venerdì 6 dicembre 2019

Il quarantacinquesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 6 dicembre 2019, sono arrivato al quarantacinquesimo capitolo del romanzo Il male tra gli ontani. Il penultimo. Anche questa volta, come sempre ho fatto con le altre puntate, ho inserito in fondo al seguente articolo il link per accedere al post di vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Naturalmente vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Tutto è frutto di invenzione, soltanto invenzione. Ogni riferimento a cose, a persone, a luoghi sono del tutto casuali e fittizi. Il prossimo capitolo, il quarantaseiesimo, l'ultimo, come segnalato, sarà pubblicato venerdì 13 dicembre 2019. 


----- Quarantacinquesimo Capitolo ----- 

Paolo passò la notte con noi nella baita. Dormì in terra, usando delle coperte come materasso. Le stese vicino alla finestra, una sull’altra per fare spessore. Chiacchierammo sino a notte fonda, al buio. Il primo ad addormentarsi fu Dario. Il primo a svegliarsi fu il sottoscritto. 

Era l’alba quando scesi dalla brandina. Mi vestii e senza fare rumore usci fuori a mangiare un pompelmo. Sedetti sugli scalini in pietra davanti all’entrata e sbucciai il pompelmo togliendo con le dita la massa spugnosa attorno agli spicchi. Misi la buccia e l’albedo in tasca e poi succhiai il frutto uno spicchio alla volta. 

Più tardi andai alla fonte. Il maggengo era deserto e sentivo i rumori dei motori delle auto giungere dall’altro pendio, dove c’era il paese. Mi spostai sul ciglio del sentiero, scaraventai le bucce nel bosco e mi lavai mani sotto il getto d’acqua della fonte. 

Tornando alla baita ripassai sui prati dove avevo liberato il saettone. Non c’era ancora il sole e le pietre erano fredde e umide. Non sarebbe stato semplice rivederlo. Restai via una ventina di minuti. 

Quando giunsi alla baita trovai Dario e Paolo sulla soglia ad aspettarmi. 

«Ci chiedevamo dove fossi» disse Paolo. «Non vorrai fare tutto da solo.» 

«Da solo non ce la farei mai.» 

«Be’ è da un po’ che eri sparito.» 

«Volevo respirare l’aria fresca del mattino.» 

«Prima fai colazione» disse Dario. «Non vorrei vederti andare incontro a un calo di zuccheri. Mi basta la moglie.» 

Bevemmo caffè e mangiammo un dolce confezionato. Sul tavolo c’era il materiale, la strumentazione che avremmo usato per il lavoro di ricerca e una mappa della zona con evidenziati gli avvistamenti. Non parlammo molto. Dopo colazione Dario bollì dell’acqua, la miscelò in un secchio con dell’acqua fredda e la usò per pulire le tazze, i piatti e le posate. Nel frattempo Paolo ed io sistemammo le brandine e rassettammo l’interno. 

Quando uscì il sole dietro il costone che sovrastava il maggengo ci mettemmo al lavoro. Ci dividemmo la zona da controllare. Osservai come erano vestiti prima di lasciare la baita. Dario e Paolo scesero verso il basso. Io imboccai il sentiero alto. Ci saremmo ritrovati allo stagno. Ero convinto di trovarlo lì. Mi piaceva pensare che anche il serpente marrone ci stesse attendendo. Non lo dicevo agli altri ma ne ero convinto. 

Ero convinto pure di avere dei collaboratori di qualità. Pensai soltanto a quello che mi era successo qualche mese prima in Africa e mi sentivo in una botte di ferro. Pensai a certa gente con cui avevo lavorato in passato e alla presunzione e alla sciatteria e ai guai che mi avevano prospettato. Adesso mi domandai perché avevo atteso tutto questo tempo. Con un po’ di coraggio forse avrei potuto catturarlo molto tempo prima. Mi domandai perché non lo avevo fatto. Forse mi piaceva quel paese. Forse era per Loredana. Non l’avevo più toccata dalla domenica. Non so se quella mattina Dario l’aveva sentita. 

Non ci misi molto a entrare nella macchia di ontani sopra il maggengo. Sulle foglie c’era la rugiada che asciugava e all’ombra delle piante faceva quasi fresco. Seguii il sentiero con gli occhi fissi sulla pista tra il cinguettio degli uccelli. Studiavo ogni movimento sul terreno e nel sottobosco e cercavo di avanzare senza fare troppo rumore. 

In realtà non avevo idea di come avrei potuto catturarlo in uno spazio aperto, quando sarebbe successo. Perché sarebbe successo. Avrei preferito un ambiente chiuso. Magari nella mangiatoia di una stalla, come già era accaduto. In ogni caso non vidi nulla. 

Arrivai allo stagno prima degli altri. Posai il materiale sul terreno e andai sulla riva a guardare la pozza. Il sole ancora non illuminava la zona e l’acqua era scura e verde. Mi chinai e mi lavai la faccia. Sentii gli altri arrivare prima ancora di vederli, anche se non facevano troppo rumore. Mi alzi e gli andai incontro. 

«Visto qualcosa?» chiese Dario. 

«No, voi?» 

«Niente.» 

«Hai cercato dove si è rintanato l’altra volta.» 

«Certo, se c’è, è rimasto sottoterra. Ho infilato il bastone in una tana ma non c’è stato nulla da fare.» 

Annuii. 

«Credi sia da queste parti?» chiese Dario.

«Penso di sì. Sta aspettando il sole, per scaldarsi, secondo me.» 

«Allora aspettiamo anche noi» disse Paolo. 

Presi la mappa con gli avvistamenti. L’aprii e la posai contro il tronco di un albero. Erano segnati i punti precisi in cui il rettile era stato localizzato, con la data e l’ora di avvistamento. Bisognava solo avere pazienza adesso. Prima o poi sarebbe comparso in uno di quei luoghi segnati sulla carta. Sino a mezzogiorno non successe nulla. A turno andammo a visionare i luoghi mappati ma sempre con esito negativo. Piazzammo le videocamere e ritornammo alla baita per pranzo. Mangiammo spaghetti e del formaggio. Subito dopo rifacemmo un giro ricontrollando tutti i punti della mappa e ci dirigemmo di nuovo allo stagno. 

Adesso il sole era alto e probabilmente faceva troppo caldo. Immaginavo che il serpente non sarebbe uscito nelle ore più torride, ma potevo sbagliarmi. Non so perché ma mi ero fissato su quello stagno. Non doveva essere molto lontano quel rettile. Una volta arrivati diedi subito un’occhiata alle registrazioni. 

Non vidi Dario addormentarsi. Avevo posato una coperta sul terreno e si era appisolato, poggiando la schiena a un tronco. 

«Dura diventare padre» disse Paolo. 

«Povero. Non credo abbia dormito molto la notte scorsa.» 

«Si sta allenando prima ancora che suo figlio venga al mondo.» 

«Forse sono ancora i postumi dei giorni trascorse in ospedale. Lasciamolo dormire.» 

Ci spostammo dall’altra parte dello stagno. Sulle videocamere non vedemmo nulla. E per una decina di minuti battemmo la zona circostante. Poi sentimmo quell’urlo improvviso di Dario. Tornammo da lui. Era in piedi contro l’albero. 

«Mi era addosso: è lì sotto.» Indicò la coperta. «Mi sono svegliato e mi era addosso. Mi sono alzato d’istinto.» 

La coperta si muoveva. Pensai di riuscire a bloccarlo. Dovevo solo riuscire a capire dove avesse la testa. Forse il rettile si sentiva al sicuro sotto la coperta. Dissi a Paolo di prendermi le pinze e il sacco. Dario si avvicinò. 

«Ti ha fatto qualcosa?» gli chiesi. 

«No Manuel. Ma sembra molto arrabbiato.» 

«Lo sarei anch’io al suo posto.» 

Quando arrivò Paolo con gli strumenti, indossai i guanti, afferrai la pinza e dissi agli altri di allontanarsi. Poi osservai i movimenti sotto la coperta. Sapevo di non poterla togliere. Se l’avessi tolta il serpente sarebbe scappato nel sottobosco e tutto sarebbe ricominciato da capo. Dovevo trovare la sua testa. 

«Non correre rischi inutili Manuel, ammazzalo» disse Paolo. 

«Credo sia contro la mia etica. Lo ucciderei soltanto se lui o lei stesse cercando di ammazzarmi.» 

«Stai attento però.» 

Posai i piedi sulle due estremità della coperta più vicine, poi studiai la silhouette del rettile. Si muoveva appena. Avvicinai piano la pinza e alla fine bloccai l’animale sotto la coperta. Riuscii a capire che in qualche modo lo avevo fermato perché non scappò. Chiesi agli altri di sollevare i lembi della coperta affinché potessi vederlo, ma suggerii di farlo con estrema cautela. Dario usò un bastone. Lo infilò sotto la coperta e la sollevò, la spinse all’indietro, arrotolandola su se stessa fino a quando riuscimmo a vedere il corpo del serpente marrone. 

Ora era avvolto su se stesso. La testa non si vedeva, ma scorgevo la coda. La analizzai. Era davvero una femmina. Dissi a Paolo di aprire il sacco e di posarlo vicino. Poi trattenni il respiro, contai sino a cinque, mi abbassai, afferrai la coda del rettile, mollai la pressione della pinza e contemporaneamente lo sollevai per la coda. Il serpente mi puntò ma lo fermai con la pinza. Cercò di avvolgersi attorno a essa ma glielo impedii ruotandola. Era agile e furioso. 

Mi spostai verso il sacco. Ero a un metro. Cercai di prendere il collo del rettile con la pinza. Non fu facile e tentai un paio di volte, alla fine ci riuscii. Lo tenni con la pinza attorno al collo sino a che non afferrai i lembi del sacco. Ci posai dentro il serpente. Sollevai il sacco e liberai il serpente dalla stretta. Capii finalmente di averlo in pugno. Ruotai il sacco diverse volte e lo chiusi ermeticamente. Era finita. 

Posai il sacco a terra e mi lasciai cadere. Le mani mi tremavano e non sentivo le gambe adesso. Lo so, era soltanto una reazione nervosa che presto sarebbe passata. Non so per quanto tempo restammo in quello stato di calma apparente. Forse fu solo un minuto o forse furono molto di più. Per qualche istante nessuno ebbe voglia di parlare. Non avrei mai voluto sentire ciò che disse Dario in seguito. 

«Mi ha morso.» 

«Eh?» 

«Mi ha morso Manuel.» 

«Stai scherzando?» 

«No.» 

«Che stai dicendo Dario?» 

«Guarda?» Mi mostrò dei piccoli graffi sullo stinco della gamba sinistra. «Mi ha morso quando mi ha svegliato.» 

«Dai, non prendermi in giro. Ti sbagli.» 

«Mi ha morso, non mi sbaglio.» 

«Se ti ha morso devi stare tranquillo, ma non ci credo.» 

«Devi credermi Manuel.» 

«Perché non lo hai detto subito?» 

«Lo avremmo fatto scappare… Dai vedrai che non succederà nulla.» 

«Meglio chiamare il soccorso.» 

«Ce la faccio a camminare sino alle baite.» 

«Non ti devi muovere. Rimani qui sino a quando arriva un medico.» 

«Magari non ha iniettato veleno.» 

«Può darsi, ma preferisco portati in barella.» 

Dissi a Paolo di spostarsi dove c’era campo e dare l’allarme. Lo avrei aspettato lì. In un foglietto gli trascrissi il numero da usare e la persona da contattare. Non gli avrebbero fatto storie. Paolo annuì ma mi parve turbato. Era sbiancato in viso. Guardò Dario ma non riuscì a dire una parola. Cercai di incoraggiarlo e gli dissi che non c’erano problemi. Salì di corsa verso il sentiero senza girarsi. 

«Sì è spaventato» disse Dario. 

«Già, come ti senti.» 

Dario sorrise. «Sto benissimo. Sono pentito di avertelo detto.» 

«C’è poco da ridere. I sintomi di avvelenamento da Pseudonaja textilis sono improvvisi.» 

«Ne sono cosciente.» 

«Non ti devi muovere per niente.» 

«Per ora non mi pare di avvertire strani effetti.» 

«Non importa Manuel, non ti muovere per niente. Se tutto va per il meglio tra mezz’ora sei in ospedale.» 

«Accidenti, ci sono appena uscito.» 

«Un giorno avrai molto da raccontare ai tuoi figli.» 

Pensai di ricorrere alle prime regole da usare con i morsi di serpente e andai a prendere il necessario nello zaino che avevo portato. Dissi a Dario di sfilarsi la fede nuziale e l’orologio e ti mettersi tutto in tasca. Poi gli slacciai e gli tolsi la scarpa della gamba colpita senza spostare toppo l’arto. Tagliai i pantaloni sulla cucitura e glieli aprii sino in cima alla coscia. Gli fasciai con una garza la gamba che era stata morsa, partendo dal piede sino a sopra il ginocchio. 

«Stringe troppo?» 

«No, va bene?» 

«Senti qualcosa?» 

«Va tutto bene.» 

«Quanto tempo è passato da quanto ti ha morso?» 

«Mezz’ora, più o meno.» 

«Era un morso a secco.» 

«Speriamo.» 

«Andrà tutto per il meglio.» 

Osservai il sacco con il serpente appoggiato sull’altro lato del prato. Era finita. Non c’erano altri serpenti del genere in quella valle. Era stata dura catturarli. C’erano stati dei morti ed erano successo cose brutte. Ma tutto era finito. Guardai di nuovo Dario e quello che vidi mi spaventò ma non gli dissi nulla. Non era ancora una vera e copiosa epistassi, ma sapevo a cosa fossero dovute quelle gocce di sangue che uscivano ora dal naso. 

«Stai bene Dario?» 

Non rispose. 

«Dario?» 

Annui questa volta, poi sorrise. 

«Stai bene?» 

«Non lo so. Ho come dei capogiri.» 

«Stai tranquillo.» 

«Faccio sangue dal naso?» 

«Non preoccuparti. Succede.» 

«Quanto è grave la situazione.» 

«Non è grave Dario.» 

«Non dirmi balle.» 

«Non ti dico balle.» 

«Sto morendo?» 

«Non pensarle nemmeno certe cose.» 

«Sto morendo Manuel, non prendermi in giro. Sento il sapore del sangue in bocca.» 

«Smettila, è soltanto un po’ di sangue che esce dal naso.» 

«Temo sia una brutta emorragia in atto.» 

«Finiscila.» 

Deglutì un paio di volte, poi ebbe dei conati ma non vomitò. Mi domandai perché non arrivava Paolo. 

«Non vedrò nessuno dei miei figli.» 

«Li vedrai e vivrai tanto con loro.» 

Rise. «Sai che piaci a mia moglie? Me lo ha detto il primo giorno che ti ha visto.» 

Mi parve di sentire il rumore di un elicottero. Sperai che arrivassero alla svelta. Dio fa che arrivi. 

«Non lasciarmi solo Dario.» 

«Non ti lascio solo.» 

«Non andare via.» 

«Non vado via.» 

Lo guardai. Era grigio. 

«Sto morendo.» 

«Adesso arriva l’elicottero. Verrò anch’io in elicottero con te. Non stai morendo per niente.» 

«Aveva ragione quella strega tempo fa.» 

«Tra un po’ saremo in ospedale. Andrà tutto bene: non credere a quella strega.» 

Sorrise. «Non riesco più a sentirti.» 

Gli diedi un pizzicotto. «Lo senti.» 

«Perché vai via?» 

«Non vado via.» 

«Dov’è mia moglie. Loredana.» 

«Adesso arriva.» 

«Loredana» urlò. 

Ora il sangue gli usciva molto più copioso. Un po’ gli usciva anche dalla bocca. Lo tamponai usando il mio fazzoletto. Temevo che la faccenda finisse male. Capii che si era defecato addosso e diceva cose sconclusionate. Mi guardava ma non capivo se mi vedesse davvero. 

«Dario, forza» dissi. 

Non rispose. Non so se riuscisse a vedermi. Aveva gli occhi come quelli fissi di una bambola. 

«Dario?» 

Non mi rispose: non credo mi vedesse. 

«Dario?» urlai. 

Non mi rispose più. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. Altro colpo di scena!Penso che Dario morirà, aspetto l'ultima puntata dove prevedo un finale avvincente e un pò mi dispiace che finisca. Complimenti ancora Ferruccio, hai scritto un bellissimo romanzo. Buona giornata

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  2. Oh cielo, non mi dire che Dario muore...

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    1. Venerdì prossimo, Farfalla Legger@... Venerdì prossimo. Intanto grazie per la presenza e per il contributo.

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  3. Oh no! Non me l’aspettavo.
    E sinceramente ora non so immaginare il finale.
    Ci sono troppe cose in sospeso...
    Bravo Ferruccio. A venerdì!

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