domenica 28 luglio 2019

Il nono capitolo de' Il male tra gli ontani

Con questo post si chiude la pubblicazione della prima parte del romanzo. Ce ne sono altre tre in previsione per il prossimo periodo. Questo è il nono capitolo de' Il male tra gli ontani. Spero che la storia vi stia appassionando.  In aggiunta ai vari collegamenti tra i capitoli, ho inserito in fondo al post il link alla vetrina con tutti i capitoli. Se ancora non li avete letti è il momento di partire. Ricordo che ogni riferimento a luoghi, personaggi e fatti reali sono del tutto casuali. Buona lettura. 


----- Nono Capitolo ----- 

Non ho altri pensieri di quella notte, ricordo che mi svegliai due volte in seguito. La prima volta non so a che ora fosse, poi mi svegliai alle sei. Ne sono sicuro poiché contai con chiarezza i rintocchi delle campane del paese. Avevo la gola secca e andai a bere un sorso d’acqua in bagno. Quindi ritornai nella stanza ma non mi sdraiai; rimasi, dietro gli stipiti della finestra che guardava da basso sulla circonvallazione, ad ascoltare i rumori dell’alba. Udii circolare le auto di chi andava al lavoro e sentii un gallo cantare in lontananza. Restai lì finché vidi spuntare il sole, poi tornai a dormire. 

Mi svegliai quando sentii qualcuno bussare. Mi girai nel letto nella penombra e guardai verso la porta. Sentii bussare ancora. Scesi dal letto e attraversai la stanza in mutande sino alla porta. Aprii un poco, tanto per vedere chi c’era. 

Dario era lì che aspettava. Indossava dei bermuda militari e una camicia a maniche corte azzurra, di quelle che portano gli autisti. Sembrava sereno, assai più rilassato rispetto a quando mi aveva lasciato la sera prima. 

«Che ore sono?» chiesi. 

«Le nove.» 

Mi strofinai gli occhi con i palmi delle mani. Avevo la testa vuota come una zucca. «Ho dimenticato di farmi svegliare» dissi. 

Sorrise. «Me ne sono accorto.» 

Guardai verso il corridoio a disagio. Era una maniera perfetta di cominciare una collaborazione. «Aspetti da molto?» 

«Sono appena arrivato.» 

Ora volevo meritarmi ciò che mi era stato promesso. «A che ora dobbiamo andare?» 

«Abbiamo tempo. Non preoccuparti. Ti aspetto da basso.» 

Mi lavai, mi annodai i capelli e mi vestii per andare nel parco e scesi di sotto con gli scarponi e il resto della roba. 

La signora mi stava aspettando per la colazione. Disse che Dario sarebbe tornato da lì a una mezz’ora. Poi chiese se avevo dormito bene. Ero rintronato e dovevo avere una faccia stravolta ma non disse nulla sul fatto che ero andato a letto ubriaco. Speravo che non avesse detto nulla neppure a Dario. Aveva preparato un tavolo per la mia colazione nell’atrio, davanti al camino. Mi chiese cosa desideravo. 

Presi un caffè doppio con un poco di latte e mangiai un brioches confezionata. Poi mangiai una mela e poi restai seduto una decina di minuti a leggere un quotidiano. Lessi le notizie sportive e consultai l’oroscopo del giorno. Trovai la soluzione del rebus e svolsi mentalmente le parole crociate. Erano alquanto elementari e pensai di farmi dare una penna per scriverle davvero ma arrivò Dario a interrompermi. 

«Sei pronto?» chiese.

Scendendo avevo portato qualche strumento per la ricerca. Li avevo appoggiati in terra vicino al tavolo. Glieli mostrai. 

«Non hai qualcosa per il freddo?» 

«Sacco a pelo?» 

«No, ce ne sono un paio in baita. Pensavo a una giacca pesante o un maglione, nel caso dovessimo stare fuori la notte.» 

Mi ero portato un pile da Treviso. Immaginavo che per la notte fosse sufficiente ma ero stato uno stupido e non ci avevo pensato. L’avevo lasciato in camera nella borsa da viaggio e dovetti salire di sopra a prenderlo. 

Ci misi solo qualche minuto. Nel frattempo Dario e la signora uscirono in strada ad aspettarmi, perché quando ritornai da basso li trovai fuori davanti all’entrata. Stavano in mezzo alla strada in compagnia del cuoco e guardavano il cielo. Era pulito e azzurro come una mano di vernice fresca e capivo che ne stavano parlando. Discutevano un po’ in dialetto e un po’ in italiano. Doveva preoccuparli la mancanza di pioggia. Non pareva una situazione facile. 

La donna disse qualcosa riguardo al suo orto, intuii che il sole le stava bruciando tutte le verdure. Poi mi squadrò e mi sorrise. Mi disse che le piacevo come ero vestito, le ricordavo un attore. Si era completamente dimenticata della pioggia e del tempo. Mi disse di stare attento ai serpenti nel parco, poi disse qualcosa a Dario in dialetto e capii che voleva sapere quando saremmo tornati. 

Era giovedì. Dario le disse che prima di sabato pomeriggio difficilmente ci saremmo rifatti vivi. Dovevamo piazzare della strumentazione nel parco. Il lavoro da eseguire era abbastanza complicato. Difficilmente saremmo tornati prima. 

Allora, la donna mi disse che per sabato sera, quando saremmo tornati, avrebbe preparato qualcosa di particolare. Mi chiese se mi piacevano i dolci. Sapeva preparare torte gustosissime. Non ci andavo matto purtroppo. Mi avrebbe preparato qualche pietanza saporita, sempre che non le avessi portato qualche biscia da scuoiare. Si mise a ridere ma non disse altro dopo e rientrò in albergo con il cuoco dopo averci salutato con la mano. 

Noi andammo in piazza a piedi, cercando di stare all’ombra delle case per evitare il sole torrido. Mi portai a tracolla gli strumenti e il pile legato in vita. Dovevo camminare come uno zombie con gli scarponi da montagna. Ci fermammo vicino all’auto e mettemmo la mia roba sui sedili posteriori. 

Ero pronto per salirci ma Dario mi bloccò; prima dovevamo fare rifornimento di cibarie ed entrammo in un negozio situato sulla destra della piazza. Dietro il banco c’era un uomo in grembiule bianco. Aveva in testa un berretto con in evidenza la marca di un formaggio locale. 

Aveva di tutto. Ciò che non aveva sottomano andava a prenderlo in una specie di scantinato laterale. Ho il dubbio che nello scantinato ci tenesse il cilindro di un mago. Mi avrebbe cambiato pure i soldi se fossi stato uno straniero. Però era gentile. 

Acquistammo un paio di filoni di pane, dello scatolame e qualche chilo di frutta fresca. Dario mi chiese se desideravo della birra e senza attendere la risposta ne scelse una mezza dozzina di lattine prendendo il pacco direttamente dallo scaffale. Prese anche delle bottiglie di gazzosa in plastica. 

Poi comprammo del formaggio, delle barrette di cioccolato fondente amaro e del caffè per la moka. Controllammo se avevamo tutto. Ci aggiungemmo il necessario per la toeletta prima di andare via e finire da un macellaio per degli insaccati. 

Una volta tornati all’auto, mettemmo la roba nello zaino. Sarebbe stato un mio compito portarlo sulle spalle. Dario si sarebbe occupato del materiale per la ricerca. Si trattava di strumentazione delicata e non ebbi nulla da ridire. Riempii lo zaino di cibo e aprii il bagagliaio dell’auto. Ci stava altra roba. Vidi che c’era stata messa una borsa termica con un paio di grosse bistecche. 

«La ha messe mia moglie per stasera» disse Dario. 

«Gentile.» 

«Voleva conoscerti ma ha avuto un contrattempo.» 

Sogghignai. «Sarà per un’altra volta.» 

«Domenica pranziamo assieme.» 

«Certo.» 

Le previsioni parevano ottime ma sua moglie aveva messo nel bagagliaio anche delle mantelline sottili da utilizzare in caso di pioggia. Sembrava impossibile che arrivasse ma non si poteva mai sapere. Ci vidi pure un maglione di lana. Era ruvido e odorava al profumo del sapone di Marsiglia. Misi anche questa roba nel mio zaino e finalmente partimmo verso il fondo valle del paese. 

Ci vollero una decina di minuti per arrivare presso la zona industriale. Dario si arrestò dove il bitume terminava, prima di oltrepassare un vecchio ponte in pietra. C’era uno spiazzo erboso ai margini della strada e lasciò lì la macchina. 

«Ci siamo» disse Dario. 

«Sono pronto.» 

«Non ci resta che avviarci a piedi» disse poi indicandomi la pista da seguire. 

C’era una carrareccia militare che svoltava a sinistra e seguiva pianeggiante costeggiando il torrente che scorreva a monte. Noi invece dovevamo imboccare una mulattiera che si addentrava nella valle a destra. Era ancora nascosta al sole. Dal ponte si poteva vederne il tragitto scuro prima che finisse tra gli ontani più avanti. Proseguiva per qualche centinaio di metri pianeggiante tra i prati, poi superate alcune baite saliva verso il maggengo dove avremmo passato la notte. 

Dario si mise davanti e io lo seguii a passo svelto ma ci vollero pochi decine di metri per constatare che non potevamo marciare così spediti. Almeno io. Il peso del zaino mi spaccava la schiena in due e fui costretto a rallentare. 

Appena superato i primi casolari cominciai a grondare come una spugna da cucina lasciata a mollo nel lavandino. Dario invece, pareva non fare fatica. Era allenato a certe sgobbate e aveva un fisico da atleta, mentre io non ci sapevo fare. Mi vergognavo un poco e non volevo dirlo ma non sarei sopravvissuto a lungo. 

Per fortuna se ne accorse e prima di entrare nel bosco andavamo meglio. Il parco cominciava proprio lì, all’inizio del territorio boschivo. Era segnalato dalla presenza di alcuni cartelli piantati nel terreno. Non c’erano recinzioni e questa era la strada d’accesso principale. 

Era solo una mulattiera e s’inerpicava dritta come la scala di un grattacielo.  Saliva tra gli alberi a tornanti secchi come squadre da disegno. Per un tratto salii abbastanza bene, ma durò poco. Non c’era sottobosco tra gli alberi e i tronchi erano molto antichi e vicini. Era un ambiente umido e selvatico e continuammo a salire per una mezz’ora, sempre chini sotto il peso dello zaino e sempre faticando e penando. 

Ogni tanto le fronde degli alberi si diradavano e la luce del sole illuminava la mulattiera a chiazze e allora faticavi maggiormente ma poi tornava subito scura e silenziosa. 

Non vidi nessun animale salendo. Superammo una baita diroccata e una catasta di legna. Poi la strada spianò un poco. C’era una cappella Votiva dedicata alla Madonna. 

Era il luogo dove era stata ritrovata la vipera da Paolo e ci fermammo, finalmente. Non ce la facevo più. L’ultima volta che avevo portato uno zaino era stato di ritorno dall'Africa. Ma lo avevo trasportato solo per il tragitto necessario dal deposito bagagli al taxi nel parcheggio dell’aeroporto. 

Adesso era diverso. Avevo davvero la schiena spezzata e appena mi levai lo zaino sentii le spalle raddrizzarsi e salirmi verso l’alto come se fossero dentro una mongolfiera. Ero sudato. Mi ero proposto di radere i capelli a zero e mi pentii di non averlo fatto. 

«Manca molto?» chiesi. 

«No, siamo arrivati. Guarda» disse Dario. 

Mi indicò il profilo sopra la cappella. Si capiva che c’era un pianoro. Vedevo le piante diradarsi tra i primi prati del maggengo. Le baite dovevano essere appena sopra. Pareva che non mancasse molto. Dario attese che mi riposassi un poco e nel frattempo diede un’occhiata intorno. Non era stanco per niente. Magari sperava di trovare qualcosa di utile. Si abbassò a controllare tra i sassi della mulattiera. Neanche avesse un radar: trovò il punto esatto dove era stata uccisa la vipera. 

Andai a vedere: c’era ancora del sangue e non potevi sbagliare. 

«Sarà stato qualche contadino» dissi. 

«No. Sono stati ragazzi! Un contadino non avrebbe lasciato la carogna sul sentiero.» 

«Ci possono passare tutti?» domandai. 

«Il maggengo si trova fuori dal parco. L’unica strada per arrivarci è questa. È il periodo della fienagione e ci sono molti agricoltori.» 

Poi quando giunsi sul pianoro rimasi di stucco. Era un luogo assurdo. Non lo so, pensai di essere tornato indietro nel tempo. Nell’aria c’era puzza di maiali e odore di fieno secco. Ci stavano una decina di baite addossate attorno a un abbeveratoio per le mucche. 

La mulattiera portava lì. Posai lo zaino a terra. Salendo mi ero mezzo disidratato e bevvi riempiendo i palmi della mano sotto il getto della fonte. Usai i palmi chiusi come una caraffa. Il getto d’acqua era continuo e si raccoglieva in un pozzo in pietra viva. 

Il pozzo aveva il tetto di terra ed era collegato con una lavanderia. Mezza china su se stessa, c’era una donna che puliva, con dell’erba, dei pentoloni in rame. Aveva smesso di strofinare quando eravamo arrivati. Mi guardò mentre mi dissetavo. 

«Non ha visto qualche serpente?» le chiese Dario. 

«Serpenti?» 

Mi asciugai le mani sui pantaloni e le sorrisi. «Serpenti.» 

«Ah… no, io, no» risposa la donna. Era sulla settantina. Aveva ai piedi degli zoccoli di legno e indossava uno scamiciato a quadretti. «però ieri qui alla fonte hanno visto una serpe.» Lo disse tenendo le “e” molto aperte. 

«Serpe?» domandai a Dario. 

«Saettone» disse lui. «Li chiamano così.» 

«Era lunga due metri» disse la donna. 

Mi guardava sospettosa. Intuivo che si stava chiedendo chi fossi. È probabile che mi considerasse qualche scienziato impiccione. «L’altro giorno però hanno ucciso una vipera giù alla cappella» aggiunse. 

«Lo sappiamo» le disse Dario. 

«Lo sapete?» 

Dario le spiegò il motivo di quelle domande e lei strabuzzò gli occhi incredula. Per conto suo era una perdita di tempo ciò che stavamo facendo, naturale. Le sembrava strano che qualcuno si interessasse a dei serpenti. Era da capire insomma e la lasciammo al suo lavoro di pulizia. Mi rimisi lo zaino sulle spalle. Speravo che fosse l’ultima volta. Girammo dietro la fonte e salimmo verso la baita dove avremmo passato la notte. 

Non era molto grande. Era stata ceduta agli uomini del parco da un contadino del luogo e per il momento ne aveva ancora le caratteristiche. Non aveva nulla di moderno. C'era una stalla interrata, uno spazio per la raccolta del fieno e una piccola area per il soggiorno racchiusa da assi di legno. Sembrava più la cella di un frate che un abitazione. Aveva due letti a castello, un focolare e una cucina a gas con una bombola. 

Ci stava un tavolo per sedersi a mangiare e una scansia piena di stoviglie di legno e d’acciaio. Mancava di acqua corrente e bagno. In poche parole, i bisogni e le cose essenziali bisognava farle all’aperto. Potevi cucinarci qualcosa e passarci la notte ma non potevi abitarci per conto mio. Aveva le pareti tutte annerite dal fumo. C’era lo spazio per una piccola finestra rivolta a sud ma per vedere al suo interno dovevi tenere aperta la porta o mettere in funzione il gas e accendere la lampada a reticella. 

«Spero che mi diano i soldi per renderla più confortevole» disse Dario. 

«Ci trascorri molto tempo?» 

«No, qualche giorno d’estate.» 

«Si tratta di un posto strano.» 

«La gente del paese ci viene volentieri. Tra qualche settimana ci faranno una festa.» 

«Di che genere?» 

«Una festa particolare per celebrare i tempi passati.» Guardò le ore. «Hai fame?» 

Erano le undici. Avevo sempre fame ma potevo aspettare ancora per pranzare e ci demmo da fare per pulire il bugigattolo. Dario non ci veniva da qualche settimana e si era riempito di ragnatele. Usò una scopa di paglia mentre io andai alla fonte a prendere un paio di secchi d’acqua. 

Quando tornai, lavai il pavimento e sciacquai le stoviglie. Poi sistemammo un paio di materassi sulle brandine e verificammo la strumentazione. 

Avevamo in mano tre videocamere digitali. Dario voleva piazzarle nei dintorni dello stagno. Potevano registrare immagini per due ora l’una. Mi disse che potevamo farlo al tramonto. Poi mi illustrò delle mappe con i vari domini delle vipere. Erano le stesse che avevo visto sul documento che mi era stato mostrato a Treviso un anno prima. Sembravano solamente più grande adesso disposte sopra un foglio a3. La Vipera ritrovata da Paolo, si era spostata veramente per mezza montagna. 

Eravamo davvero di fronte a un bell’enigma. 


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"Grazie per la lettura" 

Il male tra gli ontani in vetrina (tutti i capitoli pubblicati)

8 commenti:

  1. Sono contento di averne letto un po' anche oggi... aspetto la prossima puntata. Bravo!

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  2. Urka ho perso un pezzo, vado e torno!

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  3. Decisamente appassionante. Aggiungo anche io un bravo e aspetto il proseguo. Buona serata

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  4. *Salendo mi ero mezzo disidratato e bevvi riempiendo i palmi della mano sotto il getto della fonte. Usai i palmi chiusi come una caraffa.

    Sono stata spesso in queste righe... in questi gesti.

    Bello anche questo capitolo.


    L.

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