martedì 3 settembre 2019

Il ventesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Martedì 3 settembre. Siamo arrivati al ventesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo, vi invito a partire ovviamente  dal primo capitolo. Questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo, il ventunesimo, sarà pubblicato, come programmato e in scaletta, venerdì 6 settembre. Buona lettura a tutti. 


----- Ventesimo Capitolo ----- 

Caricai nel baule dell’auto una valigia con i ricambi necessari per tre settimane. In una borsa a parte misi i regali per Loredana e naturalmente le bottiglie di prosecco e i prodotti gastronomici tipici di Treviso per la signora della pensione. 

Il viaggio in auto si rivelò più vantaggioso di quello in treno ma fu lo stesso poco agevole. Mi fermai due volte in autostrada: prima a Desenzano sul Garda presso una stazione di servizio a fare gasolio, poi vicino a Bergamo per mangiare un panino. Giunto a Lecco seguii le indicazioni per il parco. 

Adesso guidare in una strada di montagna che non si conosce è molto impegnativo. Non avevo considerato questo aspetto prima di mettermi in viaggio e ne pagavo le conseguenze. Pensavo ai punti di riferimento che avevo memorizzato nelle settimane precedenti come passeggero, ma ora alla guida le cose cambiavano. Era un continuo premere la frizione e cambiare marcia e poi un salire a volte una strada ripida tra i boschi e poi piccoli paesi deserti da attraversare. I chilometri sembravano più lunghi di quello che fossero realmente. Ero abituato a guidare sulle strade ampie e diritte della pianura. Laggiù, posti lontani erano più vicini dei luoghi in mezzo alle montagne sulla carta segnati molto e molto più vicini. 

Temevo di finire da un’altra parte. Magari avevo sbagliato valle. Mi chiesi quanto mancasse per arrivare. Ricordavo un pianoro e la strada che spianava in una gola all’ombra e poi il paese sull’altro lato delle montagne, ma non sapevo quando mancava al pianoro. Seguivo le indicazioni ma non ero così sicuro della strada. Magari ne avevo imboccata un’altra. Dario mi avevo detto che c’era un solo vero modo per arrivarci. Non potevo sbagliare. 

Non sbagliai e fui molto contento quando giunsi in piazza. Cercai un parcheggio e spensi il motore, aprii la portiera ma non scesi. Chiamai Dario come concordato e attesi. 

La giornata era assolata, ma non faceva caldo. Forse sarei potuto andare direttamente in albergo senza disturbare Dario. Ricordavo la stradina sotto la chiesa. Non mi sarei perso in paese. Fui felice però nel vederlo arrivare. Smontai e ci abbracciamo. 

«Fatto buon viaggio?» chiese. 

«Lasciamo stare» dissi. «Ho pensato di aver sbagliato strada due o tre volte.» 

Dario sorrise. Mi disse dove lasciare l’auto, poi mi accompagnò in albergo. Sul tragitto mi ragguagliò sulla situazione. Nei pochi giorni in cui ero mancato, non aveva rilevato nulla di anormale. Li aveva trascorsi al maggengo. 

«Forse si deve tutto al maltempo e alla pioggia scesa. Fa pure più fresco» disse. 

«Può darsi... hai parlato con il sindaco?» 

«Dovremo incontrarlo domani pomeriggio ma non ho ancora ricevuto una conferma.» 

«Dall’ospedale non hai saputo altro?» 

«Niente. Però ho fatto ingrandire la foto scattata al parco dal ragazzo. Più tardi te la mostro. Magari ci trovi qualche particolare che al momento è sfuggito.» 

La signora della pensione fu lieta di rivedermi, ma era ancora colpita per la morte del ragazzo. Disse che era un bene per la gente del paese che fossi tornato. Esitò un poco, forse non voleva sentirsi in debito, ma fu felice delle bottiglie di vino e della sopressa che le regalai. Mi diede la camera dell’altra volta. 

Salii di sopra a portare il bagaglio. Dario mi attese davanti al camino all’entrata. Aprii la valigia e misi nell’armadio i vestiti, dividendo la biancheria dal resto. Poi entrai in bagno e mi sciacquai il viso con l’acqua fredda. Alla fine presi il pacco con i regali di Loredana e tornai da basso. 

Dissi alla signora che sarei tornato prima della mezzanotte e andai a casa di Dario. 

Anche Loredana fu felice di vedermi. Scosse il capo quando le porsi il sacchetto con i regali ma non poté rifiutare di accettarli. 

«Hai mangiato?» chiese. 

«Sì, sì… sono a posto.» 

«Ti ha detto Dario che sei invitato a cena?» 

«Sì» risposi. 

«Polenta e spezzatino!» 

«Favoloso!» 

«Non ho potuto invitare la tua promessa sposa, ma cercherò di farvi incontrare in un altro momento.» 

Poco dopo andai da basso, nella taverna, e mi misi al lavoro con Dario. La foto, sebbene ingrandita, non ci aiutò molto. Era sgranata e non si vedevano i dettagli precisi. Le squame non mi dicevano nulla e gli occhi del serpente non si vedevano. Il colore non faceva pensare a nulla di preciso. Però era evidente che non fosse un biacco. Non era neppure una vipera. Men che meno una natrice. Neanche un saettone. Di questo ero sicuro. Non si trattava di un serpente tipico della zona. Molto probabilmente era davvero un elapide. 

Bene! C’erano quasi duecento specie di elapidi sulla terra. Mi sentivo di escludere i serpenti corallo e gli altri elapidi dai colori sgargianti ma non per questo la situazione migliorò. 

Dario disse che in giro, tra la gente, si parlava di un cobra. Per qualcuno si trattava di un esperimento studiato dagli uomini del parco. Un po’ come la faccenda delle vipere che si lanciavano dagli elicotteri. 

«Ho dei dubbi sul fatto che possa essere un cobra» dissi. «Osserva la foto.» 

«Non occorre. Sono anch’io della tua stessa opinione» 

Dopo cena non tornai subito in albergo. Non so cosa mi passò per la testa. Non so chi fossi convinto di trovare. Mi diressi verso la piazza del paese. Non sapevo neppure come arrivarci, ma ero quasi sicuro che la strada fosse quella giusta. 

Ma si che so chi volevo trovare. Da un po’ di tempo non pensavo ad altro. Portavo in giro il suo fazzoletto soltanto per la speranza di avere una scusa per parlarle nel caso l’avessi incrociata. Lo avevo anche adesso, in tasca. Erano trascorsi dieci giorni dall’ultima volta che l’avevo vista. Speravo che gli esami di maturità le andassero nel modo migliore. Neppure le avevo chiesto in cosa si diplomasse. Magari non era nemmeno in paese. Salendo avevo attraversato Lecco. Doveva essere molto distante. 

Intanto incrociai la strada principale. La chiesa era lì davanti, in fondo alla discesa, con il campanile illuminato. Erano le undici. Proseguii. Superai, lasciandolo sulla sinistra, il monumento agli alpini e scesi sulla piazza rimanendo a destra della chiesa. Poi attraversai il sagrato ed entrai nel bar che trovai aperto al pian terreno del palazzo di fronte. 

La televisione era accesa. C’erano tre ragazzi in piedi davanti al banco e una coppia seduta a un tavolo. Chi cercavo non c’era. I tre ragazzi parlavano in dialetto. Non capii cosa dicevano. Supponevo fossero del paese. Mi guardarono e vidi che si dissero qualcosa mentre avanzai nel locale. Era chiaro che sapevano chi fossi. Da quando era morto il ragazzo ero diventato una celebrità. 

«Qui di vipere non ce ne sono» disse uno. 

Finsi di non capire. 

«Beve qualcosa?» domandò un altro. 

Esitai. 

«Su beva qualcosa.» 

Forse volevano solo fare amicizia, ma io ero entrato per un altro motivo. Sul banco davanti avevano una birra e due amari. Non erano al primo giro. Uno dei tre aveva la faccia rossa ed era ubriaco e disse qualcosa riguardo a un biacco, poi ordinò alla cameriera di versarmi una birra. Non volevo una birra. Ruttò e disse che l’avrebbe bevuta lui. 

«Seriamente, cosa c’è in giro?» uno domandò. 

«Non lo so sa ancora» risposi. 

Mi porsero un amaro. Non mi andava neppure questo ma non potei esimermi. Lo assaggiai. 

«Qualcuno dice che c’è un cobra in giro tra i boschi del parco» disse quello ubriaco. 

«L’ho sentita due ore fa. Neppure quello sappiamo, non ne siamo certi!» 

«Quanto è pericoloso un cobra?» 

«Ti interessa davvero?» 

«Be’ se dovessi incontrarne uno almeno saprei cosa fare.» 

«Dipende dal cobra» risposi. «Ci sono più di trenta specie di cobra al mondo. Alcune sono letali, altre meno. Spero tuttavia che non ci sia un cobra, ma sopratutto mi auguro che tu non debba incontrarne uno.» 

«Io non ci vado da quelle parti» disse la cameriera. Aveva ascoltato la nostra discussione. «Ho il terrore dei serpenti!» 

«Non dovrebbe andarci nessuno» dissi. 

«Non potete impedirlo?» 

«Non dipende da noi.»  

«Ma se dovesse capitare un altro incidente?» 

«Stiamo studiando delle soluzioni.» 

Nel pomeriggio del giorno seguente fummo ricevuti dal sindaco. Una signorina ci fece attendere nella sala consigliare dell’ufficio comunale. Non avevo preparato nessun discorso. Dario aveva con sé una relazione dell’ospedale che parlava di un decesso causato dal morso di un serpente. Fissando l’appuntamento aveva spiegato al sindaco chi fossi e cosa facessi. Ora non immaginavo come mi avrebbe accolto. Certe questioni sono sempre delicate. 

Mentre aspettavo, osservai la sala. Aveva una sola grande finestra sullo sfondo. Sulla parete c’era una vecchia litografia con i confini del paese e poi altre foto d'epoca. 

Mi alzai per andare a studiarle da vicino, quando comparve il sindaco. 

«Buonasera» disse. 

Dario mi presentò. Gli strinsi la mano. 

«Andiamo subito al punto: mi dite cosa succede?» 

«Non lo sappiamo» dissi. 

Il sindaco guardò Dario. «Girano strane voci.» 

«Strane è un eufemismo. Pensiamo ci sia un serpente velenoso, molto più pericoloso di una vipera.» 

«E cosa possiamo fare noi dell’amministrazione?» 

«All’inizio pensavo fosse sufficiente interdire la zona, ma ora credo non basti. Non sappiamo neppure se si tratta di un solo serpente. Bisogna parlare con la popolazione e informarla del rischio.» 

«Io non so nulla di serpenti» disse il sindaco. «Che cosa potrei dire?» 

«Lo spiegherò io» dissi. 

«Quando?» 

«Il prima possibile.» 

Il sindaco sembrò riflettere. Alzò gli occhi verso il cielo per un istante, poi tornò a fissarmi. «Possiamo organizzare un incontro in palestra, nei prossimi giorni.» 

«Funziona?» 

«Di solito sì» affermò. «La gente accorre. Ho solo bisogno di qualche giorno per questioni burocratiche. Sperando che non accada altro nel frattempo.» 

Gli spiegai quale fosse la mia professione, nel caso gli venisse chiesto. Doveva avere fiducia. 

Il sindaco chiamò una signorina. Le disse di preparare una convocazione straordinaria del consiglio comunale l’indomani per deliberare l’assemblea. Gli avvisi, una volta pronti, sarebbero stati esposti su tutti i locali pubblici del paese. Sapeva che i suoi paesani non avrebbero preso la faccenda sottogamba. 

Quattro sere dopo la palestra si riempì di gente ancora prima dell’orario d’inizio dell’assemblea. L’amministrazione comunale aveva allestito una specie di palco al centro del campo di pallacanestro. 

Spiai la gente dal balconcino di una stanza laterale, mentre preparavo mentalmente cosa dire. La tribuna era gremita. Mi ero preparato una scaletta del discorso ma non so fino a che punto l'avrei seguita. 

Presi la parola dopo l’introduzione del sindaco. Non volevo spaventare nessuno, ma neppure negare la verità su ciò che stava accadendo. Dissi che con gli elapidi non si scherzava. Il mio consiglio era di evitare la zona del parco se non per motivi strettamente necessari. Avrei fatto il possibile per sistemare la faccenda nel più breve tempo possibile, ma per farlo avevo bisogno della collaborazione di tutti. 

Con gli elapidi non si scherzava: rimarcai il concetto. Non era il caso di prenderli a bastonate se fossero apparsi in mezzo a un sentiero. Non erano biacchi e neppure saettoni. 

Certi cobra potevano sputare il veleno negli occhi senza neppure dare la possibilità di avvicinarsi. Un mamba irritato poteva lanciarsi addosso ai suoi aggressori da tre metri di distanza. Non si poteva sapere la gravità di un morso di un elapide quando accadeva. Nel caso del ragazzo erano trascorsi quasi due giorni, ma a volte la morte sopraggiungeva nel giro di minuti. I fattori da prendere in esame era diversi. Senza rintracciare e risalire alla specie precisa del serpente era impossibile anche richiedere un antidoto.

La gente mi guardava e ascoltava, ma non so fino a che punto fosse effettivamente cosciente. Il sindaco e il maresciallo mi guardavano mentre parlavo e annuivano. Dissi che avremmo messo a disposizione dei numeri telefonici per ogni evenienza. Sarebbero stati esposti sulla bacheca del comune. 


--------------- 


--------------- 

"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

6 commenti:

  1. Mi pare di essere lì ad ascoltare

    RispondiElimina
  2. Io sapevo che il cobra è velenosissimo, nelle campagne Thailandesi, molti contadini muoiono per il suo morso, e quelli che fanno gli spettacoli, gli "incantatori", quasi tutti sono senza un dito, lo tagliano immediatamente se vengono morsi. Sempre molto bello questo romanzo Ferruccio, buona giornata!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci sono più di trenta specie di cobra, diffusi in Asia e in Africa. Alcune specie sono davvero letali. Grazie Anna

      Elimina
  3. Riprovo a riscrivere il commento, può darsi che tu ne veda due.
    Dicevo che il tuo romanzo diventa sempre più avvincente. Mi fa ridere Loredana che lo vuole far sposare...
    Abbraccio a te

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Anna...
      Loredana che lo vuole sposare è un po' quello che succede a me. C'e sempre qualche donna che mi presenta un'amica perché mi devo sposare... Vedrai cosa succederà nel romanzo (ma non faccio spoiler)

      Elimina

Questo blog ha i commenti in moderazione.

Info sulla Privacy