venerdì 15 novembre 2019

Il quarantunesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 15 novembre 2019, sono arrivato con quest'oggi al quarantunesimo capitolo del romanzo Il male tra gli ontani. Anche questa volta, come sempre ho fatto con le altre puntate, ho inserito in fondo al seguente articolo il link per accedere al post di vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Naturalmente vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Tutto è frutto di invenzione, soltanto invenzione. Ogni riferimento a cose, a persone, a luoghi sono del tutto casuali e fittizi. Il prossimo capitolo, il quarantaduesimo sarà pubblicato martedì 19 novembre 2019. 


----- Quarantunesimo Capitolo ----- 

Nel pomeriggio accompagnai Dario dal suo medico. Andammo a piedi. L’ambulatorio si trovava al primo piano del vecchio palazzo scolastico, subito dopo la sede del comune, a un centinaio di metri dalla sua villetta. 

Trovammo la sala d’aspetto con diversa gente. Il medico non era ancora giunto. Mentre aspettavo il turno di Dario, un signore mi chiese se fossi il proprietario dell’auto cui avevano tagliato le gomme. Annuii. Scosse il capo, poi si rivolse in dialetto a Dario. Intuii che gli stava chiedendo del casolare bruciato e della botta in testa. 

Poi tornò a parlare con il sottoscritto. Mi raccontò che una notte una vipera gli era entrata nella baita dove trascorreva le ferie estive. Aveva provato un terrore indescrivibile. Da allora odiava i rettili. La gente lo guardava impressionata e lui ritornò a parlare in dialetto. Capivo ben poco di ciò che diceva. Mi parve di capire qualcosa riguardo a dei bambini che dormivano nella stessa stanza e alla mancanza di luce. Mi guardava e mi parlava in dialetto e gesticolava convinto che intendessi tutto. 

Non lo interruppi. 

Finché la porta di aspetto si aprii ed entrò il medico. Il tizio guardò verso la porta e smise di parlare. Il medico era una donna. Disse buonasera, osservò i presenti, uno e per uno, e si infilò in un piccolo corridoio laterale. 

Il primo a essere chiamato fu il tizio che aveva il terrore per le vipere. Mi sorrise e si alzò, si fregò le mani sulle cosce e si diresse nel gabinetto in fondo al corridoio. Dario rise. 

Davanti c’erano sei persone. Dario era l’ultimo arrivato. Mi chiesi quanto tempo avremmo dovuto aspettare. Erano passate da poco le quattro. Dario non aveva voglia di parlare e io aveva la coscienza sporca per disturbarlo. Sfogliai una vecchia rivista che c’era su un tavolino vicino e giocai un poco con il telefono. 

Per fortuna non ci volle molto tempo. Era tutta gente che richiedeva ricette mediche. Arrivò il turno di Dario prima di quanto mi aspettassi. Non restai per molto solo nella sala d’aspetto. Dopo un poco, Dario si affacciò sulla porta e mi chiamò nel gabinetto medico. 

Mi alzai e attraversai la sala. Chiusi la porta del gabinetto alle mie spalle. La dottoressa stava compilando della documentazione al computer. Appena entrai sorrise, sollevando gli occhi, ma continuò a digitare sulla tastiera. Dario era tornato a sedersi. Restai in piedi, con le mani sui fianchi. 

«Il signor Longhi, domani, vorrebbe venire con lei nel parco ma io penso sia prematuro: è stato dimesso stamattina dall’ospedale.» 

Dario voltò il capo e mi guardò. Sorrise. «Diglielo che posso farcela.» 

«Io vorrei darle ancora qualche giorno di convalescenza, per il suo bene.» 

«Non ho nulla. Sto benissimo.» 

«Se le succede qualcosa? Ha avuto una commozione cerebrale, con perdita di coscienza.» 

«Ormai è passato. La cartella di dimissioni cosa dice?» 

«La cartella dice che non ci sono state ricadute e complicazioni, ma è stato una settimana sdraiato in un letto?» 

«Potevano mandarmi a casa giovedì scorso.» 

«Me lo terrà d’occhio domani?» mi chiese la dottoressa. 

«Non dovete chiederlo a me» dissi. Non capivo lo scopo di questo teatrino. 

«Devi farmi da balia.» 

La dottoressa rise. 

«Non si affaticherà, glielo prometto» dissi. 

«Confido in lei.» 

Strinsi la mano alla dottoressa e uscii. Tornai nella sala d’aspetto e attesi che Dario finisse la visita. Prima di tornare a casa passammo dalla farmacia per alcuni medicinali. 

Non so perché in seguito mi lasciai convincere e mi fermai a cena da loro quella sera. Non avrei dovuto farlo. Avrei potuto fermarmi in albergo e attendere l’indomani. Invece tornai alla villetta. Loredana non disse nulla. Mi parve di vederla arrossire. Non riuscii a dirle una parola. Cercavo di non guardarla ed evitai di restare solo con lei. 

Non bevvi vino. Lo assaggiai appena. Temevo di dire qualche sciocchezza a tavola. Dario ne bevve invece un paio di ballon. Disse che in ospedale gli era mancato il cibo buono di sua moglie e un po’ di vino. In ospedale gli erano mancate tante cose, guardò Loredana. 

Dopo cena andammo un poco nello studio nella taverna. Non fu per niente piacevole. Ogni volta che Loredana scendeva da basso mi sentivo morire. Rivedemmo le registrazioni e preparammo il materiale per l’indomani. Non so se Dario notò il mio malessere. Non lo credo. 

Li lasciai verso le undici. 

In albergo c’era poca gente. Trovai la signora seduta alla cassa, davanti all’ingresso della cucina. Aspettava che gli ultimi avventori lasciassero un tavolo. Volle sapere le novità sulla mia auto. Le dissi che per il momento non sapevo ancora nulla. Probabilmente sarei rimasto bloccato in albergo a lungo. 

«Finirà che dovrai adottarmi» le dissi. 

«Almeno troverò qualcuno da mettere alla cassa e una sera ogni tanto potrò andarmene a dormire presto.» 

«Se vuoi posso mettermi subito alla cassa» le dissi. 

«Scherzavo. Ci mancherebbe, continua a fare l’ospite.» «Se mi metti alla cassa, scappo con i soldi.» 

«Non andresti molto lontano.» 

Be’ non so per quando sarei potuto andare avanti a parlare di soldi e di come questi erano sempre pochi e di come in fondo mi piaceva quell’albergo e di come lei mi trattasse sempre bene e non mi facesse mai mancare nulla e di tante altre cose, ma alla fine ricordai che l’indomani dovevo alzarmi presto e salii di sopra in camera. 

Mi spogliai, mi sdraiai sul letto e spensi la luce e subito dopo con il buio la mia mente fu piena di pensieri e mi passarono davanti agli occhi, gli occhi di Loredana e poi i suoi capelli e il suo viso. Non volevo farlo ma non riuscivo a non pensare a lei. Pensavo a quello che era successo al maggengo. Sentivo il suo odore lì nel letto. Pensavo a come avrei voluto averla lì adesso a fare cose. Non era possibile. Non so magari stava facendo l’amore con Dario. Era suo marito dopotutto. Non era possibile. Quando li avevo lasciati lui pareva stanco, ma aveva detto che le era mancata. Lo avevo sentito. 

Perché pensavo a queste cose? Era una tortura pensare a una donna in questo modo. Non dovevo pensarci. Dovevo pensare ai serpenti da catturare. Domani mattina c’avrei pensato. Ora volevo pensare a Loredana. Dovevo pensare ai serpenti, non a lei. 

Mi alzai molto presto. Quando giunse Dario avevo fatto colazione. Nello zaino avevo messo un paio di magliette e un cambio di biancheria. Non sapevo quando saremmo restati fuori. Dario parlò con la signora. Vidi che gli diede della carne e un paio di salsicce. Non fu di molte parole con me. Avevo la sensazione che non volesse guardarmi in viso o forse era soltanto una mia fissazione. 

Uscì e si avviò a piedi. Lo seguii, con il mio zaino sulle spalle, tra i viottoli del centro. 

«Che succede?» gli chiesi. 

Dario si fermò. Mi guardò. «Ho fatto un sogno orribile» disse. «Morivo.» 

«Come morivo?» 

«Un serpente mi mordeva e per me era la fine.» 

«Cosa vai a pensare.» 

«Non ho chiuso occhio.» 

«Vedrai che non succederà nulla. Cattureremo quel… quella Pseudonaja textilis una volta per sempre, è tutto ritornerà normale.» 

«È un periodo orribile.» 

«Non dirlo a me. Ieri mi sono ritrovato a piangere.» 

«Come a piangere?» 

«A piangere: a te lo posso dire. Ieri. Forse lo stress per la macchina. Forse altre cose. Il tuo incidente… Ho avuto un attimo davvero brutto e mi sono messo a piangere come un bambino.» 

«Non me lo sarei aspettato da te.» 

«No?» 

«Per niente, sembri sempre molto sicuro ed equilibrato.» 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)


4 commenti:

  1. Manuel sembra quasi un personaggio di Dostoevskij

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  2. Un bellissimo personaggio, molto umano che crea empatia, vorresti essere lì con lui. Questo succede quando uno scrive bene! Buona giornata Ferruccio

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    1. Ti ringrazio molto Anna, anche per il tuo assiduo supporto

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