martedì 16 luglio 2019

Il secondo capitolo de' Il male tra gli ontani

Il ferro va battuto quando è caldo, perciò  posto il secondo capitolo de' il male degli ontani nella stessa giornata. Tutto perché mi ha fatto molto piacere tra i vari feedback ricevuti quello che mi ha inviato un erpetologo e scrittore che stimo moltissimo. I capitoli sono piuttosto lunghi . Occorre investire una decina di minuti per leggerli: forse però con il clima vacanziero in cui molti già si trovano è assai probabile che non sia un limite. Sono convinto che apprezzerete la storia in cui poco alla volta vi troverete immersi. Potete rileggere il Primo capitolo, prima di partire con il seguente. 


----- Secondo Capitolo ----- 

Lo rividi alcune settimane dopo la visita a Reptilia. Erano i primi giorni di luglio. Lo ritrovai un pomeriggio davanti alla porta d’ingresso di casa mia così senza preavviso. Fui piuttosto sorpreso nel vederlo, ma lo feci lo stesso accomodare in casa. Sedette in salotto e gli offrii qualcosa da bere. Fu un’ottima occasione per conoscerlo un poco. 

Si chiamava Dario Longhi e aveva trentadue anni. Era laureato in biologia e viveva in un paese delle alpi Orobiche, sebbene fosse originario di Monza. Lavorava in un parco naturale di quella zona. 

Non lo confessò apertamente ma intuii che doveva esserne il responsabile o qualcosa di simile. 

Si occupava di ungulati e roditori in prevalenza, animali del genere, ma non disdegnava per niente l’interesse per altra fauna. 

Adesso era in viaggio con sua moglie. Erano giunti in città con il treno la sera precedente. In mattinata avevano visitato alcuni luoghi dei dintorni dove lui, da recluta, aveva svolto il servizio militare. Dopo pranzo, aveva spedito sua moglie in albergo ed era venuto a trovarmi. Apparentemente solo per cortesia, in realtà era venuto per studiare il mio rettilario e portarmi una copia del documento che aveva realizzato per la sua laurea: una tesi sull’areale di distribuzione della Vipera Aspis. 

Era stanco, con delle occhiaie tremende – sebbene non fosse stravolto come in fiera – ma capivo bene la curiosità che me lo aveva condotto davanti e ci volle solo un istante per decidere cosa dovevo fare. Non investigai oltre sulla sua vita. La mia consuetudine d’altra parte esclude quella di far perdere tempo alla gente che viene a visitare il mio rettilario. 

Feci lo stesso con lui. Riposi il suo dattiloscritto nello studio, con la promessa che lo avrei esaminato in breve tempo, poi lo feci alzare e lo condussi a osservare gli ambienti. 

Avevo i terrari d’allevamento da basso. Per attrezzarli al meglio, avevo suddiviso il pian terreno di casa mia in tre zone distinte. Ero sempre fiero di mostrarle a qualcuno. In fondo, non era qualcosa che potevano avere tutti. 

In un settore, il meno esposto alla luce naturale, rivolto a nord, tenevo le grandi teche con le vipere più tossiche; lateralmente a questo, un altro locale con dentro le vipere nostrane; e per ultimo, un’area con diversi generi di colubridi. 

Dapprima portai Dario Longhi tra i serpenti esotici e lui parve subito visibilmente colpito. Doveva essere la prima volta che si trovava di fronte a un ambiente del genere. Avevo ricreato l’habitat di ogni serpente nei minimi dettagli ed era del tutto normale restarne colpiti. Era come calarsi in due diversi biomi: uno desertico e un altro equatoriale. 

Insomma, durante queste visite, riuscivo sempre a impressionare i miei ospiti. 

Forse lui pensava che non fosse possibile allestire in casa una struttura simile, perché lo vedevo entusiasta. Non poteva spiaccicare una parola per lo stupore e studiava con scrupolo ogni minimo particolare: piante, temperature delle teche, luce, fogliame, sabbia e terriccio usato, oltre alle schede d’identificazione relative ai rettili. Fu colpito in particolare dall’aggressività dell’Echide delle Piramidi. 

Ammirò le gabbie. Fu obbligato, a un certo punto, a uscirne con quella frase: «Un rettilario del genere posso solo sognarlo.» 

«Perché?» 

«È magnifico.» 

«Dici?» 

«Devi aver speso un capitale.» 

«Non hai nulla in casa?» 

«Mia moglie non vuole serpenti attorno e poi con quello che guadagno non potrei permettermelo.» Si guardava attorno meravigliato. «È… è… incredibile.» 

Ammisi di essere stato fortunato e gli confidai come avevo reso possibile la struttura. C’era voluto parecchio tempo per mettere in piedi il complesso. 

Le prime costruzioni le avevo realizzate con il denaro ereditato da mio nonno. Poi, grazie a qualche raccomandazione speciale, avevo perfezionato gli ambienti con i finanziamenti ricevuti da alcune grosse e famose case farmaceutiche tedesche. 

Erano le stesse case a cui, adesso, fornivo in provetta, periodicamente, parte del veleno munto ai serpenti. Un lavoro pericoloso ma ben retribuito. 

In ogni caso, gli raccontai, l’inizio non era stato brillante. I primi anni di lavoro erano stati spaventosi. I problemi in cui ero finito avrebbero scoraggiato chiunque. Più di una volta, infatti, ero quasi arrivato alla conclusione di mollare tutto. Ma avevo tenuto duro e adesso mi gustavo i frutti. 

Non me la passavo male. Con il tempo avevo acquisito una certa fama nel campo e spesso ero invitato a conferenze settoriali. Inoltre, avevo altre piccole entrate grazie alla consulenze che tenevo presso i centri Antiveleno di Milano e Padova. Senza escludere i proventi, degli spazi pubblicitari, di un sito Internet piuttosto visitato di mio domino. 

E non era tutto qui. Negli ultimi tempi, ero stato contattato dai responsabili di una televisione privata e verso Natale sarei partito con una troupe di nuovo per l’Africa. Ci avrei passato l’inverno e quasi tutta la primavera. Davvero un colpo di fortuna, visto che il compenso del lavoro – se tutto fosse andato bene – mi avrebbe consentito di coprire le spese della struttura per almeno un anno. 

Lo scopo del viaggio era quello di realizzare alcuni documentari scientifici e verificare esattamente il comportamento sul posto di altre Viperinae del genere Bitis. 

«Dove andrai di preciso?» 

«Tanganica… Tanzania.» 

«Con il rettilario come fai?» 

Spesso mi aiutava un ragazzo di Mestre. Ci collaboravo da tre anni e glielo dissi. 

«Non gli fanno problemi i serpenti?» chiese. 

«No, lo conoscono.» 

Più tardi lo condussi nell’ambiente riservato alla vipere nostrane. Per loro avevo attrezzato una sola grande gabbia in vetroresina che occupava l’intera stanza. Dario Longhi si sentì a casa. Era ovvio che ci sapeva fare per questi rettili. Chiese di poter entrare nella gabbia. 

Normalmente non permettevo a nessuno di farlo, solo che con lui dovetti desistere, benché non portasse l’abbigliamento adatto; indossava delle braghette corte con le tasche laterali e delle scarpe sportive con i fantasmini. 

Quando ricordai che doveva morire per il morso di un serpente, lo guardai preoccupato. Temevo che potesse verificarsi qualche inconveniente proprio nel mio rettilario. Invece mi tranquillizzai quando lo vidi all’opera. 

L’amico faceva paura. Afferrò un gancio telescopico ed entrò nella gabbia. Era perfettamente a suo agio. Si muoveva tranquillo nella gabbia come se fosse stato nel salotto di casa sua. Riconosceva a vista i maschi dalle femmine e si muoveva senza irritare i serpenti. Trattava le vipere con estrema famigliarità senza essere incosciente e rischiare nulla. Sapeva benissimo che, con questo atteggiamento, non sarebbe stato in nessun modo attaccato. 

All’improvviso si chinò ad afferrarne una a mani nude. Lo fece con una sicurezza disarmante, tanto che per poco non ebbi un colpo. Io non possiedo questa naturalezza nel maneggiare i serpenti neppure adesso. Lui, al contrario, pareva che stesse giocando con un innocuo animale domestico. Mise il gancio telescopico sopra il collo dell’animale senza fare pressione e poi si abbassò e afferrò la vipera dietro la testa. 

Raccolse un maschio adulto che avevo catturato in Trentino. Ne stimò il peso prima di rimetterlo a terra. La vipera non reagì neppure. 

«È sana?» chiese. 

«Certo. Perché?» 

Osservò le altre vipere vicine. «Ogni quanto la fai mangiare?» 

Glielo dissi. 

«Come?» 

«Con la sonda.» 

«Quanti anni dovrebbe avere?» 

Avevo in casa la vipera esaminata da tre anni però non avevo la sicurezza precisa di quanti potesse averne veramente. Ne stimavo una mezza dozzina e glielo dissi. 

Dario scosse il capo. «Mi sembra piccola» disse. 

«Piccola?» 

«Certo. Dalle mie parti sono più grosse.» Mise la mano nel portafogli e ne estrasse una foto a colori. «Guarda!» 

Presi in mano la foto e la osservai più volte. Ritraeva un favoloso esemplare di Aspide bruno arrotolato su se stesso sopra un muro a secco. 

«Questo è Lepanto. Sono quattro anni che lo osservo» disse soddisfatto. 

«Lepanto?» domandai. 

Sembrava un padre che mostrava orgoglioso la foto di un figlio. 

«Si chiama così. Questa foto risale ad alcune settimane fa. L’anno scorso ha pure tentato di mordermi» disse sogghignando. 

«Non c’è riuscito?» 

«Ha colpito l’unghia dell’indice e non ha potuto infilarmi le zanne.» 

«Una volta» confidai, «ho rischiato la pelle per l’intossicazione di un Aspide.» 

«Dici sul serio?» 

«Avevo dieci anni, ero un ragazzino e puoi farti un’idea di ciò che ho passato.» 

«Dove?» 

Arrotolai la manica della camicia sino al gomito del braccio destro e gli mostrai il punto esatto dove si erano conficcati i denti veleniferi. Non erano rimasti segni eppure ricordavo ancora bene il punto sulla pelle dove mi aveva azzannato la vipera. 

«Sono stato piuttosto male» raccontai. «Mi aveva iniettato parecchio veleno e fui colto dal panico. Iniziai a correre e naturalmente peggiorai le cose. Mi trovarono due ore dopo, nel bosco, fuori di testa come un melone. Non potrò mai scordare il mal di stomaco e il dolore che ebbi agli occhi la notte successiva. Rimasi in ospedale più di una settimana. Da allora sono un po’ matto ma è nata pure la mia passione. Comunque, adesso, so che non bisogna mai perdere la calma.» 

Restammo tra le vipere almeno un paio d’ore. Dario provò a catturarne un altro paio. Non lo vidi mai avere dei problemi. Era di una competenza estrema e sapeva dove mettere le mani. Osservava le vipere e faceva domande. Non sempre fui in grado di rispondere e supposi che avrebbe continuato in eterno se lo avessi lasciato fare. Voleva sapere tutto e indagava senza tregua. 

Si convinse a uscire dalla gabbia quando capì di essere fonte di stress per gli animali. Ma non fu felice di andare via. Gli mancava qualcosa evidentemente e ci spostammo a osservare i vari colubridi. 

Ne allevavo parecchi esemplari, appartenenti a generi diversi: natrici in prevalenza. Li avevo raccolti un poco in tutta Europa. Alcune coronelle venivano dalla Slovenia. Poi avevo dei saettoni e una coppia di Malpolon del massiccio Centrale francese. Possedevo un po’ di tutto, tranne biacchi. 

Dario però aveva perso ogni interesse: si capiva molto bene e si accontentò di costatarne la variabilità della colorazione che assumevano nell’habitat. 

Una volta tornati di sopra, gli proposi di restare a cena. Di norma non invitavo gente ma quella sera ne avrei avuto piacere se fosse rimasto. Cominciava a piacermi e ci tenevo a saperne di più. 

Dario però non volle accettare e non mi diede neppure il tempo di insistere. Era convinto di avere stufato a sufficienza e preferì andarsene anche perché si era fatto tardi e non voleva tornare in albergo al buio. Disse che non conosceva la città e poi doveva tornare da sua moglie. Il giorno dopo dovevano recarsi in visita a Venezia. Mi promise che sarebbe ripassato un’altra volta e se ne andò, lasciandomi il numero del cellulare e il suo indirizzo Email scritti sopra un foglio di carta. 

Lo guardai dalla finestra mentre si dirigeva a piedi verso il centro della città. Mi spiacque che andasse via, veramente e l’osservai fino a quando scomparve, svoltando al primo isolato, sulla strada. Andai in cucina allora e preparai la cena. 

Dopo mangiato, mi spostai nello studio deciso a dare uno sguardo al suo saggio. Adesso mi sembrava la cosa migliore da fare. Presi il suo lavoro e sedetti alla scrivania. Poi accesi la lampada da tavolo, aprii il documento che mi era stato portato e cominciai a leggere. 

Faticai all’inizio. Il trattato partiva… come dire: troppo manierismo. In seguito però, poco alla volta, fui letteralmente catturato dalla lettura. 

Non mi interruppe neanche un violento temporale scoppiato nel frattempo. Per conto mio poteva crollare la casa o sopraggiungere un alluvione e non mi sarebbe importato niente. Ero completamente assorto nello scritto. Come se non avessi mai letto nulla di interessante prima di allora. Divoravo le pagine come se si fosse trattato di un romanzo: una dopo l’altra. Terminai di leggere all’alba e ne fui davvero soddisfatto. 

Era un superbo lavoro di Erpetologia. Alla parte descrittiva servita per la tesi universitaria (paradossalmente la più banale), erano stati aggiunti negli ultimi anni diversi nuovi capitoli. C’erano sì, in alcuni paragrafi, certe piccole incongruenze, ma in pratica, ciò che avevo appena letto, era il frutto di un accurato lavoro di studio e osservazione realizzato da una persona davvero appassionata. 

Dario, in cinque stagioni, aveva catalogato diciotto vipere. Ne aveva marcate undici con degli anellini colorati per poterle riconoscere e aveva tracciato delle mappe sulle quali erano segnati tutti gli avvistamenti. Ne aveva descritto le tecniche di predazione, i meccanismi di termoregolazione e il ritmo di attività quotidiano nel minimo dettaglio. Aveva inoltre descritto delle fasi di accoppiamento e combattimenti rituali. Nulla era stato trascurato e lasciato al caso e in ogni capitolo aveva inserito delle foto straordinarie. 

Tutte le vipere, poi, come se non bastasse, oltre ad essere pesate e misurate periodicamente, erano classificate con un nome. Ora compresi da che parte arrivava Lepanto. 

Dario denominava le varie vipere classificate, usando i luoghi di famose battaglie della storia; così, c’erano femmine che si chiamavano Okinawa, Alesia, Masada e maschi che ricordavano il passato come Waterloo e Lepanto. 

In conclusione scoprii di avere davanti agli occhi un lavoro notevole e meticoloso. Una documentazione, però, che mi stava lasciando perplesso. Dario si era presentato come un semplice dilettante ma il suo saggio non era per nulla da sottovalutare. 

Come minimo dovevo faticare ancora cinque anni per mettere da parte informazioni così precise. E non solo io. Conoscevo persone che avrebbero fatto carte false pur di avere in mano un lavoro di tale portata. 

Per questo, pensai di usare il saggio in modo utile e decisi di creare delle nuove pagine sul sito Web. Non sempre era facile trovare nuovi contenuti per l’aggiornamento e convenni che non sarebbe stato stupido inserire parte di questo materiale. D’altra parte era un lavoro che meritava di essere diffuso ed era stato lui stesso a dirmi di approfittarne se lo ritenevo necessario. 

Il problema si presentava sulla struttura che dovevo dare alle nuove pagine. Non avevo intenzione di stravolgere il sito. Altre volte, in passato, avevo sprecato tempo in aggiornamenti banali. 

Per fortuna, dopo aver dormito un poco, mentre mi trovavo, nei terrari intento a nutrire i serpenti mi si presentò davanti agli occhi il sistema in cui allestire le nuove pagine. Ne schematizzai immediatamente qualche idea e verso sera cominciai a darmi da fare. 

Non faccio fatica a lavorare con il computer. Non mi occorrono motivazioni particolari. Certe volte passo notti intere al computer sebbene non sia un genio nell’usarlo. Di solito, le pagine Web, preferisco scriverle direttamente in HTML con un semplice editor di testo. Si tratta di un metodo che ho appreso una volta a un corso e non ne ho più adottati altri. Non mi piace pasticciare con le pulsantiere e i menù dei vari software applicativi verticali. D’altra parte non ho bisogno di pagine spettacolari. Quindi preferisco stampare i codici di qualche pagina Web che mi ha attratto particolarmente o che tende a somigliare alla grafica che ho in mente e modifico i contenuti. E lo sfondo chiaramente. 

Tutte le mie pagine Web avevano uno sfondo nero. Ogni tanto ci inserivo qualche animazione per fare scena. Più che altro, però, le mie pagine erano da consultare. Non erano per nulla dinamiche. Doveva interessarti il mio sito. Non si poteva arrivarci per caso. 

Qualche mio amico ipotizzava che fosse un sito troppo tecnico adatto solo a gente specializzata. Ma da diversi navigatori avevo ricevuto numerosi attestati di stima. Piaceva il modo che avevo di trattare i serpenti. Dalla pagine traspariva ciò che volevo comunicare senza altri fronzoli. Ero particolarmente orgoglioso di questo fatto. Mettetevi nei miei panni: questo orgoglio alimentava un notevole ego personale. 

Per inserire le immagini di Dario, ovviamente, usai lo scanner ma parte del testo dovetti riscriverla completamente e siccome digito i tasti usando due dita, ci volle tutta la serata e parte della notte per la ribattitura completa. Un’altra buona mezz’ora fu necessaria per la formattazione e l’impaginazione del documento e si fecero le tre di notte prima che fossi pronto per la pubblicazione sulla rete. 

Ci vollero solo cinque minuti ad inviare i dati aggiornati al provider dove avevo l’Hosting e non mi restò altro da fare che osservare il risultato sulla rete. Fissai le videate al buio per qualche minuto. Mi piacque ciò che vidi e prima di sconnettere la rete inviai un messaggio di posta a Dario per informarlo del lavoro realizzato. L’indomani non trovai risposta e gli rinviai lo stesso messaggio. 

Benché avessi il suo permesso, non intendevo appropriarmi così spudoratamente dei diritti della sua ricerca e per un paio di settimane non feci altro che controllare quotidianamente la posta. 

Purtroppo non ricevetti nessun messaggio di riscontro. Dario sembrava svanito. Per correttezza lo cercai pure sul cellulare. Neanche con il telefono ebbi modo di rintracciarlo e dopo un periodo di attesa, lasciai perdere. 

Sancii che Dario si sarebbe accorto da solo della pubblicazione. Magari si sarebbe fatto vivo per conto suo e per il resto dell’estate non mi feci più scrupoli di coscienza. 

In realtà nemmeno in seguito ci pensai troppo. Verso ottobre diedi inizio ai preparativi del viaggio in Tanzania e potete capire come mi sentissi. Dario fu l’ultimo dei miei problemi. Alla fine me ne dimenticai del tutto, visto che il momento della partenza, tre giorni dopo Natale, arrivò in un battibaleno. 


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"Grazie per la lettura"

4 commenti:

  1. Be', un bel capitolo davvero. Bravo

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  2. Sono d'accordo con Ernesto, davvero un bel capitolo, aspetto il prossimo, intrigante, molto! Buona serata Ferruccio

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