domenica 26 aprile 2015

Posto che vai, curiosità alimentari che trovi

Mercoledì mentre programmavo un po’ di articoli per il blog, mi sono ritrovato a pensare - complice il racconto Un posto da gourmet - a certe abitudini alimentari che si incontrano in giro per il mondo. 

Abitudini che ora considero del tutto normali, ma quando le ho incontrate la prima volta mi hanno lasciato particolarmente perplesso. Così ho pensato di raccontare cinque piccole esperienze che ben si adattano alla mia rubrica di cucina domenicale. Insomma: Posto che vai, curiosità alimentari che trovi:

1 - Granita a colazione 
La prima e l’unica volta che sono stato a Palermo e in Sicilia, mi sono ritrovato a fare colazione con la granita. Un’esperienza per il palato a dir poco unica: una vera e dolce colazione. 

2 - Whisky come aperitivo 
Ecco dove è partito lo spunto per questo post. A Praga. C’ho che ho narrato… 

D’altronde io lo avevo sperimentato e sapevo che non mentiva. Una volta ero stato a Praga e non scorderò mai l’osteria in Piazza Malastrana dove mi aveva dirottato a pranzare. «Cucinano un maialino al forno che è fenomenale» mi aveva detto prima di partire. 
«Dove si trova Piazza Malastrana?» avevo chiesto. 
«Non faticherai a trovarla» mi spiegò. 
«Si tratta di una delle piazze più importanti di Praga. Parti dalla Città Vecchia, oltrepassi la Moldava sul Ponte Carlo, prosegui diritto per qualche centinaio di metri e trovi la piazza sulla destra. Il ristorante e lì, sotto i portici. Ti assicuro che non puoi sbagliare.» Non avevo sbagliato. 

È tutto vero. Vero come il whisky che mi propose il cameriere come aperitivo mentre aspettavo il maialino al forno. Curiosità tipicamente anglossassone che pensavo presente solo nei film. Divertente. 


3 - Pane o patate con il pesce 
Potsdam è una deliziosa cittadina nei dintorni di Berlino. È famosa per i suoi monumenti e anche per la conferenza che si tenne alla fine della seconda guerra mondiale. In un ristorante mangiai del pesce davvero saporito, ma rimasi sconcertato quando la cameriera mi chiese se volevo accompagnarlo con il pane o con le patate. Abituato alle michette com’ero ci restai un po’ male. Non ci fu nulla da fare: il menù prevedeva o uno o l'altro.

4 - Le razioni di cibo spagnole 
Il primo vero pranzo in Spagna lo feci a Jerez de la Frontera, molti anni fa. Non parlavo spagnolo e la tavola fu coperta da semplici piattini di cibo. Jamon, Gambas, polpettine di pesce. Tutto minuscolo. Erano le tapas, io pensavo fossero il pranzo. 

5 - Polenta e frutti di mare 
Pochi mesi fa sono stato a Murano. Ho mangiato polenta e frutti di mare. Cose che solo una decina di anni fa mi parevano agli opposti. Certo la polenta che preparo a casa mia è diversa. Tuttavia, ora vado dalle parti di Venezia so sempre cosa mangiare. 

Grazie della lettura!

sabato 25 aprile 2015

Un posto da gourmet

Quarto e ultimo racconto previsto in pubblicazione sul blog: Un posto da gourmet. La solita satira da mettere in vetrina la prossima settimana. 

Ho altri racconti ma sono troppo lunghi per avere una resa on line. Cercherò di pubblicarli, o meglio cercherò qualcuno che me li pubblica. 

Intanto se avete dieci minuti, godetevi questa lettura. Mi ha divertito molto scriverlo. 

Tra noi c’era sempre chi propendeva per un altro posto. Non riuscivamo mai a metterci d’accordo. Se per caso uno proponeva il bianco, l’altro suggeriva il nero. Se uno consigliava un rifugio in montagna, potete essere sicuri che un altro avrebbe indicato, subito dopo, un localino in riva al mare. Potevamo discutere per ore e ore prima di decidere. E quasi mai trovavamo la soluzione. Neanche a pagare. 

Questo, però, avveniva se lui mancava. Quando lui era presente la situazione era del tutto diversa. Allora i problemi non esistevano. Se era lì con noi non avevamo dubbi sulla scelta del luogo dove recarci a cena. 

Non racconto storie. Lui era il boss, il grande capo, la guida vivente dei ristoranti, e un personaggio del genere sapeva sempre – come il comandante di una nave – quale fosse il posto migliore per noi. 

Non saprei dirvi come faceva, visto che non era ricco e neppure un genio. Magari dipendeva dalla professione che svolgeva, ma conosceva i posti più singolari del mondo. Aveva sempre un tavolo libero in qualche locale e non soltanto in quelli contrassegnati da tre forchette sulle riviste gastronomiche. Frequentava i ristoranti più deliziosi della terra e ne aveva uno da segnalarti per ogni centro abitato presente sulle cartine geografiche. 

Perciò, se per qualche motivo dovevi recarti a Roma, potevi essere certo che lui ti avrebbe infilato nelle tasche della giacca una lista con le migliori trattorie dove andare a cena. Era informato sulle locande di Berlino e pure su quelle di Parigi. Senza citare i consigli che poteva darti su Venezia o Barcellona. Sapeva tutto straordinariamente e di certi locali conosceva i menù e le cantine meglio della sua biografia. 

D’altronde io lo avevo sperimentato e sapevo che non mentiva. Una volta ero stato a Praga e non scorderò mai l’osteria in Piazza Malastrana dove mi aveva dirottato a pranzare. 

«Cucinano un maialino al forno che è fenomenale» mi aveva detto prima di partire. 

«Dove si trova Piazza Malastrana?» avevo chiesto. 

«Non faticherai a trovarla» aveva spiegato. «Si tratta di una delle piazze più importanti di Praga. Parti dalla Città Vecchia, oltrepassi la Moldava sul Ponte Carlo, prosegui diritto per qualche centinaio di metri e trovi la piazza sulla destra. Il ristorante e lì, sotto i portici. Ti assicuro che non puoi sbagliare.» 

Non avevo sbagliato. 

Ora, non vorrei apparire di parte, ma sono sicuro che avrebbe potuto scrivere un libro al riguardo. Tuttavia, del ristorante dove aveva intenzione di portarci quella sera, non ci aveva mai fatto menzione. Doveva trattarsi di un segreto: come se fosse un posto riservato agli affiliati di qualche loggia massonica. Anzi, ho la netta sensazione che, in condizioni normali, non ce ne avrebbe mai parlato. 

Quel giorno, però, capitando dentro il bar, dove noi stavamo assaporando il consueto e corroborante aperitivo prefestivo, si accorse che stavamo quasi arrivando alle mani per la scelta di un locale e suppongo sia quello il motivo che lo spinse a esclamare, in pompa magna, quella frase: «Smettetela! So io dove portarvi!» 

Neanche ci avesse ipnotizzato con un trucco da illusionista: ci tranquillizzammo immediatamente, come se non stessimo aspettando altro. 

«Grazie a Dio!» disse uno di noi. «Qualche minuto di ritardo e sarebbero spuntati i coltelli.» 

Lui si mise a ridere. «Esagerati, non posso mai lasciarvi soli» disse. 

«Cosa hai in mente?» gli chiesi. 

Lui mi strappò, con forza, il bicchiere di vino bianco che avevo in mano. Dapprima guardò la struttura e il colore controluce, poi fiutò il contenuto un paio di volte. Ma non bevve. Non posò nemmeno le labbra sul calice. Si limitò a mettersi in posa come un dandy. «Amico mio!» disse tenendo il bicchiere in mano; ora lo roteava neanche fosse un sommelier provetto. «Stasera, penserai di cenare in paradiso… Ci venite tutti?» 

Come è logico supporre nessuno si tirò indietro: era del tutto prevedibile questa reazione. Non credo sia facile trovare degli ingordi come noi in giro per il mondo. 

«Mi raccomando» continuò lui. «Non mangiate troppo a pranzo e portate soldi a sufficienza.» 

In quattro e quattro otto, con due semplici telefonate, mettemmo insieme la serata. Decidemmo di affittare pure un pulmino. Sapevamo come finivano certe notti: dopo la cena, ci sarebbe stato una visita al night e non era il caso di prendere la faccenda sottogamba. Metà di noi sarebbe ritornata all’alba stravolta, e siccome, tra andata e ritorno, c’erano da fare quattro ore di strada, convenimmo che non era una cosa saggia farsi fregare – da qualche volante della polizia – alla guida di una macchina privata. Studiammo per bene un piano e alla fine concordammo di rivederci al bar verso le cinque. 

A casa, per pranzo, non mangiai quasi nulla. Me la cavai con un paio di pesche. Poi trascorsi il resto del pomeriggio pensando a cosa mettermi per fare colpo. Era parecchio tempo che non facevamo un’uscita simile ed ero assai fiducioso sulla serata che si prospettava. Non so bene per quale motivo, ma supponevo che mi sarei divertito davvero, e preparai i vestiti migliori che avevo. Possedevo un abito firmato che di solito indossavo ai matrimoni e pensai che fosse la sera giusta per metterlo. Gli feci prendere un po’ d’aria sul balcone. Poi, prima di indossarlo, mi rasai, mi profumai e mi impomatai di gel i capelli. 

Insomma mi misi realmente in ghingheri e uscii di casa con la certezza che gli amici sarebbero schiattati dall’invidia – ma dopotutto lo sanno tutti che gli uomini, quando lo vogliono, sono peggio delle donne. 

Però, quando, verso le cinque, incontrai gli altri, mi resi conto che avevamo fatto le stesse considerazioni. Non ce n’era uno in jeans. Portavamo tutti gli abiti della festa e ce n’erano un paio, addirittura, con il papillon al collo. 

Il boss si mise a ridere. Facevamo sempre la figura dei deficienti con lui. Indossava una polo e neanche troppo bella. 

«Dove credete di andare?» chiese. 

Noi ci guardammo l’un l’altro sperando che qualcuno avesse il coraggio di ribattere. Ma nessuno parlò. 

«Pensate che abbia intenzione di condurvi a una cena dopo una Prima alla Scala?» domandò di nuovo lui, serio questa volta. 

«No, però…» mugugnò uno. 

«Allora?» brontolò il boss. «Sapete spiegarmi questa pagliacciata?» 

Ci guardammo stupiti, ma nessuno rispose e lui scoppiò a ridere. Ci stava prendendo in giro. In un modo o nell’altro, riusciva sempre a farlo. Non disse dove stavamo andando ovviamente, ma durante il viaggio non si levò dalla faccia quel ghigno ironico. Era logico che avesse ordito qualche tiro. Lo conoscevo e sapevo come si comportava di solito. Probabilmente aveva architettato qualche sorpresa. Si divertiva così. Più di una volta, ci aveva fatto trovare ragazze e altre cose piccanti e ora mi sentivo un pochino come Pinocchio in viaggio verso il paese dei balocchi. 

Fu un viaggio piacevole, sebbene non sia in grado di dirvi con esattezza che strada facemmo una volta usciti da Milano. L’autista del pulmino guidava bene e ci permise di bere e di fumare all’interno della vettura. Facemmo tutto ciò che volemmo; in fondo, gli avevamo riempito le tasche di soldi e non so proprio come poteva fare a vietarci qualcosa. Si limitò a guidare tranquillo verso una valle delle Orobie. 

Intanto l’euforia aumentava. Sembravamo un nugolo di pazzi. Pensavo di essere tornato ai tempi del servizio militare, quando – durante le ore di libera uscita – non si desiderava altro che fare disastri. Non sembravamo per niente uomini vicini alla trentina. Sghignazzavamo, come tanti idioti, alla minima battuta e quando parcheggiammo, nello spiazzo tra i pini davanti al locale previsto, un paio di noi erano già ubriachi. 

Il posto, a ogni modo, mi fece una brutta impressione sul momento. Doveva essere una specie di agriturismo, ma visto dall’esterno sembrava tanto la casa di un fantasma, o meglio ancora di una strega. Inoltre, intorno, c’era un tanfo talmente forte di caproni in calore che ti veniva quasi da vomitare. Pareva uno di quei luoghi che, se ci cadi dentro, non dormi più per un mese di fila. 

Però, dopo essere entrati, dopo essere stati accolti con cortesia da uno dei proprietari; dopo esserci seduti nella sala da pranzo attorno a un tavolo tondo, e dopo essere stati soggiogati da un fenomenale pianista che suonava Chopin, cambiai opinione. Ti veniva appetito solo a stare seduto e gli altri clienti presenti erano precisi come l’impaginazione di un best seller. Tra loro riconobbi persino un attore famoso. Sembrava tutta gente piena di soldi e perbene. Quindi era naturale che il locale fosse a modo. 

C’erano un paio di ragazze che avrebbero risuscitato un cadavere. Senza escludere le caratteristiche della sala. Era davvero elegante, tutta dipinta di bianco, con una parete ricoperta da un enorme rastrelliera piena di bottiglie di marca. C’erano le bottiglie di vino migliori del mondo e si passava da quelle toscane, alle piemontesi, alle pugliesi… senza escludere le bottiglie straniere. Una meraviglia della natura in definitiva e credo che avremmo baciato tutti il boss dalla contentezza. 

Anche la cucina doveva essere squisita perché girava un profumo che inebriava. Però non c’era una carta sulla quale erano elencati i piatti da scegliere. Bisognava accettare quello che proponeva la casa, volta per volta. Era una delle caratteristiche del locale. 

Così, quando giunse l’altro proprietario, quello che si occupava della cucina e del servizio ai tavoli a domandare cosa desideravamo, lasciammo la decisione al boss senza fare obiezioni. Lui non spiaccicò una parola, aspettò che il gestore finisse di elencare i piatti, poi ci guardò uno a uno, felice come una Pasqua per averci portati lì. 

Alla fine trasse un sospiro e indirizzò lo sguardo verso il gestore che aspettava, lo guardò negli occhi. «A dire il vero siamo qui per la vera specialità della casa» gli spiegò. 

«La conoscete?» chiese il tipo sorridendo. Era secco come un’acciuga e indossava un abito gessato all’ultima moda. 

«Per loro è la prima volta» gli disse il boss dopo averci indicato con lo sguardo. «Ma sono d’accordo» aggiunse. Poi gli fece un cenno d’assenso alzando il pollice della mano destra. 

Il gestore rimase impassibile per qualche istante, poi annuì prima di sparire in cucina. 

Che serata dopo! Adesso ho dimenticato tutti i dettagli della cena. È impossibile ricordarli. Probabilmente bevvi un bel po’ di vino come al solito, ma non ricordo a che ora lasciammo il locale per andare in discoteca. Ho proprio dimenticato questi particolari. So che spesi un pacco di soldi. Spendemmo tutti parecchi soldi. Ma vi giuro che si tratta del denaro che ho sperperato meglio in vita mia. 

Sono pronto a rifarlo, perché mangiai bene. Non posso dirvi cosa. Correrei grossi guai nel farlo. È chiaro che so bene cosa avevo nel piatto, ma non posso scriverlo. Non voglio finire in galera, o peggio ancora mandarci qualcuno con le mie ruffianate. Meglio che sia qualcun altro a prendersi una responsabilità del genere. D’altra parte, non credo sia difficile immaginarlo se avete letto questo resoconto. 

Se invece così non è, nessun problema: sono sicurissimo che, prima o dopo, verrà fuori il menù distintivo di quel locale. Molto presto ci sarà qualcuno che ne descriverà gli aspetti peculiari su qualche blog in Internet e finirà la festa. Finisce sempre in questo modo dopotutto. 

Ma spero che succeda il più avanti possibile, perché il sottoscritto, prima che accada, vuole tornarci in quel locale. Voglio ritornare a sedermi attorno a uno di quei tavoli tondi e voglio di nuovo risentire la musica virtuosa di quel pianista. Voglio nuovamente inebriarmi i sensi con quell’aroma e voglio rivedere un’altra volta tutte quelle belle bottiglie di vino di marca parate a festa sulla rastrelliera. 

Voglio tornarci anche se devo spendere l’intero stipendio, perché, ormai, due semplici  pesche per pranzo non mi bastano più. 

Grazie della lettura!

venerdì 24 aprile 2015

Vacanza a Malta

Domani sarà la volta dell’ultimo racconto. Gli altri sono troppo lunghi per essere pubblicati sul blog. 

Oggi non resisto dalla tentazione di regalarvi anche questo, un piccolo sketch ambientato durante una vacanza in un albergo della cittadina di San Giuliano sull’isola di Malta. Un raccontino dal titolo balordo: E la luce fu

Era lì, solo, nella hall. Bigio lo notò appena uscì dalla sala da pranzo. Il ragazzo era stravaccato su una poltrona in pelle di fronte all’entrata. Indossava una maglietta bianca e aveva i piedi allungati sotto il tavolino: osservava il quadro dei comandi elettrici posto sopra il banco della reception. 

Bigio pensò che fosse in trance. Lo scrutò incuriosito e non si accorse quando Lella sopraggiunse alle sue spalle. 

«Perché lo stai guardando?» chiese la donna. 

«Così, è strano.» 

Lella alzò le spalle. 

«Dici di no?» 

«Dài lascialo perdere, andiamo di sopra che è tardi.» 

Salirono in camera. Bigio si lavò i denti, mentre Lella si cambiò per uscire: indossò una gonna cortissima, un top giallo e si profumò con gocce di Chanel n° 5. Era sexy e attraente e non passava inosservata. Subito dopo scesero nella hall. 

Il ragazzo non si era mosso, pareva una statua adesso. Bigio pensò che somigliasse a un tiratore pronto davanti a un poligono. Sembrava sempre immerso in un mondo tutto suo e non badò a Lella quando le passò vicino per mettere le chiavi della stanza nel bussolotto sul banco. Non si accorse neppure quando prese per mano Bigio e lo condusse verso la porta d’uscita l’albergo. Non staccò lo sguardo dal quadro. Lella scosse il capo allora, sorrise, poi con Bigio uscì. 

Mano nella mano, i due imboccarono la strada che conduceva in centro a San Giuliano. Proseguirono finché si trovarono in una piazza. Da lì in avanti, lungo i viottoli pedonali, era tutta una serie di locali, ristoranti e night club. La musica ad alto volume si confondeva con le voci dei turisti. 

Trovarono un disco pub che faceva per loro, con musica piacevole e folla contenuta. Si sedettero a un tavolo. Lella bevve un Mojito e Bigio una birra media. Risero e si guardarono negli occhi. Poi risero di nuovo. 

Alla fine il colore del top e la scollatura della ragazza fecero il resto. «Torniamo in albergo» propose Bigio. 

Lella arrossì. «Ora?» 

«Ti prego!» 

Lo trovarono ancora lì: stessa poltrona e stessa espressione sulla faccia. Lo sguardo sempre fisso verso il quadro elettrico. 

«Certo che il mondo è pieno di tipi balordi» disse Lella, «io avvertirei qualcuno, è davvero strano.» 

Bigio non rispose, aveva altro in mente. Ritirò le chiavi e si diresse verso l’ascensore eccitato. Quasi sfondò la porta della camera, trascinando la ragazza che rideva. La spinse sopra il letto al buio e fu in quell’istante che si accesero le luci d’emergenza. 

«Cosa succede?» chiese Lella. 

«Non ho fatto nulla» borbottò Bigio. 

Si fermarono prima che potessero iniziare a spogliarsi. Non capirono il motivo del blackout, ma Bigio avrebbe continuato a giocare con la donna. Lella, però, si alzò e lo obbligò a scendere nella hall per chiedere informazioni. 

Da basso Bigio scoprì che si trattava soltanto di un problema dovuto a un calo di energia, qualcosa che riguardava il contatore elettrico generale. Nulla di preoccupante, presto gli addetti dell'albergo avrebbero trovato la soluzione. 

Allora si rilassò e pensò che sarebbe stato delizioso tornare in camera e fare l’amore nel  chiarore soffuso delle luci d’emergenza. Quando, però, vide il ragazzo in piedi nella penombra, la rilassatezza si trasformò in stupore. Benché ci fosse poca luce, Bigio vide che sorrideva. 

Il ragazzo sembrava soddisfatto e, appena si accorse di essere osservato, sogghignò quasi con fierezza. Poi il ghigno sul viso si trasformò di nuovo in una maschera seria. Studiò Bigio per qualche istante, quindi si girò di nuovo a fissare il quadro elettrico. Subito dopo, come per incanto, la luce ritornò. 

Grazie della lettura!

giovedì 23 aprile 2015

Alt allo spam

Da inizio anno, più o meno, o meglio dall’ultima settimana di gennaio, tanto per dare una data più precisa, ho adottato un atteggiamento diverso per quanto riguarda il modo di proporre in rete i miei articoli

Diciamo che sono state delle scelte obbligate per via di alcuni inconvenienti nati riguardo l’uso che era stato fatto di vari miei contenuti. 

La cosa stava prendendo una brutta piega e seppure a malincuore sono stato obbligato ad abbandonare l’attività in diversi gruppi su facebook (sono rimasto attivo solo in quelli generalisti gestiti da alcuni amici) e in altre piattaforme on line di cui mi servivo per pubblicizzare i miei lavori on line. 

È stata una scelta valutata per molto tempo e vi confesso che temevo chissà quale fine per il mio blog. Immaginavo un drastico crollo delle visite e dei commenti. Pensavo di scomparire a causa di facebook e paventavo chissà quali altri disastri. 

Invece pare proprio che google abbia apprezzato il mio comportamento, visto che non è cambiato nulla per quanto riguarda gli accessi e tutto ciò che è collegato alla gestione del mio blog. 


Anzi c’è un aumento di quasi il venti per cento sulle visite organiche, a fronte di un sei per cento di calo sui social, e i commenti sono ancora sulla stessa linea. In realtà l’unico strumento che mi pare abbia risentito del cambio di rotta è la pagina facebook dedicata al blog, ma qui le problematiche alla base sono di altro tenore. 

Quindi l’Alt allo Spam che ho dovuto per causa di forza maggiore adottare si è mostrata una scelta coraggiosa e positiva, sperando che nessuno l’abbia a male se non spammo più. 

E voi spammate

Grazie della lettura!

mercoledì 22 aprile 2015

Racconto senza titolo

Il racconto postato sabato è stato letto ottocento volte, con un buon esito di commenti e critiche. Così ho pensato di riproporne altri, sempre tramite la vetrina. Uno oggi, un altro già pronto per sabato. 

Naturalmente l’elemento fantastico della storia è soltanto una scusa, non voglio passare per uno scrittore di fantascienza. Altro dettaglio. Il racconto è senza titolo. Lo avevo intitolato Donne e buoi dei paesi tuoi, ma non mi convince. 


Appena sentì il tocco sulla spalla, aprì gli occhi. Aveva dormito per un’ora ed era ancora mezzo rincoglionito. Riconobbe il volto di suo padre, ma per qualche istante non capì dov’era. Finché ricordò di essere in treno. Allora sogghignò al faccione serio che aveva di fronte e, mentre stiracchiava le gambe, voltò il capo e guardò l’orizzonte attraverso il finestrino. 


La campagna era finita da un pezzo. Erano scomparsi i boschi, le montagne in lontananza e il lago. Adesso non scorgeva più niente di familiare. Nulla che gli piacesse; soltanto palazzi grigi, lunghi viali trafficati e luci colorate nel crepuscolo. 

«Ancora dieci minuti e saremo in stazione» sussurrò suo padre. 

Lui assentì, ma non distolse lo sguardo dal finestrino. 

«Vedrai» aggiunse l’uomo. «Ti piacerà!»

“Ti piacerà!” ripeté a se stesso, e per un attimo avvertì il desiderio di piangere. 

«Capisco ciò che stai provando» continuò suo padre. «L’ho sperimentato anch’io. Ricordo benissimo quando andai in collegio. Te l’ho raccontato tante volte. Il mio vecchio, tuo nonno, mi aveva comprato un vestito nuovo per l’occasione: un completo blu notte. Mi faceva sentire molto strano. Come se dovessi affrontare una prova di coraggio… E le mura dell’istituto quando arrivai: Gesù mio, che posto! Pareva una prigione. Dico sul serio! Pensavo che stesse cambiando tutto attorno a me, ma non ero infelice. Non sentirti triste.» 

«Non sono triste!» 

«So che non mi deluderai. Sei sempre stato un bravo ragazzo. Farai strada. Diventerai qualcuno. Ti abituerai, ne sono sicuro. Non fare i miei errori. È la scelta migliore che poteva capitarti. Non avere paura.» 

Si girò a guardarlo. «Non ho paura!» 

«Già! Hai quattordici anni ormai. Sei grande.» 

«Lo so!» 

«Quella ragazzina, come si chiama?» 

Glielo disse. 

«La dimenticherai, puoi esserne certo. Tra qualche mese scorderai addirittura il suo nome. Conoscerai altre ragazze. Ti innamorerai, ne sposerai qualcuna e avrete dei figli. Sarete felici. Così vanno le cose. Ora, però, vai a lavarti la faccia, siamo quasi arrivati.»

Ubbidì. Si alzò e attraversò la carrozza sino alla toilette. Entrò, chiuse la porta alle sue spalle, fece pipì in equilibrio precario e poi sciacquò gli occhi e le guance con l’acqua fredda davanti allo specchio. Si soffermò a osservarsi il viso: era emaciato e si vedeva diverso. Forse aveva ragione suo padre. 

Ritornò da lui nel momento in cui il treno imboccava, rallentando, una delle arcate d’acciaio della Stazione Centrale. Attese in piedi che si fermasse, poi aspettò che suo padre levasse le borse dal portabagagli. 

Scesero. Suo papà portava il bagaglio e lui lo seguiva rimanendo sulla destra. Percorsero i lunghi e lucidi corridoi interni in silenzio, tra la folla che li guardava curiosa. Suo padre aveva il bagaglio ma era come se lo portasse lui: un peso da trascinare senza parlare per chissà quanto tempo. 

Scesero una larga scalinata e oltrepassarono le biglietterie e alla fine sbucarono sul piazzale della Stazione nelle luci della sera che parevano mosse dal vento. 

Ma non si trattava di un disturbo del vento; era il calore dell’astronave a creare l’effetto. Era proprio lì davanti e rimase senza fiato. Non credeva che facesse questa sensazione vista da vicino. 

Era molto più grande di quello che aveva sospettato e occupava tutta la piazza di fronte all’Hotel Gallia. 

Avvertì davvero un po’ di timore a questo punto e si strinse a suo padre mentre si avvicinavano timidi all’ufficio di imbarco. 

La ragazza dietro il banco sobbalzò sulla sedia appena li vide. La osservò guardare suo padre, e notò quando gli lanciò un’occhiata mista di stupore e di meraviglia. Alla fine si compose sullo sgabello e sorrise. «Avete i documenti?» chiese. 

«Solo lui parte» disse suo padre. 

«Oh» rispose la ragazza. Tornò a osservarlo curiosa. «E dove vai?» 

«Diglielo» lo supplicò suo padre. 

«Do… Dogon» balbettò. 

«Sul sistema di Sirio B?» chiese la ragazza. 

«Aha, in collegio» rispose. 

«In collegio… che bravo.» 

Lui sorrise. 

«Non avevo mai visto un terrestre» disse la ragazza senza levargli lo sguardo di dosso. «Siete una rarità. Dicevano che eravate estinti.» 

Suo padre sogghignò. «Siamo duri a morire.» 

La ragazza alzò le spalle. «Lo vedo.» 

Lui non disse nulla. Si limitò ad ascoltare e sedette in disparte ad aspettare che papà finisse con le procedure necessarie alla partenza. Guardò di nuovo l’astronave. Risplendeva trasparente nel chiaroscuro della sera e metteva soggezione. Pareva pronta al decollo e c’era una fila di viaggiatori pronta per l’imbarco. 

Dieci minuti e sarebbe stato uno di loro. Poi via. Sei mesi a zonzo tra le stelle, giorno più giorno meno. Sei mesi su una nave spaziale, finché sarebbe sbarcato su un pianeta che orbitava attorno a una stella di cui conosceva l’esistenza solo grazie ad alcuni libri che aveva letto. La sua nuova casa per i successivi dieci anni. Un collegio per il suo avvenire. Dieci anni di nuove scoperte, emozioni, nuove tristezze e malinconie. 

Pensò che sarebbe cambiato tutto della sua vita, ma sarebbe stato forte. Avrebbe mangiato pietanze particolari e avrebbe incontrato esseri diversi. Avrebbe imparato una lingua diversa e forse sì, si sarebbe innamorato di un'altra ragazza. 

Probabilmente si sarebbe sposato e avrebbe avuto dei marmocchi, come sosteneva suo padre. Magari avrebbe perso la testa per una donna uguale a quella che lo aveva appena accolto. 

Sorrise e la guardò di nuovo. Pensò che il colore verde della pelle e gli occhi rosa dello sguardo non fossero poi così strani una volta visti da vicino, ma l’odore no. Quello strano e intenso aroma misto di agrumi e candeggina che emanavano era proprio duro da digerire. 

No, difficilmente si sarebbe abituato a una di loro, neanche in dieci anni di tempo. 

Grazie per la lettura!


martedì 21 aprile 2015

Libri che danno felicità

Spero proprio di riuscire a ottenere le risposte che desidero con questo post. 

Insomma mi auguro che il titolo scelto, Libri che danno felicità si faccia capire e mi permetta di ricevere dei commenti con un bell’elenco di libri: libri che una volta terminata la lettura ti trasmettono un bel senso di soddisfazione, serenità e soprattutto vera e sana felicità. 

Ma, detto tra noi, esistono opere simili? 

Tra i lavori di Hemingway - tanto per partire con il mio primo della classe - ci sono solo il racconto Grande fiume dai due cuori e altri piccole storie di cui mi sfugge il titolo che mi regalano questa sensazione di felicità e di serenità alla fine della lettura. Nelle opere di McCarthy, senza dubbio un altro dei miei autori prediletti, invece non riesco addirittura a pescare nulla, così come con l’amico Lansdale

Tra i cosiddetti libri umoristici - penso a Il giovane Holden o ai Tre uomini in barca - l’umorismo serve solo a fare spallucce e a nascondere problematiche più serie e complesse: c’è poco da essere felici a leggerli, anzi. Capite subito, dunque, che io non posso aiutarvi se non con una percentuale bassissima. 

Forse, in aggiunta ai racconti di Hemingway, soltanto un paio di romanzi di pura evasione di cui non ricordo il titolo mi hanno fatto l’effetto uguale. 

Vuol dire che veramente non esistono libri che danno felicità

Mi rivolgo a voi, dunque. Provate a pensare se nei vostri ricordi ci sono libri che vi hanno trasmesso solo e unicamente una sensazione di felicità. Una qualcosa da arrivare alla fine del libro con una disarmante felicità che vi lascia senza fiato.

Non si parla di qualità del libro e di bravura dell’autore. Non mi interessa nulla di questa cose. Per questo ci sono altri post sul mio blog. Voglio solo sentire parlare di felicità

Grazie per la lettura.