venerdì 29 novembre 2019

Il quarantaquattresimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 29 novembre 2019, sono arrivato con quest'oggi al quarantaquattresimo capitolo del romanzo Il male tra gli ontani. Terzultima pubblicazione. Anche questa volta, come sempre ho fatto con le altre puntate, ho inserito in fondo al seguente articolo il link per accedere al post di vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Naturalmente vi ricordo che questa storia è frutto della mia fantasia. Tutto è frutto di invenzione, soltanto invenzione. Ogni riferimento a cose, a persone, a luoghi sono del tutto casuali e fittizi. Il prossimo capitolo, il quarantacinquesimo, come segnalato, sarà pubblicato venerdì 6 dicembre 2019. 


----- Quarantaquattresimo Capitolo ----- 

Il saettone scomparve verso metà mattina. Alle dieci quanto tornai sul prato sopra il maggengo a fare un controllo non c’era più. Era sparito. Forse aveva soltanto cambiato posizione. Forse aveva abbandonato le crepe su quel muro assolato e si era nascosto sotto qualche catasta di legna per rinfrescarsi. Poco più in basso ne vidi una che avrebbe potuto fare al caso suo, ma non andai a curiosare da vicino. 

Non ero il solo a curiosare. Notai un contadino che mi osservava da un pianoro poco lontano. Aveva un rastrello tra le mani e stava sfacendo dei piccoli mucchi di fieno. L’erba era gialla e secca. Il contadino era a torso nudo e infilava il manico del rastrello nel cumulo e lo faceva come esplodere, espandendo l’erba secca sul prato. Ogni tanto si fermava. Adesso era appoggiato al manico del rastrello e mi guardava. Disse qualcosa ma prima che potessi capire cosa volesse dal sottoscritto, notai Dario arrivare dalla baita. 

«Si è sentita  male Loredana» disse. 

«Come si è sentita male?» 

«È svenuta al supermercato mentre faceva la spesa.» 

«No!» 

«Devo tornare in paese.» 

«Certo. Ma cosa è successo?» 

«Non lo so. Mi ha chiamato una sua amica, mi ha detto che è crollata all’improvviso davanti al banco degli affettati.» 

«Accidenti.» 

«Non credo sia qualcosa di grave: si è già ripresa. Ma è meglio che torni in paese.» 

«Certo, certo. Vuoi che venga anch’io?» 

«Non è necessario.» 

«Se vuoi vengo anch’io.» 

«No, meglio che resti qui Manuel. Abbiamo anche quell’altro problema. Voglio solo sincerarmi della situazione. Faccio in fretta.» 

«Dario non affaticarti troppo. Sei uscito l’altro ieri dall’ospedale. Posso andarci io.» 

«Starò attento, non ti preoccupare.» 

Tornammo alla baita. Prese le chiavi della macchina e il cellulare. Lo accompagnai sino all’imbocco della mulattiera in fondo alle baite. Gli dissi che non avrei fatto nulla prima del suo ritorno. Scese di corsa. Lo seguii con lo sguardo fino a quando mi fu possibile. 

Risalii alla baita passando dalla fonte. Mi levai la maglietta e mi sciacquai il collo e le spalle. Poi bevvi un po’ di acqua. Era davvero troppo caldo per stare all’aperto e tornai in baita. 

Socchiusi le ante della finestra e sedetti al tavolo. Nella penombra adesso non faceva così caldo ma non potevo non pensare a Loredana. Speravo non fosse accaduto nulla di terribile. Pensai che doveva trattarsi di una forma di stress. Non mi aveva mai parlato di problemi fisici. Era una donna sana e graziosa e bella. Doveva essere un malore causato il caldo. 

Sì, il caldo e lo stress e un po’ era colpa mia. Non potevo negarlo. Il mio arrivo aveva complicato la sua vita. Forse non stava vivendo un bel periodo. Tuttavia era felice quando era con me. Nei giorni che avevo trascorso con lei senza Dario era stato anch’io felice. 

Avrei voluto chiamarla per sentire la sua voce e forse lei avrebbe voluto chiamarmi per farmi sentire la sua voce. Non potevamo farlo. Sperai che Dario mi chiamasse per tranquillizzarmi ma evitai di pensare troppo a lei. Non voleva farmi troppo e davvero troppo male. 

Verso mezzogiorno non seppi ancora nulla e cucinai un piatto di spaghetti. Apri la chiavetta sulla manopola della bombola del gas e accesi un fornello, poi ci misi a bollire una pentola con un po’ di acqua. Ci misi il sale, gli spaghetti e apparecchiai la tavola mentre cuocevano. Li scolai fuori sull’uscio. Li mangiai in bianco con un po’ di olio e del formaggio grattugiato. Poi mi preparai del caffè usando la moka. Per fortuna la pasta e il caffè non mancavano nella baita. Riempì d'acqua il bollitore fino a sfiorare il livello della valvola di sicurezza, ci misi la miscela necessaria affinché si livellasse con il filtro dosatore in metallo, avvitai il bricco e misi tutto sul fornello più piccolo della cucina a gas. 

Mi sentii un po’ meglio con la pancia piena. 

Il telefono squillò un paio di volte e sperai che fosse Dario con delle belle e buone notizie ma si trattò sempre di faccende che in quel momento non avevano più importanza. 

Dario tornò soltanto verso le quattro del pomeriggio. Arrivò nella baita all’improvviso. Capii immediatamente dall’espressione del suo viso che non era accaduto nulla di grave. 

«Si è ripresa?» 

«Sì.» 

«Si trova a casa?» 

«Sì, tutto a posto.» 

Mi guardava. 

«Meno male» dissi. 

«Sto diventando padre, Manuel.» 

«Eh» dissi. 

«È incinta Manuel, Loredana sta aspettando un bimbo.» 

«Davvero?» 

«Manuel sto diventando papà.» 

«Oh, è magnifico, sono felice per voi.» 

«Non ha neanche un mese, non ci posso credere. Ti rendi conto: è soltanto un fagiolo.» 

«Credo sia fantastico.» 

«Sì è fantastico Manuel, non puoi immaginare come mi sento. Sto diventando padre. Ti rendi conto?» 

«Dovevi restare con lei.» 

«Una volta catturato il serpente faremo una settimana di festa. Una festa grandiosa, di quelle indimenticabili.» 

«Non dovevi lasciarla sola.» 

«Non volevo lasciarla, ma lei ha insistito: si è preoccupata anche per te.» 

«Io? È perché?» 

«Devi vederla. Non è mai stata così bella Manuel. Non ti so dire come mi sento.» 

«Faremo una bella festa al momento opportuno.» 

«Già, prima troviamo il serpente marrone… dopotutto siamo qui per questo. Non hai fatto nulla?» 

«Niente. Non mi sono mosso. Credo che neppure il serpente si sia mosso. Fa troppo caldo. In compenso ho svuotato un po’ della tua dispensa.» 

«Hai fatto bene. Mi spiace che non si sia molto da scegliere.» 

«Non morirò di fame.» 

«Stasera mangeremo una pizza. Le porterà Paolo.» 

«Lo hai visto?» 

«L’ho trovato in paese» sorrise. «Ho confessato tutto pure a lui.» 

«Cosa ha detto?» 

«Sembrava molto felice.» «Be’ ti sta accadendo qualcosa di grandioso.» 

Dario non fu per niente lucido per il resto del pomeriggio. Lo capivo ma al tempo stesso era anche preoccupato. Sembrava un’altra persona. Era distratto. Chiamò Loredana ma non volli che me la passasse. Faceva delle cose che non aveva mai fatto prima. Controllò più volte l’attrezzatura e il materiale che avevamo in dotazione. Volle sapere qualcosa di preciso sull’antidoto. Gli dissi che non sarebbe servito l’antidoto. 

Prima dell’arrivo di Paolo salimmo a curiosare attorno alla baita dove era stato visto il serpente marrone l’ultima volta. Controllai la botola sull’ingresso, spostando con i piedi le ortiche, ma non aprii. Poi mi spostai sul retro. Un branco di caprioli apparve al limitare del bosco in alto. Forse non sentirono il mio odore o non mi videro. Pensai che fossero diretti al torrente che scorreva vicino. Scorsi due piccoli e tre adulti. Mi chinai e discesi verso l’entrata della baita. 

«Ci sono dei caprioli.» 

«Sì, ce ne sono diversi nella zona. D’inverno scendono ancora più in basso. Sono capaci di scendere sino all’area industriale. Non li avevi mai visti?» 

«Sì, ma sono sempre una sorpresa.» 

«Anche a me fanno lo stesso effetto.» 

Non so per quando tempo saremmo rimasti a parlare di caprioli e di quando fossero belli e affascinanti e di quando il parco avesse bisogno di una tutela maggiore. Non lo so proprio. Lo avremmo fatto a lungo se non fosse giunto Paolo con le pizze: erano ancora calde. 

Fu divertente quella cena. Mangiammo le pizze e poi arrostimmo delle fette di formaggio locale sul focolare sulla piazzola davanti alla baita. Paolo aveva portato delle birre e Dario ne bevve troppa. Non lo avevo mai visto ubriaco. Beveva birra e mangiava formaggio fuso e si ubriacava piano. 

Disse che voleva un figlio maschio. Andava bene anche una femmina, tuttavia. Mi chiese se volevo fare il padrino. Molto presto avrebbe avuto bisogno di un padrino. Lo avrei fatto volentieri. Mi avrebbe aspettato l’anno prossimo quando sarebbe nato. 

Sarebbe dovuto nascere verso aprile, ma ancora non aveva fatto i conti giusti. Non sapeva come chiamarlo. Se fosse stato un maschio lo avrebbe chiamato Manuel. Mi sarebbe piaciuto? Mi avrebbe riempito di orgoglio, dissi. Magari l’avrebbe chiamata Manuel anche se fosse stata una femmina. Manuel era un bel nome per una bambina? Sempre che Loredana fosse stata d’accordo. Non avevano mai parlato di queste cose. Ora dovevano parlarne. Un bel nome per una bambina sarebbe stato anche Naja. Forse era un nome di persona che non c’era. Sua figlia sarebbe stata la prima. Forse era un nome che si poteva usare anche per un maschio. Con un bimbo in arrivo c’erano tante cose da fare. 

Disse un’altra volta che mi voleva come padrino. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

4 commenti:

  1. Questa non me l'aspettavo!

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    1. Non so dove mi porta la storia... Spero mi insegni qualcosa
      Grazie Ernesto

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  2. Bel colpo di scena! Potrebbe essere di Manuel? Troppo presto! Ma?
    Tanto so che giustamente non mi riveli niente. Buona giornata Ferruccio

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    1. Certi suggerimenti dell'inconscio bisogna prenderli.
      Grazie Anna

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