venerdì 8 novembre 2019

Il trentanovesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 8 novembre 2019, sono arrivato con quest'oggi al Trentanovesimo capitolo del romanzo Il male tra gli ontani. Anche questa volta, come sempre ho fatto con le altre puntate, ho inserito in fondo al seguente articolo il link per accedere al post di vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Naturalmente vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Tutto è frutto di invenzione, soltanto invenzione. Ogni riferimento a cose, a persone, a luoghi sono del tutto casuali e fittizi. Il prossimo capitolo, il quarantesimo sarà pubblicato martedì 12 novembre. 


----- Trentanovesimo Capitolo ----- 

Non tornai subito in paese. Dopo pranzo, salutai la compagnia e i bambini. Salii a fare un nuovo controllo della zona e a prendere alcuni strumenti che avevo lasciato presso la baita nella mattinata. Non entrai. Mi avvicinai alla finestra e guardai dentro. Non vidi nulla e mi spostai a curiosare dietro lo stabile. Sembrava tutto tranquillo. Dedussi che faceva caldo anche per un serpente marrone. Forse anch’io dovevo rintanarmi. 

Presi le attrezzature e mi diressi al maggengo scendendo tra i prati sotto il sole. Trovai Loredana seduta sugli scalini in pietra tra i casolari. Aveva sulla testa un cappellino con la visiera. 

«Che ci fai qui?» 

Lei sorrise. «Non sapevo che fare oggi pomeriggio. Sapevo che ti avrei trovato qui.» 

«Sei giunta a piedi da casa?» 

«Sì.» 

«Dario?» 

«Domani nella mattinata lo dimettono. Ti va di venire con me a prenderlo?» 

«Certo, sempre che non mi chiami ancora qualcuno per il serpente.» 

«Non lo avete trovato?» 

«No, non lo abbiamo visto. Non era nella baita ma è da quelle parti. Ne sono più che sicuro.» 

Presi le chiavi e le porsi a Loredana. Lei non le volle. Alzò le spalle. 

Aprii la porta. 

Loredana si alzò. «Ti metto in imbarazzo?» 

«Perché?» 

«Sei strano.» 

«Nessun imbarazzo!» 

«Invece ti metto in imbarazzo.» 

«Magari sei tu a essere imbarazzata.» 

«Ti scoccia che sia venuta qui?» 

«Assolutamente.» 

«Volevo vederti. Volevo soltanto vederti.» 

«Non dire queste cose Loredana.» 

«Perché non dovrei dirle?» 

«Per piacere non dire queste cose.» 

Entrai. 

Lei mi seguì. «Ho sempre paura che ti possa capitare qualcosa. Sono una stupida ma volevo vederti.» 

Aprii la finestra e guardai fuori. Sentivo delle voci molto lontane. Mi voltai e la guardai. Si era seduta sopra uno sgabello. Mi guardava. 

«Cosa vuoi che mi succeda?» le chiesi. 

«Non lo so.» 

«Sei una pazza Loredana. Anzi, siamo entrambi dei pazzi. Non dovremmo essere qui.» 

«Non ho chiuso occhio la notte scorsa. Stamattina quando sei passato da casa, avrei voluto abbracciarti.» 

Non so perché adesso la abbracciai. Non dovevo farlo. Non so perché lei si lasciò abbracciare ora. Non doveva farlo. Non so perché la baciai e perché cercai di schiuderle le labbra mentre la baciavo. Non dovevo farlo. Non so perché lei tenne gli occhi chiusi mentre la baciavo. Non so perché stava accadendo questo adesso. Non so perché non mi importava nulla di un serpente velenoso mentre la baciavo ora. Non so perché non mi importava di Dario mentre stringevo le mani a sua moglie ora. Non so perché ero così stupido da non aver paura. 

Sapevo che stavo facendo la cosa sbagliata. Non c’era nulla di romantico e idilliaco in quello che stavamo facendo. Eravamo due stupidi che stavano facendo la cosa più sbagliata del mondo. L’avremmo pagata cara. Avremmo pagato duramente e fatalmente e inesorabilmente quello che stavamo facendo. Era soltanto una questione di tempo, il conto sarebbe arrivato. Ci sdraiammo sulla brandina da basso del letto a castello. 

Più tardi un pettirosso giunse a cinguettare sul davanzale della finestra. Sollevai il capo e diedi le spalle a Loredana sulla brandina. Il passero osservò l’interno saltellando sulle zampe. Forse cercava dei vermi o degli insetti. Non osò entrare. 

Gli dissi di andare via. 

Loredana rise. 

«Uccello ficcanaso» dissi. 

«Non ho mai provato per Dario quello che provo per te. Non faccio che pensare a te» disse Loredana. 

«Fa male dire certe cose.» 

«Se fa male, è un male che mi piace.» 

«Lo sai che tra qualche tempo ci odieremo?» 

«Perché dovremmo odiarci?» «Perché succede così: dovremo dare la colpa a qualcuno di ciò che abbiamo fatto. Io me la prenderò con te e tu te la prenderai con me.» 

«Sei troppo intelligente per arrivare a odiarmi e io non potrò mai odiarti.» 

«Vedremo.» 

Mi alzai e andai verso la finestra. Il pettirosso volò via. Mi affacciai solo un poco. Temevo ci fosse qualcuno sul sentiero da basso. Non volevo curiosi. 

Bevemmo del caffè e mangiammo dei biscotti, rimasti lì da un po’ di tempo. Poi rassettammo l’interno della baita. Loredana finì di pulire mentre parlai al telefono con Luca. Nonostante i guai in cui mi cacciavo le cose al rettilario continuavano a funzionare. Qualche settimana e forse sarei tornato a Treviso per sempre. Conversai con lui una decina di minuti. Quando ebbi finito, chiusi le imposte e bloccai la porta di entrata come mi aveva insegnato a fare Dario la prima volta che avevo pernottato in quel luogo. 

«Non vedi l’ora di tornare a Treviso?» chiese Loredana. 

«Perché dovrei volere tornare a Treviso?» 

«Ne parlavi al telefono. Non volevo ascoltare, ma si sentiva.» 

«Sono cose che si dicono, ma prima o poi ci devo tornare: ho anche delle cose importanti da mettere a posto.» 

«Non voglio vederti andare via.» 

Non mi accorsi neppure di tornare in paese. Se qualcuno ci avesse visto scendere il sentiero verso valle credo ci avrebbe scambiato per due idioti. Forse qualcuno vedendoci ci avrebbe scambiato per due innamorati. Non c’era quella distanza presente di solito tra i conoscenti e le persone estranee. Chiunque avrebbe capito che non eravamo estranei. Non c’era nessun territorio personale da difendere. In certi momenti sentivo Loredana appoggiarsi e io facevo di tutto affinché si appoggiasse. Mi piaceva sentirla vicina e mi piaceva sentire il suo respiro e poi i suoi occhi su di me e le sue mani che mi cercavano. 

Prima di arrivare alla deviazione e prendere il sentiero tra i boschi che portava in paese sull’altro pendio, ci fermammo a una fonte. Loredana rideva a ogni mia battuta, anche la più stupida. Si mise a giocare con l’acqua. Cercò di spruzzarmi il getto addosso deviandolo con il palmo della mano e lo evitai uscendo dal sentiero. Scivolai lungo la scarpata e mi fermai sopra l’argine del torrente poco più in basso, appena sopra una pozza profonda. Loredana rimase sul ciglio a ridere. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

4 commenti:

  1. Doveva succedere! Bravo Ferruccio l'hai raccontata benissimo, ti auguro una bella giornata piovosa!

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    1. Con un po' di beve sulle montagne viste fuori dalla finestra. Grazie Anna

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  2. Quando ce l'hai su carta voglio una copia personalizzata, anche se la devo pagare cinque volte tanto.

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