martedì 17 settembre 2019

Il ventiquattresimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Martedì 17 settembre 2019. Siamo arrivati a il ventiquattresimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il venticinquesimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, venerdì 20 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventiquattresimo Capitolo ----- 

Prima della gara in programma l’ultima domenica di luglio, ci furono quattro avvistamenti. Due di questi accaddero sul percorso della corsa che interessava l’area del parco. Si trattò di falsi allarmi. Quello che ci fu mostrato furono le foto di innocui saettoni. Un altro aveva a che fare con una natrice che catturai con le mani, senza lasciarmi impressionare e infastidire dall’odore, nel preciso momento in cui attuò il trucco della tanatosi. La quarta segnalazione finalmente ci portò per la prima volta sulla strada di un serpente marrone. 

Il rettile si era insediato nella mangiatoia di una stalla in disuso. Il contadino che l’aveva avvistato bloccò la via di fuga svuotando dei sacchi di cemento sulla piccola botola di uscita posta in basso sulla porta della stalla. Rimase lì di guardia una notte intera, seduto sugli scalini di pietra davanti al casolare su all’alpeggio. 

Quando il mattino ci vide arrivare, si alzò e ci venne incontro. Era eccitato e stravolto. 

«Sono sicuro che si tratta del serpente che cercate» disse. «Li conosco. Li conosco bene. Questo è la prima volta che lo vedo. L’ho visto entrare nella stalla ieri nel pomeriggio: è andato a nascondersi nella mangiatoia.» 

«Quanto era grosso?» «Grosso come un grosso biacco, un paio di metri. Ma il colore non era quello di un biacco o di un saettone e neppure di una semplice biscia.» 

La stalla era per metà interrata. 

«È ancora lì dentro?» chiesi. 

«Non può scappare. Ho sigillato tutti i buchi possibili all’esterno.» 

«È stato molto coraggioso.» 

«Può essere quello che ha ucciso il bambino dieci giorni fa?» 

Mi guardai in giro. Il luogo in cui c’era stato l’attacco era avvenuto duecento metri a monte, non di più. Riconobbi l’ansa del torrente tra i cespugli anche da quella distanza. Non lo avevo dimenticato. Poteva essere lo stesso serpente e annuii. 

«Bastardo!» 

«Ora però bisogna catturarlo» dissi. 

«Pensi di farcela?» chiese Dario. 

«Sì, non bisogna farlo scappare quando esce dalla porta.» 

«Hai tutto ciò che serve?» 

Aprii lo zaino. Questa volta, diversamente da Milano, ero stato previdente. Dentro avevo un paio di guanti, la pinza da erpetologo e un sacco ermetico per serpenti. 

«C’è la luce all’interno della stalla?» chiesi al contadino. 

«No, purtroppo… Da anni non ci metto più animali, ma per il momento l’ho solo ripulita e intonacata.» 

«Mi occorre anche una torcia.» 

Il contadino assentì. Era nervoso. Salì la scala esterna ed entrò nella baita al piano di sopra. Guardai Dario. Anche lui era nervoso. Gli dissi di stare tranquillo. Il contadino tornò con la torcia. Le sue mani tremavano. 

«Cos’altro devo fare?» domandò.

«Nulla, ci penso io adesso. Prima di postare il cemento è meglio aprire la porta.» 

«Si apre verso l’interno» disse il contadino. 

«Meglio così» dissi. 

Era una vecchia e robusta porta di legno con un catenaccio a chiavistello. Mi misi all’opera. Girai la grossa chiave di ferro battuto e lo sbloccai, poi lo sfilai. Ma non aprii subito. Magari il serpente si era messo dietro la porta pronto a uscir fuori. 

«Ora apro, fate attenzione» dissi. 

Il contadino salì due scalini. Dario si ritrasse solo un pochino. Misi i guanti e diedi una spallata alla porta: si spalancò. 

Non successe nulla. Accesi la torcia, afferrai la pinza e varcai l’uscio. Il pavimento era di lose e malta. Indirizzai il fascio di luce tra le pareti della stalla alla ricerca della mangiatoia. Non vidi nulla che si muovesse all’interno. C’era una piccola catasta di legna e dei rami avvolti in fasci. Un po’ di luce entrava da una piccola finestra laterale. 

L’interno era fresco. Ma il serpente non si vedeva. Avanzai lentamente in direzione della mangiatoia. Magari mi aveva visto. Era probabile. Sapevo che era molto veloce. Mi avrebbe attaccato se si fosse sentito in pericolo. Si sarebbe rizzato in piedi, avrebbe appiattito la testa e magari mi avrebbe attaccato. I miei pantaloni erano spessi e scuri, magari avrebbero intimorito il rettile. 

«Lo vedi?» chiese Dario. 

«Non ancora» risposi. 

«Stai attento» chiese Dario. 

Udii come uno scrocchio di legna secca e mi girai di scatto verso la catasta. La illuminai e rovistai con la pinza, allungandomi il più possibile. Pensavo fosse un ottimo nascondiglio per un rettile. Ma non c’era, oppure era incredibilmente mimetizzato con la legna più sottile. Smossi un po’ di legna con la mano sinistra. Poi mi avvicinai alla mangiatoia. 

Doveva essere lì. Sapevo che sarei scattato all’indietro appena mi si fosse parato davanti. Era una reazione peristaltica. Aspettavo che accadesse. Feci ancora qualche passo e poi lo vidi. 

Mi sentii gelare. 

Lo illuminai e lui non si mosse. Rimase lì immobile e statico nella mangiatoia. Era grosso e mi domandai se fosse un maschio o una femmina. Magari mi sarebbe stato facile scoprirlo una volta nel sacco. In ogni caso il suo morso non avrebbe fatto differenze. 

«L’ho trovato» dissi. 

Avevo la bocca impastata. Parlai senza perdere di vista il serpente, tuttavia. Sapevo che dovevo prenderlo e toglierlo dal nascondiglio, che si era trovato, al più presto. Misi la torcia in bocca e cercai di capire dove fosse la testa, facendo luce. Contai fino a cinque e avvicinai la pinza al rettile. Sapevo che avrebbe reagito in qualche modo. Magari sarebbe schizzato fuori dalla mangiatoia. Speravo non facesse storie. 

Appena lo sfiorai il rettile si scosse. Cercò una via di fuga verso l’alto e io cercai di bloccarlo con l’asta della pinza ma non riuscii a farlo. Il serpente strisciò sul bordo della mangiatoia, poi cadde sul pavimento e cercò di fuggire verso la catasta. Fu allora che mi feci coraggio. Lo afferrai per la coda. Lo strattonai verso l’alto e lui si curvò su se stesso in un istante e cercò di mordermi ma urtò la pinza che gli misi davanti d’istinto. Aveva la testa piatta e il collo piegato a esse e la bocca spalancata e voleva mordermi e capivo che era nervoso e suscettibile. 

Ero solo con lui adesso e gli dissi di non fare scherzi. Sentivo gli altri parlare fuori dalla stalla ma non capivo cosa dicessero. Ero concentrato e lucido e molto cosciente del pericolo che trattenevo con le dita. Lasciai cadere la torcia e mi spostai verso la porta sempre trascinandolo per la coda. 

Una volta fuori sarei riuscito a bloccargli la testa con la pinza. Non fu affatto semplice. Non volevo ferire il serpente e neppure innervosirlo ulteriormente con movimenti bruschi. Era lungo un paio di metri, del tutto marrone. Non fui in grado di stimarne il peso e cercavo di non perdere la concentrazione. 

Era più agile e snello di quello che avevo immaginato. Notai le iridi nere e fredde degli occhi e l’interno rosa della bocca. Adesso stendevo il braccio mentre lo tenevo per la coda e con la pinza facevo in modo che la testa non si avvicinasse alle mie gambe. Capivo che il mio comportamento apparisse strano al contadino ma volevo assolutamente catturalo vivo e intero. Sono sicuro che lui lo avrebbe ucciso senza esitare. Lo sentivo imprecare e bestemmiare. 

Forse sarebbe stato più semplice mettere il serpente in un secchio. Dissi a Dario di aprire il sacco e di posarlo a terra, nel frattempo non mollai la coda del rettile. Pensai di aver capito come dovevo fare. Aspettai che il serpente si calmasse un poco e lo spinsi con la pinza verso l’imbocco del sacco. Mi parve quasi che volesse cedere. Con la pinza afferrai un bordo del sacco, ma in quel momento il rettile si rivoltò e si lanciò di nuovo addosso nel tentativo di mordermi alle gambe. 

No, non ci sarei riuscito in questo modo, ma non volevo che Dario corresse dei rischi. Provai di nuovo a pinzarlo per il collo ma non ci riuscii. Avevo bisogno di avere il sacco aperto davanti e sollevato da terra. Era l’unico modo per catturarlo. 

Non so perché pensai a un attizzatoio e a un soffietto del camino. Speravo che il contadino li avesse nella baita. Glielo chiesi. Catturare un serpente marrone non era come prendere una vipera a mani nude. 

«Certo che li ho» mi rispose. 

«Vada a prenderli, per favore.» 

Quando lo vidi tornare con un soffietto abbastanza lungo, dissi a Dario di prenderlo e di andare alle mie spalle. Avremmo fatto uno scambio veloce. Aspettai che fosse dietro di me, quindi lasciai cadere a terra la pinza e la sostituii con il soffietto di ferro. 

Era molto più pesante ma riuscii lo stesso a tenere lontano dalle mie gambe il rettile. Dissi a Dario di prendere il sacco con la pinza e di sollevarlo da terra. Finalmente avevo fatto la cosa giusta. Ci guidai sopra il serpente. A un certo punto capii che potevo mollare la sua coda. 

Il serpente forse era stanco ed entrò nel sacco. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. Sempre bello Ferruccio, incuriosisce sempre di piu'! Complimenti !

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  2. Me lo hai fatto quasi prendere con le mani

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  3. Mi sono resa conto che al massimo potrei leggere il racconto,non riuscirei mai ad essere una diretta spettatrice di una cattura simile:-)


    Ecco con la fantasia posso avvicinarmi e allontanarmi ...grazie a te per questa opportunità!


    L.

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  4. L’ho letto in apnea.
    Adesso posso rileggere con più calma...
    ;)
    Bravo Ferruccio
    Sempre più coinvolgente.

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