giovedì 20 giugno 2019

Il gatto che sognava di essere un delfino - Trentaquattresimo capitolo

Eccoci alla fine de' Il gatto che sognava di essere un delfino. Siamo al trentaquattresimo capitolo. Adesso senza cambiare il resto dell'introduzione vi ricordo che potete rileggere il romanzo dall'inizio. Se si tratta della prima volta che capitate sul mio blog attirati da questo titolo, non rovinatevi la lettura, ripartite dall'inizio. Per facilitare il compito potete saltare all'articolo Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina che troverete alla fine di questo post. Seguite pure l'etichetta se vi è comodo. 


----- Capitolo Trentaquattro ----- 



Il Ponte dell’Arcobaleno uno comincia a vederlo quando smette di lottare e non riesce più a controllare neppure le cose stupide e superficiali. Ce l’ha lì davanti agli occhi. Ora non posso più dormire nel loro lettone e mi portano sempre fuori a trascorrere le notti perché urino dappertutto senza sapermi trattenere. 

Faccio fatica a mangiare. 

Quando Lisa mi riempie la ciotola ho una fame esagerata, ma non riesco a inghiottire nulla. Ho le gengive che sbavano, gli incisivi rovinati, l’alito che puzza ed ematomi in diverse parti del corpo. Forse si tratta di un tumore. Capisco che lei soffre vedendomi in queste condizioni. 

Di positivo c’è che la vita dentro di lei le darà cento volte di più della mia perdita e in fondo so che non mi dimenticherà mai. 

Non vorrei che fosse così. Vorrei essere ancora il gatto sfrontato e arrogante di una volta ma sento che sono alla fine. 

Non mi lamento tuttavia. Ho vissuto alla grande. Ho avuto tutto quello che desideravo. Questi acciacchi e le malattie che mi porto addosso sono frutto di una vita trascorsa senza rinunce. Undici anni splendidi e memorabili anche per chi mi è stato vicino e mi commuovo pensando a quella vasca da bagno in cui fui infilato ancora lattante. 

Non ho mai voluto passare da un veterinario e Lisa sa che non voglio sentirne parlare neanche adesso, benché una simile eventualità potrebbe allungarmi la vita di qualche mese. Ma non voglio vivere passivamente e non voglio essere imbottito di nuovo con antibiotici ed aspirine. 

Sono stato davvero felice. Ho fatto tante di quelle cose nella mia vita che mi pare impossibile ricordarle tutto. D’altronde dubito di aver raccontato tutto in questa storia. 

Se solo avessi la cognizione del tempo lineare come lo gestiscono gli esseri umani o se solo i miei ricordi non fossero come le danze in una discoteca, potrei raccontare un milione di altre storie. 

Potrei raccontare di tutte le gatte che mi sono fatto e di come faticavo nel riconoscere i miei figli. 

Potrei raccontare di quella volta che ho portato in casa un randagio trovato nel quartiere trattandolo come un ospite sotto lo sguardo sbalordito di Lisa quando se lo è trovato davanti. 

Non dimentico quella volta che sono rimasto chiuso per due giorni in una bottega artigiana senza bere e mangiare e di come tornai a casa coperto da un pulviscolo grigio che mimetizzò tutto il mio pelo. 

A modo mio ho voluto bene a Lisa e pure a Marco, e non chiedetemi di fare distinzioni. Ho cercato di stare vicino a entrambi quando ho capito che ne avevano bisogno. 

A volte penso che se il loro amore è solo cresciuto in questi anni, tanto da renderli consapevoli di allargare la loro famiglia sia anche un po’ merito mio. Noi gatti, ma anche altri animali, se siamo apprezzati, siamo in grado di trasformare la vita di chi ci sta vicino.  

Ora spero di aver divertito e di aver insegnato qualcosa con queste mie storie. 

Dopotutto il desiderio di ognuno di noi e di andarsene e aver insegnato qualcosa, ma si insegna soltanto se si ha voglia di imparare e per insegnare bisogna prima di tutto imparare. 

Tra un paio di ore me ne andrò. Non ho ancora deciso dove. Un gatto non può neppure dirlo. È un nostro segreto. Ma dove andrò, non ci sarà nessuno che mi farà del male. Il richiamo che sentiamo in questi ultimi momenti è difficile da descrivere. 

Vorrei dire che rivediamo tutta la nostra vita come succede agli esseri umani. 

Non è così. 

Vorrei dire che il nostro scomparire e andare a morire al riparo da occhi indiscreti è un’immagine romantica studiata per accrescere il nostro ricordo nella memoria di chi ci ha conosciuto. Ma non è così. 

Non sappiamo neppure che andiamo a morire. È la nostra natura che ci fa comportare in questo modo. Incapaci come siamo di difenderci e senza più forze, ci allontaniamo con la speranza di non incappare in un nemico da affrontare. 

Dove andiamo di nemici non ce ne sono più. 


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"Grazie per la lettura" 

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Leggi tutti i capitoli de' Il gatto che sognava di essere un delfino

6 commenti:

  1. Che tristezza!! Mi ero affezionata a Mic! Complimenti Ferruccio aspettavo il Giovedì mattina per leggere le avventure e i pensieri di questo gattino. Al prossimo romanzo a puntate allora!! Buona giornata!

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    1. Ora lo metto in pubblicazione, grazie per la pazienza e per avere seguito la storia anna

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  2. "Lacrimuccia"
    Alessia

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  3. Mi vengono le lacrime anche a me. Leggere la storia di questo gatto e di capire come forse ci vedono gli animali, insegna molto. Grazie Ferruccio. Sei stato bravissimo. Al prossimo racconto. 🤗 Abbraccio

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    1. Grazie a te, per la pazienza e per i feedback Maria

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