lunedì 16 settembre 2019

La serie di libri italiana più venduta al mondo

Abbiate pazienza ma scendo letteralmente dalle nuvole segnalando tra i miei record culturali settimanali La serie di libri italiana più venduta al mondo. Ne ero completamente all'oscuro ma i numeri di Geronimo Stilton, personaggio nato dalla fantasia di Elisabetta Dami non lasciano dubbi... 

Non so dove ho sentito nominare Geronimo Stilton. Forse l'ho visto in qualche pubblicità sui social o in qualche status o forse mi è capitato di vedere dei cartoni animati in televisione che lo hanno come protagonista. 

Un nome che ovviamente non mi è nuovo ma di cui sono in grado di dire molto che mi porti a risalire all'origine di questa mia conoscenza. Certo adesso non posso non ammettere che è stata un sorpresa scoprire che i suoi libri sono vendutissimi

Insomma si parla di libri tradotti in 48 lingue in gradi di aver venduto più di 33 milioni di copie in Italia e oltre 140 milioni di copie se parliamo di tutto il mondo. Numeri che lo fanno La serie di libri italiana più venduta al mondo

Be' io faccia acqua da tutte le parti. A dirla tutta non sapevo neppure che Geronimo Stilton fosse un personaggio della letteratura, frutto della fantasia della scrittrice milanese Elisabetta Dami, nato nel 2000. 

Come ho già avuto modo di dire lo credevo semplicemente un cartone animato di origine anglosassone e confesso che scoprire che in giro per il mondo ci sono tutte queste copie dei suoi libri mi lascia perplesso e confuso. Sarà per il nome, sarà per un milione di motivi che non sono in grado di elencare. Insomma non so davvero nulla. Sono davvero desolato, ma non posso aiutare nessuno quest'oggi. 

Non so nulla dei gadget che girano attorno a questo personaggio. Non so nulla sulla sua autrice. Non so nulla delle caratteristiche delle sue storie, a parte il fatto che sembrano essere destinate a fanciulli e ragazzi. Non so niente di niente. 

Non so che tipo di scrittura caratterizzi queste opere, che hanno ormai superato le duecento pubblicazioni e non so neppure da che parte cominciare a parlarne. 

Quasi mi vergogno, ma spero mi perdonerete. Spero possiate perdonare anche l'impossibilità di trovare un incipit riguardante una storia di questo personaggio, ma oggi è andata così. 

A volte succede.


"Grazie per la lettura"

Fonti: 
- List of best-selling book series 

N. B. - Sono contento, in ogni caso, di aver appreso che esiste un formaggio, prodotto in Gran Bretagna che si chiama Stilton, magari ne parlerò prossimamente in uno spuntino letterario.

domenica 15 settembre 2019

Gli spaghetti al limone di Dacia Maraini

L'ultima ricetta che ho provato a mettere sul piatto negli ultimi tempi è quella degli spaghetti al limone. Me l'ha suggerita la scrittrice toscana Dacia Maraini: si dice sia presente anche nella sua narrativa e presumo che sia uno dei suoi piatti preferiti. Non lo so con precisione. Mi piace pensarlo. Il risultato della ricetta intanto non è stato male, anche se per quanto riguarda la sua narrativa sono ancora fermo. Al momento non ho mai letto nessun libro di Dacia Maraini. 

Se non ricordo male, molti anni fa, una persona mi regalò un libro. Mi fece scegliere tra tre libri. Ne presi uno di Sepulveda, ma ricordo che tra i tre c'era anche Bagheria di Dacia Maraini. Credo sia stata la sola volta in cui sono andato vicino a uno dei romanzi della scrittrice toscana. Ma dopo allora non mi è più capitato... 

Già al momento non ho ancora letto nulla di suo. 

Però oggi, grazie a questo spuntino letterario, ho l'occasione per parlare di lei, o almeno ho l'occasione per cercare di capire cosa ne pensate dei suoi lavori e tutto perché ho scoperto in rete molte ricette che citano Gli spaghetti al limone di Dacia Maraini

Ecco, ora, riallacciandomi al paragrafo iniziale e a quanto detto sopra mi sento di dire che se la sua narrativa è deliziosa come un piatto di spaghetti al limone va sicuramente provata. Intanto la ricetta degli spaghetti al limone l'ho sperimentata. 

Ne ho preparato un piatto con poco più di cento grammi per me, l'altra sera. Mi è venuta bene e l'ho mangiata con gusto. Tanto per cominciare ho messo sul fuoco una pentola con acqua a sufficienza, quando è arrivata a bollore ho aggiunto il sale e degli spaghettini (non dico la marca per non fare pubblicità, ma sono i soliti spaghetti trafilati al bronzo che adoro). 

Mentre la pasta cuoceva, ho preparato la salsina, se così si può chiamare. In una padella aderente ho messo a sciogliere un pezzo di burro e la buccia grattuggiata di un limone, poi appena il burro si è sciolto ho aggiunto il succo filtrato di mezzo limone. Ho lasciato scaldare per un paio di minuti, nel mentre ho scolato la pasta e l'ho messa in padella. 

Ho mantecato un poco e via. 

Sì, Dacia Maraini mi ha suggerito una bella cosa, penso proprio che presto leggerò qualche suo libro. 


"Grazie per la lettura" 

Fonti: 
- Dalle pagine di un libro...

sabato 14 settembre 2019

Cinquecento metri di arte

I tre lavori presenti in questo post ritraggono dei luoghi che distano cinquecento metri in linea d'aria, forse meno, l'uno dall'altro. Case vecchie, fienili, pollai e i prati di una volta. Insomma cinquecento metri di arte, di storia, di sapori e di ricordi, per dirla tutta. Tutti risalenti allo stesso periodo. 

Il post di oggi mi porta - come successo in altri momenti - a fare l'ennesimo viaggio del tempo, ma l'arte vive anche di queste cose e queste opere di Nino di Mei mi sono letteralmente saltate addosso. Si parte dal primo disegno in bianco e nero, quello che trovate in testa all'articolo. 

Laggiù si vede casa mia. La vedete no? Proprio laggiù in fondo al disegno al centro. Era così agli inizi. Nell'estrema periferia del paese. Irriconoscibile adesso. Una casa a due piani con solaio, attaccata a quella di mio zio a un solo piano. La campagna era dappertutto e sopra e sotto c'erano orti, prati e campi coltivati. La strada era uno sterrato polveroso quasi sempre deserto, perfetto per giocare a pallone, visto che il passaggio delle auto era più che una rarità. 

Uscivi dalla porta di casa e se voltavi a sinistra imboccavi una strada che portava verso la campagna. Non bisognava camminare molto. I prati erano subito lì, diventavano i campi da gioco per noi bambini, anche se a volte, questo particolare, faceva arrabbiare qualcuno. Ma per noi era divertimento puro in ogni stagione. E il paese te lo lasciavi alle spalle senza tanti rimpianti. 


Il secondo quadro (un acquerello) ritrae invece una zona dove mia madre per anni ha avuto un orto e ha coltivato un campo di patate. 

Sì, c'era pure quello allora e non è semplice dimenticare i periodi nelle varie stagioni in cui ci si metteva mano. 

Per arrivarci ci si serviva dello stesso sentiero, si girava attorno a un promontorio e... 

Poi si attraversava un ruscello, si risaliva una rampa di qualche metro ed ecco la nostra spiaggia estiva o la nostra pista invernale, visto che con la neve quella zona si riempiva di bambini con un paio di sci, slittini, bob e via di seguito. 


Andando avanti si attraversavano quatto casolari e si arrivava all'ultima opera, quella realizzata su una tela a olio

Sulla sinistra del lavoro, in basso, c'è una pianta di amarene, magari e difficile da riconoscere ma è davvero una pianta di amarene. Adesso vi giuro che ancora adesso mi pare quasi di assaggiarle. 

Ma c'è dell'altro. Se guardate bene ci intravedete anche una fonte interrata che esiste ancora adesso, credo, anche se purtroppo non ci bevo più da molti anni. 


"Grazie per la lettura"

venerdì 13 settembre 2019

Il ventitreesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 13 settembre 2019. Siamo arrivati a il ventitreesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventiquattresimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, martedì 17 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventitreesimo Capitolo ----- 

Restammo nell’appartamento sino a sera. La vipera della morte fu catturata dal personale di un rettilario della zona giunto insieme ai disinfestatori. Il rettile si lasciò prendere senza reagire. Fu infilato in una scatola di plexiglass. Volli sapere che fine avrebbe fatto ma nessuno seppe darmi una risposta. Lasciai i miei dati a quello che mi era parso il responsabile dell’operazione e gli dissi che mi sarei fatto risentire più avanti. 

Il corpo del signor Mayer fu portato in ospedale per l’autopsia solo al termine di un’interminabile procedura burocratica. Non riuscimmo a trovare parenti e nessun altro che si occupasse di lui. Arrivò un’ambulanza per il cadavere nel tardo pomeriggio. 

Durante quelle ore non facemmo altro che cercare informazioni tra le carte che gli uomini della polizia furono in grado di perquisire. Le schede sui serpenti erano in un raccoglitore che Mayer teneva in un cassetto della vetrina in salotto. Conteneva tutta la storia dei rettili che aveva allevato nella sua esistenza. Da vent’anni trattava serpenti velenosi di ogni genere. Aveva iniziato con dei Mocassini d’acqua arrivati dall’America per finire con mettere le mani su dei velenosissimi elapidi australiani. 

«Mi chiedo come nessuno nel palazzo ne fosse informato» disse Dario. 

«Non sapevano nulla neppure di lui» dissi. 

Dario annuì. Forse capì il mio sarcasmo. Esaminammo le schede che più ci interessavano. Ora ci davano la certezza sulla specie di rettili cui davamo la caccia, ma non sul sesso e neppure sul luogo preciso dove fossero stati abbandonati. Mayer aveva registrato la data di acquisto e la data in cui li aveva liberati: “Lasciati in un bosco della zona”, diceva la scheda. C’erano allegate delle foto ma erano di scarsa qualità per poter avere maggior dettagli utili alla nostra ricerca. 

Insomma fu una giornata triste e mesta. Per me non fu per niente piacevole. 

Tornando a casa, in auto, quella sera, Dario a un certo punto mi chiese cosa avessi. 

«Non lo so. Mi riempie tutto di molta tristezza ciò che sta succedendo» risposi. 

«Credo di capire.» 

No, non credo capisse. Non gli dissi che mi sentivo terribilmente simile a Mayer. Ero un professionista conosciuto e stimato e magari - come diceva qualcuno - bravo ed esperto, ma non ero molto diverso da lui. Forse anche’io ero molto solo, ma non credo che Dario potesse capire. La tipologia stessa del mio lavoro faceva parte di scelte personali che non poteva capire. Se fossi stato morso nel mio rettilario nessuno si sarebbe accorto della mia scomparsa. Forse Luca lo avrebbe scoperto ma soltanto in determinati periodi. Sarei morto tra i miei serpenti velenosi senza che nessuno lo sapesse. Mi avrebbero trovato dopo tre o quattro giorni nelle stesse condizioni di Mayer se non peggiori. Doveva essere molto triste morire così. Pensai che sarebbe stato un brutto funerale per Mayer. Non ci sarebbe stato nessuno a piangerlo, ma forse, questo, ai morti, non importava neppure. 

Intanto erano state uccise tre persone per il morso di serpenti. Sapevo che erano letali, ma li avevo visti sempre come statistiche. Non conoscevo nessuno delle migliaia di indiani o di asiatici che ogni anno ci lasciavano la pelle nelle risaie o nella campagne monsoniche. Non pensavo di poter vedere e toccare qualcuno morto in questo modo. Durante il mio soggiorno in Africa non avevo visto nessun morto per i serpenti, ma so che c’erano stati nelle foreste e nelle zone vicine alla nostra ricerca. Ora invece erano un qualcosa di molto e molto e molto vicino alla realtà. 

Era morto un ragazzo cui avevo fasciato una gamba e a cui avevo cercato di dare coraggio. Era morto un ragazzino e avevo visto il terrore lucido negli occhi del suo amico sdraiato in un letto di un ospedale. Adesso Mayer. Anche lui era morto. Il suo odore non lo avrei dimenticato per parecchio presto. Provai a pensare a cosa lo avesse spinto a farsi mordere per morire così stupidamente. Non c’erano biglietti di scuse. Solo una condanna a se stesso. Era triste morire così. 

Giungemmo in paese tardi. Dissi a Dario che sarei andato da solo in albergo. Non volli che mi accompagnasse. Ormai conoscevo la strada e volevo restare un poco solo. Speravo di non incontrare guastafeste sul tragitto. Ci misi pochi minuti ad arrivare. 

Salutai la figlia della signora al banco, ma prima di prendere le chiavi per salire in camera, guardai verso le sale. C’era ancora gente nonostante fosse quasi mezzanotte. Non mi aspettavo tutta quelle persone in albergo. 

La signora uscì dalla cucina. «Giornata lunga!» disse. 

«Già!» 

Mi guardai ancora in giro. 

«Tranquillo, non ci sono rompiscatole!» 

«Meno male.» 

Mi osservò. «Hai mangiato?» 

«Non ancora a dire il vero, ma non ho fame.» 

«Siediti che ti preparo qualcosa!» 

«Non è necessario!» 

«Non fare storie!» 

Mi sentì picchiare sulla spalla. Mi voltai. 

«Ciao!» disse. 

Era lei. Non la vedevo da un mese: dalla domenica del Corpus Domini, più di una volta mi ero chiesto se l’avrei rivista. Adesso era lì: un po’ diversa da come la ricordavo. 

La signora le sorrise. 

«Salve signora» disse lei, poi mi guardò. «Ti ho visto in televisione, qualche settimana fa!» 

La signora sparì in cucina. 

«Già, sono famoso… Sei stata promossa?» 

«Settantadue!» 

«Un buon punteggio!» 

Alzò le spalle. «Non puntavo a cento. Mi bastava uscire.» 

«Adesso?» 

«Non ho ancora deciso. Tra dieci giorni vado in vacanza in Spagna. Non mi interessa altro al momento.» 

«Ah, vuoi bere qualcosa?» 

«No, no, sono qui con amici. Abbiamo appena finito di cenare. Siamo qui per la corsa in montagna che faranno domenica prossima. Tra poco andiamo via. Ti ho visto e ho pensato di salutarti.» 

«Sei stata gentile.»

Sorrise. «Ho ancora il tuo numero di telefono.» 

«E io non ho il tuo… In compenso ho ancora un fazzoletto che stranamente adesso non ho con me.» 

Sorrise un’altra volta. «Me lo darai un’altra volta… è guarito il tuo piede?» 

«Non mi ha più dato noie.» 

«Se penso a quei giorni. Che paura! Mi spiace per quel ragazzo e anche per il bambino. Che tragedie.» 

«Una situazione che si risolverà.» 

«Speriamo davvero! C’è un clima brutto e strano in paese e non vorrei che capitasse qualcosa durante la corsa.» 

«Andrà tutto per il meglio» dissi. 

«Sì, lo penso anch’io… alloggi in questo albergo?» 

«Sì. Ormai sono di casa.» 

«Mi piace, si mangia bene e la signora è molto gentile.» 

«Mi vizia.» 

La ragazza non disse altro. Forse senza volerlo mi fissò per un secondo in più. Ci guardammo negli occhi senza dire una parola. Arrossì e distolse lo sguardo. 

«Be’ devo andare adesso.» 

«Certo!» 

«Magari ci vediamo nei prossimi giorni.» 

«Senz’altro!» 

Mi baciò le guance tre volte: prima la sinistra, poi la destra e poi di nuovo la sinistra. La osservai mentre tornava nella sala con gli amici. Per un paio di volte spiai come per capire se mi cercasse. Sapevo che per uscire dal locale doveva passare lì davanti. Ogni tanto notavo che guardava dalla mia parte. 

Sedetti a un tavolo, ma non smisi di spiare. La signora mi portò un piatto di salumi e un quartino di vino rosso. C’era un po’ della mia sopressa. Un particolare che mi fece sentire a casa. Lei, alla fine, uscendo, passò vicino al mio tavolo. Non si fermò. Era con gli amici e mi salutò con un cenno della mano. 

Mangiai da solo e quando ebbi finito la signora sedette un po’ con me. Curiosò un poco sulla ragazza ma non fu mai effettivamente indiscreta. Le dissi come l’avevo conosciuta. La signora mi disse che ogni tanto passava nel suo locale: le pareva una ragazza per bene ed era molto graziosa. Concordai sul fatto che fosse graziosa e anche per bene. Grazie a lei almeno per un po’ avevo pensato ad altro. La donna mi domandò cosa intendessi dire. Le dissi che non avevo passato una bella giornata: anzi era stata una bruttissima giornata. Lei mi disse che lo aveva capito appena mi aveva visto entrare. Le raccontai del suicidio e della vipera della morte. Non dovevo pensarci, lei suggerì. Non potevo. Non dovevo pensarci, visto che adesso era passato. Non passavano mai certe cose, dissi. No, passavano. Ero soltanto stanco, disse la signora, una bella dormita avrebbe sistemato tutto. 

Quella notte sognai di essere a casa mia dopo tanto tempo ed ero finalmente sereno e sembrava che tutto finalmente fosse soltanto armonia e quiete e gioia e benessere e tranquillità e finalmente calma e pacatezza e distensione e che tutto fosse tornato in linea con i miei progetti finché nel sogno scoprii che uno dei miei serpenti era finito sotto il letto e nel sogno io volevo dormire ma il rettile si muoveva e lo sentivo sotto il letto e allora mi alzai e cercai di catturarlo, ma il serpente si avvolse su sé stesso e mi accorsi che aveva la faccia di Mayer e rideva. 

Mi svegliai di colpo e non potei più dormire. Pensai a cosa era successo il giorno precedente. Mi domandai cosa poteva essere accaduto nella zona se i serpenti liberati fossero stati un maschio e una femmina. Mi facevo domande e non dormivo. Alla fine capii che non aveva senso restare a letto. 

Mi alzai, feci una doccia, mi vestii e scesi da basso appena sentii un po’ di rumori. Era presto e la cucina era chiusa. Il portone dell’albergo però era spalancato e andai fuori sula strada. Faceva fresco ma la giornata sarebbe stata calda. Ora la gente cominciava ad andare al lavoro. Sentii i rintocchi delle campane. Alcuni uomini passando mi fecero un cenno di saluto. Un gatto uscì da un vicolo e andò a mettersi davanti alla porta del macellaio di fronte. 

«Manuel, vieni a fare colazione» udii. 

Era la signora. Mi domandai come potesse essere così vitale e mandare avanti l’attività solo con sua figlia e con un paio di ragazze che lavoravano saltuariamente. Doveva aver chiuso alle due di notte ed erano appena suonate le sette. Sembrava fresca come una rosa e l’albergo era pulito come se fosse appena stato inaugurato. 

Mi servì il caffè e la colazione nella prima sala da pranzo. Non c’erano altri ospiti ma la donna mi disse che per il weekend l’albergo sarebbe stato al completo. Per la gara erano in arrivo persone e atleti dall’estero. Avrebbe avuto sempre un occhio di riguardo per me, tuttavia. Mi chiese dove sarei andato a osservare la corsa. 

«Dicono che l’arrivo in piazza sia molto coinvolgente» suggerì. 

«Non lo so, a dire il vero sono un po’ preoccupato. Ne parlerò con il sindaco.» 

Mentre aspettai Dario, la signora mi mostrò un paio di articoli di giornale usciti nei giorni precedenti. Parlavano del paese e della corsa. Quest’ultima aveva messo in secondo piano gli avvenimenti per i quali mi trovavo in paese. Di morti e di rettili non si parlava più. Si attendeva molta gente e il bel tempo avrebbe favorito l’afflusso dei tifosi e degli appassionati. Sulle pagine di un quotidiano c’erano delle foto che ritraevano dei passaggi sugli alpeggi e fui contendo di non riconoscere nessun luogo. Magari il percorso era fuori dall’area in cui imperversavo i serpenti marroni. 

«Sei ancora di pessimo umore?» sentì chiedere. 

«Ciao Dario» posai il giornale sul tavolo con gli altri. «Non ho dormito molto, ma va meglio, grazie. Ho rivisto anche la ragazza di Lecco.» 

«Ma va… Era qui in albergo?» 

«Abbiamo chiacchierato un po’.» 

Dario sorrise. Mi alzai. So che avrebbe voluto chiedermi dell’altro ma non gliene diedi il tempo. Avevamo molto da fare quel giorno. Dovevamo parlare con il sindaco e rifare un giro sulle aree dove erano stati segnalati alcuni avvistamenti. Sembravano rientrare tutti in un raggio specifico ma volevo esserne certo. Volevo anche essere certo dell’arrivo degli antidoti. Gli confidai i miei dubbi rispetto al sesso dei due serpenti liberati: se fossero stati un maschio e una femmina sarebbe potuta essere la fine. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

giovedì 12 settembre 2019

Un libro per i blogger

Una delle voci che più mi ha creato problemi nella redazione di articoli in questi anni di blogging è la voce blogger. Tanto è vero che ci sono diverse etichette che la contemplano e alla fine sono tutte rivolte a quella determinata tematica. Una voce che devo convogliare in un'unica direzione e soluzione anche perché ne potrebbe uscire un libro per i blogger. 

Sul mio blog ci sono centinaia e centinaia di articoli che hanno tra le etichette la voce blogger, ma dovete capirmi: ho sempre considerato molto importante cercare di far sapere quello che ho imparato in questi anni di blogging

Una cosa che ho appreso naturalmente è quella di non buttar via nulla, o almeno buttare via il meno possibile. 

Ecco perché da un po' di tempo sto meditando di realizzare un libro dedicato espressamente ai blogger. Un libro che possa raccogliere il meglio di tutto questo sterminato lavoro. Un lavoro espressamente dedicato alla tematica e che ho pubblicato regolarmente con vari post sul blog a partire sin dai primi tempi. Molti sono post che continuano a essere letti, commentati e condivisi in rete segno che l'interesse verso di essi non è mai domo. 

Ovviamente i post non sono omogenei. Se alcuni sono acerbi, altri sono frutto di un ragionamento e di risposte che non lasciano dubbi su ciò che è scritto. Se alcuni sono frutto di esperienze acquisite dal punto di vista tecnico, altri sono invece delle pure speculazioni di carattere quasi filosofico legate a questo delizioso mondo. Se alcuni sono frutto di puntualizzazioni che sembrano quasi polemiche o satire, altri sono sensazioni e stimoli suscitati dal piacere di scrivere e di essere utili a chi vuole fare del blogging nel vero senso della parola. Ma sommati assieme sono quasi un milione di letture a livello statistico.

Insomma credo ci sia molto in questi articoli e molti di questi credo possano fare felice chi è appassionato veramente di questo mondo. 

D'altra parte dieci anni mi hanno insegnato parecchie lezioni e continuano a farlo tutt'ora e se posso trasmettere qualcosa di positivo sono ben contento di farlo. 

Sono convinto che andare a riprendere e a ripresentare in nuova veste il meglio di questo articoli possa essere estremamente prezioso

Possa essere prezioso per me e possa essere prezioso per chi mi segue e mi apprezza per quello che faccio e per quello che sono... 


"Grazie per la lettura" 

P. S. - Aggiungerò a breve nella pagina statica di Otium Project anche questo piano di lavoro.

mercoledì 11 settembre 2019

Inchieste ai confini del mare

Forse un giorno andrò a comprare un romanzo di Patrick O'Brian, autore che deve il suo successo grazie ai venti romanzi che hanno come protagonisti un capitano della Royal Navy di nome Jack Aubrey e il suo inseparabile medico di bordo e compagno di viaggio Stephen Maturin. Insomma, romanzi che sono delle vere inchieste ai confini del mare. 

Mia madre, negli ultimi anni della sua vita, so che apprezzava due film in particolare. Quando li trasmettevano in televisione stava ben attenta a non perderli. Certo non erano i soli, ma aveva una predilezione per L'ultimo dei Mohicani del 1992 diretto da Michael Mann (quello con Daniel Day-Lewis nei panni di Nathaniel "Occhio di Falco") e sopratutto Master & Commander - Sfida ai confini del mare di Peter Weir. Difficilmente si addormentava quando li proponevano in televisione. 

Con il secondo era addirittura impossibile vederla dormire perché doveva sentire la parte finale quando i due protagonisti della storia facevano quel siparietto musicale servendosi della musica di Luigi Boccherini (La Musica Notturna Delle Strade di Madrid). 

Be' meglio che vi dica la verità. Per dirla chiaramente questo post è nato pensando più che a un mio interesse nei confronto dell'autore, scrittore che in ogni caso andrò prima o poi ad approfondire, al fatto che sono due anni esatti che mia madre è deceduta. 

Perciò abbiate pazienza se questa inchiesta ai confini del mare è suscitata dal suo ricordo e più che altro sia dedicato a lei

Tuttavia siete liberi di dire la vostra riguardo all'autore, se lo conoscete. 

«Passa parola per il comandante Aubrey! Passa parola per il comandante Aubrey!» gridarono voci in sequenza sul ponte della nave ammiraglia. Voci dapprima fioche e soffocate lontano a poppa, poi sempre più forti e distinte man mano che il richiamo si allontanava dal cassero e risaliva il passavanti fino al castello, dove il comandante Aubrey, in piedi a dritta accanto alla carronata da trentadue libbre di dritta, contemplava la galera purpurea dell'imperatore del Marocco al largo del Jumper's Bastion stagliarsi contro l'imponente Rocca di Gibilterra grigia e rossastra, mentre il signor Blake, in giorni lontani gracile membro del suo alloggio degli allievi ma ormai un ufficiale alto e robusto, massiccio quasi quanto il suo comandante di un tempo, gli spiegava l'affusto di sua invenzione, un affusto che avrebbe dovuto consentire alle carronata di raddoppiare la rapidità di fuoco senza tema di ribaltamento, tiri due volte più lunghi e di una precisione estrema: un'invenzione, insomma, che avrebbe virtualmente posto fine alla guerra. 
Patrick O'Brian - Ai confini del mare 


"Grazie per la lettura"