avrei scoperto nulla: potei entrare a curiosare tra le macerie, soltanto grazie alla presenza di un carabiniere. 

Il tetto era crollato e al posto del tavolo sul quale appoggiava la teca c’era un ammasso di calcinacci e di legna arsa. Non si poteva toccare e spostare nulla sino all’arrivo dell’agente assicurativo. C’era ancora un forte puzzo di bruciato intorno. Dedussi che il serpente non fosse sopravvissuto. Forse avrei trovato lo scheletro incollato ai resti della teca, quando avrei potuto metterci le mani. 

Più tardi chiamai Paolo e mi feci accompagnare in moto sino al maggengo. Anche in questo caso non ero sicuro del risultato, ma un monitoraggio più mirato probabilmente mi avrebbe aiutato nel lavoro nei giorni successivi. Andavano piazzate delle videocamere tra il fogliame in modo da poter fare delle registrazioni precise e accurate. Si trattava di un lavoro da eseguire al più presto. Ripercorsi per intero il tragitto di domenica, controllando con attenzione tutti i posti dove avevo visto il serpente marrone. Ci trattenemmo un paio di ore. 

Quando ritornai in paese comprai una scatola di cioccolatini in un negozio alimentare e salutai Paolo, quindi andai in albergo a cambiarmi. Poi, dopo aver parlato un poco con la signora sulle cose di sempre, mi recai al parcheggio, montai in auto e presi la strada per Gravedona. 

In ospedale trovai Dario sveglio. Era solo in una stanza del reparto e aveva una flebo nel braccio. Posai i cioccolatini sul comodino e lo osservai. La fasciatura alla testa era diversa. Il sangue nella sclera degli occhi era meno evidente. Sul letto aveva un paio di giornali di carattere locale. 

«Ho interrotto la rassegna stampa?» 

«Guarda» disse. 

La notizia che riguardava il casolare era sulle prime pagine di un quotidiano provinciale. C’erano un paio di fotografie della zona bruciata. Non so chi le avesse fatte. L’articolo diceva che l’atto vandalico era stato causato da ignoti, ma era molto vago e senza un vero approfondimento. 

«Lo avrei scritto anch’io un articolo simile» dissi. 

«Mi ha telefonato un giornalista stamattina, perché vuole avere dettagli più precisi per i prossimi giorni» disse lui. 

«Ti è tornata la memoria?» 

«Figurati! Non ricordo assolutamente nulla. Se guardo quella foto mi domando come ho fatto a uscirne vivo. Forse non volevano uccidermi.» 

«Ti hanno trovato in mezzo alla strada.» 

«Sì, me lo ha detto Loredana.» 

«A proposito non c’è?» 

«Credo sia uscita a comprare della biancheria per me: è stata qui tutta la notte.» 

«Ricordi di avermi visto ieri?» 

Sorrise. «Be’ non sono così smemorato! Sei molto gentile a venire. Sei stato molto gentile anche oggi. Ma pensa all’altro problema.» 

«Ho fatto un giro con Paolo prima di scendere: è molto bravo quel ragazzo. Mi servono le videocamere però.» 

«Sono nella mia taverna, a casa. Pronte da utilizzare. Le avevo preparate per portartele ieri mattina.» 

«Hanno detto quando ti dimettono?» 

«Forse alla fine della settimana.» 

Si girò sul letto. Era solo la testa a dolergli un poco. 

«Hai provato ad alzarti?» 

«Non ancora!» 

Entrò un’infermiera. Mi guardò e arrossì. Disse qualcosa riguardo ai cioccolatini, poi controllò il livello del liquido nel flacone. 

«Dieci minuti e ha finito!» esclamò. 

«Non ti danno da mangiare?» 

«Domani» disse l’infermiera. «Domani termina il periodo di osservazione e, se il medico dirà che è tutto a posto, gli daremo le lasagne al forno.» 

«Le lasagne le mangerei anch’io!» esclamai. 

«Non hai mangiato?» chiese Dario. 

«Non ancora! Ho fatto solo colazione.» 

L’infermiera uscì. Presi una sedia e sedetti vicino al letto. Gli spiegai cosa avevo in mente di fare. Magari avrei chiesto a Luca di salire da Treviso. Con Paolo e Luca sarei riuscito a fare tutto senza il suo supporto. Poteva prendersela comoda. Il serpente marrone aveva le ore contate. 

«Non hai saputo nulla della persona morsicata domenica?» 

«Per ora no!» 

Loredana tornò poco dopo. Aveva trascorso la notte dormendo sulla poltrona presente nella stanza. Era uscita per comprare un pigiama, delle lamette e della schiuma da barba. Quando vide i cioccolatini, sorrise e scosse il capo. 

«Come se non fosse viziato a sufficienza in questo ospedale» disse. «Ci mancavano i cioccolatini.» 

Dario prese la scatola e la studiò. Alzò il pollice della mano destra. «Domani, dopo le lasagne, ci aggiungo un paio di questi… Ora però ho bisogno da fare un riposino.» 

Ci furono diverse visite nel pomeriggio. Tornò di nuovo la sorella di Loredana. C’era anche la loro madre. Ci parlai un poco: mi apparve piuttosto scioccata per l’accaduto. Non riusciva a farsene una ragione. Voleva molto bene a Dario. Era contenta che fossi lì a dargli una mano. Mi chiese esattamente cosa facessi. Cercai di spiegarglielo. 

Verso le cinque arrivano dei colleghi di Dario. C’era molta confusione nel corridoio. Non pareva neppure di essere nella stanza di un ospedale con tutta quella gente. Un’infermiera venne a riprenderci un paio di volte. 

A un certo punto Loredana mi prese da parte. Sua sorella e sua madre stavano per andarsene e lei voleva fermarsi ancora un poco. Mi chiese se potevo portala a casa più tardi. Annuì. 

Non giunse più nessuno in seguito. Restammo in ospedale sino alle otto di sera. Non successe nulla di importante. Capimmo che non era necessario adesso fare un’altra notte. Faceva caldo quando uscimmo. 

La Strada Regina era piena di traffico e c’era molta gente che tornava dalla giornata trascorsa sul lago. Mi pareva ci fossero molti stranieri e forse sarebbe stato un agosto fortunato. Ci volle più di mezz’ora per arrivare all’imbocco per la superstrada di Lecco. Era quella la strada da prendere. 

«Ci fermiamo a cena da qualche parte?» chiesi a un certo punto. 

Feci una sciocchezza. Non avrei dovuto. Anche lei fece una sciocchezza accettando, credo. Eravamo entrambi imbarazzati senza capirne il motivo. Non ci dicemmo altro finché non ci fermammo nei pressi del ristorante dove avevo cenato qualche settimana prima. 

L’interno del locale era fresco e la signorina ci fece accomodare vicino a una finestra che dava sul fondovalle. Per la scelta dei piatti mi lasciai consigliare da Loredana. Mangiai dei ravioli con il ripieno preparato con ingredienti della zona. Bevemmo un po’ di vino e dopo un poco le cose andarono meglio. Quella sorta di strano imbarazzo era scomparso. 

«Riuscirete a catturalo, Manuel?» 

«Senz’altro.» 

«Non puoi capire quanto sia contenta che Dario sia arrivato a te: era molto preoccupato alla fine della primavera per quello che stava succedendo.» 

«Lo capisco. Adesso con un po’ di fortuna riusciremo a prenderlo.» 

«Non ce ne sono altri, vero?» 

«Non credo.» 

Feci per versarle ancora un po’ di vino, ma lei coprì il bicchiere con la mano. «Se ne bevo un altro po’ mi addormento sul tavolo. Ho fatto la notte in bianco. Forse è meglio che andiamo a casa. Ti ho rubato troppo tempo oggi.» 

«Vai tranquilla.» 

«Non avevi impegni?» 

«No!» 

«Sicuro?» 

«Sì.» 

Sorrise. «Sicuro, sicuro, sicuro?» 

Mi fermai da lei a prendere le videocamere e altro materiale tecnico: infilai tutto in uno zaino. Poi riportai l’auto nel parcheggio. Scaricai il baule, misi lo zaino sulle spalle e tornai in albergo. 

Era quasi mezzanotte. 

Presi le chiavi, salutai la ragazza e salii in camera. Mi spogliai, ordinai i vestiti sulla sedia e sistemi le scarpe sul davanzale della finestra, poi chiusi le persiane e mi adagiai sul letto. Spensi la luce. 

Mi sentivo strano. Non so cosa mi stesse accadendo. Mi sentivo strano e stupido. 

Non volevo fare sciocchezze. 

Mi domandai perché non avevo più cercato la ragazza di Lecco. Sapevo che era partita e che probabilmente quando sarebbe tornata io sarei stato a Treviso. Magari non l’avrei neppure più vista in vita mia. Chiusi gli occhi e cercai di dormire. A Dario era andata bene. Adesso nel letto di un ospedale era curato e riverito. Una volta guarito mi avrebbe aiutato a catturare il serpente marrone. Forse volevo andarmene da questo paese. 

Non volevo combinare qualche sciocchezza. 

Ripensai alla cena di poche ore prima. Non volevo pensarci ma ci pensavo. 

Non volevo fare sciocchezze ma era bello pensarci. 

Ripensavo a Loredana e ripensavo a cosa aveva detto. Mi piaceva pensare a cosa aveva detto lei. Credo le fosse piaciuto cenare con me. L’avevo vista stanca e forse adesso stava dormendo nel suo letto. Chissà come dormiva. Le donne erano protettive anche quando dormivano. La immaginavo rannicchiata su sé stessa. Mi pareva di sentire la sua voce lì nella stanza. Mi pareva fosse lì a guardare come dormivo. 

Era così che si iniziava a fare sciocchezze.  


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

lunedì 14 ottobre 2019

La lingua più vincente del premio Nobel per la Letteratura

Forse questo Record Culturale serve più che altro per omaggiare Peter Handke (di cui riporto alla fine dell'articolo la motivazione che ha spinto i giurati all'assegnazione), fresco vincitore. Non lo so. In ogni caso mi sono sentito in dovere di tirare in ballo il Nobel della Letteratura. Ho pensato di segnalare tra i miei Primati Letterari La lingua più vincente del premio Nobel per la Letteratura. Continuate a leggere... 

Mi sono cercato un Record Culturale facile facile. Si parla di lingue. Quella più vincente del Premio Nobel della letteratura. 

Già l'immagine che ho inserito la dice lunga. Ma andate avanti a leggere. 

Il primo autore di lingua inglese a vincere è stato lo scrittore Rudyard Kipling (un autore comparso molte volte sul mio blog). 

Tutto è partito nel 1907 con questa motivazione: 


“in considerazione del potere dell'osservazione, dell'originalità dell'immaginazione, la forza delle idee ed il notevole talento per la narrazione che caratterizzano le creazioni di questo autore famoso nel mondo” 

L'ultimo, al momento, è stato Kazuo Ishiguro nel 2017, autore di Quel che resta del giorno, con quest'altra motivazione: 


“che, in romanzi di grande forza emotiva, ha scoperto l'abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo” 

Nel mezzo Britannici, Irlandesi, Canadesi, Americani, Sudafricani, Australiani, Russi nazionalizzati Inglesi

Poeti nati in isole esotiche. Nomi contestati. Nomi esaltati. Scrittori famosi. Scrittori per nulla famosi. Di tutto e di più. 

Quanti ne ho letti? Per alcuni ci vorrebbe un post apposito. Per altri sul blog c'è solo l'imbarazzo della scelta. Di alcuni ho letto tutto il possibile. Di altri non sapevo neppure l'esistenza.  

Tutti però con una caratteristica comune, scrivono o scrivevano in lingua inglese. Volete sapere chi sono? 

Eccoli: 

Bob Dylan, Alice Munro, Doris Lessing,  Harold Pinter,  John Maxwell Coetzee, Vidiadhar Surajprasad Naipau, Séamus Heaney, Toni Morrison, Derek Walcott,  Nadine Gordimer, Iosif Aleksandrovič Brodskij, Wole Soyinka, William Golding, Saul Bellow, Patrick White, Samuel Beckett, John Steinbeck, Ernest Hemingway, Winston Churchill, Bertrand Russell, William Faulkner, Thomas Stearns Eliot, Pearl S. Buck, Eugene O'Neill, John Galsworthy, Sinclair Lewis, George Bernard Shaw, William Butler Yeats. 

Naturalmente l'ultimo vincitore - fresco di questi giorni -  non è padrone di questa lingua con la scrittura, ma siccome è stato lui a spingermi a redigere questo post. Ecco la motivazione che ha spinto i giurati ad assegnargli il Premio. 


“per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana” 

"Grazie per la lettura" 

Fonti: 
- Vincitori del premio Nobel per la letteratura

domenica 13 ottobre 2019

Gli spuntini letterari più apprezzati

Suppongo di aver cominciato a usare l'etichetta Spuntino letterario un anno fa con il post I maccheroni di Giovanni Boccaccio. Posso sbagliarmi ma penso a quella data perché dopo allora tutti gli articoli postati di domenica appartengono a quella particolare categoria. Prima di allora ne compaiono diversi in maniera saltuaria, segno che li ho corretti quando mi sono passati davanti. Lo devo fare con un bel po' di articoli. Oggi però segnalo quelli che sono gli spuntini letterari più apprezzati in termini di visite. 

Sapete che da tempo sono in ballo nel migliorare l'uso delle etichette. Una cosa che voglio fare consiste nel voler sostituire tutti i post creati con l'etichetta Cucina con la voce Spuntino Letterario

Una volta fatto questo non dovrò fare altro che aggiornare e sistemare la pagina statica relativa. Un lavoraccio, lo so bene. Ma qualcuno lo deve fare. 

Devo intervenire su qualcosa come 315 articoli e per ora ne ho fatto soltanto una settantina. Ma poco alla volta il lavoro prosegue e prima o poi completerò il tutto e realizzerò la pagina statica che davvero desidero. 

Intanto rivedo e rileggo vecchi articoli. Alcuni sono vecchi di anni e provo un po' di nostalgia ogni volta che mi ritornano davanti agli occhi. In alcuni casi correggo refusi, a volte correggo frasi. In alcuni casi cambio anche le immagini. In altri correggo problematiche legate più che altro all'aspetto tecniche: formattazione del testo. 

Ogni volta però trovo qualcosa che mi rende orgoglioso di aver scritto certi articoli. Ne sono così fiero che ho pensato di arricchire la tavola odierna con l'evidenziare e il segnalare quelli che al momento hanno avuto il maggior numero di letture (tra quelli che hanno l'etichette spuntino letterario). 


Non a caso ho intitolato il post I miei spuntini letterari più apprezzati. Ho ripreso i primi dieci: una top ten.

Risulta evidente il peso che hanno certi articoli legati al mondo del farwest. Articoli che hanno riscosso e riscuotono ancora molto successo. 

Dategli un'occhiata se ne siete all'oscuro. C'è tanto per riempire la pancia: e non solo dal punto di vista letterario. 

- Sur le pont d'Avignon... con Petrarca 
- Il sushi o lo sushi di J.K. Rowling 
- Gli spaghetti di Ungaretti 
- Pane, letteratura e blog 
- L'ode alla cipolla di Pablo Neruda 
- Il cibo dei nativi americani 
- Cibo Western 
- A pranzo con Kit Carson 
- Elogio della pasta 
- Cinque alimenti di cui non posso fare a meno 


"Grazie per la lettura"

sabato 12 ottobre 2019

Chiese e basiliche

Tutte e tre le opere su tela che rappresentano le chiese e le basiliche presenti in questo post sono state usate anche singolarmente per la stesura di racconti artistici (Mai stato a Roma?, Il campione e Racconti in cornice). Non avevo pensato a questo particolare sino a qualche giorno fa. Si corre ai ripari con la vetrina settimanale. 

Le tele a olio proposte in questo articolo non sono nuove su Otium. Le ho usate per dei racconti artistici (quelli citati nel paragrafo iniziale). Sembrano molto realistiche e ovviamente sono prese sul posto. Ho provato a risalire come possa essere accaduto anche se... 

Non so quando mio papà è andato a Venezia. E ovviamente non so quanto ha ritratto Piazza San Marco e la Basilica

Lui non c'è più per poterglielo chiedere. Forse negli anni settanta. Ricordo che negli anni settanta andava spesso in veneto per lavoro e magari in quelle occasioni è passato pure per Venezia. Lo ritengo assai probabile, benché non mi venga in mente un momento preciso. 


Ricordo che era invece il 1975 quando andò a Roma. Era il periodo pasquale. Fu in occasione dell'Anno Santo e fu una di quelle rare volte in cui mio papà e mia mamma si presero una vacanza. 

Ho anche delle foto che ricordano quelle giornate di inizio primavera. Passarono per Pisa, Firenze e poi Roma. Facile pensare che sia nata in quel contesto il piano di quell'opera. 

Naturalmente non poteva mancare una tela con la chiesa parrocchiale del mio paese. 


Sembra sia in atto un matrimonio, oppure abbiamo a che fare con una di quelle feste religioso che ancora rivivono nei paesini. 

Non lo so. 

Qui il discorso è più facile, tuttavia. In casa ci sono molti disegni e schizzi con le chiese premanesi in bella vista. 

D'altra parte delle chiese premanesi ho già parlato anche in un altro articolo. Ve lo linko... 

Nel paese dove sono nato ci sono tre chiese, più una sconsacrata. Una in piazza: la chiesa parrocchiale - la chiesa dove nel corso dell'anno si svolgono le funzioni religiose più importanti. Poi ce n'è una nella parte alta del paese e una in zona centrale. Ora, però, dubito che le chiese e i campanili in bianco e nero di questo post ne ritraggano qualcuna. A prima vista non sono in grado risalire ai luoghi disegnati. Li metto tuttavia in vetrina. 
Ferruccio Gianola - Chiese e campanili in bianco e nero


"Grazie per la lettura"

venerdì 11 ottobre 2019

Il trentunesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 11 ottobre 2019, siamo al Trentunesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Anche questa volta, in fondo al seguente post trovate il link per accedere alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a oggi. Vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a cose e a persone sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il trentunesimo sarà on line martedì 15 ottobre. 


----- Trentunesimo Capitolo ----- 

Albeggiava quando il fuoco fu spento. L’odore di bruciato giunse sino alla radura. Un po’ di fumo continuava a salire dietro il promontorio. Non smettemmo mai di osservare nelle tenebre. Il chiarore intermittente dei lampeggianti azionati dai mezzi di soccorso non cessò un istante e un elicottero sorvolò la zona, nella notte, varie volte. Non riuscimmo a contattare nessuno con il telefono e neppure quando più tardi ci spostammo sul sentiero che portava al maggengo il segnale risultò attivo. 

Adesso non capivo cosa fosse bruciato. Neppure Paolo riuscì a intuirlo. La zona interessata era nella parte bassa del paese ma il nostro punto di osservazione aveva la visuale coperta dagli alberi e da un costone roccioso. Per conoscere l’entità e il luogo preciso del disastro dovevamo tornare al maggengo e non avevo nessuna voglia di farlo. 

Non volevo assolutamente farlo. 

Avevo trascorso la notte all’aperto e non intendevo privarmi della possibilità di cogliere sul fatto il serpente marrone appena si fosse rimesso in attività. Sapevo che lo avrebbe fatto di primo mattino. Prima che fosse troppo caldo si sarebbe mosso. 

Avevo sonno e avrei bevuto volentieri del caffè e avrei desiderato sdraiarmi sul materasso di un vero letto e provare a dormire un poco e avere la certezza che qualcuno ti avrebbe sentito e ti avrebbe lo stesso aiutato. Insomma confidavo nel ritorno di Dario. Alla fine suggerii a Paolo di spostarsi in un luogo rintracciabile da un segnale. 

«Dario mi ha detto di non lasciarti solo. Mai!» 

«Ubbidisci!» 

«Mi uccide se ti mollo!» 

«Ci metti dieci minuti. Conosci la zona e sai dove andare. Magari qualcuno ci ha cercato.» 

Gli diedi anche il mio cellulare e lo pregai di andare. E lui non fece il guastafeste. Lo osservai salire tra gli alberi in direzione del sentiero più in alto. Quando scomparve alla mia vista, misi in ordine il campo. Arrotolai i due sacchi a pelo e li appoggiai al tronco di un albero. Controllai che sul terreno non ci fosse qualche cartaccia e altri segni della nostra notte all’addiaccio. Poi andai sulla riva del lago e mi lavai la faccia. Non c’era ancora il sole ma sentivo che sarebbe stata una giornata calda. 

Mi senti chiamare subito dopo. Scorsi Paolo ritornare di corsa. Con lui c’era un signore che avevo visto in paese con Dario. 

«È successo un casino» disse. «Hanno appiccato il fuoco al casolare di Dario: è bruciato tutto.» 

«Scherzi?» 

«Una roba assurda» disse l’altro signore. 

«Non mi state prendendo in giro!» 

«Davvero!» 

«Dario dov’è?» 

«Tutto bruciato. È stato un disastro e Dario è in ospedale.» 

«In ospedale?» 

«Già!» 

«Cosa è successo… come sta?» 

«Non lo so. Mi ha chiesto Loredana di avvisarvi il prima possibile. Non riusciva a chiamarvi.» 

«Lei dov’è?» 

«Credo sia andata in ospedale.» 

Dario era stato ricoverato presso l’ospedale di Gravedona. Pensai di andare subito a trovarlo. Prima, però, in paese, parlai con il maresciallo. Mi spiegò cosa era successo. 

Dario era stato colpito alla testa con un mattone. Era stato preso alle spalle, a tradimento, ma era stato trascinato fuori dal casolare prima che fosse appiccato il fuoco. Lo avevano trovato incosciente sulla strada mentre l’incendio divampava. Era evidente che non volevano colpire lui ma soltanto ciò che c’era nel casolare. All’interno c’era una bombola del gas ed era esplosa. Non si era salvato niente, ma il fuoco era stato spento prima che potesse espandersi alle case vicine. Era una fortuna che il casolare fosse situato in una posizione isolata. 

Adesso non si poteva entrare tra le macerie. I pompieri avevano transennato la zona e alcuni carabinieri stavano scattando fotografie e raccogliendo indizi. 

«Si sa chi può essere stato?» domandai al maresciallo. 

«Credo sia la stessa gente che ha lasciato le minacce poche notti fa.» 

«E si sa chi sono?» 

«Forse!» 

«E non potete fare niente.» 

«Senza prove non sarà facile fare qualcosa. Vedremo cosa saprà dire Dario.» 

Evitai di chiedere del serpente. Non credo fosse riuscito a salvarsi dopotutto. Un pompiere mi permise di affacciarmi sull’uscio del casolare e osservando l’interno giunsi alla stessa conclusione che mi ero fatto in precedenza. Era tutto bruciato. Il tetto era crollato e non vidi altro che un ammasso di travi e di pietre nere di fuliggine. C’era ancora dell’acqua su quello che una volta era stato il pavimento. Della teca non esisteva più nulla. 

Non mi fermai a lungo. Poco dopo andai nel parcheggio a prendere l’auto e andai sino all’ospedale. Non conoscevo la strada e non usavo l’auto dal mio ritorno da Treviso. 

Non fu per nulla facile guidare dopo una notte in bianco, visto che fu la prima volta che percorsi il tratto tra Taceno e Bellano. La strada era stretta e impervia. Imboccai lo svincolo della superstrada a Bonzeno e all’uscita di Colico seguii l’indicazione per Como. Superai i ponti sull’Adda e sul Mera, poi mi immisi sulla statale Regina. Ci volle più di un’ora di tempo e mi parve un’eternità. 

Al pronto soccorso mi dissero che Dario era ricoverato nel reparto di Neurochirurgia. Salii le scale interne dell’ospedale. Loredana era nel corridoio del reparto, davanti alla saletta dove c’erano delle macchinette per le bevande. Mi venne incontro e mi abbracciò. 

«Come sta?» le chiesi. 

«Non lo so! I medici non mi hanno ancora detto nulla di preciso: mi hanno detto che non è in pericolo di vita, ma è in sala operatoria per un ematoma.» 

«Non sei riuscita a vederlo?» 

«Lo hanno portato in elicottero. Non l’ho ancora visto!» 

Non sapevo cosa fare. «Sei qui sola?»

«Mi ha accompagnato mia sorella: è scesa da basso a telefonare. Non dovevi venire!» 

«Figurati.» 

Le strinsi una mano e l’abbracciai un’altra volta. 

«Non capisco da dove arriva questo odio!» disse. «Potevano ucciderlo!» 

«Non ci pensare. Vedrai che andrà tutto per il meglio e troveremo i responsabili.» 

Sua sorella ritornò poco dopo. Non l’avevo mai vista. Loredana me la presentò. La donna mi guardò come erano solite guardarmi la maggior parte delle donne la prima volta che mi vedevano. Poi disse qualcosa in dialetto a Loredana. Era difficile capirle e mi allontanai per non metterle in imbarazzo. 

Alla una del pomeriggio arrivò un’infermiera. L’operazione si era conclusa. Disse che il primario voleva parlare con la signora. Loredana arrossì, abbracciò sua sorella e la prese per mano. Le osservai seguire l’infermiera. Entrarono in una stanza in fondo al corridoio. 

Restai solo. Ancora una volta mi trovavo in un ospedale. Era la terza volta che ci andavo in un paio di mesi. Non mi piaceva girare per ospedali. Dario non era in pericolo di vita ma mi domandavo perché non lo portassero in una camera. Mi pareva strano tutto questo riserbo. Presi una bottiglietta d’acqua al distributore e mi avvicinai alla finestra. 

Bevvi e guardai fuori. Potevo vedere il parcheggio dove avevo l’auto. Sul fondo c’era un filare di alberi e dietro gli alberi doveva esserci il lago. Il parco non doveva essere molto distante in linea d’aria. Doveva trovarsi tra le montagne subito al di là del lago. Ma per arrivare in ospedale bisogna fare un giro piuttosto lungo. Speravo che Dario non dovesse trascorrere molto tempo in quella città. Avevo bisogno del suo aiuto e questo incidente non ci voleva. 

Finalmente Loredana tornò. L’operazione era andata bene. Dario doveva soltanto riprendersi dall’anestesia. L’incidente gli aveva provocato un forte trauma cranico ma pareva non ci fossero danni cerebrali. Aveva ripreso conoscenza prima di essere operato e questo era stato un bel segno. 

«Meno male.» 

«Non immagini come mi sentissi» disse Loredana. 

«Ti capisco. Ti hanno detto quanto si dovrà fermare?» 

«Una decina di giorni, forse soltanto una settimana. Ha la testa dura!» 

«Non possiamo vederlo?» 

«Tra poco dovrebbero portarlo in camera. Vai a mangiare qualcosa: torni dopo.» 

«Devo portarvi qualcosa?» 

«Non è necessario!» 

Lasciai Loredana e sua sorella in ospedale e andai sul lungolago della cittadina a piedi. Avevo fame ma non avevo voglia di cercare un ristorante. Trovai un bar che faceva panini e sedetti a un tavolo che guardava sulla strada e sul molo. Ordinai una birra piccola e un panino con mozzarella e pomodori. Feci un paio di telefonate ma non riuscii a parlare con chi volevo e ne fui un po’ deluso. Era lunedì e il bar era deserto e dopo che ebbi mangiato non mi importò più nulla di osservare il lago. 

Quando tornai in ospedale trovai Dario nel letto. Era in una camera a due posti ma l’altro letto era vuoto. Aveva una fasciatura attorno alla testa e gli occhi gonfi e con lividi blu. Era sveglio. Mi vide entrare nella stanza e sorrise ma non disse nulla. Aveva una flebo al braccio. 

«Mi hai fatto prendere un bello spavento» dissi. 

Dario disse qualcosa ma capii che non aveva molta voglia di parlare. Una volta finito gli effetti dell’anestesia probabilmente avrebbe sentito un bel po’ di dolori. Forse desiderava dormire per sentirli il più tardi possibile. 

Andai sulla soglia con Loredana. 

«Ha raccontato cosa è successo?» 

«Non ricorda nulla» lei rispose. 

«Gli tornerà nei prossimi giorni… Sei stanca?» 

«Un po’!» 

«Dovresti riposare anche tu.» 

«È stata una nottataccia.» 

«Lo immagino. Riposati un poco. Ci sono io se serve… Tua sorella?» 

«È uscita a comprare delle cose.» 

«Non hai mangiato ancora?» 

«Non ho fame. Tu che hai mangiato?» 

Glielo dissi. 

Loredana indicò Dario con lo sguardo. Dormiva adesso. «Ieri sera mi ha detto che avete trovato l’altro serpente.» 

«Forse abbiamo scoperto dove va a nascondersi.» 

«Bene, no?» 

Indicai Dario. «Non posso fare nulla senza di lui.» 

«Ci vorrà del tempo prima che si riprenda.» 

«Lo so!» 

Fu una giornata piuttosto pesante. Nel pomeriggio giunsero dapprima i carabinieri e poi un superiore di Dario con alcuni suoi colleghi. C’erano delle complicazioni di carattere burocratico da sistemare. Discutemmo un poco di denunce e di piani assicurativi, ma Dario non fu in grado di aiutarci. 

Prima di sera ripassò di nuovo il primario con il suo staff. Dovemmo lasciare la camera. Poi gli fecero un’iniezione e gli provarono la temperatura corporea e più tardi un’infermiera arrivò con il carrello della cena. Fu allora che sua sorella disse che sarebbe tornata a casa. 

«Ti conviene andare anche tu!» suggerì Loredana. 

«E tu?» le chiesi. 

«Mi hanno detto che posso trascorrere la notte qui!» 

«Be’ esci almeno a mangiare qualcosa prima che io vada, non hai mangiato nulla!» 

«È vero non hai mangiato nulla in tutto il giorno» aggiunse sua sorella. 

«Se esco, poi non mi fanno più entrare!» 

«Puoi passare dal pronto soccorso, non ti faranno storie!» 

Dario si addormentò e io accompagnai Loredana in una pizzeria situata sulla strada statale a un centinaio di metri dall’ospedale. Aveva bisogno di mangiare. Quando tornammo nessuno le fece storie e sali con lei le scale sino all’imbocco del reparto. Le strinsi la mani, l’abbracciai e le dissi che sarei ritornato il giorno dopo. 


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Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)