martedì 24 aprile 2018

Mai sentito Percy Jackson?

Non so se tra qualche decennio Rick Riordan avrà il peso letterario di Ernest Hemingway o di Stephen King. Non ne ho idea e non riesco a immaginarlo, siccome nel mio caso è un nome del tutto nuovo e non posso perciò esprimere giudizi. Mi è nuovo d'altra parte il personaggio di Percy Jackson, colui che gira nella sua saga. E voi mai sentito Percy Jackson? 

Ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo nel campo letterario. Non c'è mai fine alla lista di nomi e di titoli che ti passano davanti agli occhi. Naturalmente non so se queste scoperte fanno bene o sono soltanto cose che lasciano il tempo che trovano. 

Non so se sono utili soltanto a riempire un post, con la speranza che questo possa attirare un po' di curiosità e un po' di interazioni. 

Settimana scorsa mi è uscito il nome dello scrittore americano Rick Riordan, un insegnante d'inglese, poco più che cinquantenne, che in pochi anni è diventato uno degli autori più ricchi del mondo con la saga fantasy Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo

Adesso, già la voce fantasy, dovrebbe farvi capire del perché esiste un'estraneità e un'ignoranza da parte mia nei confronti di questo scrittore. Ma credo sia più che mai necessario segnalarlo e farne una specie di inchiesta. 

So che ci sono milioni di lettori in giro per il mondo che conoscono i libri della saga, perché negarci la speranza che alcuni di loro non siano anche lettori di questo blog. Perché negarci la speranza che qualcuno possa dirmi di più riguarda alle gesta di Percy Jackson, del suo essere semidio. 

Una saga composta da cinque romanzi: Il ladro di fulmini, Il mare dei mostri, La maledizione del Titano, La battaglia del labirinto, Lo scontro finale, oltre che a una serie di libri considerati libri supplementari. 

Io come ho già scritto non ne so nulla. Ho trovato il nome di questo autore soltanto settimana scorsa. Per aiutarmi ho trovato l'incipit del primo romanzo della saga, ma non mi sono fermato a leggere recensioni di sorta in giro. So che ci sono addirittura dei film tratti dalla saga e poi chissà che altro ancora, ma cedo a voi la parola... scritta. 

Come al solito ci spero: 

“Non ho scelto io di essere un mezzosangue. Se state leggendo questo libro perché pensate di poterlo essere anche voi, vi do un consiglio: chiudetelo all’istante.” 
Rick Riordan - Il ladro di fulmini 


Vi voglio bene. 

Grazie.

lunedì 23 aprile 2018

L'inventore del termine "Ucronia"

Settimana scorsa per i record culturali ho parlato di distopia, oggi vi cito un termine molto simile, l'ucronia. Dunque nell'articolo vado a menzionare L'inventore del termine "Ucronia".    

Non in tutte le lingue si usa il termine Ucronia, il mondo anglosassone tende a classificare i racconti e i romanzi costituiti da situazioni in cui uno o più eventi storici si verificano in modo diverso da come effettivamente sono andati come Storia alternativa

A volte sono abbreviati in AH

Ora questo genere di storie contengono solitamente scenari "e se..." che escono in punti cruciali dello sviluppo del racconto, tali da rendere diverso la storia che conosciamo. 

Per esempio è ucronico domandarsi come sarebbe l'Italia se ci fosse ancora il fascismo e se non ci fosse stata la seconda guerra mondiale. 

Sarebbe ucronico domandarsi come sarebbe l'America se fosse stato scoperta e colonizzata dalle legioni romane

Sarebbe ucronico domandarsi come sarebbero gli Stati Uniti se avessero vinto i confederati

Insomma i "se" che mette a disposizione la storia sono senza fine e potremo andare avanti molte volte e in svariati modi. 

Ora l'inventore del termine Ucronia, ovvero colui che lo ha coniato, utile per questo record letterario settimanale, è stato il filosofo francese Charles-Bernard Renouvier.

Ritornando sul tema, bisogna dire che  sono diverse le ucronie nella narrativa, anche tra grandi scrittori. 

Tra i maggiori scrittori di ucronie ricordiamo Philip K. Dick (La svastica sul sole, 1962), Harry Turtledove (i cicli di Invasione e Colonizzazione, 1994-2004), Robert Harris (Fatherland, 1992). 

Sotto certi aspetti credo sia ucronico anche questo mio breve racconto di qualche anno fa: 

Una mattina tre piccole navi gettarono l’ancora nella baia di fronte alla spiaggia. Dopo alcune ore, fecero sbarcare diversi uomini. Erano vestiti in modo sgargiante e con armature luccicanti. 
Alcuni di loro portavano delle strane croci e dei vessilli colorati. Sembravano senza paura. 
Gli andammo incontro impavidi. 
Il fatto di presentarci nudi e con tutte quelle piume in testa, li illuse e li rese presuntuosi. 
Uno di loro – il capo, credo – s’inginocchiò, baciò la sabbia e recitò una nenia in una strana lingua. 
Mio padre, probabilmente, li avrebbe accolti in pace e con accondiscendenza, ma uno degli uomini stranieri sguainò una spada per errore e dalle palme partì un raggio laser che disintegrò la testa dello sfortunato. 
Fu la scintilla. 
Nel parapiglia che ne scaturì, facemmo una strage e con le nostre armi superiori li uccidemmo tutti in pochi secondi. Le tre navi nella baia cercarono allora la fuga scegliendo un varco nella barriera corallina, ma furono affondate dal nostro sommergibile che controllava la costa. 
Tutto qui. 
- Dal diario di un indiano Taino: 12 ottobre 1492 


Vi voglio bene. 

Grazie. 

Fonti - Ucronia

domenica 22 aprile 2018

Il cibo senza qualità

Vienna è tra le città estere che più ho visitato. Viene subito dopo Barcellona e Madrid, ma prima di Praga e Berlino. Ci sono stato sei volte. Vienna è pure una delle città - per me - più suggestive dal mero punto di vista letterario, non a caso ho scimmiottato il titolo di questo post con il titolo dell'opera di uno dei suoi figli e scrittori più illustri. 

Sono partito scimmiottando un titolo di Robert Musil, L'uomo senza qualità ma non pensate che a Vienna il cibo sia senza qualità. Tutt'altro. In tutte le occasioni che sono passato nella capitale austriaca ho sempre messo d'accordo anche la pancia, oltre all'aspetto culturale. 

Tempo fa ho anche scritto un romanzo ambientato in gran parte sulle vie del centro di Vienna, speravo di trovarne un pezzo da aggiungere ma non ricordo dove l'ho messo. 

So comunque che in questo romanzo incompiuto ci sono descrizioni del Graben dove il protagonista e io narrante della storia mangiava una Wiener Schnitzel e beveva Gespritzt in uno dei locali nei pressi del Duomo di Santo Stefano

Ma non manca in un altro momento una bancarella che vende wurstel, birra e pane al sesamo proprio sulla piazza. Scene che ricordo molto bene e che ho immortalato nella scrittura. 

Una volta, in primavera, nei dintorni di Vienna ho mangiato degli asparagi con un soufflé che si scioglieva in bocca. Ma ricordo anche dei piatti di gulash e dei canederli, magari non sul Graben.  

Ora non so se l'autore che ho preso come riferimento per citare Vienna, abbia parlato nei suoi libri di cibo. Non ho trovato voci di questo tipo da usare come fonti. Mi sono divertito così. 

Non so cosa ne pensate, adesso. Se lo conoscete. Per me ha un fascino particolare, come ha un fascino particolare la cultura che rappresenta, è sempre bello pensare a Vienna

Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell'anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d'agosto dell'anno 1913. 
Robert Musil - L'uomo senza qualità 

Vi voglio bene. 

Grazie.

sabato 21 aprile 2018

Sognare Picasso

Nino di Mei
Il racconto artistico di questa settimana si intitola Sognare Picasso. L'opera presa in considerazione è un olio su tela di quaranta centimetri per trenta. Un lavoro come il solito di mio padre. Un posto nella vetrina settimanale. Buona lettura. 

Dell’arte non mi era mai importato nulla in vita mia, ma quando mi svegliai all’alba ricordai di aver sognato Picasso. Il maestro voleva vendermi la tela di una natura morta con della frutta. L’aveva dipinta lui. Mi disse che aveva usato le mie arance e me l’avrebbe ceduta a un prezzo d’amico. 

Risi talmente forte che svegliai anche mia moglie. 

Lei accese la lampada sul suo comodino e mi guardò. Le raccontai il sogno, intanto mi vestii dalla mia parte della camera da letto. Quando fui pronto, spensi le luci nella stanza e andai in cucina, mentre mia moglie riprese a dormire. 

Feci colazione, poi scesi in garage, montai sul camion, avviai il motore, mi immisi in strada e andai in città a caricare la frutta e la verdura. 

Due ore e mezza dopo ero nel paese di montagna che visitavo ogni martedì. Sostavo una decina di volte nell’arco della mattinata in vari punti del luogo. Annunciavo il mio arrivo suonando una trombetta di plastica. 

La merce che trattavo era fresca e di qualità e gli affari andavano bene. Di solito svuotavo l’autocarro e facevo un bell’incasso. 

Ogni volta che mi fermavo c’erano sempre cinque o sei persone attorno al camion e facevo assaggiare le primizie prima di venderle. Spesso, qualcuno faceva gli acquisti per un’intera settimana e allora gli portavo la frutta e la verdura direttamente in casa in una cesta di legno. 

C’era anche lui quella mattina. Indossava una tuta da lavoro di quelle da meccanico. Comprò mele, kiwi, arance e verdure di stagione. 

Non mi ero mai chiesto che lavoro facesse di preciso, ma quando gli portai tutti gli acquisti in casa mi ricordai di Picasso prima ancora di posare la cassetta a terra. 

Nell’appartamento c’era odore di trementina e credo colori a olio. Non c’avevo fatto caso altre volte ma adesso restai sbalordito. 

«Non sapevo che fossi un pittore!» gli dissi. 

Luì annuì. 

«Che strano» dissi, «stanotte ho sognato Picasso.» 

«T'intendi di arte?» 

«No, Picasso è l’unico pittore che conosco per nome… a parte te, adesso.» 

Lui sorrise. «Non sono certo come Picasso… Vuoi vedere qualche mia opera!» 

Non me la sentii di rifiutare e mi lasciai condurre nel suo atelier. La stanza era luminosa e aveva due finestre che davano sulla valle. C’erano disegni e quadri dappertutto e attrezzature che non avevo mai visto. 

Lui mi mostrò un paio di fogli con dei disegni realizzati a matita che aveva sul tavolo da lavoro. Poi aprì un armadio e afferrò un cartone. Dentro c’erano diverse tele dipinte. Ne sfilò alcune e mi esibì dei paesaggi ricchi di colore e un paio di ritratti con dei personaggi del posto. 

Poi fu il momento di una natura morta. 

Non era molto diversa da quella che avevo sognato. Ritraeva un piatto con delle arance, alcune delle quali a spicchi sbucciati. Certo non era un quadro di Picasso ma mi impressionò e non sapevo cosa dire. 

A lui non raccontai nulla, però desiderai quel lavoro. Gli chiesi quanto mi sarebbe costato. 

Era sorpreso del mio interesse. Mi disse il prezzo però aggiunse che non aveva cornici. Se avessi aspettato la settimana successiva avrebbe trovato quella giusta per il quadro. 

Gli dissi che non mi importava della cornice. Volevo il quadro e basta. Gli dissi che i sogni andavano realizzati. Potevo pagare il quadro in contanti, subito. 

Non obiettò oltre. 

Prese della carta da pacchi marrone e ne ritagliò abbastanza per poter avvolgere la tela, mentre io contai i soldi togliendo le banconote dal marsupio. Poi facemmo lo scambio: gli diedi i soldi e lui mi porse la tela.

Si mise il denaro in tasca e, mentre mi accompagnava verso l’uscita, notò la cesta con la frutta in terra. Indicò le arance e sorrise. «Probabilmente quelle del quadro sono tue!» disse. 


Vi voglio bene. 

Grazie.

venerdì 20 aprile 2018

Prendi i social con distacco

Nino di Mei
Ogni volta che si legge uno status o un post su un social network bisognerebbe imparare a leggerlo e a vederlo in maniera oggettiva e lasciar perdere la propria interpretazione. Non è detto che siano rivolti a noi in particolare. Anzi è molto difficile che lo siano. Bisognerebbe sapere che i social e la rete non sono adatti a gente che reagisce di petto e andrebbero presi con distacco

Nei giorni scorsi ho ricevuto un commento sarcastico a un mio post pubblicato in un gruppo di pittura su facebook. Nulla di particolarmente offensivo a prima vita, soltanto una evidente critica, da parte di un soggetto che nulla aveva a che fare con l'arte, per aver usato dei termini inglesi e degli hashtag per presentare e spiegare un'opera di mio padre

Offensivo o meno che sia, la cosa mi ha dato fastidio. 

Il commento era fuori luogo e del tutto inutile. Per il semplice fatto che chi ha commentato ha usato un giudizio soggettivo e affrettato, cosa che non andrebbe mai fatta in un social (a meno che non siamo chiamati in causa direttamente), specialmente quando non conosciamo le dinamiche e le motivazioni che stanno alla base di una pubblicazione (tanto per essere chiari il post con un testo e una foto era inserito in un gruppo pubblico con molta gente straniera). 

Non sono un santo neppure io, sia chiaro. A volte anch'io sono tentato dal giudicare in maniera soggettiva e magari con sarcasmo cose che non trovano il mio apprezzamento, ma mi trattengo. 

Avere un occhio oggettivo sulle dinamiche che ruotano in rete, in special modo quando di parla di social media, ci porta a essere più tolleranti e lucidi e a vedere oltre il semplice impatto emotivo. 

Ci porta a guardare le cose con distacco senza l'obbligo di far valere chi siamo a qualunque costo e quindi senza essere costretti a dire la nostra. 

L'oggettività ci porta a essere più selettivi e a orientare le nostre forze ed energie verso ciò che veramente ci interessa. Certo non è semplice astenersi e far vedere quando siamo migliori degli altri. Non è semplice nascondere la nostra bellezza e la nostra intelligenza. 

Non è semplice tenere a bada i nostri punti di forza, ma con un occhio oggettivo tutte queste cose possono essere veicolate e gestite con molta più maturità. 

Insomma, anche i social presi con il giusto distacco e realismo non creano danni. 

Vi voglio bene. 

Grazie.

giovedì 19 aprile 2018

Mai letto un libro di sport

Nino di Mei
Tra i numerosi libri che ho in casa non sono presenti biografie di sportivi o romanzi e saggi dedicati al mondo dello sport. Insomma non ho mai letto un libro di sport. Ora non so se si tratta di una lacuna, visto il successo che molte di queste opere ottengono. Me ne sono stati consigliati a bizzeffe in passato ma per ora sono ancora fermo al palo. 

Anni fa, dopo aver letto alcuni romanzi di David Foster Wallace ed essendomi informato un po' sulla sua biografia, fui quasi motivato e interessato ad acquistare alcuni testi, o meglio alcune biografie di carattere sportivo. La biografia di Agassi e quella di Federer per l'esattezza. 

Ero molto incuriosito dal successo che questi libri di sport ottenevano tra la gente. Vi confesso che per qualche tempo pensai davvero di recarmi in una libreria ad acquistarli, anche perché diversi miei conoscenti me ne consigliarono la lettura, ma stranamente non ci sono ancora riuscito. 

Purtroppo credo sia un qualcosa che non sento e che non mi interessa. 

Sono un grande appassionato di sport e sono pure uno sportivo dilettante, visto che se capita mi posso ancora dilettare nel fare una partita a calcio o nel mettermi a correre sui sentieri di montagna, ma da questo a leggere libri che trattato le gesta di un tennista o di un calciatore ma anche di un maratoneta ce ne passa.. 

Ora mi è capitato di leggere e di cogliere spezzoni e brani di molti uomini sportivi. A volte sono rimasto anche impressionato per la carica motivazione che alcuni di essi sanno trasmettere, ma non posso andare oltre. 

Forse perché ho la netta sensazione che questi libri siano scritti a tavolino e raccolgano un po' tutti i trucchi del mestiere dello scribacchino, avete capito no, cosa intendo? 

Perciò l'unico e vedo modo in cui mi sento di partecipare consiste nel coinvolgere voi in questa particolare inchiesta. 

Sempre che ne abbiate voglia. 

Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione più terrificante. Più totale. 
Alzo lo sguardo. Sono disteso sul pavimento accanto al letto. Adesso ricordo. Sono passato dal letto al pavimento nel cuore della notte. Lo faccio quasi tutte le notti. Giova alla mia schiena. Troppe ore su un materasso morbido sono un'agonia. Conto fino a tre, poi inizio a tirarmi su: un processo lungo e difficile. Con un colpo di tosse e un mugolio rotolo sul fianco, poi mi raggomitolo in posizione fetale, infine mi giro a pancia sotto. Adesso rimango in attesa che il sangue inizi a circolare. 
Andre Agassi - Open. La mia storia 

Vi voglio bene. 

Grazie.