venerdì 6 settembre 2019

Il ventunesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 6 settembre. Siamo arrivati al ventunesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventiduesimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, martedì 10 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventunesimo Capitolo ----- 

Dopo la metà di luglio ci fu la seconda vittima. Accadde un sabato pomeriggio durante un pasto comunitario organizzato dagli Alpini presso un alpeggio della zona. Un serpente attaccò due ragazzini che pescavano nella pozza di un torrente. Uno dei due morì quasi all’istante per i morsi, il secondo fu invece portato d’urgenza al pronto soccorso di Como in elicottero. 

Il giorno dopo andai con Dario in ospedale. Ci fu permesso di vedere il ragazzo per cinque minuti. Nella camera c’era un solo letto. Sua madre era seduta vicino: non ci guardò e non disse una parola. 

Il ragazzino non presentava sintomi ma era scioccato e sotto stretta osservazione. Deglutì quando ci vide entrare nella stanza. Aveva l’ago di una flebo infilato nel braccio destro. Il liquido che scorreva nel deflussore era giallo e fluiva piano. 

Il ragazzino era pallido e impaurito ma provò a descrivere il rettile. 

«All’improvviso è uscito dai cespugli. Si è avventato su Stefano. Lui era seduto sopra un masso» raccontò. «Neppure lo ha visto e io ero impietrito e non riuscivo a parlare. Lo ha morso tre o quattro volte alla schiena, poi mi ha preso di mira…» 

«Era grosso?» domandai. 

«No, non era grosso.» 

«Lungo?» 

«Non lo so, forse un paio di metri, era molto veloce.» 

«Ti ricordi di che colore fosse?» 

«No, non ricordo. Mi spiace. Aveva il colore dell’erba. Quando mi è passato vicino ho sentito come una frustata alla gamba e solo allora ho avuto paura.» 

«C'è qualcosa di strano che ti ha colpito?» 

«No, è scomparso subito dopo. Ho subito chiamato aiuto, ma Stefano intanto è morto.» 

Si mise a piangere, si girò e nascose il viso sul cuscino. Aveva nove anni, come l’amico deceduto. 

«Lasciatelo tranquillo adesso» suggerii il medico di guardia al reparto. 

Il ragazzino era lucido. Dedussi che probabilmente era stato un morso a secco. Speravo non fosse intossicato o se lo fosse speravo lo fosse solo un poco. In realtà, in ospedale, dopo quello che era successo con il manovale circa un mese prima, erano cauti. Lo tenevano monitorato. Le analisi ematiche erano nella norma, ma temevano anche in questo caso l’insorgenza di possibili sintomi sistemici improvvisi. Adesso speravo non accadesse nulla di tragico. 

La madre era distrutta. Non ci guardò mai in viso per tutto il tempo che restammo nella stanza e non potei scambiarci una parola. Mi fece davvero compassione. Era disperata per la morte dell’amico del figlio e aveva il volto sfatto e stanco per il pianto. Accarezzava, come una matta, la mano del ragazzo. Uscimmo. Fuori dalla stanza uno degli infermieri di turno disse che aveva passato la notte su una sedia accanto al letto e non lo aveva lasciato un istante. 

Il padre sembrava più ricettivo. Scambiammo qualche parola in corridoio vicino alla macchina del caffè. Neppure lui aveva chiuso occhio durante la notte. Puzzava di tabacco e indossava ancora gli scarponi da montagna. Aveva trascorso la notte in ospedale. Non aveva perso tempo il giorno dell’incidente. Era stato uno dei primi a intervenire ma non aveva visto il serpente. Aveva cercato di rianimare il ragazzino morto. 

Adesso era solo furioso con i rettili. Non ci accusava di nulla ma disse che avrebbe ucciso tutti gli esseri striscianti che il destino gli avrebbe messo davanti in ogni momento e per tutto il resto della sua vita. 

«Maledetti» disse. 

Non sapevo cosa dire. Due morti per il veleno di serpenti in un mese erano contro le statistiche. 

Sbuffò e scosse la testa. Non si dava pace. «Credete che si tratti dello stesso serpente di cui avete parlato durante l’assemblea un po’ di tempo fa?» chiese. 

«Difficile a dirsi» disse Dario. 

«Allora parlavate della zona del parco!» disse l'uomo. «Il posto dove è stato attaccato mio figlio dista quasi cinque chilometri dal luogo dove è accaduto il primo incidente. Pensate sia lo stesso?» 

Dario mi guardò. 

«Dovete ucciderlo» disse l’uomo. «Dovete ucciderlo prima che sia quel demonio a uccidere ancora qualcuno.» 

«Lo fermeremo» dissi. «Glielo prometto.» 

«Dovete ucciderlo.» 

Più tardi trovammo il medico legale che si sarebbe occupato dell'autopsia del ragazzo deceduto. Era lo stesso dell'altra volta. Poi mentre in auto tornavamo in paese, Dario mi chiese cosa pensassi veramente. 

«Se fossero più di uno?» gli domandai. 

«Lo ritieni possibile?» 

«Questo attacco non si è verificato nel parco.» 

«Ho capito dove vuoi arrivare.» 

«L’habitat sconvolto… Attacchi in luoghi diversi. La tipologia di decesso: una persona ha impiegato due giorni e un’altra due minuti.» 

«Capisco.» 

«Dobbiamo assolutamente trovarlo o trovarne uno. Dario, ancora non sappiamo con chi abbiamo a che fare.» 

«Dove andiamo a cercarlo o a cercarli?» 

«Bella domanda!» 

«Per ora ho svolto le ricerche limitandomi al parco, invece spuntano dappertutto!» 

«Be’ non sono fantasmi!» 

«Gli diamo la caccia da un mese e ancora non abbiamo trovato nulla. Per di più ecco che ne spunta uno da un’altra parte.» 

«Non sono fantasmi, vedrai che ne usciremo!» 

Questa volta il fatto della morte di un bambino per il morso di un serpente non rimase confinato nella semplice cronaca locale. La notizia finì sulle pagine dei quotidiani nazionali. Ne parlarono diversi notiziari televisivi e il comandante provinciale del parco dovette rilasciare un comunicato speciale per spiegare la vicenda. 

Nei giorni seguenti il paese si riempì di cronisti. Li riconoscevi al volo quasi senza osservarli o studiarli. La villetta di Dario fu il crocevia di curiosi e nella stessa pensione presero una camera doppia alcune reporter di un’emittente commerciale. Temetti addirittura di vedermi comparire tra i piedi un soggetto che non stimavo per niente. 

La signora per qualche mattina ordinò a sua figlia di portarmi la colazione in camera e non permise a nessuno di disturbarmi. Mangiavo da solo come un recluso. Ogni tanto saliva e bussava alla porta e mi chiedeva se stessi bene. Faceva in modo che non incontrassi i cronisti quando erano in albergo ed era pronta a darmi il via libera quando dovevo uscire. Il rischio di incontrare dei rompiscatole per strada era elevato e il maresciallo dei carabinieri pensò di affiancarci un suo uomo, allo scopo di poter lavorare senza intromissioni con Dario. 

Non fu facile svolgere il nostro compito in quelle giornate. La sera, dopo cena, facevamo un consulto in comune con tutte le persone direttamente coinvolte nella faccenda. Ogni novità andava presa in considerazione e studiata in tutte le sue sfaccettature. C’erano ogni giorno segnalazioni di avvistamenti strani. Spesso qualcuno telefonava dicendo di aver ucciso un serpente e appariva con una carcassa da mostrare. In una baita a nord del paese fecero una strage di saettoni. Alcuni uomini uccisero più di trenta rettili che si erano sistemati in un fienile. Per catturarli bruciarono delle carogne e sparsero del latte fresco sul fieno. Sapevo di bande di ragazzini che andavano a caccia di rettili neanche fosse un gioco. Non si parlava d’altro. 

Ci recammo a svolgere ricerche nel parco con altri agenti venuti direttamente da Lecco e una mattina salimmo sul luogo dove era accaduto l’ultimo incidente. Ci volle un’ora di cammino sulla vecchia carrareccia militare. Era di nuovo tornato il caldo. Prima si arrivare attraversammo una radura dove pascolavano le mucche. Poi la strada si infilò tra gli alberi e dopo un poco sbucammo tra le baite. 

Il torrente adesso scorreva in mezzo a diversi alpeggi. Era quasi asciutto tranne che per qualche pozza profonda scavata nel greto. Lungo il corso c’erano degli sbarramenti artificiali di pietra e calce. Un uomo del posto ci indicò il punto esatto dove i ragazzini erano stati attaccati. Era ricoperto da cespugli ma ora la zona stava all’ombra e non ci scorgemmo segno di vita. 

Andai sul masso dove si era stato seduto il ragazzino ucciso. Poi mi girai e osservai intorno. Il terreno era soffice e umido. Con un bastone frugai tra i cespugli alla ricerca di un buco o di un riparo. Mi domandai dove poteva essere andato a nascondersi il rettile. Magari mi stava guardando. Sentivo delle capre belare e seguii un sentiero che fiancheggiava la sponda. Risalii un poco il torrente. Le capre erano lì tra i cespugli e brucavano le foglie. Vidi anche un pastore seduto dall’altra parte del torrente. Alzai una mano come un cenno di saluto e lui fece lo stesso, togliendosi un attimo il cappello. Vidi che mi osservava mentre mi abbassavo a cercare. Ma non disse nulla e io feci lo stesso. 

Poi giunse quella raccomandata indirizzata al comune. Il sindaco ci fece contattare lo stesso giorno del ricevimento. Alle tre del pomeriggio eravamo lì nel suo ufficio. 

La lettera era firmata da un certo Franco Mayer: un signore milanese. Il contenuto pareva essere la risposta alle nostre domande. Leggendo pensai che si trattasse della soluzione di gran parte del problema. 

Non mi sembra il caso di riportarla fedelmente e mi limiterò a farvi un sunto. 

In poche parole, la mia supposizione erano esatte. Non che ne fossi fiero ma il mio istinto aveva avuto ragione sin dall’inizio. Si trattava di elapidi. Nella zona, c’era una coppia di serpenti australiani velenosissimi o per dirla scientificamente una coppia di Pseudonaja textilis. 

Venivano dal rettilario di un erpetologo e avventuriero di una città vicino a Canberra. Il signor Mayer li aveva acquistati illegalmente e li aveva portati in Italia due anni prima con un lungo viaggio in auto. Aveva acquistato pure un Taipan costiero e una Vipera della morte. 

Erano tutti potenzialmente letali con il loro morso. 

Nella lettera era scritto che il Taipan era morto durante il viaggio che lo portava in Italia e la carogna era stata abbandonata in un luogo deserto dell’Asia, la vipera della morte si trovava in una teca nella casa di Milano, la coppia di Pseudonaja era stata invece liberata nei boschi del parco l’estate precedente, dopo che l’uomo si era convinto di non essere in grado di allevarli. 

Ecco, forse,  dovevo essere soddisfatto, ma non lo ero per nulla. Finalmente avevo le risposte alle domande che mi ero fatto negli ultimi mesi e soprattutto negli ultimi giorni ma capivo che non c'era da gioire. 

«Non so neppure come si pronuncia: Pseudo che?» domandò il sindaco. 

«Pseudonaja textilis: serpente bruno comune o serpente bruno orientale o serpente marrone.» 

«Bene: ho visto che è pericoloso ma fino a quanto è davvero pericoloso?» 

«È considerato il secondo serpente più velenoso della terra ed è sicuramente il serpente più pericoloso e letale d’Australia in quando a body count.» 

«Body che?» 

«Il numero dei decessi causati dal suo morso: è il maggior di tutti in Australia.» 

«Come ci comportiamo allora?» 

«Per cominciare andrei a trovare questo signore e cercherei di capire se si tratta davvero di un serpente di quella specie.» 

«Be’ sul fatto che bisogna trovare quel signore non lo metto in dubbio: avrà dei bei casini. Ma non basta quello che ha scritto nella lettera per chiarire la specie?» 

«Può essere sufficiente, ma per identificare esattamente la specie di un rettile bisognerebbe poterlo osservare da vicino e verificare esattamente il numero e la disposizione delle squame sul corpo. Magari questo Mayer ha tutto quello che cerchiamo.» 

«Certo, mi rendo conto.» 

«Poi lo portiamo da questi parti e ci facciamo segnalare il punto esatto dove li ha rilasciati.» 

«Poi lo mandiamo in galera per qualche annetto» disse il sindaco. 

Dario sorrise. «Ha tante cose da spiegare» disse. 

«E se dovesse rifiutare?» 

«Ormai, con questa lettera, si è cacciato nei guai da solo. Non credo possa rifiutare.» 

«Altro da fare?» 

«Mettere cartelli in giro, più cartelli in giro, affinché la gente capisca che non c’è nulla su cui scherzare. Vedo in giro troppi pazzi.» 

Non mi limitai a queste cose. Dissi al sindaco che mi sarei attivato, tramite le mie conoscenze, per avere o per sondare la possibilità di ricevere degli antidoti da poter usare contro l’attacco di un serpente marrone. Conoscevo esperti che avrebbero potuto aiutarmi e avrei chiesto il loro supporto se si fosse reso necessario. 

Bene, lui disse. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. E' sempre piu' bello Ferruccio! Hai la capacità di tenere sempre alto l'interesse del lettore, che non è da tutti, anzi adesso direi di pochi. Poi la denuncia di questa nuova mania dell'animale esotico in casa. Le persone poi si stancano, o non lo sanno gestire e lo mollano così dove capita! L'uomo è un personaggio strano! Un saluto! Aspetto martedì

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  2. Questo Mayer è davvero stato un incosciente. Dispiace per il bimbo. Buona giornata e al proseguo.

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  3. Che succede? Spero nulla di grave. Abbraccio siempre

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  4. magnifico Ferruccio, ti avevo mandato un commento già ieri, ma non l'ho visto

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    1. Grazie Ernesto, ho trovato un sacco di commento mischiati con lo spam e sono andati. Grazie per la pazienza!

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