venerdì 13 settembre 2019

Il ventitreesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 13 settembre 2019. Siamo arrivati a il ventitreesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventiquattresimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, martedì 17 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventitreesimo Capitolo ----- 

Restammo nell’appartamento sino a sera. La vipera della morte fu catturata dal personale di un rettilario della zona giunto insieme ai disinfestatori. Il rettile si lasciò prendere senza reagire. Fu infilato in una scatola di plexiglass. Volli sapere che fine avrebbe fatto ma nessuno seppe darmi una risposta. Lasciai i miei dati a quello che mi era parso il responsabile dell’operazione e gli dissi che mi sarei fatto risentire più avanti. 

Il corpo del signor Mayer fu portato in ospedale per l’autopsia solo al termine di un’interminabile procedura burocratica. Non riuscimmo a trovare parenti e nessun altro che si occupasse di lui. Arrivò un’ambulanza per il cadavere nel tardo pomeriggio. 

Durante quelle ore non facemmo altro che cercare informazioni tra le carte che gli uomini della polizia furono in grado di perquisire. Le schede sui serpenti erano in un raccoglitore che Mayer teneva in un cassetto della vetrina in salotto. Conteneva tutta la storia dei rettili che aveva allevato nella sua esistenza. Da vent’anni trattava serpenti velenosi di ogni genere. Aveva iniziato con dei Mocassini d’acqua arrivati dall’America per finire con mettere le mani su dei velenosissimi elapidi australiani. 

«Mi chiedo come nessuno nel palazzo ne fosse informato» disse Dario. 

«Non sapevano nulla neppure di lui» dissi. 

Dario annuì. Forse capì il mio sarcasmo. Esaminammo le schede che più ci interessavano. Ora ci davano la certezza sulla specie di rettili cui davamo la caccia, ma non sul sesso e neppure sul luogo preciso dove fossero stati abbandonati. Mayer aveva registrato la data di acquisto e la data in cui li aveva liberati: “Lasciati in un bosco della zona”, diceva la scheda. C’erano allegate delle foto ma erano di scarsa qualità per poter avere maggior dettagli utili alla nostra ricerca. 

Insomma fu una giornata triste e mesta. Per me non fu per niente piacevole. 

Tornando a casa, in auto, quella sera, Dario a un certo punto mi chiese cosa avessi. 

«Non lo so. Mi riempie tutto di molta tristezza ciò che sta succedendo» risposi. 

«Credo di capire.» 

No, non credo capisse. Non gli dissi che mi sentivo terribilmente simile a Mayer. Ero un professionista conosciuto e stimato e magari - come diceva qualcuno - bravo ed esperto, ma non ero molto diverso da lui. Forse anche’io ero molto solo, ma non credo che Dario potesse capire. La tipologia stessa del mio lavoro faceva parte di scelte personali che non poteva capire. Se fossi stato morso nel mio rettilario nessuno si sarebbe accorto della mia scomparsa. Forse Luca lo avrebbe scoperto ma soltanto in determinati periodi. Sarei morto tra i miei serpenti velenosi senza che nessuno lo sapesse. Mi avrebbero trovato dopo tre o quattro giorni nelle stesse condizioni di Mayer se non peggiori. Doveva essere molto triste morire così. Pensai che sarebbe stato un brutto funerale per Mayer. Non ci sarebbe stato nessuno a piangerlo, ma forse, questo, ai morti, non importava neppure. 

Intanto erano state uccise tre persone per il morso di serpenti. Sapevo che erano letali, ma li avevo visti sempre come statistiche. Non conoscevo nessuno delle migliaia di indiani o di asiatici che ogni anno ci lasciavano la pelle nelle risaie o nella campagne monsoniche. Non pensavo di poter vedere e toccare qualcuno morto in questo modo. Durante il mio soggiorno in Africa non avevo visto nessun morto per i serpenti, ma so che c’erano stati nelle foreste e nelle zone vicine alla nostra ricerca. Ora invece erano un qualcosa di molto e molto e molto vicino alla realtà. 

Era morto un ragazzo cui avevo fasciato una gamba e a cui avevo cercato di dare coraggio. Era morto un ragazzino e avevo visto il terrore lucido negli occhi del suo amico sdraiato in un letto di un ospedale. Adesso Mayer. Anche lui era morto. Il suo odore non lo avrei dimenticato per parecchio presto. Provai a pensare a cosa lo avesse spinto a farsi mordere per morire così stupidamente. Non c’erano biglietti di scuse. Solo una condanna a se stesso. Era triste morire così. 

Giungemmo in paese tardi. Dissi a Dario che sarei andato da solo in albergo. Non volli che mi accompagnasse. Ormai conoscevo la strada e volevo restare un poco solo. Speravo di non incontrare guastafeste sul tragitto. Ci misi pochi minuti ad arrivare. 

Salutai la figlia della signora al banco, ma prima di prendere le chiavi per salire in camera, guardai verso le sale. C’era ancora gente nonostante fosse quasi mezzanotte. Non mi aspettavo tutta quelle persone in albergo. 

La signora uscì dalla cucina. «Giornata lunga!» disse. 

«Già!» 

Mi guardai ancora in giro. 

«Tranquillo, non ci sono rompiscatole!» 

«Meno male.» 

Mi osservò. «Hai mangiato?» 

«Non ancora a dire il vero, ma non ho fame.» 

«Siediti che ti preparo qualcosa!» 

«Non è necessario!» 

«Non fare storie!» 

Mi sentì picchiare sulla spalla. Mi voltai. 

«Ciao!» disse. 

Era lei. Non la vedevo da un mese: dalla domenica del Corpus Domini, più di una volta mi ero chiesto se l’avrei rivista. Adesso era lì: un po’ diversa da come la ricordavo. 

La signora le sorrise. 

«Salve signora» disse lei, poi mi guardò. «Ti ho visto in televisione, qualche settimana fa!» 

La signora sparì in cucina. 

«Già, sono famoso… Sei stata promossa?» 

«Settantadue!» 

«Un buon punteggio!» 

Alzò le spalle. «Non puntavo a cento. Mi bastava uscire.» 

«Adesso?» 

«Non ho ancora deciso. Tra dieci giorni vado in vacanza in Spagna. Non mi interessa altro al momento.» 

«Ah, vuoi bere qualcosa?» 

«No, no, sono qui con amici. Abbiamo appena finito di cenare. Siamo qui per la corsa in montagna che faranno domenica prossima. Tra poco andiamo via. Ti ho visto e ho pensato di salutarti.» 

«Sei stata gentile.»

Sorrise. «Ho ancora il tuo numero di telefono.» 

«E io non ho il tuo… In compenso ho ancora un fazzoletto che stranamente adesso non ho con me.» 

Sorrise un’altra volta. «Me lo darai un’altra volta… è guarito il tuo piede?» 

«Non mi ha più dato noie.» 

«Se penso a quei giorni. Che paura! Mi spiace per quel ragazzo e anche per il bambino. Che tragedie.» 

«Una situazione che si risolverà.» 

«Speriamo davvero! C’è un clima brutto e strano in paese e non vorrei che capitasse qualcosa durante la corsa.» 

«Andrà tutto per il meglio» dissi. 

«Sì, lo penso anch’io… alloggi in questo albergo?» 

«Sì. Ormai sono di casa.» 

«Mi piace, si mangia bene e la signora è molto gentile.» 

«Mi vizia.» 

La ragazza non disse altro. Forse senza volerlo mi fissò per un secondo in più. Ci guardammo negli occhi senza dire una parola. Arrossì e distolse lo sguardo. 

«Be’ devo andare adesso.» 

«Certo!» 

«Magari ci vediamo nei prossimi giorni.» 

«Senz’altro!» 

Mi baciò le guance tre volte: prima la sinistra, poi la destra e poi di nuovo la sinistra. La osservai mentre tornava nella sala con gli amici. Per un paio di volte spiai come per capire se mi cercasse. Sapevo che per uscire dal locale doveva passare lì davanti. Ogni tanto notavo che guardava dalla mia parte. 

Sedetti a un tavolo, ma non smisi di spiare. La signora mi portò un piatto di salumi e un quartino di vino rosso. C’era un po’ della mia sopressa. Un particolare che mi fece sentire a casa. Lei, alla fine, uscendo, passò vicino al mio tavolo. Non si fermò. Era con gli amici e mi salutò con un cenno della mano. 

Mangiai da solo e quando ebbi finito la signora sedette un po’ con me. Curiosò un poco riguardo alla ragazza ma non fu mai effettivamente indiscreta. Le dissi come l’avevo conosciuta. La signora mi disse che ogni tanto passava nel suo locale: le pareva una ragazza per bene ed era molto graziosa. Concordai sul fatto che fosse graziosa e anche per bene. Grazie a lei almeno per un po’ avevo pensato ad altro. La donna mi domandò cosa intendessi dire. Le dissi che non avevo passato una bella giornata: anzi era stata una bruttissima giornata. Lei mi disse che lo aveva capito appena mi aveva visto entrare. Le raccontai del suicidio e della vipera della morte. Non dovevo pensarci, lei suggerì. Non potevo. Non dovevo pensarci, visto che adesso era passato. Non passavano mai certe cose, dissi. No, passavano. Ero soltanto stanco, disse la signora, una bella dormita avrebbe sistemato tutto. 

Quella notte sognai di essere a casa mia dopo tanto tempo ed ero finalmente sereno e sembrava che tutto finalmente fosse soltanto armonia e quiete e gioia e benessere e tranquillità e finalmente calma e pacatezza e distensione e che tutto fosse tornato in linea con i miei progetti finché nel sogno scoprii che uno dei miei serpenti era finito sotto il letto e nel sogno io volevo dormire ma il rettile si muoveva e lo sentivo sotto il letto e allora mi alzai e cercai di catturarlo, ma il serpente si avvolse su sé stesso e mi accorsi che aveva la faccia di Mayer e rideva. 

Mi svegliai di colpo e non potei più dormire. Pensai a cosa era successo il giorno precedente. Mi domandai cosa poteva essere accaduto nella zona se i serpenti liberati fossero stati un maschio e una femmina. Mi facevo domande e non dormivo. Alla fine capii che non aveva senso restare a letto. 

Mi alzai, feci una doccia, mi vestii e scesi da basso appena sentii un po’ di rumori. Era presto e la cucina era chiusa. Il portone dell’albergo però era spalancato e andai fuori sula strada. Faceva fresco ma la giornata sarebbe stata calda. Ora la gente cominciava ad andare al lavoro. Sentii i rintocchi delle campane. Alcuni uomini passando mi fecero un cenno di saluto. Un gatto uscì da un vicolo e andò a mettersi davanti alla porta del macellaio di fronte. 

«Manuel, vieni a fare colazione» udii. 

Era la signora. Mi domandai come potesse essere così vitale e mandare avanti l’attività solo con sua figlia e con un paio di ragazze che lavoravano saltuariamente. Doveva aver chiuso alle due di notte ed erano appena suonate le sette. Sembrava fresca come una rosa e l’albergo era pulito come se fosse appena stato inaugurato. 

Mi servì il caffè e la colazione nella prima sala da pranzo. Non c’erano altri ospiti ma la donna mi disse che per il weekend l’albergo sarebbe stato al completo. Per la gara erano in arrivo persone e atleti dall’estero. Avrebbe avuto sempre un occhio di riguardo per me, tuttavia. Mi chiese dove sarei andato a osservare la corsa. 

«Dicono che l’arrivo in piazza sia molto coinvolgente» suggerì. 

«Non lo so, a dire il vero sono un po’ preoccupato. Ne parlerò con il sindaco.» 

Mentre aspettai Dario, la signora mi mostrò un paio di articoli di giornale usciti nei giorni precedenti. Parlavano del paese e della corsa. Quest’ultima aveva messo in secondo piano gli avvenimenti per i quali mi trovavo in paese. Di morti e di rettili non si parlava più. Si attendeva molta gente e il bel tempo avrebbe favorito l’afflusso dei tifosi e degli appassionati. Sulle pagine di un quotidiano c’erano delle foto che ritraevano dei passaggi sugli alpeggi e fui contendo di non riconoscere nessun luogo. Magari il percorso era fuori dall’area in cui imperversavo i serpenti marroni. 

«Sei ancora di pessimo umore?» sentì chiedere. 

«Ciao Dario» posai il giornale sul tavolo con gli altri. «Non ho dormito molto, ma va meglio, grazie. Ho rivisto anche la ragazza di Lecco.» 

«Ma va… Era qui in albergo?» 

«Abbiamo chiacchierato un po’.» 

Dario sorrise. Mi alzai. So che avrebbe voluto chiedermi dell’altro ma non gliene diedi il tempo. Avevamo molto da fare quel giorno. Dovevamo parlare con il sindaco e rifare un giro sulle aree dove erano stati segnalati alcuni avvistamenti. Sembravano rientrare tutti in un raggio specifico ma volevo esserne certo. Volevo anche essere certo dell’arrivo degli antidoti. Gli confidai i miei dubbi rispetto al sesso dei due serpenti liberati: se fossero stati un maschio e una femmina sarebbe potuta essere la fine. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

9 commenti:

  1. Buongiorno!

    Manuel che si immedesima in Mayer ...e quante persone che fanno quasi in modo meccanico un lavoro ,una professione... senza accorgersi di essere quel lavoro ,quella professione... annullando se stessi !

    Fortuna che Manuel dalla tragedia tira altre conclusioni e che non gli aspetti adesso in quella gara di dimostrare qualcosa a se stesso oltre che agli altri?

    Chissà!

    Sempre più bello ed interessante questo racconto.



    L.

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  2. Tieni duro Manuel...
    Continuo a seguirlo e non mi perdo una puntata

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  3. Adesso c'è anche la corsa! Non prevedo niente di buono! Sempre piu' avvincente Ferruccio! Buona giornata!

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  4. Certo che adesso Manuel ha una grande responsabilità. Sempre più complimenti. Anna

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