mercoledì 28 settembre 2016

Critici con i paraocchi

I commenti anonimi non bisognerebbe mai prenderli in considerazione, per motivi diversi. Non sempre si capiscono. 

A volte sono postati lì, per effettiva cattiveria, e quindi non avrebbero diritto a nessun tipo di disamina, ma in qualche caso oltre a essere spunto di ilarità permettono di fare anche qualche semplice riflessione. 

Ora vale la pena segnalarvi questo commento anonimo (che però non ho pubblicato) comparso qualche giorno fa sotto il post Racconto senza titolo


«Questo racconto fa ridere. Sembra più un prologo e poi vorrei vedere come fa un'astronave di quel genere ad atterrare a Milano senza distruggerla. Per non parlare del viaggio interstellare. Lascia perdere la scrittura, ti conviene.» 

Naturalmente è un commento che fa ridere e rende evidente come il commentatore non abbia neppure letto le quattro righe di introduzione. Ma vi confesso che una simile superficialità l'ho verificata e sperimentata anche in altre situazioni e magari in ambienti per così dire più mirati. 

In realtà i racconti e naturalmente i romanzi non andrebbero mai criticati con il paraocchi. Prima di esprimere un semplice giudizio andrebbero letti e riletti per cercare di capirne tutte le sfumature. 

Ma sopratutto i critici dovrebbero avere la cultura sufficiente per criticarlo, altrimenti è meglio che si fermi al mi piace e non mi piace o che si limiti a segnalare gli errori più grossolani se li coglie. 

Non basta saper leggere e saper scrivere per potersi permettere di esprimere giudizi sul lavoro di qualche scrittore. 

A volte dobbiamo rassegnarci a essere quello che siamo

Vi voglio bene. 

Grazie.

martedì 27 settembre 2016

Scrivere e riscrivere, cercando la perfezione

Il problema della mia scrittura? Scrivere e riscrivere, cercando la perfezione. Sta tutto lì! Ci pensavo l'altro giorno mentre redigevo il post Novel interruptus. Non mi fermerei mai di riscrivere e correggere e sistemare quello che ho scritto. 

Sono convinto che potrei andare avanti all'infinito. A volte mi capita di stare ore su una pagina solo per correggere una parola. Ecco perché le mie pubblicazioni vanno a rilento. Dopo un anno che ho scritto un lavoro, trovo sempre qual ancora qualcosa da togliere e da sistemare... 

Ora per darvi un'idea di come vedo la mia narrativa vi devo confessare che solo il Racconto senza titolo elencato nell'articolo La lista dei racconti ha raggiunto la qualità che desidero, visto che ha solo una parola per conto mio fuori posto e naturalmente il titolo, ma tutti gli altri, chi più chi meno, possono essere rifiniti togliendo ancora un bel po' di parole per ottenere l'effetto che ho in mente, e vi garantisco che prima di postarli sul blog ho eliminato un paio di cartelle per ognuno. 

Per non parlare del romanzo Il gatto che sognava di essere il delfino che  è  lì ad invecchiare neanche fosse una bottiglia di Barolo

Naturalmente ci sono anche scrittori prolifici che non si fanno prendere da dubbi artistici, ma so che molti vivono la scrittura come me. 

Mi piacerebbe così interpretare il sentire comune con qualche testimonianza. Non so cose del tipo che sapete quando e come fare a mettere la parola fine e accontentarvi di ciò che avete realizzato... 

Vi voglio bene. 

Grazie.

P.S. Naturalmente, la perfezione stilistica, non la cerco nei post quotidiani, mi basta che siano incisivi, anche se vengono lo stesso sistemati in maniera continua!

lunedì 26 settembre 2016

La frase più lunga della letteratura

Il Record Culturale di oggi mi ha esaltato. Quando Ivano Landi mi ha scritto suggerendomi di fare un post con La frase più lunga della letteratura americana mi sono brillati gli occhi. 

Il libro che Ivano mi citava è uno che conosco e che mi aveva colpito parecchio quando lo lessi ai tempi. 

Ora citarlo come primatista mi avrebbe fatto sentire in qualche modo partecipe. In effetto Scendi Mosè, nella sua parte intitolato L'orso, contiene davvero la frase più lunga della narrativa americana, ma la curiosità mi ha spinto a ricercare se lo fosse anche a la frase più lunga della letteratura

Ricordavo per esempio che la parte finale dell'Ulisse di Joyce, costituita da una frase unica creata a mo' di flusso di coscienza da Molly, la moglie del protagonista, era nettamente più lunga. 

Intanto così cercando ho scoperto che nessuno dei due grandi scrittori si può fregiare di questo titolo perché appartiene al romanzo La banda dei brocchi di Jonathan Coe, con una frase che conta ben 13.955 parole

L'incipit che segue è comunque molto più breve. 

In una notte nera, sotto un cielo sereno e pieno di stelle, nella città di Berlino, nell'anno 2003, due giovani stavano cenando insieme. 
Si chiamavano Sophie e Patrick. Si erano incontrati quel giorno per la prima volta. Sophie stava visitando Berlino con sua madre, Patrick con suo padre. La madre di Sophie e il padre di Patrick si erano frequentati per un po', parecchio tempo prima; niente di speciale, però . Per qualche tempo, quando andavano ancora a scuola, il padre di Patrick era stato addirittura innamorato della madre di Sophie, ma erano passati ventinove anni dall'ultima volta che si erano scambiati qualche parola. 
"Secondo te dove sono andati?" domandò Sophie. 
"In giro per locali, probabilmente. Da qualche parte dove suonano techno." 

Vi voglio bene. 

Grazie. 

Fonte: Panorama

domenica 25 settembre 2016

Mangiare da soli

«Mangiare da soli ci dà la sensazione di una solitudine particolare, a volte penosa. Invece, nel condividere cibo e bevande, penetriamo nel cuore della nostra condizione socioculturale. Le implicazioni simboliche e materiali di quell'azione sono quasi universali: comprendono il rituale religioso, le strutture e le divisioni dei ruoli fra i sessi, il campo erotico, le complicità e gli scontri politici, le opposizioni giocose o serie nel discorso, i riti del matrimonio o del lutto.» 

Oggi, il mio post domenicale dedicato al cibo, ha preso spunto da questo paragrafo dello scrittore e saggista francese George Steiner, ma vi dico subito che non voglio fare una disquisizione filosofica su di essa. 

Dopotutto la condivido sino a un certo punto questa frase anche perché il sottoscritto in alcuni casi ha mandato avanti il classico adagio "mi sono sentito più solo nella folla che quando lo sono realmente"

In realtà, esclusa la fase adolescenziale, non sono un tipo che soffre di solitudine. Per lavoro mi sono trovato spesso a trascorrere giornate e settimane da solo, anche in giro per il mondo e vi devo confessare che non mi sono mai sentito a disagio. 

Però il mangiare da soli (attenzione non il mangiare  soli) merita un approfondimento. Se mangio da solo al ristorante mi comporto esattamente come se fossi in compagnia. Ordino e mangio in base alla fame che mi ritrovo. Nessun imbarazzo. 

Anzi a volte situazioni del genere mi permettono di sedermi al tavolo di qualche locale che magari eviterei in altre situazioni. Penso in Galleria a Milano. All'Harry's Bar a Venezia. Al Ka.De.We di Berlino. Un altro posto a Edimburgo. Un altro ancora a Barcellona.

Mangiare da soli ti permette di non discutere per il prezzo del menù e anche per la stessa qualità del menù.  

Lo stesso succede a casa. In pochissime occasioni ho rinunciato a cucinare e ad apparecchiare la tavola: a volte mi vengono dei piatti davvero deliziosi

Certo mi sono accontentato anche di una semplice Caprese o di un piatto di affettati, quando non un semplice panino, ma ho anche sperimentato cose più laboriose. 

Ma adesso passo a voi il piatto... 

Vi voglio bene. 

Grazie.

sabato 24 settembre 2016

Good bye summer

Ciao estate, good bye summer: l'ennesima stagione che si chiude sul mio blog e un riepilogo di quello che è successo nelle giornate di sabato per la vetrina

Una vetrina che sta cercando di acquisire una nuova fisionomia con delle segnalazioni e dei servizi non soltanto mirati al mondo dei libri e dell'editoria. 

C'è ancora molto da fare. Tuttavia e già deciso che i guest Post e le interviste si serviranno in seguito di questo apposito spazio. 

Avere una giornata a disposizione ben precisa mi permette di essere più professionale e di pianificare e vagliare con più accuratezza i contenuti e le proposte di segnalazione che mi continuano a giungere. 

Intanto certe scelte mi hanno un po' auto sabotato i tre mesi estivi e in alcuni casi mi sono dovuto inventare al volo gli articoli

Ma un po' alla volta, sebbene poco alla volta, anche la pagina facebook ritorna a salire e state certi che presto ne vedremo delle belle. 

Nel frattempo un promemoria, frutto di giornate calde e luminose. 

La lista dei miei racconti 
Scrivere: corso di scrittura in vetrina 
Come scrivere un messaggio di posta elettronica 
Libri da rileggere 
Vi piace la minestra riscaldata? 
Le vetrine più commentate 
Il nuovo aspetto delle pagine facebook 
Il confine dell’ombra, il nuovo thriller di Gianluca Arrighi 
Le mie inchieste 
Cosa serve un social senza amici 
Dieci cose su Ernest Hemingway 
Le forbici di Gjdan in vetrina 

Vi voglio bene. 

Grazie.

venerdì 23 settembre 2016

Novel interruptus

Non sorridete per il titolo Novel interruptus usato oggi. 

Mi è venuto così e ho giocato un po' con le parole. 

Voglio parlare della mia vita di romanziere (non di quella sessuale), per il momento piena di lavori ancora da pubblicare. 

Oltre a qualche cinquantina di racconti, ho scritto sei romanzi e un saggio. Li illustro in questo post. 

Di qualcuno vi racconto che fine hanno fatto. Di altri vi metto i link che parlano dello stato dei lavori sul blog e magari l'incipit

A me serve per non dimenticare tutto quello che ci sta dietro. 

La porta del trionfo 
Questo era il primo romanzo che ho scritto. Era una space opera a metà tra Guerre stellari e I promessi sposi. Dico era perché ho buttato via tutto. 

Pata negra 
Un romanzo che ho scritto nei primi anni novanta, ma troppo biografico e credo che userò parte di questo contenuto per altre occasioni. 

Il male tra gli ontani (manca l'editing) 
C'è qualcosa sul blog è l'incipit in seguito: 
Quando per lavoro partecipavo a qualche rassegna mi divertivo un mondo a intimidire i bambini che visitavano il mio stand. Gli raccontavo storie mirabolanti sui serpenti che esponevo e non immaginate che piacere provavo nel vederli farsela addosso per il terrore. Doveva essere un qualcosa di innato nella mia intima natura un simile atteggiamento, perché lo facevo tutte le volte. Così anche quella volta, in fiera a Milano, durante un’edizione di Reptilia, non avevo affatto intenzione di comportarmi diversamente. 

Wichasa (manca l'editing) 
Non ho mai accennato a questo lavoro sul blog. Ecco l'incipit
Non sapevo che vicino a Bresso ci fosse un locale pubblico che produceva birra artigianale. Non sapevo neppure che una volta la settimana, nelle sale di questo locale, ci ballassero la line-dance i cowboys di Milano e della Brianza. A dirla tutta, neanche pensavo di capitarci in una calda e afosa sera di fine settembre per causa di una deliziosa ragazza conosciuta al mare durante le vacanze. Ma cosa volete che vi dica: le sorprese, il più delle volte, sono appena dietro l’angolo. 

Noi siamo senza Dio 
Trovate una  dozzina di capitoli sul blog
L'ho interrotto perché non sono convinto del finale, aspetto che mi venga qualche idea. 

Il gatto che sognava di essere un delfino 
Di questo sapete tutto! 

E per finire Il saggio sui serpenti, anche di quello sapete tante cose, benché per il momento sia a metà strada.  

Vi voglio bene. 

Grazie.