martedì 6 agosto 2019

Il dodicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani

Ho scelto i giorni della pubblicazione. Il mese di agosto pubblicherò le puntate al martedì e al venerdì. Oggi siamo pronti con il dodicesimo capitolo de' Il male tra gli ontani. In aggiunta ai vari collegamenti tra i capitoli, ho inserito in fondo al post il link alla vetrina con tutti i capitoli. Se ancora non avete letto nulla, partite dal primo capitolo. Anche oggi aggiungo che ogni riferimento a luoghi, personaggi, e fatti reali sono del tutto casuali. Buona lettura. 


----- Dodicesimo Capitolo ----- 

Per cena mangiammo le bistecche. Le arrostimmo sul focolare con una griglia ricavata da un vecchio stendibiancheria in metallo che appoggiamo sopra la legna bilanciandolo con dei mattoni. Nel cuocerle l’interno della baita si riempì di fumo e dopo un poco fummo costretti a uscire per non soffocare. 

Cenammo all’aperto seduti sugli scalini in pietra davanti alla porta di entrata. Faceva caldo ma ora con un po’ di vento l’aria non era immota e l’afa era scomparsa. Si sentivano i grilli cantare e l’odore della carne abbrustolita mi faceva pensare all’Africa. Si udivano i rumori dell’auto sull’altro pendio della valle dove si trovava il paese e guardando in fondo, verso l’orizzonte a ovest, dove c’era il lago, pareva quasi che volesse fare temporale. 

La carne era magnifica. La mia bistecca si scioglieva in bocca e aveva un filo di grasso che la rendeva deliziosa. Lo divorai con la polpa senza separarla. La carne era spessa e tenera e saporita. Inzuppai il pane nel succo che si era creato sul piatto e lo ripulii. 

Non ricordavo di avere mangiato bistecche simili negli ultimi tempi. Non dovevano essere molto economiche vista la qualità. Mi mancò solo un po’ di vino. Bevemmo una lattina di birra a testa e mangiammo con gusto e in silenzio. Poi fu la volta della frutta fresca e di un pezzo di cioccolato fondente e bevemmo il caffè preparato con la moka. 

Rimanemmo seduti a lungo sugli scalini a parlare del più e del meno. Ora si sentivano dei tuoni e in fondo all’orizzonte, tra i nembi scuri addossati alle montagne, lampeggiavano le saette. 

Il temporale non giunse mai. In poco tempo cambiò di nuovo la direzione del vento e quando fu quasi buio spuntò la luna. 

Dario accese la luce a gas all’interno della baita. Faceva un chiarore strano e creava ombre particolari che facevano pensare a cose e a mondi strani. 

«Ti andrebbe di lavare i piatti?» chiese. 

«Certo» risposi. 

«Io vorrei andare su al torrente a fare un giro, per vedere se è successo qualcosa. Faccio in fretta.» 

Sarei voluto andarci anch’io ma sapevo che non me lo avrebbe permesso. Il piede mi doleva un poco. Lo tenevo sollevato appoggiando solo il tallone sugli scalini. Forse era solo un effetto del fatto che si stava creando una crosta sulla pelle dove c’era la ferita. Sapevo che non era il caso di insistere. 

Salii gli scalini e mi diedi da fare all’interno. Riempii una bacinella d’acqua e ci misi dentro i piatti e le posate. Magari avrei dovuto scaldarla un poco ma non c’erano padelle sporche di grasso e unto da pulire. Aggiunsi del detersivo e con la mano agitai l’acqua fredda affinché si creasse un po’ di schiuma biancastra. 

Intanto spiavo Dario. Calzò degli stivali di gomma e prese una torcia. L’accese e la spense un paio di volte come per vedere che funzionasse. Illuminò l’interno del bugigattolo in tutte le direzioni. Poi mi puntò il fascio di luce sul viso e io chiusi gli occhi. Lo sentii ridere. 

«Mi pare che funzioni» disse. 

«Funziona benissimo.» 

«Non starò via molto.» 

Uscì. 

Terminai di sciacquare i piatti. Li sistemai sopra la scansia di legno a destra del camino. Il fumo ora aveva lasciato il suo odore ed era sfumato del tutto. Svuotai il catino che avevo usato per le stoviglie fuori sulle scale e lo riempii di nuovo con dell’acqua che presi dal secchio. Mi lavai dapprima i denti e poi cambiai di nuovo l’acqua e mi pulii con cura le mani con del sapone. Non buttai l’acqua questa volta. 

Cercai uno straccio. Una volta che lo ebbi trovato lo bagnai nel catino e lo passai sul pavimento fatto di assi di legno. Strofinai lo straccio sul pavimento mettendomi in ginocchio e lo passai su tutti gli angoli possibili. 

Sentii il ronzio fastidioso di una mosca e sollevai lo sguardo e vidi la mosca che aveva preso fuoco sulla reticella della lampada a gas. Attorno al lampadario c’erano altre mosche ma erano ferme e immobili, avevano smesso di ronzare e forse stavano piangendo l’amica che si era abbrustolita. Avrei desiderato essere una specie di dio per le mosche e intervenire ma forse ero solo un dio crudele e cinico che godeva nel vederle bruciare. 

Mi rialzai e passai lo straccio sul tavolo e osservai spegnersi le ultime braci sul focolare. Magari dovevo tornare alla fonte a riempire i secchi, ma non ne avevo voglia. Non avevo voglia di camminare con quelle ridicole pantofole di panno ai piedi. Mi parve di aver pulito tutto e tornai fuori a sedermi sugli scalini. 

Erano le dieci. Dario arrivò poco dopo. Era buio adesso e non era solo. Con lui c’erano le ragazze che avevo conosciuto in giornata. 

«Erano preoccupate per te» disse Dario. 

Sorrisi e mi alzai. Entrammo nella baita. Ora nella luce fioca della stanza erano molto graziose e mi domandai come potessero essere così belle e giovani e felici e in salute nella loro semplicità. Pensai a come sarebbero state con i vestiti della festa e un po’ di trucco. Pensai ai loro ragazzi e immaginai le loro storie d'amore e pensai al fatto che fossero fuori in tenda con loro e provai un senso di invidia per loro, anche se neppure sapevo chi fossero. 

«È guarito il piede?» chiese la ragazza di Lecco. 

Annuì e pensai al suo fazzoletto. Non ricordavo dove potevo averlo lasciato. Lo avevo tolto quando Dario mi aveva disinfettato la ferita nel pomeriggio. Magari era dentro la baita. Forse non era il caso di mettermi a cercarlo adesso. Le dissi che l’indomani lo avrei cercato e lo avrei restituito alla padrona. 

«Non sono venuta per il fazzoletto» disse. «In realtà siamo venute perché siamo un po’ preoccupate.» 

«Preoccupate per cosa… per la maturità?» 

«Per i serpenti di oggi» disse l’altra ragazza. 

Ora mi pareva molto più graziosa di come l’avevo vista al torrente. 

«Se dovessero capitare lì alle tende, cosa facciamo?» domandò la ragazza di Lecco. 

«Ci penseranno i vostri amici» disse Dario. 

«Siamo a posto allora!» 

«State tranquille, è una preoccupazione inutile» dissi, ma capivo che stavo mentendo. «I serpenti stanno lontano dagli esseri umani. Hanno più paura loro di noi. » 

«Non vorrei essere morsa da una vipera mentre dormo» disse la ragazza del posto. «Domani torniamo in paese!» 

Spiegai loro che non era semplice morire per il morso di una vipera. Il body count diceva che decedeva circa una persona ogni trecento morsi: c’era una percentuale uguale allo zero virgola tre per cento. Si faceva in fretta a fare i conti. Inoltre la maggior parte dei decessi coinvolgeva persone che soffrivano di patologie critiche. Per una persona sana era piuttosto difficile morire per il morso di una vipera locale. Certo non era così con il morso di un taipan. 

«Cos’è il taipan?» chiese. 

«Un genere di serpenti velenosi che vive in Australia e a Papua» dissi. 

«Velenosi quanto?» mi chiesero. 

«L’Oxyuranus microlepidotus, il taipan dell’interno, è  la specie più velenosa della terra. Un suo morso, associato alla potenza del veleno stesso e alla quantità che ne può iniettare, equivale al morso di trecento vipere delle nostre parti.» 

«Eh?» 

«Be’ non possono vivere da queste parti e trecento vipere dove le trovi!» 

«Io non ci torno a dormire in tenda. Con serpenti del genere muori in un istante.» 

Spiegai che non era così terribile come poteva sembrare. Dalle statistiche risultava che il taipan dell’interno non aveva mai ucciso nessuno con il suo morso e inoltre c’erano ben pochi serpenti in grado di ucciderti all’istante. Era solo mito. La morte per il morso di un serpente dipendeva da tanti fattori. Dipendeva da dove era localizzato, da quanto veleno era stato iniettato, dalle condizioni delle vittime… 

Dissi che loro erano troppo belle e in salute per morire istantaneamente per il morso di un serpente. Risero, ma erano attente a quello che raccontavo. Nessuno dopotutto moriva istantaneamente se non per altre cause dovute al morso. Una persona poteva morire per uno shock anafilattico. Oppure poteva fare un infarto per la paura e per il terrore di morire. 

Spiegai loro che mediamente la maggior parte delle morti per un morso di serpente si verificavano tra le otto ore e i due giorni successivi. Dario ascoltava. C’erano dei serpenti con un veleno dall’azione particolarmente rapida come gli stessi taipan e come i mamba africani o certi cobra che potevano condurti alla morte in poche ora, a volte anche poche decine di minuti, ma la maggior parte delle intossicazioni erano dovute a viperidi e in questo caso i tempi erano più dilatati. Nel caso di un morso bisognava restare tranquilli e recarsi il prima possibile in un ospedale. 

«Sarà ma io domani torno in paese e stanotte mi sa che non chiudo occhio!» 

«Su, io sono stato morso da una vipera e sono ancora vivo!» 

Raccontai per l’ennesima volta l’aneddoto che mi riguardava. 

Alla fine le ragazze parvero più tranquille. Forse erano venute lì soltanto per passare qualche ora e la paura dei serpenti era solo una finzione. 

Dario le riaccompagnò alle tende sopra il maggengo. 

Attesi che tornasse, quando ricomparve andai a urinare in un prato sotto la baita e poi finalmente mi sdraiai sulla brandina. 

Dario spense la luce a gas. Chiuse la bombola. Gettò dell’acqua sul focolare. Chiuse la porta e la finestra. Poi anche lui si mise a letto. 

Stavo bene nel sacco a pelo e c’erano delle fessure tra le assi di legno da cui saliva l'umidità presente nella stalla interrata. Mi sembrava che non fosse molto diverso da un campeggio in un safari africano. Ma non c’erano i rischi di vedersi spuntare davanti un leone o una iena o al peggio una vipera soffiante. Non era il caso di farsela sotto, pensai. 

«Dormi?» chiese Dario. 

«Non ancora, pensavo ai leoni africani.» 

«Hai fatto colpo» disse Dario. 

«Colpo?» 

«Con la biondina.» 

«Dici?» 

«Non ti toglieva gli occhi di dosso.» 

«Era solo spaventata.» 

«Affascinata, vorrai dire.» 

Non so. Magari era vero. Era stata molto gentile con me e mi era sembrata molto bella e aveva un bel nome. Forse era soltanto rimasta impressionata dalla mia professione. Non era la prima volta che accadeva. Pensai che avrei potuto invitarla un giorno a vedere i miei rettilari. 

Così mentre mi addormentavo pensai a lei che diceva sì e che sarebbe venuta e poi pensai a noi due  e poi a noi due insieme giorni dopo nel mio rettilario e i serpenti che si muovevano nel terriccio e tra il fogliame delle teche e lei che guardava i serpenti e un misto di stupore e meraviglia e sconcerto e paura e fascino e mistero nei suoi occhi e poi un po' di terrore e un po' di battisoffia e lei più vicina e ancora più vicina e ancora e ancora più vicina e ora troppo vicina e il mio viso vicino al suo e il mio respiro e il suo respiro all'unisono come un respiro solo e la mia bocca vicino alle sue labbra e lei che diceva: "hai fatto colpo".


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. Continua così, a venerdì

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  2. Diventa sempre più appassionante. Io però farei la stessa scelta delle ragazze, andrei a villeggiare in paese.
    PS se noti qualche "mossa" nelle statistiche, sono io che sto scaricando le puntate del tuo romanzo Noi siamo senza Dio. Solo per avvisarti. Scusami. Buona giornata.

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  3. Il romanzo lo sai mi piace molto, ma sto imparando anche tante cose sui serpenti. Quando andavo in montagna d'estate mi avevano detto che il morso della vipera è sempre letale, e ci poravamo anche il siero che doveva essere iniettato immediatamente, e poi correre in ospedale, invece da quanto dici non è proprio così! Buona giornata Ferruccio!

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    Risposte
    1. Il siero è quasi più pericoloso del morso stesso in realtà. Nel caso dovesse succedere, calma, sangue freddo e le cure del caso in ospedale...

      Grazie Anna

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  4. ...intanto ti faccio i miei auguri di buon compleanno!

    L.

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