martedì 10 settembre 2019

Il ventiduesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Martedì 10 settembre. Siamo arrivati a il ventiduesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo e lo volete fare, vi consiglio di partire dal primo capitolo. Ricordo che questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventitreesimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, venerdì 13 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventiduesimo Capitolo ----- 

Tramite una società tedesca riuscii a entrare in contatto con un centro antiveleno australiano. Capirono il problema e ci avrebbero fornito degli antidoti specifici da usare per quel tipo di rettili. Se la faccenda non si fosse risolta in tempi brevi avrebbero inviato un loro specialista per del supporto. 

Non andò così con Mayer. Dal comune gli inviarono una raccomandata. Non ebbero risposta e non riuscirono a trovare nessun numero di telefono utile per rintracciarlo. 

Fu il maresciallo a richiedere alla questura del capoluogo regionale un intervento direttamente presso l’abitazione. 

Spiegò la situazione e dopo qualche carta bollata dovemmo scendere a Milano, all’indirizzo in nostro possesso. Lasciammo l’auto in un parcheggio nei pressi della stazione Centrale e andammo a piedi in via Copernico. Mayer abitava al settimo piano di un condominio. Aspettammo gli agenti fuori sul viale all’orario convenuto. 

Quando arrivarono ci presentammo. Erano in tre: un funzionario in borghese e due agenti. Dario spiegò il suo e il mio ruolo e un’altra volta il motivo della richiesta d’intervento. La perquisizione riguardava il possesso di serpenti velenosi. 

«C’è sempre una prima volta» disse il funzionario. 

Sorrisi. 

«Lui sarà in casa?» domandò. 

«Speriamo» disse Dario. «A parte questo indirizzo da cui è giunta una lettera non abbiamo altro. Ma siccome si auto accusava, abbiamo pensato di venirlo a trovare.» 

Imboccammo l’entrata del palazzo. Io fui l'ultimo. La portineria era sulla destra. Aveva un aspetto pulito e signorile. Una signora si affacciò da uno spioncino in vetro. Ci guardò sospettosa: «Desiderate?» 

«Cerchiamo il signor Mayer» disse il funzionario, intanto le mostrò dei documenti. 

La signora arrossì. «Non credo sia in casa, non lo vedo da una settimana. Ho visto che non ha mai ritirato la posta in questi giorni. Ma non mi ha detto che partiva.» 

«Dovremmo proprio vederlo» continuò il funzionario. «È molto importante.» 

«Certo, ma non capisco. Il signor Mayer è una persona deliziosa e per bene.» 

«Potremmo salire?» 

«Vi accompagno!» disse la donna. 

Si alzò e uscì dalla portineria. Sembrava turbata. Ci condusse davanti all’ascensore. Ci contò con gli occhi. 

«Possiamo salire solo in quattro alla volta» disse. 

Io e un agente di polizia salimmo a piedi le scale interne. Io davanti e lui dietro. Non sentivo rumori e pensavo che il palazzo fosse deserto per le vacanze. 

Trovammo la signora e gli altri davanti all’ingresso dell’interno che ci interessava. Capii subito che qualcosa non quadrava. Sul pianerottolo c’era un odore strano e nessuno rispondeva. 

«Signora ce l’ha una chiave passepartout?» chiese il funzionario. 

«Sì, ma potete farlo?» 

«Sì, signora, non si preoccupi.» 

«Scendo a prenderle.» 

Un agente l’accompagnò da basso. L’odore sul pianerottolo era pungente. Mi domandai come fosse possibile che nessuno lo avesse sentito prima di adesso. 

«Che sta succedendo?» chiese Dario. 

«Spero non sia quello che penso.» 

«Questo è l’odore di un cadavere. Credo sia meglio chiamare un medico» disse il funzionario.

«Mi auguro di non dover chiamare anche qualcun altro» dissi. 

«Cosa intende?» 

Dopo qualche minuto ritornò la signora. Con lei adesso c’era anche il marito. 

«Signora?» le domandai. «Sapeva che Mayer allevava serpenti?» 

«Serpenti? Dice davvero?» 

«Serpenti velenosi.» 

«Vuol dire che ci sono dei serpenti velenosi in questo palazzo?» 

«Be’ se non li teneva da un’altra parte. Aveva un’altra abitazione il signor Mayer?» le chiese il funzionario. 

«Non credo» la donna ripose. 

Un agente aprì la porta con il passepartout della portinaia. Il tanfo si fece ancora più forte. L’agente fece per entrare ma lo trattenni. Mi guardò come se fossi matto. Gli dissi di fare attenzione. Sorrise e disse che sapeva il fatto suo. 

La signora e suo marito si allontanarono. 

L’interno era buio. Intravedevo delle poltrone. Ora sapevo che in qualche stanza doveva esserci un cadavere. Mi ritrassi e guardai Dario, poi avanzai qualche passo oltre la soglia e seguii l’agente di polizia. Cercai un interruttore della luce sulla parete ma non lo vidi e andai verso una finestra da cui entrava della luce tra le fessure delle tapparelle. Alzai la tapparella e quando la stanza fu illuminata la studiai. 

Ero in soggiorno. Vidi una vetrina d’epoca piena di porcellane, un piccolo tavolino al centro della sala, un divano a tre posti e una poltrona. Sulle pareti c’erano quadri di qualità e mi domandai che tipo di uomo fosse questo Mayer. Poi studiai la dislocazione degli altri locali. C’era un passaggio che collegava la cucina sulla sinistra e una porta che dava su un corridoio. 

L’agente che mi precedeva accese la luce nel corridoio. Vidi che tutte le altre porte erano aperte. Tolsi il fazzoletto dalla tasca destra e mi coprii la bocca e il naso. 

Alla fine arrivammo in una camera. L’odore veniva da lì. Andai ad alzare anche questa tapparella. Mayer stava lì, sdraiato sul letto, nudo. Per quello che potei capire, sembrava morto da giorni. Ora, tutto quello sui cui avevo fatto affidamento, svaniva. 

Mi avvicinai. L’uomo era grigio in volto, aveva gli occhi aperti con le pupille che parevano bilie di piombo. Sul braccio sinistro risaltavano quelle che parevano essere i segni delle zanne velenifere di un serpente. Sul comodino c’erano delle pagine di giornale e un foglietto scritto a mano. 

Lo lessi. 

«Fermi» urlai. 

L’agente si allontanò di scatto dal letto. Dario e il poliziotto in borghese si fermarono sull’uscio della stanza. 

«Fate attenzione a dove mettete i piedi. Temo ci sia un serpente in giro.» 

«Che serpente?» chiese l’agente. 

Guardai in terra e mi avvicinai a lui. Gli mostrai il foglietto. Lesse e imprecò. 

«Spero non sia uscita dall’appartamento, altrimenti siamo in un bel casino» dissi. 

«Spiegati?» chiese il funzionario. 

«A quanto pare questo signore si è fatto uccidere dal morso di un serpente» disse l’agente. 

«Vipera della morte» dissi. 

«Cosa?» chiese il funzionario. 

«Una vipera della morte, Acanthophis antarcticus. Un serpente australiano. Temo sia in giro.» 

Illustrai le caratteristiche del rettile. Dissi che aveva la forma di una vipera solo per un caso di convergenza evolutiva. In realtà faceva parte della famiglia degli elapidi. Sapeva mimetizzarsi ed era un maestro dell’agguato. Sapevo che era un animale notturno e se fossimo stati nel bush probabilmente sarebbe stato in agguato tra i cespugli con la sua coda ritta come un vermicello, però in un appartamento cittadino le cose dovevano essere per forza diverse. Poteva essere davanti ai miei piedi. Poteva essere ovunque, magari sotto un mobile. 

Osservai la disposizione degli arredi nella stanza. Vicino al letto c’era un tappeto: pensai che poteva essersi infilato sotto. Magari era sotto il cuscino, ma in questo caso l'avremmo visto. Forse bisognava chiamare la disinfestazione. Non avevo gli strumenti per dare la caccia a un serpente. Ero stato uno sciocco poco previdente. Suggerii  agli altri di muoversi con la massima attenzione. 

Da quanto ero entrato nell’appartamento non avevo visto teche o terrari. Tornai in salotto. Aprii un paio di cassetti ma non c’era niente che potesse essermi utile. In cucina fu lo stesso: era in ordine con una precisione maniacale. Mayer aveva pensato a tutto. La teca era nell’ultima stanza dove andai a rovistare. 

Era uno sgabuzzino senza finestre, con una piccola presa d'aria circolare posta in alto. Il terrario poggiava su una base di legno: aveva del terriccio sul fondo e poi coni di sabbia e ciuffi di arbusti. Il serpente però non era lì dentro. Per fortuna c’erano degli attrezzi adatti. Sembravano messi lì con la speranza che qualcuno li trovasse. Presi un paio di guanti spessi poggiato sopra una mensola e una torcia e tornai nella stanza dove c’era il cadavere. Uno degli agenti gli avevo chiuso gli occhi.

Incrociai lo sguardo di Dario, era nervoso. Gli sorrisi, poi mi inginocchiai, posai le mani sul tappeto e mi abbassai come se stessi facendo delle flessioni, mi chinai sino a toccare  il tappeto con la guancia sinistra. Feci luce con la torcia  sotto il letto. Osservai bene: non c'era.

Il rettile doveva essere da qualche parte. Lui sapeva che noi eravamo lì. Ne ero sicuro. Questo dettaglio mi rendeva nervoso. Se per caso qualcuno fosse stato azzannato, senza antidoto, avrebbe fatto la fine di Mayer. 

«Manuel» chiamò Dario. 

Mi sollevai da terra. 

«Guarda nel vaso.» 

Il serpente era lì, in un vaso di fiori subito sotto la finestra. Si era perfettamente mimetizzato con le foglie dei fiori ed era quasi impossibile notarlo. Non si muoveva e ci guardava. Ora avevo afferrato con le mani diversi serpenti letali e provavo sempre una sensazione particolare di pericolo nel farlo. Era passato vicino a quel vaso due volte da quando ero entrato nella stanza. 

«Riesci a catturarlo?» chiese Dario. 

«Non è meglio attendere gli uomini della disinfestazione?» chiese il funzionario. 

«Potrei farlo, ma se non si muove aspettiamo loro» dissi. 

Non so quanto tempo restai lì a guardare il serpente. Forse fu un minuto o forse trascorse un’ora. Non lo ricordo. Mentre lo guardavo pensai alla morte atroce di Mayer. Un veleno neurotossico ti paralizzava inesorabilmente, ma con quello di una vipera della morte occorrevano ore prima che arrivasse la fine per asfissia. 

Dedussi che per Mayer farsi mordere doveva essere stata una forma di espiazione. I ritagli di giornale con gli articoli che parlavano della tragedia accaduta in paese, trovati sul comodino, facevano chiarezza. Sembrava tutto pianificato: la lettera e poi il suicidio alla Cleopatra. La coscienza a volte era il giudice più terribile. Speravo solo di trovare ora o più tardi, tra le sue carte, qualcosa che potesse aiutarci a risolvere il nostro grosso problema. 

Il medico non volle entrare nella stanza a esaminare il cadavere prima dell’arrivo degli uomini della disinfestazione. Rimase in salotto a compilare della documentazione e si affacciò sulla soglia un paio di volte, ma non la varcò. Il serpente rimase lì nel vaso in attesa del suo destino.  

Mi domandai che fine avrebbe fatto una volta catturato. speravo non fosse ucciso.

Magari avrei potuto chiederlo per il mio rettilario. Non so come si comportavano in cattività. Non poteva essere più pericolo e aggressivo di un'echide.

Mai si mosse. Se avessi avuto tra le mani un sacco resistente, dove poterlo metterlo, forse avrei avuto più coraggio e mi sarei aiutato con il mio sangue freddo e avrei cercato di catturarlo senza aspettare nessuno. D’altra parte non era molto diverso da una delle nostre vipere come lunghezza e forse maneggiarlo era la stessa cosa. Era soltanto  più grosso e aveva quella strana coda e quel colore verdastro che lo mimetizzava con le foglie del vaso. 

Chissà se aveva una coscienza. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. Questo racconto motiva la paura,anche se in Italia non abbiamo serpenti veleniferi come in Australia.

    Il racconto è carico di suspense...ma nonostante tutto spero anche io come Manuel ,che il serpente non venga ucciso...è il suo sistema di difesa all' attacco volto a lui, rapito dal suo territorio.Sarà questa la sua coscienza?



    L.

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  2. E adesso ? Ferruccio la curiosità aumenta! Bravo, pensavo anche che questo romanzo oltre ad essere scritto benissimo, ha una storia molto originale! Aspetto venerdì. Un saluto

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  3. Decisamente avvincente. Il martedì e il venerdì sono diventati un appuntamento a cui cerco di non mancare. Complimenti. 👍

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  4. Non so cosa dire: a me pare davvero un gran lavoro.

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