sabato 2 novembre 2019

Racconti artistici: il portiere


Nino di Mei 
Uno tira l’altro. Neanche farlo apposta questi racconti artistici sono troppo piacevoli da scrivere. Oggi è la volta de’ Il portiere. L’ispirazione sono i disegni e i ricordi e come al solito lo spazio è quello della vetrina settimanale. 


--- Il portiere --- 

Mi ruppi il polso sinistro giocando in porta durante una partita di calcio all’inizio di quell’autunno. La pallonata partì dal piede destro di un ragazzo molto più grande e mi arrivò violenta. Alzai la mano aperta per parare e respinsi la palla. Finì sopra la traversa, disegnata con una riga d’erba sul muro di cemento che serviva da porta. Salvai il risultato, ma il polso si piegò all'indietro.

Udii come un boato per il mio intervento ma capii che era successo qualcosa di grave anche al mio braccio. Il dolore mi fece chiudere gli occhi e le lacrime mi uscirono di riflesso. 

I miei compagni di squadra mi abbracciarono. Non la smettevano di complimentarsi. Non so che portiere stessi impersonando ma avevo fatto una parata da fenomeno. 

Il polso però mi faceva male. Sentii salire il braccio verso l’alto come se la gravità terrestre fosse scomparsa. Si gonfiò in pochi istanti come una delle mie cosce e se lo toccavo con le dita il dolore era insopportabile. A ogni respiro sentivo come una fitta trafiggermi le ossa. 

Per qualche minuto seguii ancora la partita. Sperai che i miei compagni segnassero e mi facessero vincere e che il dolore mi passasse. Dopo un poco però non m’importò più nulla del risultato e dell’incontro. Andai a sedermi sul prato al bordo della strada. Non volevo che mi vedessero piangere e guardavo nella direzione opposta alla partita. 

E pensare che quel giorno non volevo giocare in porta. Ero stato uno dei primi a scendere in strada subito dopo il ritorno da scuola proprio per farmi notare. In porta mettevano sempre i ragazzini più piccoli o chi non sapeva giocare a calcio. Avevo pranzato in fretta pur di far parte della prima scelta e giocare in attacco. Il mio sogno era fare la mezzala non il portiere. 

Fu una ragazzina la prima a soccorrermi. Osservò il braccio ma evitò di toccarlo. Mi fece qualche domanda su cosa provassi ma non doveva intendersene molto. Guardò il polso con attenzione muovendo la testa su e giù. Disse che non era niente ma forse mentiva. Pronunciò il nome di una pomata da spalmare e massaggiare sulla parte colpita. Disse che mi avrebbe fatto bene e l’indomani non avrei avuto più nulla, poi urlò qualcosa ai ragazzi che stavano giocando. 

La partita s’interruppe. Tutti vollero vedere il mio braccio. Forse qualcuno s’impaurì. Il ragazzo che aveva tirato la pallonata si scusò e mi disse che non l’aveva fatto apposta. Nessuno però sapeva cosa avesse veramente il mio braccio. 

Non pensavo fosse rotto e facevo di tutto per non piangere. Avere un braccio rotto significava andare in ospedale e portare un gesso per chissà quanto tempo. Mi facevano sempre tenerezza i bambini con le ossa rotte e con quelle fasciature piene di firme. Non erano in grado di fare niente e peggioravano anche il rendimento scolastico. 

Mi resi conto di quanto fosse grave la situazione nel momento in cui salii in casa. Riuscii a chiudermi in bagno senza che la mia mamma mi vedesse, ma non ci volle molto a capire che non ero in grado di fare nulla come i bambini a cui avevo pensato poco prima.  

Mi slacciai le scarpe, una per volta, usando solo la mano destra e ci riuscii. Poi mi tolsi le calze e li misi nel cestello della lavatrice. Provai a sbottonarmi i calzoni e fu molto difficile. Alla fine, in mutande, mi lavai la faccia e poi i piedi nella vasca e non fu per niente facile. Non riuscivo a fare nulla con una mano sola. 

Non so quanto ci misi. Ci volle davvero molto tempo perché sentii la mia mamma chiamarmi. Mi chiese cosa stessi combinando. Adesso pensavo che mi avrebbe sgridato e non osavo aprire. Le dissi che mi stavo lavando, ma lei non cedette, mi pregò di aprire subito. Probabilmente mi avrebbe portato dal medico dopo una fila di rimproveri lunga un chilometro. 

Alla fine capii di non avere scelta. Non avrei risolto nulla restando chiuso in bagno. Aprii e, prima che potesse parlare, le mostrai il braccio. Il polso era un livido grosso come una salsiccia. 

La mia mamma non disse nulla. Mi guardò e non mi sgridò. Mi parve quasi di vedere delle lacrime sui suoi occhi. Pensai di avere a che fare con la donna più buona del mondo. 


"Grazie per la lettura" 

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9 commenti:

  1. Ti sei rotto un polso?
    Alessia

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  2. La solitudine del numero uno! (S'intitolava così un romanzo di Clancy della serie Net Force)

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    1. Sai che non conosco troppo la narrativa di Clancy: curioso tuttavia.
      Grazie Massimo

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    2. Ho letti tanti suoi romanzi, alla fine s'era un po' incartato, ma i primi erano belli. La lunga fuga dell'ottobre rosso è bellissimo per esempio. Son comunque mattoni molto lunghi e molto tecnici. Per appassionati del genere. Il titolo che ho messo in questo commento rappresenta una delle serie meno riuscite, laddove provava ad avventurarsi nel mondo dell'informatica

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  3. Posso dire che mi hai quasi commosso?
    Molto delicato questo tuo racconto!

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    1. Grazie Pirkaf, mi fa molto piacere suscitare emozioni vere

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