domenica 21 luglio 2019

Il quinto capitolo de' Il male tra gli ontani

Questo è il quinto capitolo de' il male tra gli ontani. L'erpetologo Manuel Cattelan parte per le Orobie. Vuole aiutare Dario Longhi a scoprire cosa sta accedendo nel Parco. Sono convinto che apprezzerete la storia in cui poco alla volta vi troverete immersi. In aggiunta ai vari collegamenti tra i capitoli, ho inserito in fondo al post il link alla vetrina con tutti i capitoli. Buona lettura. 


----- Quinto Capitolo ----- 

Seguii il suo consiglio. Concordai con il mio collega di Mestre, il lavoro da fare al rettilario durante la mia assenza, pregandolo di avere un occhio di riguardo per la Cerastes inferma, poi montai, di nuovo, sul primo treno utile per Milano. 

Viaggiai portandomi appresso, oltre a qualche cambio di vestiti e scarpe adatte per la montagna, alcuni libri sui rettili e una sacca con diversi strumenti adatti alla loro cattura. Non è detto che mi sarebbero serviti ma era meglio essere previdenti e nello stesso tempo volevo presentarmi destando stupore. 

Il viaggio fu sereno. Dormii per metà del tempo nonostante il caldo torrido che appestava la pianura. A Milano, sostai qualche ora in Stazione Centrale per la coincidenza. Poi presi un diretto per Tirano e alle tre del pomeriggio arrivai a Lecco ai piedi delle montagne. 

Era la prima volta che ci venivo in vita mia. Il treno rallentò entrando in stazione fiancheggiando alcuni stabilimenti in disuso e si fermò con uno strattone sotto le pensiline. Sceso dalla vettura andai verso l’uscita. 

Fuori dal sottopasso trovai Dario ad attendermi. Era immobile, in piedi, sotto una tettoia all’ombra, sulla sinistra della scalinata che dava sul piazzale assolato della stazione. Dovetti osservarlo con precisione per essere sicuro che fosse lui. Era dimagrito e mostrava, come minimo, dieci anni in meno dell’età che aveva effettivamente. Aveva i capelli corti, tagliati a spazzola come un militare. Indossava la divisa estiva tipica dei guardaparco, con il berretto a visiera infilato nelle spalline della camicia. Aveva gli occhiali da sole ed era più bello di come lo ricordavo e sono certo che senza divisa non l’avrei affatto riconosciuto. 

Non era solo. Lo accompagnava un sovrintendente del Corpo Forestale: un tizio grosso e alto almeno un metro e novanta. Doveva pesare più di centocinquanta chili. Aveva lunghi baffi grigi da messicano. Pensai a un leone di mare a tutta prima. Però dava all’incontro un’aria particolarmente marziale. Adesso parlava con Dario. Entrambi guardavano tra la gente che usciva a gregge dal sottopasso. 

Quando mi vide, Dario reagì scattando come se fosse stato morso da un serpente. Si tolse gli occhiali, scambiò uno sguardo d’intesa con il sovrintendente, quindi mi guardò con decisione, osservandomi qualche istante. 

Sorrise e mi venne incontro. 

Mentre si avvicinava, si aggiustò, con una mano, il colletto della camicia grigioverde. Pareva emozionato. Attese che posassi il bagaglio a terra prima di stringermi la mano. 

«Sei stanco?» domandò. 

Lo guardai bene. Aveva il viso asciutto e bruciato dal sole di montagna. «Non ho fatto altro che dormire.» 

«Tutto a posto con il rettilario?» 

Sorrisi. «Abbastanza.» 

Mi presentò il sottufficiale. Strinsi la mano pure a lui. 

«Be’ sarà meglio andare al comando» disse allora Dario e si avviò verso l’auto in sosta prendendomi una borsa del bagaglio. 

Magari non voleva perdere tempo. Restai solo con la sacca degli attrezzi. Sedetti sul sedile anteriore di una vettura del corpo forestale. Nell’attesa era rimasta parcheggiata sul piazzale al sole e fu come infilarsi nel forno di un panificio. Dentro ci saranno stati almeno cinquanta gradi e mi sciolsi come un gelato nell’istante che ci volle per immetterci nel traffico della città. 

Per fortuna, durante il tragitto che percorremmo in auto per raggiungere la direzione del Parco, le cose migliorarono un poco. 

Dario, adesso, aveva superato quella forma di timidezza che l’accompagnava sempre al primo impatto. Non rivelava lo stesso atteggiamento che aveva mostrato a Treviso o quella volta a Reptilia. Pareva più rilassato e stava seduto in mezzo ai sedili posteriori, con il corpo in bilico spostato in avanti. Per restare in equilibrio, poggiava le mani sui due sedili anteriori. Dovevo solo girare la testa per sentire il suo respiro. 

Fu piuttosto vago, per nulla loquace. Parlò un poco del parco, del tempo e del caldo eccessivo della stagione ma evitò di trattare l’argomento per cui mi aveva contattato. Non riuscivo a capirne il motivo. Non lo so. Magari voleva che fossi io a tirarlo fuori. Parlò di cose superflue senza importanza. 

Il sovrintendente non era da meno. Guidava l’auto e si limitava a grugnire ogni tanto; grosso com’era mi domandai come poteva fare a stare dentro la vettura. Sudava e mi accorsi che aveva delle chiazze di sudore, grandi come laghi, sotto le ascelle. 

Insomma li assecondai un poco, finché capii che non aveva senso aspettare ancora. Girai la testa e domandai a Dario se aveva novità sulla faccenda. 

Non aspettava altro. Scosse il capo assorto e si spostò in avanti il più possibile. Voleva che sentissi bene presumo. Mi disse che non ci stava capendo un accidente ed era arrivato al punto che non sapeva più dove andare a sbattere la testa. 

«Tre giorni fa una natrice ha cercato di mordermi» disse. 

«Come?» chiesi. 

«Mi ha puntato.» 

«Davvero?» 

«Sì! Era una biscia dal collare.» 

«È la prima volta che sento un fatto simile. Non mi hai detto niente al telefono.» 

«Preferivo vederti per parlartene.» 

«Strano!» 

«Eccome.» 

«Hai cercato di prenderlo?» 

«Figurati.» 

«Se cerchi di prenderli possono diventare aggressivi.» 

«Lo so. Non devi dirmelo. Lo so bene ma non l’avevo neppure visto. È sbucato all’improvviso dalla boscaglia che si trova alla periferia del paese sibilando come una locomotiva. Aveva la testa piatta e menava come un frusta.» 

«Scherzi?» 

«Magari scherzassi. Sembrava un cane idrofobo, dovevi vederlo.» 

Scossi il capo incredulo. 

«Neppure nei film succedono certe cose» disse Dario. 

«Bel casino» ammisi. 

«Ricordi ciò che ti ho scritto per Email riguardo agli habitat delle vipere?» 

Lo ricordavo bene. 

«Qualche giorno fa, ho ritrovato una delle mie vipere completamente fuori dal suo dominio.» 

«Fuori di che?» chiese il sovrintendente. 

«Dominio» dissi. 

Dario mi guardò. «Questa è stata trovata due chilometri più a sud.» 

«Viva?» 

«No, morta.» 

«Maschio o femmina?» 

«Una femmina. Non rientra nella loro natura spostarsi così tanto.» 

«Perché?» chiese il sovrintendente. 

«Le vipere vivono in aree specifiche. Al massimo si spostano per qualche centinaio di metri quadri, difficilmente vanno oltre» spiegai. 

«Capisco» ammise lui. 

Dario sorrise. «Cosa capisci?» gli chiese. 

«Cosa s’intende per dominio» rispose il sovrintendente. 

«Mi prendi in giro?» chiese Dario. «Sono due mesi che cerco di spiegarti certe cose e oggi con lui capisci.» 

Il sovrintendente sorrise. «Ehi, non sarai mica permaloso.» 

«Permaloso io, sentilo.» 

Il sovrintendente mi guardò. «Parlatemi di funghi o di caprioli e stambecchi ma lasciate perdere i serpenti.» 

«Allora non dire che capisci!» 

«Cosa devo dire?» obiettò il sovrintendente. 

Pensai d’intervenire. Non volevo che si mettessero a litigare in macchina anche se sembrava solo un modo per sdrammatizzare la situazione. «Cosa vorresti fare?» 

«Bisogna stare lì giorno e notte» rispose senza pensarci due volte. «Non c’è altro da fare. La zona va monitorata assolutamente.» 

«Monitorare la zona? Ti rendi conto cosa chiedi?» domandò il sovrintendente. 

«Certo che mi rendo conto.» 

«Sai quanti strumenti ci vogliono?» 

«E allora? Aspettiamo che vada tutto all’inferno? Dobbiamo capire cosa sta succedendo.» 

Il sovrintendente sorrise. «Che fai? Ti arrabbi di nuovo?» 

«Non mi sto arrabbiando. È che sono sicuro che abbiamo a che fare con qualcosa di terribile.» 

«Non sei un po’ tragico?» gli chiesi. 

Dario sorrise dapprima, poi scosse il capo un paio di volte. Era la terza volta che lo faceva quel pomeriggio e capii che non si trattava solo di un gesto di sconforto. Doveva essere una sorta di riflesso incondizionato che lo caratterizzava. Simile al mio vizio di muovere le labbra. 

Provò a sorridere un’altra volta, poi si fece completamente serio. «No, Manuel. Non c’è nulla di tragico: è la realtà» rispose.


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

4 commenti:

  1. Ho la netta sensazione che non perderò un capitolo e fai bene anche a pubblicarli non troppo distanti l'uno dall'altro.

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  2. Sono d'accordo con Ernesto e da parte mia sta diventando una dipendenza! Buona serata Ferruccio!

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