martedì 13 agosto 2019

Il quattordicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Nulla di meglio del mese di agosto per mandare avanti una storia. Siamo al quattordicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. Ho inserito in fondo al seguente post anche il link alla vetrina con tutti i capitoli pubblicati sino a questo momento. Se ancora non avete letto nulla di questo romanzo, partite dal primo capitolo. Vi ricordo e lo aggiungo anche oggi che ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Questo romanzo è frutto soltanto di fantasia. Il prossimo capitolo sarà pubblicato venerdì sedici agosto. Buona lettura. 


----- Quattordicesimo Capitolo ----- 


L’elicottero del soccorso, con una fune, calò un medico in uno spiazzo erboso, a ridosso del campo di mais, subito sopra le baite del maggengo. L’uomo indossava una divisa dell’emergenza sanitaria e portava un elmetto a protezione della testa. Mi domandai come potesse sopportare il caldo torrido con tutta quella roba. 

Gli andai incontro, mi presentai e lo condussi alla baita. Salutò Dario, poi esaminò il ragazzo, tolse il nostro bendaggio, posò le stecche a terra, osservò la gamba e controllò i suoi parametri vitali. Sembrava paziente e sicuro di sé. Ci fece un po’ di domande. 

«Quando è accaduto?» 

Glielo dicemmo. 

«Avete eseguito voi il bendaggio?» 

Eravamo stati noi. 

«Bel lavoro!» 

Dario assentì. 

«È stata una vipera?» 

No, non era stata una vipera. Non sapevamo di che rettile si trattasse. 

«Bisogna portarlo subito in ospedale» disse sottovoce. 

Il medico spruzzò un disinfettante sui segni del morso e fece una nuova bendatura, poi guardò il ragazzo, vidi che gli sorrise. Gli disse che non era nulla di grave: doveva solo restare tranquillo. Si sarebbe fatto un bel giro in elicottero imbracato come un salame. 

Gli altri due muratori osservavano senza dire nulla. Sembravano seriamente preoccupati. Il ragazzo stava reagendo bene tuttavia. Ancora non aveva perso conoscenza. Il respiro era normale. Pareva solo spaventato. Ricordavo come si poteva esserlo in simili situazioni. Adesso speravo fosse un avvelenamento lieve. 

«Portiamolo qui sopra, dove sono sceso io» disse il medico. «Mi sembra il posto adatto per calare una barella dall’elicottero.» 

Dario annuì. Entrò nella baita, ne uscì poco dopo con un materasso. Lo appoggiò a terra. Capii subito cosa voleva fare. Con l’aiuto dei due muratori sollevammo il ragazzo e lo posammo sul materasso, cercando di muoverlo il meno possibile. Poi lo trasportammo sopra le baite sul pianoro. Pareva davvero il posto migliore per l’intervento dell’elicottero. C’era spazio e non c’erano alberi vicini. 

Il medico chiamò il pilota dell’elicottero al telefono, poi disse al ragazzo che lo avrebbero condotto al nosocomio di Como. Attendemmo guardando il cielo. Dapprima udimmo il frastuono rumoroso dei rotori tra gli alberi più lontani e poco dopo finalmente lo vedemmo volteggiare sopra le nostre teste. 

Fu un’operazione semplice anche se ci mise addosso un po’ di agitazione. L’elicottero si abbassò e si alzò un paio di volte per trovare una posizione stabile, poi calò con un verricello una barella. Ci sistemammo sopra il ragazzo, stringemmo le cinghie e i ganci necessari e lo salutammo stringendogli le mani e con puffetti affettuosi e di incoraggiamento sul viso. 

Il medico si agganciò al verricello. Mi parve molto coraggioso o forse era abituato a questo tipo di interventi. Si mise gli occhiali da sciatore sugli occhi e ci fece ok con il pollice. Fece lo stesso gesto al ragazzo imbracato e poi ne fece uno più evidente al pilota dell’elicottero. Il velivolo si alzò e con uno strattone sollevò la barella e lo stesso medico. 

«Cosa succederà?» chiese il capomastro. 

«Sembra un avvelenamento lieve» dissi. «Lo cureranno con del cortisone, qualche ansiolitico, gli faranno delle  flebo e lo aiuteranno a respirare con la maschera d’ossigeno... Andrà tutto bene.» 

«Devo avvertire i suoi.» 

«Sì, mi sembra opportuno.» 

Osservai l’elicottero allontanarsi. Non sapevo quale protocollo seguisse in casi del genere. Pensavo si sarebbe fermato sulla prima piazzola di soccorso utile e avrebbe caricato la barella e il medico a bordo, invece lo vidi andare diritto verso il lago in fondo alla valle, con la barella e l’omino penzolanti come in un film di avventura. 

Poco dopo salutammo i due muratori. Gli consigliammo di tornare al più presto in paese. Era pericoloso restare a lavorare nei dintorni dopo quello che era successo. Non mi parevano dell’umore migliore. Era evidente che volevano bene al ragazzo e l’incidente li aveva turbati. Li guardammo scendere sconsolati verso il loro cantiere di lavoro. 

«Forse è meglio dire a quelle ragazze di tornare in paese» suggerii a Dario, ma era solo una scusa da parte mia per rivederle. 

Non so perché mi ero messo a pensare a loro. Non credo ci fosse in giro un serpente che si divertisse ad attaccare le persone, ma le cose stavano prendendo una brutta piega. Avrei desiderato trovare subito una soluzione a ciò che stava accadendo. Avrei preferito che non ci fossero altri incidenti. 

Entrai nella baita a cercare il fazzoletto da restituire. Non ricordavo dove potevo averlo lasciato. Controllai in due o tre posti ma non lo trovai. Ricordavo di non averlo pulito e pensai che fosse meglio non averlo trovato.  Uscii e salii verso il punto dove c’erano le tende delle ragazze. 

Salendo pensavo a cosa avrei dovuto dirle per convincerle a tornare a casa. Non volevo spaventarle, ma l’incidente accaduto al ragazzo era una cosa seria. Mi domandai come mai non si fossero fatte vive con l’arrivo dell’elicottero. Dovevano averlo notato.

Prima che uscissi dalle ultime baite e imboccassi il sentiero che girava a destra, fui fermato da una donna. Era anziana e vestiva con i costumi del posto. Aveva un foulard sulla testa e si appoggiava a un forcone. 

«Cosa è successo?» domandò con la solita inflessione dialettale tipica delle gente del posto. 

Le spiegai nel dettaglio gli eventi. Le raccontai del ragazzo e del morso del serpente e le dissi dell'arrivo del  soccorso. 

Mi ascoltò con attenzione. Le consigliai di fare attenzione a tutto quello che si muoveva attorno a lei, ma non si lasciò intimorire. Sembrava determinata e fiera. 

Le dissi che stavo salendo dagli studenti accampati sopra il maggengo per invitarli a lasciare il luogo. 

«Sono andati via» disse la donna.

Ne fui deluso. «Come andati via?» 

Aveva visto il gruppo smontare il campo e caricare gli zaini e pulire la piazzola dai rifiuti. Era successo a metà mattinata. Se ne erano andati in fretta e furia senza fare troppo rumore. 

Mi domandai perché le ragazze non erano passate a salutarci. O forse erano passate nel momento in cui noi eravamo andati al torrente. Chissà se le avrei riviste ancora. Mi piaceva la ragazza di Lecco. Aveva un modo di fare delizioso. Era femminile ma non fatua e forse le piacevo anch’io. 

Dario era convinto che le piacessi. Ora la sensazione che fosse attratta da me non era neppure un’ipotesi così remota. Però era andava via senza salutarmi. O forse scendendo era passata dalla baita e avrebbe voluto salutarmi e non mi aveva trovato. Magari sperava anche lei di rivedermi. 

Magari anche lei aveva provato la stessa delusione che stavo provando io adesso. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. ...e adesso ancora attesa...andrà tutto bene per il ragazzo?

    Manuel e la ragazza di Lecco si incroceranno ancora?

    Non ci resta che seguire la lettura dei prossimi capitoli!


    È questo un "legame" che unisce lettori e scrittori?


    Buonagiornata...



    L.

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  2. Vorrei comprarlo questo romanzo

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  3. Bene aspettiamo Venerdì! Sempre piu' curiosa! Buona giornata Ferruccio!

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  4. Mi devo assolutamente ricordare: martedì e venerdì. Diventata sempre più interessante. Buon ferragosto. Anna

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