mercoledì 23 maggio 2018

Non conosco Stephanie Plum

Per il titolo del post di oggi ho scimmiottato delle  parole prese da un aneddoto di Ernest Hemingway. Si racconta che una delle prime frasi che Papa pronunciò da piccolo fu: "Non conosco Buffalo Bill". Tanto è bastato affinché l'inchiesta odierna sulla scrittrice americana Janet Evanovich prendesse il titolo di "Non conosco Stephanie Plum"... 

Per l'ennesima volta, parlando di scrittori ricchi, devo prendere in considerazione una scrittrice, a conferma che forse il "sesso debole" non è poi così debole come si vuol far credere e ha le maggiori chances per emergere e arricchirsi nel selvaggio e crudele e invidioso e chi più ne ha più ne metta nel mondo dell'editoria. 

Infatti dopo Il momento di Veronica Roth, dopo Paula Hawkins e La ragazza che ha scritto La ragazza del treno, dopo i I vampiri di Stephenie Meyer, dopo Non sapevo esistesse Danielle Steel, senza dimenticare J. K. Rowling, oggi si parla di un'altra riccona: Janet Evanovich

Un autrice di cui non conoscevo affatto l'esistenza, ma che da alcuni fonti risulta essere una delle scrittrici più ricche del panorama mondiale, grazie sopratutto all'eroina Stephanie Plum

Un po' come disse il piccolo Ernest Hemingway riguardo a Buffalo Bill io mi trovo a dire lo stesso riguardo a questo personaggio letterario e anche riguardo alla sua ideatrice, visto che prima della stesura di questo post non ne sapevo nulla. 

Una lacuna mica da poco visto il gran numero di romanzi che la scrittrice pubblica dalla fine degli anno ottanta. Ma che ci volete fare, neppure il nome di Stephanie Plum mi ha acceso una lampadina sintomo che proprio non ne avevo mai letto nessuna avventura. 

Lo spazio è vostro. Magari qualcuno ne sa qualcosa. Dopotutto ho la netta sensazione che i suoi libri sono sì sconosciuti ai miei occhi ma non sono così sconosciuti agli occhi degli altri. Parlatemi di questa Stephanie se volete. Oppure anche di altri lavori della scrittrice. 

Un modo per conoscerla un pochino se ci è possibile. Da parte mia non posso fare molto. Non ho trovato incipit sulle sue storie, a parte, naturalmente, il seguente: 

Stare a Trenton in luglio è come abitare in un forno per la pizza: si muore di caldo, manca l'aria e abbondano gli odori... 
Janet Evanovich - Non dire quattro 



"Ringrazio tutti per la lettura" 

P.S. - Forse la foto di Buffalo Bill è un pochino fuori luogo, ma come ho già scritto non ho trovato nulla che fosse di mio gusto sulla scrittrice protagonista del post.

martedì 22 maggio 2018

I social non si usano per far numero

Sono sempre più sconcertato dalla facilità con la quale le persone ti bloccano e/o smettono di seguirti o via di questo e via di quello. La sensazione che i social facciano male a molta gente non me la toglie nessuno. E non parlo solo di facebook. I social non si usano per fare numero, se volete che rendano dovete postare contenuti e i contenuti sono cose serie. Non siamo VIP solo perché abbiamo cinquemila amici, dovremmo averlo capito. 

Pochi giorni fa sono stato bloccato da una persona in facebook. L'errore è stato mio, diversamente da come faccio solitamente ho accettato l'amicizia senza prima andare a vedere di chi si trattava. 

Purtroppo dopo un'ora, senza un cenno di avviso o, mi è giunta la richiesta di mettere il like a una delle solite pagine e il mio riflesso incondizionato ha rimosso l'amicizia. 

Già successo. 

Ma poco dopo, osservando nella cartelle di posta, ho notato di essere stato bloccato, segno che la persona probabilmente si era offesa. 

Offesa, capito? 

Da tempo non chiedo amicizie su facebook e faccio ben attenzione a chi seguo sugli altri social, ma ho delle regole ben precise su chi mi avvicina. 

Nel senso che cerco di essere molto tollerante ma sto bene attento. Insomma fate come me. Non chiedete amicizie e contatti per far numero. Non serve a niente. Scegliete bene le amicizie. 

Non siamo dei VIP se abbiamo tanti contatti e se volete risultati pratici bisogna scegliere le amicizie. 

Credo sia del tutto inutile avere nelle proprie amicizie e nei propri contatti persone che non mostrano nulla e che non interagiscono per nulla con voi. Non serve. 

Non serve avere cinquemila amici su facebook e cinquemila follower su twitter se non avete nulla da proporre. E non offendetevi se dall'altra parte non rispondono. 

Se non ci mettete la faccia non dovete fare gli offesi se non mettono il like alla vostra pagina dove non c'è scritto nulla e dove non c'è mostrato nulla. 

Non dovette fare gli offesi se non ricambiano il follow in twitter perché non avete mai postato niente di vostro sulla vostra bacheca. 

Non offendetevi se non accettano la vostra connessione su linkedin perché non avete una foto che vi ritrae o peggio ancora nessun tipo di informazione. 

La gente si stufa delle sciocchezze e del tirar tardi e non ingrossa il vostro ego se pubblicato solo sciocchezze. Non serve a nulla avere i numeri se questi numeri non hanno un vero significato. 


"Ringrazio tutti per la lettura"

lunedì 21 maggio 2018

L'inventore dell'espressione “radical chic".

Nei giorni scorsi è scomparso lo scrittore, saggista, giornalista e critico d'arte statunitense Tom Wolfe. Aveva ottantotto anni. Un'icona culturale del mondo americano con romanzi come Il falò delle vanità e protagonista del record letterario odierno: L'inventore dell'espressione “radical chic"

Credo che non sia fuori luogo usare i termini "radical chic" nei miei record culturali del lunedì. Dopotutto si tratta di una voce inventata da uno scrittore che ha lasciato il segno nel suo tempo. E chi, in fondo non conosce l'espressione "radical chic"? 

Un'espressione coniata a titolo del suo lavoro che riporto in seguito. Un'espressione che non ha bisogno neppure di troppe spiegazioni ritengo, visto che più di un volta ce la siamo trovata davanti agli occhi. Vuoi per il mondo culturale, vuoi per gli aspetti politici, vuoi per tante cose. 

Tom Wolfe l'ha usata la prima volta nel saggio Lo chic radicale e Mau-mauizzando i Parapalle pubblicato in Italia nel 1973 da Rusconi, ma ripubblicato nel 2005 con il più titolo Radical chic: il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto

Un'espressione diventata di moda o alla moda. La si sente dappertutto ormai e ognuno di noi credo che abbia incontrato nella sua vita un radical chic. Magari c'ha litigato al bar. Magari, ancora più probabile, c'ha litigato sui social. Magari siamo addirittura dei radical chic. Non so... 

Mi fermo qui: ho scritto abbastanza suppongo, d'altra parte non ho mai investigato troppo su questa espressione. Vi lascio con l'incipit del saggio incriminato

Alle due o alle tre o alle quattro del mattino, o giù di lì, del 25 agosto 1966, il giorno del suo quarantesimo compleanno, Leonard Bernstein si svegliò al buio in uno stato di totale agitazione. Gli era già capitato. La sua insonnia si manifestava spesso a questo modo. E così, fece come le altre volte. Si alzò e provò a camminare. Si sentiva frastornato. Poi di colpo ebbe una visione, un'ispirazione. Vide se stesso, Leonard Bernstein, l'egregio maestro, entrare in palcoscenico in cravatta bianca e marsina davanti a un'orchestra al gran completo. Da un lato del podio del direttore d'orchestra un pianoforte. Dall'altro una sedia con appoggiata sopra una chitarra. Lui si siede sulla sedia e prende in mano la chitarra. Una chitarra! 
Tom Wolfe - Radical chic: Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto 



"Ringrazio tutti per la lettura" 

P. S. - A parte il discorso sui radical chic, io non ho mai letto nulla di Tom Wolfe e voi?

domenica 20 maggio 2018

L'inventore del termine "piada"

Non ho sbagliato giorno. Non siamo di fronte a un Record Culturale anche se il titolo lo potrebbe ipotizzare. La domenica letteraria, come ben sapete, è dedicata agli aspetti culturali legati al cibo. Ma a volte capita di imbrogliare le carte. Un po' come oggi, perché oggi è la domenica dell'inventore del termine "piada": il poeta Giovanni Pascoli. 

Se dovessi scrivere un post (lo sto scrivendo) mettendo la piada e Giovanni Pascoli come protagonisti potrei scrivere con un flusso di coscienza all'infinito, talmente tante sono le cose che il poeta romagnolo e l'alimento romagnolo mi suscitano. 

Cominciamo con quello che è il titolo di questo post, preso a somiglianza per un record letterario come ho già scritto. 

Be' il termine piada e piadina furono coniati da Giovanni Pascoli che italianizzò la voce in dialetto romagnolo “piè”

Un particolare che forse non è a conoscenza di tutti e magari è il caso di ricordarlo quella volta che vi mettono un piadina davanti. Così tanto per sfoggiare cultura.

Ma non ci fermiamo qui, come è prevedibile. Giovanni pascoli è stato protagonista già in altre occasioni sul mio blog e pure in articolo dedicato alla cucina con Il risotto romagnolesco... 

Ma la piadina è orami stabilmente anche nella mia dieta, meno della pasta ma più della pizza. Ne ho mangiata una ieri e penso che una volta alla settimana facciano la comparsa sulla mia tavola. Detto tra noi è un cibo recente. 

Non ho amato il boom delle paninoteche e quindi potete immaginare come non andassi pazzo per un certo tipo di alimentazione. Per molto tempo ho trovato i panini caldi e le piadine un qualcosa troppo distante da una giusta alimentazione. 

Men che meno non ricordo di averle provate al mare quando ero piccolino. Cesenatico e Viserba mi ricordano molte cose ma non una piadina. 

Allora avevo bisogno di altre cose per crescere e nulla valeva come un panino al salame o la prosciutto. 

A dire il vero non sapevo neppure che il poeta Pascoli un così forte legame con la piadina sebbene, più di una volta sono stato a casa sua. 

Ma allora non avevo ancora un blog dove scrivere quello che un semplice alimento mi passasse nella testa. 



"Ringrazio tutti per la lettura" 

P.S. - La piadine credo fosse uno degli alimenti preferiti della mia mamma. Negli ultimi anni la preferiva alla pizza. Andava pazza con un'imbottitura di prosciutto cotto e mozzarella. I motivi di questa preferenza però non li conosco. 

Fonti: La cucina italiana

sabato 19 maggio 2018

Vetrina in Bianco e nero

Nino di Mei
La vetrina di questa settimana e dedicata al Bianco e nero. Mentre tiro le fila dei racconti artistici approfitto di questo sabato per postare alcuni articoli in cui ho parlato di mio padre, ma anche per aggiungere alcuni lavori realizzati in bianco e nero. Semplici disegni... 

Il due aprile di ventidue anni fa se ne andava mio padre. Ero a Venezia e stavo visitando le sale del Palazzo Ducale, quando fui avvisato della sua morte. Una data che non scorderò facilmente. Oggi lo ricordo anche con un Record Culturale legato alla grande passione che ha avuto in vita: la pittura. Sia chiaro tuttavia che il vero protagonista del post è sempre un libro, in questo caso Il primo libro d'arte della storia... 
---> Il primo libro d'arte della storia 

Non era previsto questo articolo per oggi. Poi mi è capitato sotto gli occhi il disegno a pennarello con il signore con la gerla che ho inserito e mi ha fatto riflettere. Un disegno che mi ha ricordato la fatica. Mi ha ricordato quello che diceva Francis Scott Fitzgerald a proposito della scrittura: era un po' come il lavoro di un contadino. Così mi ha ricordato la fatica che c'è anche nello scrivere dei racconti. Una bella fatica, sia ben chiaro. 
---> La fatica dei racconti 


Per queste settimane di dicembre, al sabato, non verrà pubblicato il consueto racconto artistico. Torneranno a prendersi uno spazio mirato con l'anno nuovo, visto che per questo periodo. Lo spazio per questo periodo sarà dedicato a degli articoli propriamente di vetrina, come questo Oliosutela in vetrina
---> Oliosutela in vetrina 

Non è trascorso molto tempo da quando ho iniziato a promuovere i lavori artistici di mio padre. Qualche esperto sostiene che ci vogliono però cinque anni prima di essere riconosciuti in rete. Prima insomma che ci si possa fare un nome. Non so se sia vero, intanto noto numerosi condivisioni delle opere che posto, in gruppi e in pagine di carattere artistico. Segno che stanno facendo una bella impressione. 
---> Una bella impressione 


Non è mai stato semplice far crescere le pagine facebook. Certo sino a quattro o cinque anni si andava a caso e la faccenda funzionava meglio. Si puntava sulla massa. Ci si serviva degli inviti agli amici e si aspettava di vedere spuntare il like. E spesso arrivavano senza tanti incagli. Ma ora non funziona più così. Per far crescere una pagina, occorrono altre idee. Ecco perché oggi pubblico un articolo dedicato a la pagina Nino di Mei
---> La pagina di Nino di Mei 



"Ringrazio tutti per la lettura"

venerdì 18 maggio 2018

Gli aforismi di Oscar in agenda

Tra i primi libri che ho acquistato c'è una raccolta di aforismi di Oscar Wilde. Non so neppure perché andai a recuperarlo e cosa mi spinse ad acquistare il volume: una versione tascabile che possiedo ancora adesso. Forse fui incuriosito dalle innumerevoli citazioni che comparivano sulle pagine di un'agenda che usavo allora per lavoro. 

Per molto tempo mi sono servito di un'agenda cartacea. Ogni anno, a Natale, c'era qualcuno che me ne regalava una. Magari la banca dove tenevo il conto. Oppure un collega. 

A volte erano agende preziose ma senza tanti fronzoli, limitati a una bella copertina. 

A volte invece mi capitavano tra le mani delle agende che erano come dei fumetti. Parevano oggetti per ragazzini più che altro, ma sulle pagine, ogni giorno compariva la citazione di uno o di quell'altro autore. 

Credo sia stato in questo modo che ho conosciuto Oscar Wilde e i suoi aforismi, perché nonostante il forte impatto culturale che riveste l'opera dello scrittore irlandese io non mi ero mai preoccupato dei suoi libri. 

Ero a conoscenza dello specchio usato da Dorian Gray, ma forse per una delle solite problematiche di origine scolastica non mi ero mai avvicinato. 

Però gli aforismi hanno il potere di attrarre chiunque. E passa un giorno e passa l'altro. E leggi una massima e ne leggi un'altra, capitai in una libreria e ne presi una copia. 

Ovviamente mi sono letto anche il suo romanzo più celebre e forse anche qualcosa d'altro. 

Lo studio era intriso d'uno splendido odore di rose, e quando la lieve brezza estiva frusciava tra gli alberi del giardino, dalla porta aperta penetrava il pesante profumo delle serenelle, o quello più delicato dei rosaspini. Sdraiato nell'angolo di un divano coperto di stoffe persiane, e fumando, secondo la sua abitudine, un numero indefinito di sigarette, Lord Henry Wotton poteva vedere i fiori di un'acacia, colorati e dolci come il miele, quei rami fragili che pareva potessero appena sopportare una bellezza tanto splendida; e di quando in quando l'ombra fantastica di un uccello volante si proiettava e scorreva sulle pesanti tende di seta, con una specie di fuggitivo effetto giapponese, facendogli ricordare quei pittori di Tokio, dal viso di giada pallida, che pur servendosi d'un'arte necessariamente statica, cercano di rendere il senso della velocità e del moto. 
Oscar Wilde - Il ritratto di Dorian Gray 



"Ringrazio tutti per la lettura" 

N.B. - Non ho ancora capito se questo post è stato ispirato dallo scrittore irlandese o dalla nostalgia per le agende, sulle ultime dovrei fare un post mirato.