venerdì 16 agosto 2019

Il quindicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Manuel e Dario continuano con la loro storia. Siamo al quindicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo, partite dal primo capitolo. Questo romanzo è frutto soltanto di fantasia e ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Il prossimo capitolo sarà pubblicato, come programmato, martedì venti agosto. Buona lettura. 


----- Quindicesimo Capitolo ----- 

Non accadde altro nelle ore successive. In serata parlammo al telefono con un medico dell’ospedale di Como. Aveva esaminato il ragazzo appena giunto al pronto soccorso. Era stato ricoverato e lo teneva in osservazione: ci tranquillizzò sulla sua condizione, non era in pericolo di vita. Questo particolare positivo non ci impedì di suggerire alla gente del luogo di lasciare il maggengo appena possibile. 

Il mattino seguente decidemmo di fare lo stesso. Non era il caso di trattenerci più a lungo e tornare soltanto in serata, come avevamo programmato in precedenza. Dopo colazione pulimmo la baita, raccogliemmo l’immondizia e tutta l’attrezzatura utilizzata. Pulendo sotto una cassapanca trovai il fazzoletto che mi aveva prestato la ragazza di Lecco. Era sporco di sangue. Prima di metterlo in tasca mi domandai come fosse finito lì. Poi preparammo gli zaini e tornammo in paese. 

Scendendo a valle raggiungemmo i due muratori. Scendevano lenti e vecchi sul sentiero, carichi come animali da soma. Avevano lasciato il maggengo da pochi minuti. Sembravano ancora sconvolti. Ci dissero che il ragazzo morso dal serpente non era in apparente pericolo di vita ma al momento non c’erano certezze precise sulla prognosi. Forse sarebbero andati a trovarlo nei giorni successivi. 

«Ne siamo al corrente… Dovremmo andare anche noi a Como a spiegare esattamente i fatti» gli disse Dario. 

Percorremmo la mulattiera insieme sino al punto dove Dario aveva parcheggiato l'auto. Dialogammo sono con mugugni. Ci salutammo vicino all’area industriale. Prima ancora di aver finito di caricare il nostro materiale in auto, i due erano spariti in fondo alla strada. 

«Poveri diavoli» dissi. «Non dimenticheranno facilmente quello che è successo.» 

«Posso capirli, è così anche per me.» 

Lo guardai. 

«Sono preoccupato Manuel. Ho paura di quello che potrebbe capitare alla gente... e di conseguenza al parco.» 

«Troveremo una soluzione.» 

«Ogni giorno succede qualcosa di nuovo. Prima le vipere, ora quel ragazzo.» 

«Non ti scoraggiare. Non è successo nulla: sono cose che possono capitare.» 

«Nessun scoramento Manuel: temo sia la realtà dei fatti.» 

Non ci volle molto per arrivare sul sagrato. Era giorno di mercato e in chiesa suppongo ci fosse un matrimonio. La folla gremiva la piazza con molta gente in giacca e cravatta e poi donne bellissime con i capelli cotonati. Le campane suonavano a festa e davanti al portone centrale della chiesa ci stava un’auto addobbata con dei fiori. 

Adesso sapevo come arrivare all’albergo e dissi a Dario che non era necessario accompagnarmi. Lui annuì e mi disse che sarebbe passato a prendermi per l’ora di pranzo. Presi le mie cose, le raccolsi tutte in un sacchetto di plastica e mi avviai a piedi sotto il sole dapprima, poi inoltrandomi nelle stradine riparate dai muri delle vecchie case addossate del centro. 

Mi sentivo osservato. Era evidente che in paese si fosse sparsa la voce di ciò che era accaduto. Forse qualcuno avrebbe voluto chiedermi qualcosa in maniera diretta. Ma non avevo molto da dire. Per il momento volevo arrivare in albergo e levarmi gli scarponi. Temevo che il troppo camminare mi avesse riacutizzato la ferita alla pianta del piede. 

Non dissi nulla neppure alla signora una volta giunto alla pensione. Fu molto discreta. 

Salii in camera. Tolsi le scarpe e controllai il piede. Era un po’ arrossato ma nulla di veramente fastidioso e la ferita era chiusa. Feci una doccia. Mi rasai la barba e chiamai Treviso. Dissi al mio collega cosa era successo e per un po’ ragionammo su ipotesi e congetture. Poi mi vestii e scesi da basso. 

Alla signora dissi che sarei andato fuori a pranzo e le domandai dove fosse possibile trovare del detersivo per lavare un po’ di biancheria nei giorni successivi. La signora sorrise e mi disse che avrebbe messo tutto in lavatrice. Ci avrebbe pensato lei. Se avevo anche degli indumenti da stirare non dovevo farmi problemi. Non avrebbe perso la mia roba. Sorrise e sparì in cucina. 

Ordinai a sua figlia un bicchiere di vino bianco e sedetti nella sala di fronte al banco del bar ad aspettare. Aprii le pagine di un quotidiano ma non potei leggere nulla, faticavo a concentrarmi e continuai a fare delle supposizioni sul tipo di rettile che aveva morso il ragazzo. Sapevo che non mi sarebbe uscita dalla testa la questione. 

Non era semplice trarre delle conclusioni. E capivo il malessere di Dario. Il tipo di attacco era simile a quello di un colubride, un viperide avrebbe morso una volta e se ne sarebbe andato. Non capivo che danni avesse fatto il veleno. L’assistenza sanitaria aveva rilevato che non c’erano veri danni ai tessuti, al sangue e agli organi interni, ma mancavano pure evidenti effetti neurotossici e cardiotossici. Forse era stato iniettato poco veleno. Doveva essere così. Magari leggendo i valori degli esami del sangue e confrontandoli con dati specifici avremmo potuto sapere qualcosa di più preciso. Sapevo che bisognava andare a Como al più presto. 

Ordinai un altro bianco. Questa volta li pagai alla ragazza e non volli sentire scuse. Mi portò anche delle olive e delle patatine su un vassoio, lo posò sul tavolo, poi tornò a sedersi dietro il bancone. C’ero solo io nel locale e si mise a messaggiare con il cellulare. 

Dario arrivò poco dopo mezzogiorno. Indossava dei pantaloni bianchi e un polo blu. Si era rasato. Pareva rilassato. Gli dissi di bere qualcosa e mi feci portare un altro bicchiere di vino bianco per lui. 

Sedette. «Mia moglie non vede l’ora di conoscerti» disse. 

«Cambierà idea appena mi vedrà.» 

«Non dire sciocchezze: è molto contenta che tu sia con me.» 

Prima di lasciare l’albergo, passai dalla signora in cucina e gli dissi che non sapevo quando sarei tornato. Lei mi disse di non preoccuparmi di nulla. Pensai di salutare anche la figlia ma in quel momento stava conducendo i primi ospiti della giornata nella sala da pranzo. 

Dario abitava in una piccola villetta nella parte alta del paese. Per arrivarci salimmo diversi stretti vicoli del centro vecchio. Era piacevole camminare all’ombra. Dario mi raccontò che quella casa era sempre appartenuta alla sua famiglia. Era lì che aveva trascorso le vacanze estive da ragazzino. Era figlio unico e gli era rimasta in eredità dopo la morte dei suoi. Mi raccontò che entrambi i suoi genitori erano morti per un tumore in età ancora giovane: prima la madre per un sarcoma e poi il padre per un linfoma. 

Aveva sistemato la villetta quando si era sposato. Ci aveva investito tutti i risparmi. Possedeva pure un appartamento a Monza, ma lo aveva concesso in affitto. Non intendeva venderlo, se un giorno avesse avuto dei figli magari sarebbe diventato importante. A Monza gli era rimasta la vecchia nonna materna e un paio di sorelle di sua madre. Aveva diversi parenti ma scendeva in quella città solo per sbrigare le pratiche burocratiche e un paio di volte all’anno per passare a visitare le tombe dei suoi genitori. 

Intanto, mentre chiacchieravamo, eravamo giunti sotto il cancello di casa. C’era un piccolo giardino cintato sul davanti: era pieno di fiori e piccole piante. 

Sua moglie ci venne incontro: era molto bella. 

«Loredana» disse e mi porse la mano. 

Gliela strinsi e le dissi il mio nome. 

«Sono molto felice che tu sia qui a dargli una mano.» 

«Non ha bisogno del mio aiuto» dissi, «tuo marito sa cosa fare… sempre.» 

«Ogni volta che parla di serpenti, muoio un poco. Una volta una strega gli ha detto che….» 

Dario l’interruppe. «Lo sa!» disse. 

Loredana scosse il capo. «Si diverte anche a raccontarlo.» 

Entrando in casa, un gatto sgusciò tra le mie gambe e la porta. Ebbi un sussulto, neanche fosse stato un serpente. Lo seguii con lo sguardo mentre andava a sdraiarsi all’ombra tra le piante del giardino. 

«Lui è Esopo: il padrone di casa» disse Loredana. «Non hai un gatto?» 

«Lui ha solo serpenti» disse Dario. «Quante volte te l’ho detto!» 

«Magari ha pure un gatto!» 

«Non ho un gatto» dissi. Osservai Esopo, era un grazioso e grosso tigrato grigio europeo comune. «Farebbe una strage in casa mia.» 

«Ma Esopo è buonissimo, non farebbe male a una mosca.» 

«Lo so, non ci sono animali cattivi» sostenni. «Neppure i serpenti lo sono.» 

Il pranzo fu delizioso. Loredana lo servì in sala da pranzo e sedette con noi. Mangiammo pizzoccheri con le verze e le patate, conditi con il burro fuso e del formaggio locale. Non li avevo mai provati. A Treviso ero abituato a una cucina differente. Per secondo mangiammo delle salsicce e della verdura alla griglia cucinate all’aperto da Dario. Loredana era una buona forchetta e una vera padrona di casa. Non volle farmi mancare nulla. Bevemmo una bottiglia di vino e parlammo di tante cose. 

Loredana mi chiese se non fossi sposato. Le dissi che ero troppo matto per trovare una donna sufficientemente matta per sposarmi e una coppia di matti avrebbe messo al mondo inesorabilmente dei matti. 

«Esagerato.» Indicò Dario. «Non sarai più matto di lui e non ha sposato una matta. Non sono una matta, vero?» 

Dario alzò le spalle. 

«Scemo» lei disse. 

«Non hai neppure una ragazza?» 

«Non in questo momento» dissi. 

«Ci credo poco… Vuoi del gelato?» 

Presi il gelato. Bevemmo il caffè fuori in giardino sulle sdraio. Esopo era scomparso. Dario raccontò che a volte stava via giorni interi. Era un gatto vaccinato ma non era sterilizzato. Aveva quattro anni. Ogni tanto spariva. I vicini lo conoscevano e lo trattavano quasi come una persona. 

Loredana uscì a prendere le tazzine e a chiedere se desideravo dell’altro. Uscì un’altra volta a chiedere del gatto. 

Quando fu troppo caldo andammo nell’ufficio ricavato in quella che una volta doveva essere stata una taverna. Dentro nella penombra faceva fresco. Volevo essere utile ma il vino bevuto a tavola e l’ultima notte un po’ insonne e caotica mi avevano frastornato adesso. Dario redasse alcuni documenti direttamente al computer, scaricò i video realizzati in un cloud di condivisione, poi si mise a cercare sul web delle immagini che potessero somigliare un poco al serpente che aveva morso il ragazzo. Era un peccato non avere tra le mani l’immagine originale e basarsi solo mentalmente. Non avremmo concluso molto, ne ero certo. 

«Ce ne saranno altri?» chiese Dario. 

«Mi piacerebbe sapere di che si tratta piuttosto.» 

«Lunedì, andremo a Como.» 

«Già. Con i risultati degli esami si potrebbe avere qualche dato più preciso.» 

«Non lo so… Come ti dicevo, non vorrei avere qualche guaio con il parco: se dovesse scapparci il morto sarebbe la fine per il parco.» 

«Non essere troppo pessimista. Andrà tutto per il meglio.» 

«Converrai però che qualcosa non quadra.» 

«Senza dubbio.» 

Restai con Dario tutto il resto della giornata. Mi trattenni anche a cena. Loredana insistette finché non riuscii a convincermi. Disse che se fossi rimasto in paese a lungo, avrebbe organizzato una festa in casa invitando qualche sia amica. Un bell’uomo come me non avrebbe faticato a trovare compagnia. Mi disse che l’indomani se lo avessi desiderato mi avrebbe presentato delle ragazze. C’era la festa del Corpus Domini e in paese ci sarebbe stata una processione solenne tra i vicoli del centro addobbati a festa. La processione si sarebbe conclusa con la predica del Vescovo in piazza. Avrebbero partecipato tutte le associazioni del paese in pompa magna e la gente sarebbe venuta dai paesi vicini a curiosare. 

Quando tornai in albergo era buio e nei viottoli del paese quasi mi persi. Trovai la strada soltanto perché sentii il suono di una fisarmonica da seguire. Nella sala più grande dell’albergo ora stavano ballando e alcuni tavoli erano ancora occupati da gente che mangiava. La signora mi vide e sorrise. Mi offrì un dolce al liquore. 

C’erano altre persone che stavano aiutando nel servizio e immaginavo che per un po’ di tempo quel tipo di festa sarebbe proseguita. Per un attimo credei di scorgere la ragazza di Lecco nella sala in compagnia di altra gente. Mi sbagliavo. Bevvi appena un poco e ballai un valzer con una ragazza del posto prima di andare di sopra in camera a dormire. 

Non ballavo da una vita. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

6 commenti:

  1. "«Lo so, non ci sono animali cattivi» "
    Mi domando se la gente lo sa.
    Bel romanzo Ferruccio

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  2. Si un bel romanzo davvero! Complimenti Ferruccio! Aspetto il prossimo capitolo. Mi ha preso così tanto che ieri in montagna pensavo continuamente alle vipere! Buona giornata

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  3. Puntualmente martedì leggerò il prossimo capitolo,chissà cosa accadrà...

    Buona serata


    L.

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