martedì 24 settembre 2019

Il ventiseiesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Martedì 24 settembre 2019. Siamo arrivati a il ventiseiesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventisettesimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, venerdì 27 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventiseiesimo Capitolo ----- 

Tornai in albergo a cambiarmi. Nell’atrio e nelle sale da basso non trovai nessuno. C’era gente che chiacchierava sulle scale e salii di sopra. La porta della mia stanza era aperta e nel corridoio c’era odore di detersivo e di pulito. La signora stava facendo le camere con una delle ragazze. 

«Sbaglio o non hai dormito nel letto stanotte?» chiese appena mi scorse. 

Aveva un secchio azzurro di plastica in una mano e uno spazzolone per le pulizie nell’altra. Le sorrisi ma non dissi nulla. Ero imbarazzato. 

La signora mi guardò. Non indagò su dove avessi trascorso la notte, ma se avessi avuto ancora una madre mi avrebbe guardato allo stesso modo. Posò il secchio sul pavimento e si avvicinò. Adesso osservava la mia camicia. Si chinò, prese un orlo, piegò il capo e lo studiò. 

«Toglila che la metto in lavatrice… puoi passare!» esclamò. 

Le chiavi della camera erano sulla serratura della porta. Varcai la soglia, aspettai che le due donne entrassero in un'altra stanza e chiusi la porta alle mie spalle. Entrai in bagno allora. Mi levai la camicia e l’annusai. C’era ancora il profumo della ragazza addosso ma non ricordavo di averla abbracciata durante la notte. Ero stato davvero un gentiluomo. Ubriaco ma gentiluomo. 

La camicia però era sporca. Qualcuno aveva cercato di pulirla e aveva lasciato un alone in fondo sull’orlo destro. Non lo avevo fatto io o almeno non lo ricordavo. Ricordavo ben poco della notte trascorsa. Pensavo alla ragazza e al suo odore ed era una bella sensazione. Ci eravamo sdraiati sul suo letto vicini, quello lo ricordavo. Quasi mi spiaceva farla pulire. 

Mi lavai e indossai degli indumenti puliti. Odoravano da borsa di viaggio e da cassetti chiusi e da camere d’albergo. Andai a sdraiarmi sul letto e ascoltai i messaggi in segreteria. Erano due. Non capii nulla del primo, il secondo era di Dario. Mi chiedeva di raggiungerlo appena possibile allo stabile sulla circonvallazione dove c’era la teca con il serpente. Il messaggio era di due ore prima, adesso erano le undici. 

Lasciai la camera, consegnai la camicia da lavare alla signora e le domandai come arrivare a piedi sullo stradone principale. La signora capì dove volevo andare prima ancora che finissi di spiegarmi. Mi disse di imboccare la via a destra subito all’uscita dell’albergo e andare avanti diritto. Centro metri e avrei incrociato un viottolo che svoltava a destra e scendeva tra i prati sino alla strada. 

Trovai Dario all’interno del locale in piedi davanti alla teca. Con lui c’erano un paio di ragazzini. Gli stava spiegando qualcosa. Alzò una mano quando mi vide entrare. 

«Sono in ritardo?» 

«No, ieri notte sono andato via senza salutarti…» 

«Me ne sono accorto!» 

«Eri abbastanza ubriaco.» 

«Già!» 

«C’era quella ragazza e ho pensato che non avevi bisogno di me.» 

«Lo hai catturato tu?» interruppe un ragazzino. 

«Sì!» 

«Non hai paura dei serpenti?» 

«Un po’, ma è il mio lavoro!» 

«Dario ha detto che è un serpente velenosissimo!» 

«Vero!» 

«Cosa mangia?» 

Glielo dissi. Sembrò colpito. Fece una smorfia e avvicinò il viso alla teca. Il serpente all’interno scatto e colpì il vetro. Il ragazzino si ritrasse facendo un saltello. Rise, ma non si avvicinò più. 

«Novità?» 

«Per un paio di giorni dovrà restare qui dentro. Soltanto settimana prossima arriveranno a prenderlo.» Guardò i ragazzini. «I curiosi nel frattempo non mancano.» 

Sorrisi. Studiai il serpente nella teca. Gli feci diverse fotografie. Sembrava calmo e si muoveva lentamente tra le foglie. 

«Ti dice qualcosa?» chiese Dario. 

Non riuscivo a vederlo in tutta la sua lunghezza, volevo esaminarlo con più accuratezza e acribia. Avrei avuto bisogno di molti altri strumenti per poterlo fare, però avevo quasi la certezza che fosse un maschio. Glielo dissi. 

«Anche per me è un maschio, se lo paragono ai maschi delle altre specie che conosco.» 

«Speriamo lo sia anche l’altro.» 

«Pensi sia ancora nel parco?» «Più che probabile. Non credo si sposti di molto.» 

Dario indicò la teca. «E lui?» 

«Lui cosa?» 

«Dovremmo nutrirlo.» 

«Inventeremo qualcosa.» 

Per  il resto del giorno arrivò gente a curiosare. Dario e io ci demmo il cambio affinché ci fosse sempre qualcuno presente. Sarebbe toccato a me restare in quello stabile a fare la guardia sino a sera. Lui sarebbe andato sul parco per i controlli di routine e sarebbe ritornato soltanto allora. Trascorsi il pomeriggio come se fossi nello stand di una rassegna: una di quelle che piacevano a me. 

L’interno era fresco e umido. Oltre alla teca con il serpente c’era un po’ dell’attrezzatura che Dario usava per il parco. C’era un tavolino e due sedie subito sotto una finestra che dava sullo stradone. Me ne restai seduto mentre la gente entrava a guardare. Avevo dormito poco e forse mi appisolai sulla sedia un paio di volte, ma intorno c’erano i rumori delle officine vicine e le voci della gente che entrava e non caddi mai in un vero sonno profondo. Ogni tanto mi alzavo per sgranchirmi le gambe e andavo sull’uscio. 

Giunse il maresciallo dei carabinieri a trovarmi. Si complimentò per il nostro lavoro e osservò incuriosito il rettile. Non poteva credere che lo avessi catturato con le mie mani. Mi chiese se non provassi repulsione. 

«No, per niente» risposi. «È come toccare certe borse femminili e certe scarpe. I serpenti non sono viscidi come si pensa. Nel Sud America c’è un serpente chiamato “Tercio pelo”: ha le squame che sembrano di velluto.» 

«Be’ io non li tocco con le mani. Neanche morto. Lo lascio fare a te… Ma è davvero così letale?» 

«Senza antidoto la mortalità in caso di morso è molto alta. Per fortuna stanno arrivando alcune fiale di siero. Sono molto costose e non è facile averle.» 

«Come si crea?» 

«Il siero?» 

«Sì!» 

«Di solito si ottiene iniettando quantitativi non letali di veleno nel corpo di un cavallo. Si raccolgono gli anticorpi prodotti e vengono usati questi ultimi.» 

«Non è facile allora!» 

«Ci sono dei sieri polivalenti, ma in linea di massima ogni serpente velenoso dovrebbe avere il suo antidoto specifico. L’azione tossica del veleno è molto diversa l’uno dall’altro?» 

Non so quanto avremmo continuato a disquisire. A un certo punto il maresciallo guardò l’ora e allargò le braccia. Aveva diversi impegni per il resto della giornata. Mi disse che in serata doveva incontrarsi con i responsabili del servizio d’ordine della gara in programma l’indomani. Guardò un ultima volta il serpente nella teca, poi uscì, si mise il cappello, montò sulla jeep, avviò il motore e partì. 

Per un po’ restai da solo. 

Poi arrivò la madre del ragazzo ucciso un paio di settimane prima. Qualcuno le aveva detto della cattura. Non avrei voluto che arrivasse. Non era sola. Fu sua sorella a farsi avanti. Mi disse chi erano. Salivano dal cimitero. Qualcuno le aveva detto dove era custodito il serpente. Non fu per niente piacevole. Avrei voluto che Dario fosse presente. Magari sapeva chi erano quelle persone, avrebbe avuto una parola per loro. O forse avrei voluto che ci fosse ancora il maresciallo dei carabinieri. 

Sua sorella mi chiese se potevano vedere il serpente e io dissi di sì e allora vidi che afferrò per mano l'altra donna e poi vidi che la condusse lentamente davanti alla teca e non riuscii a capire esattamente cosa stesse provando quella donna. Pensai che pure lei fosse morta. Era il terzo dei suoi figli, in ordine di età, che aveva perso. La donna aveva gli occhi spenti e vuoti. Provai una desolazione profonda per lei.  Guardava il serpente, ma non credo neppure lo vedesse. Sua sorella le diceva qualcosa ma la donna sembrava non capire e forse neppure sapeva perché fosse lì. Avrei voluto che Dario fosse presente. 

«Lo ucciderete?» chiese sua sorella, prima che se ne andassero. 

«Non so che fine farà. Probabilmente sarà ucciso.» 

«Dovete ucciderlo.» 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

4 commenti:

  1. Mi hai fatto venire una curiosità, come si fa a stabilire il sesso di un serpente? Per il resto è sempre piu' bello Ferruccio, sai creare, te l'ho già detto una grande empatia col personaggio di Manuel, da grande scrittore! Buona giornata

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    Risposte
    1. Il dimorfismo sessuale è un buon metodo usato dagli esperti (dimensioni, colori, forma della coda). Nello specifico si usano delle sonde.
      Grazie Anna

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