venerdì 26 luglio 2019

L'ottavo capitolo de' Il male tra gli ontani

Ancora un paio di capitoli con questo prima di chiudere la prima parte del romanzo. Questo è l'ottavo capitolo de' Il male tra gli ontani. Spero che la storia vi stia appassionando. poco alla volta si entra nel vivo. In aggiunta ai vari collegamenti tra i capitoli, ho inserito in fondo al post il link alla vetrina con tutti i capitoli. Anche oggi aggiungo che ogni riferimento a luoghi, personaggi, strutture e fatti reali sono del tutto casuali. Buona lettura. 


----- Ottavo Capitolo ----- 

Accesi la luce nella stanza e cominciai a levarmi la camicia, ma non ce la feci a sbottonarla del tutto e mi lasciai cadere sul letto esausto. Neppure così andò meglio. Ero ubriaco e faticavo a trovare l’angolo giusto dove sistemarmi. Ogni volta che mi spostavo avevo la sensazione che il soffitto volesse crollarmi sulla zucca. 

Entrando nella stanza, avevo buttato le ciabatte da qualche parte, ma avevo ancora indosso i pantaloni e le mani mi tremavano come quelle di un vecchio. Capii che avrei impiegato un mese di questo passo e allora spensi la luce nella stanza e continuai a spogliarmi al buio seduto sul materasso. 

Nella stanza vicina c’era qualcuno. O forse era in una casa confinante. Non riuscivo a capirlo. Sembrava tutto amplificato nella notte. Erano un uomo e una donna. Li sentivo litigare. Si accusavano vicendevolmente anche se non capivo per cosa. 

In realtà pensavo di non volerli sentire. Se io li sentivo, loro avrebbero potuto sentirmi mentre mi spogliavo. Non volevo disturbarli con qualche rumore strano e alla fine riuscii a levarmi la camicia e la posi con i pantaloni piegati in fondo al letto in silenzio.  

L’uomo e la donna continuarono a discutere per diversi di minuti, poi a un tratto li sentii ridere e partì la musica e capii che si trattava di un televisore. Avevo ascoltato i protagonisti di una storia d’amore e ora intuii che nel film stavano facendo la pace. Stavano facendo la pace nella maniera più bella del mondo. Non potevo vederli ma era evidente. Certe cose le capivo al volo e mi accasciai sul letto con la speranza di non averli disturbati. 

Non ero per niente a mio agio tuttavia. Mi rendevo conto che stavo entrando in quella fase pericolosa che mi avrebbe condotto alla paranoia. Eccitato dall’alcol sapevo che avrei pensato a tutte le cose balorde del mondo se non mi fosse addormentato alla svelta. O forse non era veramente colpa dell’alcol. No, non era colpa di un po’ di vino e di un bicchierino di grappa, pensai. 

Certe volte pensavo di essere senza speranza. Non si moriva per il morso di una vipera, ma non si restava interamente e del tutto normali. Qualche stilla di veleno rimaneva addosso e lavorava senza pietà giocando con il sangue e con la carne. Ti si scombussolava qualcosa dentro. 

A volte mi pareva di essere talmente staccato dalla realtà di far durare una giornata un’eternità di vuoto. Sapevo che era difficile da spiegare a parole. Non sapevo confidarlo a nessuno. Probabilmente era quello che succedeva a chi rischiava la pelle senza capirlo effettivamente. 

Conoscevo un tipo che era stato in coma per un incidente stradale e vedeva l’esistenza allo stesso modo. Ne avevamo filosofato insieme parecchie notti, per quanto erano lunghe. Non era una bella sensazione in ogni caso. In determinate circostanze pensavo di non distinguere il giorno dalla notte. Vivevo le emozioni senza riuscire a elaborarle e non c’era nulla che mi poteva distogliere da questo senso di angoscia. Potevo arrivare a contare i secondi solo per far passare il tempo allora, visto che non pensavo a niente e non esisteva nulla di vuoto come un secondo. 

Per fortuna, dopo un poco, mi ricordai delle grane che avevo, mi dimenticai del tizio in coma, del nulla e i secondi svanirono nella notte. 

Ieri, a Treviso, era andato tutto per il meglio. Bene! Nessun avvocato si era presentato per pretendere dei soldi. Nessuno mi aveva cercato per crearmi grane e non era arrivata nessuna ingiunzione di pagamento. In conclusione delle belle notizie. Adesso speravo di trovare in fretta una soluzione a ciò che stava succedendo e tornarmene a casa. 

Dario era una persona fantastica. Adesso mi spiaceva che avesse litigato con sua moglie, sempre che avesse litigato davvero. Forse non lo meritava. Era un bravo ragazzo e aveva passione per quello che faceva. Mi aveva trattato come un dio. Non voleva neppure che pagassi qualcosa. 

Però avevo voglia di stare a Treviso un po’ di tempo. Mi mancavano le vipere e i miei ritmi da almeno un anno. Non mi ero neppure accorto di essere stato a casa tre giorni. Non ricordavo neppure che odore avesse casa mia. Da troppo tempo forse erano solo alberghi e cameriere e camere da letto e molta nostalgia. Di questo passo non so come sarebbe finita. Mi mancavano la mia città e iniziavo a ingelosirmi del mio collaboratore che poteva trattare i miei serpenti quasi giornalmente. 

L’avevo quasi massacrato prima di partire. Gli avevo detto di curare la cerastes come se fosse stata sua figlia. Forse avevo insistito nelle raccomandazioni in modo eccessivo. Non che fosse superficiale ma certe sfumature non riusciva a coglierle. Che cavolo, le vipere, in cattività, sono molto delicate e non volevo ritornare a casa e trovarmi qualche casino tra capo e collo. 

Forse ero stato sul serio duro con lui ma non avevo potuto evitarlo. Sarebbe stato una sventura se la vipera fosse morta. Anzi una catastrofe visto che mi rendeva un bel po’ di Euro al mese in mungitura. Molto più delle vipere nostrane. So che i tedeschi ci facevano dei medicinali anticoagulanti da usare per le cure contro i tumori grazie alle proteine del siero che gli fornivo. Come potevo permettermi di perdere un animale così prezioso? Come se non bastasse era stato il primo rettile esotico che avevo acquistato in vita mia. C’ero molto affezionato. 

La possedevo da sette anni. Prima di allora avevo lavorato solo con le aspidi e con i colubridi. Per averla mi ero recato sino a Cadice, in fondo alla Spagna. Vi ero andato, un anno, verso la fine dell’inverno. Avevo viaggiato in macchina per due giorni percorrendo tutta la costa occidentale del mediterraneo: dalla Costa Azzurra, alla Costa Brava e poi giù sino alla Costa del Sol e ancora e ancora sino alla Costa della Luz sull’oceano. Un viaggio allucinante. Mi era stato portato direttamente dal Marocco da un erpetologo di Agadir dentro una cesta di vimini. Provate a immaginare: una cesta di quelle che usano certi incantatori. 

Un acquisto strano e non so come era riuscito a superare la frontiera e come avesse le carte in regola con le norme d’importazione. Non l’avevo pagata più del giusto e in seguito, con questo arabo ci ero rimasto in contatto. A parte i metodi ortodossi che usava ci sapeva davvero fare. 

Un anno dopo mi aveva venduto l’altra Cerastes e un anno dopo ancora anche l’Echide. Maneggiava qualsiasi tipo di serpente. Relazionavo spesso con lui tramite posta elettronica. Faticavo un poco a tradurre i suoi messaggi per colpa del mio francese mediocre ma lo stimavo per ciò che mi insegnava. 

Una volta mi aveva proposto dei cobra ma non me l’ero sentita di accettare. In verità, a dispetto della professione che faccio, non ho molta simpatia dei cobra. Mi sono sempre occupato di vipere e allevare degli elapidi mi crea qualche apprensione. Magari non cambia niente. Anzi, alcuni colleghi assicurano che siano più prevedibili delle vipere. Magari è vero ma per il momento non ne voglio tra i piedi e spero di non averci a che fare. Cento volte le vipere. Dipenderà dal fatto che le maneggio da una vita. Oppure sarà per i colori che hanno. Dopo quell’inconveniente da ragazzino, le vipere non mi hanno più creato guai, sebbene abbia messo le mani su quasi tutti i generi. 

Ho avuto a che fare con cerastes, con atheris e con bitis. Senza escludere le vipere europee chiaramente. Mi sono sempre trovato a mio agio. Sono rettili che se li conosci sembra che capiscano. Sai quasi sempre cosa faranno. Solo le echidi esulano un poco questo comportamento ma è l’eccezione che conferma la regola. In ogni caso non sono dei cobra. 


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"Grazie per la lettura" 


Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

6 commenti:

  1. Questo passaggio è da grandissimo autore:

    "Certe volte pensavo di essere senza speranza. Non si moriva per il morso di una vipera, ma non si resta interamente e del tutto normali. Qualche stilla di veleno rimaneva addosso e lavorava senza pietà giocando con il sangue e con la carne. Ti si scombussola qualcosa dentro, pensai.

    "A volte mi pareva di essere talmente staccato dalla realtà di far durare una giornata un’eternità di vuoto. Sapevo che era difficile da spiegare a parole. Non sapevo confidarlo a nessuno. Probabilmente era quello che succedeva a chi rischiava la pelle senza capirlo effettivamente.

    Conoscevo un tipo che era stato in coma per un incidente stradale e vedeva l’esistenza allo stesso modo. Ne avevamo filosofato insieme parecchie notti, per quanto erano lunghe. Non era una bella sensazione in ogni caso. In determinate circostanze pensavo di non distinguere il giorno dalla notte. Vivevo le emozioni senza riuscire a elaborarle e non c’era nulla che mi poteva distogliere da questo senso di angoscia. Potevo arrivare a contare i secondi solo per far passare il tempo allora, visto che non pensavo a niente e non esisteva nulla di vuoto come un secondo. "

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  2. Concordo con Ernesto, bravissimo! Non so quanto sia lungo il libro, ma se l'avessi a casa lo leggerei tutto in una notte! Buona giornta Ferruccio!

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    1. sono quasi trecento cartelle, trecento pagine. Buona giornata a te Anna e grazie

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  3. Mi piace leggere la passione che metti nello scrivere questo romanzo, la stessa che ha il protagonista del romanzo. Forse è vero quello che alcuni affermano, scrittore e protagonista sono la stesa persona.
    Vado al capitolo seguente

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