venerdì 27 settembre 2019

Il ventisettesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Venerdì 27 settembre 2019. Sono giunto al ventisettesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link per accedere alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a oggi.  Vi ricordo che questa storia è nata dalla fantasia di Ferruccio Gianola. Ogni riferimento a cose e a  persone sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventottesimo, sarà on line martedì 1 ottobre. 


----- Ventisettesimo Capitolo ----- 

La notte seguente qualcuno imbrattò la porta e le pareti del casolare con della vernice rossa. Quando il mattino scesi dall’albergo trovai Dario da solo ad aspettarmi. Era stato svegliato all’alba e aveva dormito poco. Sulla porta non c’erano forzature e segni di scasso, ma i disegni e le scritte sulle mura erano orrendi. Lessi termini volgari diretti a Dario e poi altre scritte stupide contro il rettile e ingiurie verso il parco. La finestra laterale aveva i vetri rotti. 

«Qui bisogna fare la guardia anche di notte» disse Dario. 

«Lo credo anch’io.» 

I pezzi di vetro della finestra erano dappertutto sul pavimento all’interno. Dovevano aver usato delle pietre con particolare violenza. Non ero a piedi nudi ma non volevo ferirmi un’altra volta e mi avvicinai alla teca guardando in terra. Poi osservai il rettile: non si muoveva, ma era vivo. 

«Hai già avvisato il maresciallo?» chiesi. 

«Dubito che non lo sappia!» 

«Cosa intendi dire?» 

«Si sa tutto in un paese come questo.» 

«Sai chi può essere stato?» 

«No, non dico questo ma non sarebbe difficile scoprirlo, se si volesse.» 

Avrei dovuto capirlo. Dario pareva preoccupato. Teneva le mani sui fianchi. 

Un po’ lo ero anch’io. Mi domandai cosa fosse successo se qualche balordo avesse messo le mani sulla teca. Mi ricordai che soltanto qualche sera prima avevo avuto una discussione stupida al riguardo. Ero ubriaco e forse l’avevo rimossa sul momento ma ora, senza volerlo, ricordavo tutto. Rividi l’ottusità e l’idiozia e la negligenza della persona che mi aveva aggredito verbalmente, senza sapere neppure chi fossi e cosa facessi. 

Capivo Dario. Forse capivo un poco anche la gente del posto. Non era facile avere un serpente letale tra i piedi, ma non era in questo modo che si risolveva una situazione. A Treviso, i miei vicini, sapevano del mio rettilario. Magari mi vedevano come un tipo strano e originale, ma non c’erano mai stati dei veri contrasti tra di noi. Ogni anno invitavo gli alunni delle scuole per delle visite guidate. Tenevo anche delle conferenze in giro per l’Italia. Forse ero molto più bravo di certi insulsi personaggi che andavano in televisione a fare la voce grossa. Adesso mi chiesi perché Dario fosse odiato in questo modo e perché non potesse svolgere certe attività educative. Quella sera che avevo parlato in palestra mi era parso tutto molto evidente. 

«Con tutte le cose che ci sono da fare, un’altra seccatura non ci voleva» disse. 

«Volevano uccidere il serpente, secondo te?» 

«Non lo so, ma prima vengono a prenderlo dal comando, meglio è!» 

Dario non sporse denuncia. Lo stabile, come quasi tutte le altre strutture e dotazioni del parco, era assicurato. Aspettò l’arrivo del funzionario dell’agenzia per fare un conto preciso dei danni. Prima di quel momento non toccò nulla. L’assicuratore fece diverse fotografie e compilò delle carte. Si tenne sempre lontano dalla teca. Alla fine disse che un po’ di vernice bianca avrebbe ricoperto le scritte e presso la ferramenta del paese avremmo trovato il materiale con il quale sigillare la finestra in maniera provvisoria, prima dell’arrivo di un vetraio. 

Soltanto quando l’agente fu andato via raccogliemmo i vetri all’interno. Dario prese una scopa di paglia e iniziò a pulire il pavimento della stanza. Raccolse i vetri con una paletta di plastica e lo aiutai a svuotarli in un secchio. Mi disse che poco lontano in uno spiazzo sulla strada c’era una campana per la raccolta, andai lì a depositarli. 

A mezzogiorno Loredana ci portò dei panini, delle bibite fresche e del caffè in un termos. Portammo le sedie sull’uscio subito sopra la strada. Faceva caldo e ci sedemmo a mangiare all’ombra. Il pane era fresco e fragrante e l’imbottitura, con grosse fette di salame e formaggio stagionato d’alpe, deliziosa. Mentre mangiavo, osservavo le persone passare in strada. La gente leggeva le scritte e adesso qualcuno rideva e qualcuno invece scuoteva il capo. 

«Magari c’è anche il colpevole della notte passata» sostenne Loredana a un certo punto. 

Mi voltai a guardarla. Era in piedi, appoggiata allo stipite della porta e stava mangiando una pesca. 

Sorrisi. «Dici?» 

«Non è escluso!» suggerì Dario. 

Loredana mi guardò. «A proposito di notte passate. Come è finita la tua?» 

«In che senso?» 

«Lascialo stare» esclamò Dario. 

«Ricordo ben poco» dissi. «So soltanto che a un certo punto vi ho cercato e non c’eravate più.» 

«È molto carina!» 

«Ma dove eravate? Vi ho cercato per ore!» 

«Eri troppo ubriaco per vederci» disse Dario. 

Loredana rise. 

«Prima o poi devo smettere di bere.» 

«La rivedrai?» 

«Smettila Loredana» disse Dario. 

«A noi donne piacciono queste storie». Mi guardò di nuovo. «La rivedrai?» 

«Non lo so, forse stasera.» 

Nel pomeriggio restai solo per un paio di ore. Temevo si presentasse qualche balordo con brutte intenzioni. Ma non ci fu la processione di gente del giorno prima. Passai il tempo a leggere della documentazione sui serpenti velenosi australiani. Ogni tanto mi alzavo e andavo a studiare il serpente marrone nella teca. Confrontavo quello che vedevo con quello che avevo appena letto. Erano testi in lingua inglese stampati da siti web specifici. 

Non esisteva nulla di simile in lingua italiana e mi spiacque un poco. Non c’erano dei testi di erpetologia scritti per i serpenti velenosi in generale come desideravo io. Possedevo degli splendidi saggi sulle vipere nostrane, ma non avevo nulla che trattasse gli elapidi australiani. Forse c’era tanto da raccontare. Sapevo che c’erano più generi di elapidi in Australia che in quasi tutte le altre parti del mondo messe insieme. Sul mio sito avevo cercato di realizzare qualcosa che rispondesse a certe domande, ma erano risposte a domande personali. 

Però un giorno avrei scritto un libro sui serpenti velenosi. Non so quando lo avrei fatto. Avevo in mente i capitoli e la loro struttura. Sarebbe stato utile un testo simile. La gente andava istruita. Non si poteva vivere nell’ignoranza. In questi ultimi mesi spesso mi sembrava di vivere in un mondo dove era in atto una specie di caccia alle streghe. 

Dario ritornò verso le sette. Parcheggiò l’auto sul ciglio della strada. Era passato da casa a cambiarsi. 

«Hai avuto rogne?» chiese. 

«Tutto tranquillo!» 

«Aspetteranno la notte, prima di rifarsi vivi.» 

«Novità sul parco?» 

«No, ma domani con il bel tempo e con la gara ci sarà un sacco di gente sui sentieri.» 

«Andrà tutto per il meglio.» 

«Speriamo.» 

«Be’ vado anch’io in albergo. Ripasso più tardi e facciamo il piano per domani.» 

«Nessuna fretta, credo che passerò qui la notte.» 

Non ci misi molto a tornare in albergo. Mi lavai, mi cambiai e andai in piazza. Ero d’accordo di trovarmi con la ragazza di Lecco e assistere alla presentazione della corsa. Più tardi era prevista l’assegnazione dei numeri di pettorale destinati agli atleti di punta. 

Il sagrato ero stato transennato ed era pieno di gente. Degli addetti avevano allestito un palco con davanti una marea di sedie disposte a semicerchio. Trovai la ragazza vicino a una bancarella della Proloco sulla sinistra della piazza. Mi baciò sulle guance e mi presentò altri suoi amici. 

C’era da mangiare e da bere e presi un piattino di pasta fredda e un bicchiere di carta con del vino bianco. La ragazza era molto attraente quella sera e avrei voluto che fosse sola. Qualcuno però mi fece domande su quello che era successo al casolare e capì che non sarebbe stato semplice isolarmi con lei. Mangiai del formaggio grana e della frutta e poi presi un altro bicchiere di vivo, ma dissi a me stesso che non avrei esagerato. 

Ora il sole stava tramontando e in fondo all’orizzonte il cielo era rosso. Intanto il sagrato si riempì del tutto. Uno speaker iniziò a parlare e la sua voce si diffuse con l’altoparlante. Seduto tra la folla, riconobbi il maresciallo in borghese. Qualcuno mi salutò ma non ci feci caso. 

Restai in piedi, vicino alla ragazza, e osservai gli atleti che uscivano di volta in volta sul palco illuminato. Si leggevano i nomi dei vari sponsor. Faceva caldo e la gente applaudiva. Qualcuno disse che ci sarebbero stati più di cinquecento atleti in corsa. Sul palco comparve anche un giornalista televisivo. Si facevano i nomi dei possibili vincitori e la gente continuava ad applaudire. Il tutto andò avanti per un paio di ore. 

Tra il pubblico scorsi Loredana, ma lei non mi vide o finse soltanto di non vedermi. 


--------------- 

Torna al Ventiseiesimo Cap. - Vai al Ventottesimo Cap. 

--------------- 

"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

6 commenti:

  1. - Sul mio sito avevo cercato di realizzare qualcosa che rispondesse a certe domande, ma erano risposte a domande personali.

    Questa si che è una straordinaria empatia !

    A martedì e speriamo bene per la gara...

    Buona giornata



    L.

    RispondiElimina
  2. Lo vorrei un libro sui serpenti velenosi

    RispondiElimina
  3. La gara la vedo male! Aspettiamo Martedì!! Ciao ferruccio

    RispondiElimina

Questo blog ha i commenti in moderazione.

Info sulla Privacy