sabato 21 aprile 2018

Sognare Picasso

Nino di Mei
Il racconto artistico di questa settimana si intitola Sognare Picasso. L'opera presa in considerazione è un olio su tela di quaranta centimetri per trenta. Un lavoro come il solito di mio padre. Un posto nella vetrina settimanale. Buona lettura. 

Dell’arte non mi era mai importato nulla in vita mia, ma quando mi svegliai all’alba ricordai di aver sognato Picasso. Il maestro voleva vendermi una natura morta con della frutta. L’aveva dipinta lui. Mi disse che aveva usato le mie arance e me l’avrebbe ceduta a un prezzo d’amico. 

Risi talmente forte che svegliai anche mia moglie. 

Lei accese la lampada sul suo comodino e mi guardò. Le raccontai il sogno, intanto mi vestii dalla mia parte della camera da letto. Quando fui pronto, spensi le luci nella stanza e andai in cucina, mentre mia moglie riprese a dormire. 

Feci colazione, poi scesi in garage, montai sul camion, avviai il motore, mi immisi in strada e andai in città a caricare la frutta e la verdura. 

Due ore e mezza dopo ero nel paese di montagna che visitavo ogni martedì. Sostavo una decina di volte nell’arco della mattinata in vari punti del luogo. Annunciavo il mio arrivo suonando una trombetta di plastica. 

La merce che trattavo era fresca e di qualità e gli affari andavano bene. Di solito svuotavo l’autocarro e facevo un bell’incasso. 

Ogni volta che mi fermavo c’erano sempre cinque o sei persone attorno al camion e facevo assaggiare le primizie prima di venderle. Spesso, qualcuno faceva gli acquisti per un’intera settimana e allora gli portavo la frutta e la verdura direttamente in casa in una cesta di legno. 

C’era anche lui quella mattina. Indossava una tuta da lavoro di quelle da meccanico. Comprò mele, kiwi, arance e verdure di stagione. 

Non mi ero mai chiesto che lavoro facesse di preciso, ma quando gli portai tutti gli acquisti in casa mi ricordai di Picasso prima ancora di posare la cassetta a terra. 

Nell’appartamento c’era odore di trementina e credo colori a olio. Non c’avevo fatto caso altre volte ma adesso restai sbalordito. 

«Non sapevo che fossi un pittore!» gli dissi. 

Luì annuì. 

«Che strano» dissi, «stanotte ho sognato Picasso.» 

«T'intendi di arte?» 

«No, Picasso è l’unico pittore che conosco… a parte te.» 

Lui sorrise. «Non sono certo come Picasso… Vuoi vedere qualche mia opera!» 

Non me la sentii di rifiutare e mi lasciai condurre nel suo atelier. La stanza era luminosa e aveva due finestre che davano sulla valle. C’erano disegni e quadri dappertutto e attrezzature che non avevo mai visto. 

Lui mi mostrò un paio di fogli con dei disegni realizzati a matita che aveva sul tavolo da lavoro. Poi aprì un armadio e afferrò un cartone. Dentro c’erano diverse tele dipinte. Ne sfilò alcune e mi esibì dei paesaggi ricchi di colore e un paio di ritratti con dei personaggi del posto. 

Poi fu il momento di una natura morta. 

Non era molto diversa da quella che avevo sognato. Ritraeva un piatto con delle arance, alcune delle quali a spicchi sbucciati. Certo non era un quadro di Picasso ma mi impressionò e non sapevo cosa dire. 

A lui non raccontai nulla, però desiderai quel lavoro. Gli chiesi quanto mi sarebbe costato. 

Era sorpreso del mio interesse. Mi disse il prezzo però aggiunse che non aveva cornici. Se avessi aspettato la settimana successiva avrebbe trovato quella giusta per il quadro. 

Gli dissi che non mi importava della cornice. Volevo il quadro e basta. Gli dissi che i sogni andavano realizzati. Potevo pagare il quadro in contanti, subito. 

Non obiettò oltre. 

Prese della carta da pacchi marrone e ne ritagliò abbastanza per poter avvolgere la tela, mentre io contai i soldi togliendo le banconote dal marsupio. Poi me la porse.

Si mise il denaro in tasca e mentre mi accompagnava verso l’uscita, notò la cesta con la frutta in terra. Indicò le arance e sorrise. «Probabilmente quelle del quadro sono tue!» disse. 


Vi voglio bene. 

Grazie.

venerdì 20 aprile 2018

Prendi i social con distacco

Nino di Mei
Ogni volta che si legge uno status o un post su un social network bisognerebbe imparare a leggerlo e a vederlo in maniera oggettiva e lasciar perdere la propria interpretazione. Non è detto che siano rivolti a noi in particolare. Anzi è molto difficile che lo siano. Bisognerebbe sapere che i social e la rete non sono adatti a gente che reagisce di petto e andrebbero presi con distacco

Nei giorni scorsi ho ricevuto un commento sarcastico a un mio post pubblicato in un gruppo di pittura su facebook. Nulla di particolarmente offensivo a prima vita, soltanto una evidente critica, da parte di un soggetto che nulla aveva a che fare con l'arte, per aver usato dei termini inglesi e degli hashtag per presentare e spiegare un'opera di mio padre

Offensivo o meno che sia, la cosa mi ha dato fastidio. 

Il commento era fuori luogo e del tutto inutile. Per il semplice fatto che chi ha commentato ha usato un giudizio soggettivo e affrettato, cosa che non andrebbe mai fatta in un social (a meno che non siamo chiamati in causa direttamente), specialmente quando non conosciamo le dinamiche e le motivazioni che stanno alla base di una pubblicazione (tanto per essere chiari il post con un testo e una foto era inserito in un gruppo pubblico con molta gente straniera). 

Non sono un santo neppure io, sia chiaro. A volte anch'io sono tentato dal giudicare in maniera soggettiva e magari con sarcasmo cose che non trovano il mio apprezzamento, ma mi trattengo. 

Avere un occhio oggettivo sulle dinamiche che ruotano in rete, in special modo quando di parla di social media, ci porta a essere più tolleranti e lucidi e a vedere oltre il semplice impatto emotivo. 

Ci porta a guardare le cose con distacco senza l'obbligo di far valere chi siamo a qualunque costo e quindi senza essere costretti a dire la nostra. 

L'oggettività ci porta a essere più selettivi e a orientare le nostre forze ed energie verso ciò che veramente ci interessa. Certo non è semplice astenersi e far vedere quando siamo migliori degli altri. Non è semplice nascondere la nostra bellezza e la nostra intelligenza. 

Non è semplice tenere a bada i nostri punti di forza, ma con un occhio oggettivo tutte queste cose possono essere veicolate e gestite con molta più maturità. 

Insomma, anche i social presi con il giusto distacco e realismo non creano danni. 

Vi voglio bene. 

Grazie.

giovedì 19 aprile 2018

Mai letto un libro di sport

Nino di Mei
Tra i numerosi libri che ho in casa non sono presenti biografie di sportivi o romanzi e saggi dedicati al mondo dello sport. Insomma non ho mai letto un libro di sport. Ora non so se si tratta di una lacuna, visto il successo che molte di queste opere ottengono. Me ne sono stati consigliati a bizzeffe in passato ma per ora sono ancora fermo al palo. 

Anni fa, dopo aver letto alcuni romanzi di David Foster Wallace ed essendomi informato un po' sulla sua biografia, fui quasi motivato e interessato ad acquistare alcuni testi, o meglio alcune biografie di carattere sportivo. La biografia di Agassi e quella di Federer per l'esattezza. 

Ero molto incuriosito dal successo che questi libri di sport ottenevano tra la gente. Vi confesso che per qualche tempo pensai davvero di recarmi in una libreria ad acquistarli, anche perché diversi miei conoscenti me ne consigliarono la lettura, ma stranamente non ci sono ancora riuscito. 

Purtroppo credo sia un qualcosa che non sento e che non mi interessa. 

Sono un grande appassionato di sport e sono pure uno sportivo dilettante, visto che se capita mi posso ancora dilettare nel fare una partita a calcio o nel mettermi a correre sui sentieri di montagna, ma da questo a leggere libri che trattato le gesta di un tennista o di un calciatore ma anche di un maratoneta ce ne passa.. 

Ora mi è capitato di leggere e di cogliere spezzoni e brani di molti uomini sportivi. A volte sono rimasto anche impressionato per la carica motivazione che alcuni di essi sanno trasmettere, ma non posso andare oltre. 

Forse perché ho la netta sensazione che questi libri siano scritti a tavolino e raccolgano un po' tutti i trucchi del mestiere dello scribacchino, avete capito no, cosa intendo? 

Perciò l'unico e vedo modo in cui mi sento di partecipare consiste nel coinvolgere voi in questa particolare inchiesta. 

Sempre che ne abbiate voglia. 

Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione più terrificante. Più totale. 
Alzo lo sguardo. Sono disteso sul pavimento accanto al letto. Adesso ricordo. Sono passato dal letto al pavimento nel cuore della notte. Lo faccio quasi tutte le notti. Giova alla mia schiena. Troppe ore su un materasso morbido sono un'agonia. Conto fino a tre, poi inizio a tirarmi su: un processo lungo e difficile. Con un colpo di tosse e un mugolio rotolo sul fianco, poi mi raggomitolo in posizione fetale, infine mi giro a pancia sotto. Adesso rimango in attesa che il sangue inizi a circolare. 
Andre Agassi - Open. La mia storia 

Vi voglio bene. 

Grazie.

mercoledì 18 aprile 2018

Il testo più sfogliato di casa

In rete posso cercare tutto quello che mi pare al giorno d'oggi. Sul web e dal web posso avere tutte le risposte che desidero. Lo sappiamo tutti, credo. Tuttavia, io, quando ho un problema a livello di geografia la prima cosa che faccio è quella di consultare l'atlante geografico. Come facevo una volta. Ancora oggi è Il testo più sfogliato di casa... 

Con la rete e il web oggi non ci scappa più nulla, almeno sul piano divulgativo. Basta aprire la pagina di un determinato motore di ricerca e si riesce a trovare una risposta alle domande più inconsuete e a tutti i nostri perché. 

Qualsiasi tematica ci sia in ballo, una risposta non manca mai, soddisfacente o meno che sia. 

Che si tratti di storia, che si tratti di una battaglia, che si tratti della biografia di uno scrittore, della trama di un romanzo, della citazione di un filosofo, della biografia di un musicista e che si tratti di cercare un quadro di un artista. 

Che si parli di medicina o di attualità. 

Che si tocchi il campo della scienza o qualsiasi altra cosa ci serva in quel momento. Tu chiedi a google e google risponde. Ma... 

Ma con la geografia io mi attacco ancora al vecchio e buon atlante, tanto che non faccio fatica a scrivere che ancora oggi è per me il testo più usato in casa. Sempre a portata di mano. Lì, senza girarci troppo attorno. 

Credo sia una fissazione che mi porto dietro da sempre. Una vecchia passione per le città del mondo. Per le etnie della terra. Per le lingue. Per la geopolitica o soltanto per tutto ciò che riguarda la geografia. 

Neanche fosse colpa di un riflesso incondizionato, ogni volta che mi assilla un dubbio a livello geografico (a trecentosessanta gradi), prima di controllare su internet, provo a vedere se uno degli atlanti geografici in mio possesso è in grado di aiutarmi. Soltanto in un secondo tempo mi faccio aiutare dal computer. 

Ma gli atlanti geografici mi hanno sempre attirato, un po' come i mappamondo, e come le cartine geografiche (meglio ancora se hanno i rilievi). Ecco, ora, mi sento anche un po' a disagio, visto che sono un pochino involuto in questo campo rispetto a quando ero un ragazzino. 

Quando conoscevo tutte le capitali del mondo e di ognuna di esse sapevo il clima, la popolazione e molte altre cose. 

Non sono più bravo come allora, ma l'atlante geografico continuo ad amarlo

Vi voglio bene. 

Grazie.

martedì 17 aprile 2018

L'ipocrisia del blogger

Su twitter c'è il brutto vizio tra gli utenti di seguire qualcuno con la speranza di essere seguiti a sua volta. Non ha importanza chi si segue e cosa comunica, l'importante è che si riesca a convincerlo a seguirti. Se poi non accade si defollowa dopo qualche giorno. Brutto sistema. Ora questa brutta pratica è seguita anche da molti blogger in giro per i blog e per conto mio contraddistingue l'ipocrisia del blogger...   

Mai come in questi ultimi quindici mesi ho sperimentato l'ipocrisia del blogger. Un comportamento che caratterizza diversi blogger e che sembra del tutto identico a certi utenti che si incontrano su twitter

Blogger che compaiono improvvisamente sul tuo blog e commentano e tessono lodi e meriti al tuo lavoro. Un metodo che si protrae per quattro o cinque post. 

Poi, una volta resosi conto che tu non restituisci la visita e i commenti, questi falsi blogger spariscono così come sono arrivati. Insomma è evidente, a questo punto, che anche le lodi non valevano nulla. Gente da cui stare alla larga... 

Purtroppo nella mia attività di blogger è successo di tutto e non immaginate la quantità di errori che ho fatto. Tuttavia ho sempre cercato di essere coerente che il progetto che aveva in mente e sono molto fiero di aver sempre mantenuto fede a questo aspetto. 

Vi confesso che mi interessa principalmente ciò che ho da dire, che poi abbia un lettore, dieci lettori, cento lettori o mille lettori è un altro discorso. 

Un simile obiettivo mi porta a dare la massima importanza a quello che scrivo, più di tutto il resto. 

Insomma il mio modo di intendere il blogging non è mai stato una ricerca affannata di gente che venisse a commentare per far numero ed è abbastanza naturale che sia molto diffidente, adesso, con chi appare all'improvviso, ti gira intorno come un avvoltoio e poi scompare quando scopre che sulla tua carogna non c'è nulla a cui possa attaccarsi. 

La mia ingenuità, all'inizio, mi portava a pensare che chi commentava lo faceva perché trovava interessante ciò che avevo scritto. Ogni volta che qualcuno commentava in maniera positiva ero fiero di quello che avevo fatto. Un po' come facevo io che mi interessavo ai blog che andavo a visitare. 

Allo stesso tempo la mia scaltrezza e l'esperienza acquisita in tutti questi anni mi permettono di riconoscere immediatamente chi non trova per nulla importante ciò che faccio ma lo trova soltanto un bisogno impellente per il proprio vantaggio e vi confesso che tra i blogger non è un caso isolato. 

Ovviamente ci sono blogger che mi commentano da anni e non sono mai andati via e a questi non posso fare altro che fargli sentire la mia gratitudine, ma se siete tra i blogger che vengono sul mio blog solo perché io devo passare dal vostro e non perché il vostro blog vale, avete sbagliato persona... ehm blogger

Vi voglio bene. 

Grazie.

lunedì 16 aprile 2018

L'inventore del termine distopia

Per distopia, nel mondo letterario, si intende un'ipotetica società dove l'inclinazione sociale, quella politica e anche quella tecnologica il più delle volte ha delle connotazioni negative. In parole povere potrebbe essere intesa come il contrario di utopia. Ora la narrativa mondiale è piena di esempi sul genere e per i record culturali odierni siamo andati a recuperare L'inventore del termine distopia

Alla fine di questo articolo c'è l'incipit di Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury: una delle più famose distopie letterarie di sempre, ma non la sola. 

L'elenco infatti è lungo. Molto lungo. 

Si parte da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift a La macchina del tempo di H.G. Wells. Da Il mondo nuovo di Aldous Huxley a i Paria dei cieli di Isaac Asimov

E poi Il signore delle mosche di William Golding, Io sono leggenda di Richard Matheson.  Sino a La strada  di Cormac McCarthy. Solo per citare alcuni titoli, tra quelli che ho letto io. 

Naturalmente ho letto anche 1984 di George Orwell, forse la distopia più celebre. 

Ora, per questo lunedì, mi sono trovato inaspettatamente tra le mani L'inventore del termine distopia

Ora, secondo l'Oxford English Dictionary, il termine distopia fu coniato nel 1868 dal filosofo britannico John Stuart Mill che lo prese a prestito dalla cacotopia di Jeremy Bentham... 

Non c'è altro da aggiungere, se non il nome e spero sia sufficiente per i Record Culturali. Se volete potete nei commenti mettere il titolo di una distospia che vi ha colpito. Insomma a mo' di sondaggio. 

Suggeritemi una distopia che dal vostro punto di vista andrebbe letta e ora come scritto all'inizio ecco l'incipit:

Era una gioia appiccare il fuoco. 
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l'uomo premette il bottone dell'accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. 
Ray Bradbury - Fahrenheit 451 

Vi voglio bene. 

Grazie. 

Fonti - Distopia