sabato 5 settembre 2015

La casa sul fiume del vento di Domenico Rizzi in vetrina

Tutti gli appassionati del genere western non possono perdere questa nuova raccolta di sette racconti di Domenico Rizzi, inclusi nel volume La casa sul fiume del vento: occasione ghiotta per segnalarlo nella mia vetrina anche perché si tratta di una lettura che mi sto gustando in questi giorni. 

Il libro contiene sette racconti lunghi ambientati in un arco di tempo che va dal 1853 al 1929. Racconti che narrano l’America dei pionieri, dei Nativi americani degli schiavi, degli sceriffi e dei banditi, ma non attraverso gli abituali stereotipi a cui ci hanno abituato la letteratura e il cinema, bensì con la voci di gente comune, molto spesso donne, che hanno vissuto i loro avvenimenti lontano dalla storia ufficiale che conosciamo.

Domenico Rizzi, come al solito ha realizzato un lavoro sopraffine, inserendo in appendice un glossario con la terminologia usata e con un elenco delle tribù indiane che di volta in volta compaiono della narrazione, il tutto per rendere più accattivante l’immedesimazione nelle avventure. Per rendere più accessibile al lettore il testo. 


Incipit: Lentamente, gli Shoshone salirono a piedi la collina, disposti in fila, trasportando il corpo senza vita di Aingaquha, il loro capo...



Domenico Rizzi è uno dei massimi esperti italiani della storia e della cultura western. Pur essendo pavese di nascita, vive da anni a Menaggio, sul Lago di Como. 

Laureato in Giurisprudenza all’Università di Pavia, ha svolto fino alla pensione l’incarico di funzionario direttivo pressi vari enti pubblici. 

Rizzi è stato chiamato come ospite in parecchie televisioni locali (TV Espansione Como, Telelombardia, Milano) e ha rilasciato diverse interviste radiofoniche a emittenti di Milano e Lugano (Svizzera) sulle tematiche dei suoi libri. Domenico Rizzi è anche una delle colonne portanti di Farwest.it

Molti suoi libri sono stati recensiti dai maggiori quotidiani nazionali (Corriere della Sera, Repubblica, Il Giornale). 


Per partecipare alla vetrina, ora anche su google plus, seguite le istruzioni su Una settimana su facebook, oppure scrivete a Ferrugianola@hotmail.com 

Grazie per la lettura!

venerdì 4 settembre 2015

Il valore delle cose

C’era una volta un contadino in pensione. Il contadino benché ricevesse un contributo previdenziale mensile si dilettava ancora in piccole cose simili a quelle che avevano caratterizzato tutta la sua faticosa esistenza. 

Aveva un orto, coltivava un piccolo campo e allevava diverse galline. Era un buon modo per trascorrere il resto del tempo che aveva da vivere e racimolava qualche spicciolo vendendo le uova del suo pollame ai vicini. 

Tra questi c’era un giovane scrittore che abitava lì dirimpetto. 

Così il contadino, una volta la settimana, suonava alla porta dell’abitazione del novello Hemingway e gli portava cinque uova fresche. Per ognuna di queste riceveva 30 centesimi di euro al momento della consegna. 

Benché fosse una cifra misera il contadino si riteneva fiero e soddisfatto di questo servizio e de' il valore delle cose e delle sue uova e guardava con orgoglio e ammirazione il passaggio di mano delle piccole monetine di rame. 

Bisogna però anche dire che il contadino era un povero ignorante. La sua istruzione era molto limitata. Ora per risparmiare qualche soldo aveva risolto il contratto con la compagnia telefonica e disdetto l’uso del telefono fisso, trovandosi così sommerso da una miriade di piccoli guai. 

Da quando si affidava a un cellulare erano più le volte che si recava dallo scrittore, perché era giovane e ci sapeva fare con le diavolerie moderne, a farsi fare una ricarica e a sbloccare qualche funzione che aveva inavvertitamente attivato o per farsi leggere qualche messaggio che non riusciva a selezionare, più che utilizzare i servizi di utilità personale che il cellulare doveva fornirgli. 

Suonava alla porta dello scrittore, gli mostrava il telefono e aspettava che il genio incompreso della narrativa, sempre in attesa dell’esplosione del suo bestseller, gli risolvesse il piccolo problema. 

Un po’ alla volta questo presentarsi per consulenze di tipo telefonico irritò lo scrittore, dato che spesso veniva distratto dalle sue occupazioni e da impegni impellenti, ma soprattutto si inasprì per la scarsa gratitudine che il vecchio contadino gli riversasse e per come considerasse banali questi inconvenienti. 

Così un giorno, quando una mattina il contadino si presentò con le uova, lo scrittore gli disse che non aveva gli spiccioli per pagarlo e aggiunse per scherzo che in cambio c’erano tutte le consulenze fatte a monte che valevano molto di più. 

Il contadino sbiancò in volto, gli disse che avrebbe trovato qualcun altro in grado di aiutarlo con il telefono, prese le sue uova e se andò indispettito. 

Dopo quella volta i due non si parlarono più. 

Questo articolo è stato ispirato da Il cuggino del cliente: io non lo temo (e neanche tu dovresti) di Riccardo Esposito

Grazie!

giovedì 3 settembre 2015

Lampada accesa su Gianluca Morozzi

In questi giorni è stato pubblicato per Guanda il suo ultimo romanzo Lo specchio nero che va a rimpinguare la prolifica lista di titoli di Gianluca Morozzi. Lo scrittore, musicista, conduttore radiofonico bolognese ha aggiunto quindi un’altra tacca alla sua vastissima produzione letteraria. Forse basterebbe soltanto la domanda numero quattro della mia intervista per farlo confessare davanti alla mia lampada accesa. Ma la curiosità è tanta e imputiamolo anche di altro, visto la caratura del mio ospite, sono convinto che le risposte ci esalteranno. 


Ciao Gianluca, non perdo tempo, in questi giorni è uscito Lo specchio nero, tuo ultimo romanzo. Suggerisci tre motivi per leggerlo? 

1- non indovinerete mai chi è stato (spero). 2- non indovinerete mai come ha fatto (spero). 3- per arrivare alla soluzione non andrò dritto al punto, ma vi farò fare qualche giro in territori che vi piaceranno (spero). 


Quando e come è nata questa nuova storia? 

Il giallo vero è proprio è nato dalla lettura del celebre Le tre bare di John Dickson Carr: non uno, ma due omicidi inspiegabili! Non potevo non accettare la sfida (che, peraltro, il defunto signor Carr non mi ha mai lanciato). La parte su Erik arriva da qualche frammento che ho scritto di getto anni fa, di ritorno dal cinema, dopo aver visto La ville est tranquille. Una curiosità: il tema che apre il romanzo è un vero tema che ho scritto alle elementari e che ho riportato pari pari, ripetizioni comprese. Ho solo sostituito “zia” con “sorella” in modo che filasse tutto. 



C’è qualcuno che senti di dover ringraziare per questa tua nuova fatica? 

Sì, una gentile fanciulla con cui, per puro caso, mi sono ritrovato a passare per Via della Luna, nell’estrema periferia di Bologna. Una via che, se vista dall’alto, ha la forma di una mannaia. Trovata la location di partenza, il romanzo si è avviato. 


Dove trovi tutta questa verve creativa? 

Semplice: leggo di continuo, libri o fumetti, guardo film e serie tv, rimango immerso in un mondo di storie, insomma. 


Visto che sei anche un musicista: qual è la colonna sonora che ti ha accompagnato durante la stesura? 

Le colonne sonore composte da Murray Gold (che viene anche citato) per le varie stagioni di Doctor Who. “Phantom Radio” di Mark Lanegan. “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens


Faccio un passo indietro, sul mio blog ho una rubrica dove, di volta in volta, chiedo ai lettori se non hanno mai letto quel tale autore e come sono stati iniziati con la sua opera. Ora se dovessi chiedere a te con quale libro bisogna iniziare a conoscere il tuo lavoro, cosa risponderesti? 


In genere rispondo: se ami le cose drammatiche, Blackout o Cicatrici. Altrimenti, L’era del porco (che però pare sia introvabile) o Colui che gli dei vogliono distruggere. Se invece sei un completista e vuoi cominciare dall’inizio, Despero


C’è qualcosa che ti manda in bestia mentre stai scrivendo? 

Niente può mandarmi in bestia mentre scrivo. Al massimo accorgermi che devo per forza uscire per un impegno inderogabile, proprio mentre sono lanciatissimo. 


Quale pensi siano i tuoi punti di forza come scrittore?  

Mah, direi i dialoghi, una certa fantasia e la capacità di cambiare registro. Mentre, per dire, nelle descrizioni faccio veramente schifo.  

Hemingway scriveva con una zampa di coniglio in tasca. Garcia Marquez con addosso una tuta da lavoro. Tu hai qualche rituale quando scrivi? 

Rituale vero e proprio no, però accanto al computer ho una piccola trottola rossoblù. Quando devo meditare su una frase o su un sinonimo, la faccio girare sperando che mi dia ispirazione. 


Hai un aneddoto di quelli che resteranno nella storia legato alle tue attività e non parlo solo di quella letteraria: personaggi che hai conosciuto, situazioni, cose così? 

Ho presentato il libro della sorella di John Lennon. Ogni tanto la guardavo, facevo domande tipo “ma Paul e Ringo lo hanno letto”, ed era spaventoso, perché assomigliava tantissimo al fratello. Io mi intimidisco per poche cose, quando sono su un palco, ma quella situazione mi ha intimidito non poco. Ah, anche andare a Quelli che il calcio e vedersi apparire accanto Dario Argento nel preciso istante in cui il Bologna subiva il secondo gol contro il Genoa. Un vero film dell’orrore. 



Tempo fa su Facebook circolava una catena in cui ci si taggava chiedendo i dieci libri che più hanno influenzato la crescita personale. Ora non devi taggare nessuno, ma te la senti di citare dieci titoli, per te fondamentali? 

1- Chiedi alla polvere, John Fante. 
2- Bassotuba non c’è, Paolo Nori
3- Il serpente, Luigi Malerba
4- Il teatro di Sabbath, Philip Roth
5- It, Stephen King
6- Destinazione stelle, Alfred Bester
7- La versione di Barney, Mordecai Richler
8- Acid House, Irvine Welsh
9- Soffocare, Chuck Palahniuk 
10- Superfantozzi, Paolo Villaggio



Gianluca non ti chiedo altro, ti ringrazio molto per il tempo che hai voluto dedicarmi e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste, vedi tu cosa rispondere.  

E io ti rispondo: sì, è vero, lo ammetto, ho avuto una storia con Marion Cotillard, ma ora lei mi ha lasciato e io non le serbo rancore. Era questa la domanda telepatica, no?

Grazie a tutti!

mercoledì 2 settembre 2015

Chi siete tutti?

Durante le ultime vacanze estive, tra un tuffo nelle onde del mare e una scampagnata sui bricchi di montagna, tra una #cerveza in una piazza spagnola e una gita al lago, il blog ha superato i due milioni di visite uniche totali, roba quasi da #Expo, lasciatemelo dire. 

Una volta, presentando quadri statistici, screenshot e altre baggianate avrei fatto peste e corna per celebrare un simile evento, magari rendendomi antipatico con le persone suscettibili (lo scrivo con cognizione di causa visto che è successo in passato). 

Perciò, oggi, invece di realizzare un post autocelebrativo del tutto inutile e dannoso ho deciso di pubblicare un qualcosa di propositivo, sempre che riesca nell’intento che mi sono prefisso. Ho pensato di lasciare spazio a voi e di chiedervi Chi siete tutti? 

Ora, penso di aver imparato a conoscere un pochino chi è solito commentare i miei articoli. Ho incontrato e conosco personalmente alcuni di voi, ma mi è difficile fare un quadro preciso di chi possano essere questi due milioni di visitatori unici

In realtà mi è capitato di incontrare gente per strada a sua detta entusiasta, con mia enorme sorpresa, di alcuni articoli letti sul mio blog. 

In passato sono stato invitato in un bar gestito da un amico con il mio stesso nome e cognome dove molta gente si presentava chiedendo se fossi il blogger, sintomo che qualcuno mi leggeva. Ho visto miei articoli condivisi sulle bacheche dei social e pubblicati in forum che mai mi sarei aspettato e so che molta gente è stata veicolata sul mio blog in questo modo. 

Nei report relativi alle visite trovo le chiavi di ricerca più bizzarre e anche siti che sono mille miglia lontani dalle mie tematiche, spesso di lingua e continenti diverso dal mio. 

Ma vado a tentoni!

Ora indipendentemente da quale categoria appartenete, indipendentemente da come vi sentite coinvolti, lasciate un segno del vostro passaggio, magari aggiungendo il modo in cui avete conosciuto il mio blog o la mia persona. 

Vi invito in maniera particolare a non essere timidi, anche perché   l’articolo è vostro più che mio.

Dimenticavo: ho rubato parte del titolo e l’idea di questo post a Rudy Bandiera

Grazie.

martedì 1 settembre 2015

L’importanza di dire grazie

Una volta a Francoforte sul Meno mi infilai in un ristorante (o caffè, ora non lo ricordo bene) della città vecchia perché avevo bisogno di andare in bagno. 

Ordinai un caffè e chiesi gentilmente di poter usare la toilette. 

Sebbene fosse un locale dal nome italiano ebbi subito l’impressione di essere finito in un posto di razzisti, visto che i signori dietro il banco e pure i pochi avventori presenti nel locale fingevano di non capire cosa chiedessi e ridevano alle mie spalle. 

Nell’arco di cinque o sei minuti pronunciai la parola ‪#‎grazie‬ diverse volte ma colsi un evidente sarcasmo nel comportamento  e nelle risposte di chi ronzava lì intorno. 

Ora, se ci penso a distanza di anni, credo che quella sua l’unica volta in vita mia in cui penso di aver sprecato l’uso della parola grazie. Ma nel frattempo, nonostante questa disavventura, non ho dimenticato la sua importanza

Da qualche anno la parola grazie è presente alla fine di ogni mio articolo pubblicato sia sul mio blog sia su altre piattaforme con cui collaboro. Ma il grazie è la prima parola che ricevono per posta tutte le persone che mi chiedono o che mi danno l’amicizia sui social. 

Il grazie è presente alla fine di ogni mia richiesta formale e informale rivolta on line… 

Ma, cosa più importante, non dimentico mai di dire grazie neppure con le persone con cui interagisco ogni giorno. Per qualsiasi motivo, dal più banale al più importante. Ringrazio la commessa che mi aiuta nella spesa, come il cameriere che mi prepara il caffè al bar. Ringrazio il benzinaio che mi fa rifornimento alla macchina. Ringrazio chiunque mi è di aiuto per qualsiasi situazione e in tutta sincerità vi devo dire che non mi interessa neppure il riscontro della controparte. 

Dimenticavo anche i ringraziamenti più intimi, profondi e personali. 

Provateci anche voi, se ancora non lo fate. Ne avrete giovamento. 

Grazie.

lunedì 31 agosto 2015

La più importante casa editrice di fumetti italiana

L’articolo di questo lunedì, oltre che prendersi un posto nei Record culturali della ormai storica rubrica del mio blog come La più importante casa editrice di fumetti italiana, mi serve anche per ringraziare Francesco Giuseppe Perrotta, il suo forum e la sua sensazionale pagina facebook dedicata a Tex Willer: Tex Willer Forum (TWF)

Nella giornata di ieri, infatti, il mio articolo A pranzo con Kit Carson è stato ospitato sulla pagina citata nel paragrafo precedente. Motivo che mi ha spinto a fare una ricerca per sondare la possibilità di aumentare oltre a TexWiller: l’albo di fumetti più venduto in Italia e Tex Willer: il fumetto più longevo d’Italia i record dedicati al Ranger scritto e creato da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Aurelio Galleppini nel lontano 1948.

Il tutto mi ha spinto a fare delle ricerche è alla fine ho così constatato che la casa editrice Sergio Bonelli Editore S.p.A. presente sul mercato del fumetto italiano fin dagli anni quaranta è considerata la leader indiscussa del settore in Italia e vende oltre 25 milioni di copie annualmente

Naturalmente le testate più famose sono Tex e Dylan Dog, in grado di vendere circa 300.000 copie ogni mese, serie regolare parlando. 

Grazie!

Fonti Wikipedia