giovedì 9 maggio 2019

Il gatto che sognava di essere un delfino - Ventottesimo capitolo

Siamo giunti al Ventottesimo capitolo con Il gatto che sognava di essere un delfino. Si parla di lavoro. Di soldi e di motivazioni. Vi ricordo che potete rileggere il romanzo dall'inizio. Se si tratta della prima volta che capitate sul mio blog attirati da questo titolo, non rovinatevi la lettura, ripartite dall'inizio. Per facilitare il compito potete saltare al post Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina che troverete alla fine di questo post. Altra strada è quella di seguire l'etichetta o muovervi tra i vari capitoli. 


----- Capitolo Ventotto ----- 

Io non lavoro, non ho mai lavorato. Dovrei vergognarmi, ma sono solamente un animale. 

La casa di Marco e Lisa invece era frequentata da gente che lavorava eccome. Ci passava un po’ di tutto: dai medici agli operai, dagli ingegneri ai contadini. Anche qualche pensionato ci faceva visita. 

Lisa e Marco non si davano arie e il loro salotto era accessibile a chiunque gli volesse bene. Erano persone benvolute, empatiche e amate un po’ da tutti (un po’ come i delfini), e il fatto di rimboccarsi le maniche non li metteva a disagio. Ma erano fortunati per le professioni che svolgevano. 

La faccenda del lavoro però io non l’ho mai capita e detto tra noi non è che faccia tanto onore agli esseri umani. 

Ammetto che, secondo i loro canoni esistenziali, bisognava lavorare per vivere e per avere dignità, ma dallo svolgere una professione che li realizzava e li rendeva felici a fare un qualcosa che altro non era che mettersi nella condizione di uno schiavo, non sempre in grado di restituire e fornire il necessario per vivere come si desiderava, il passo era breve. 

La maggior parte degli esseri umani che conoscevo lavoravano come schiavi, ed erano schiavi. 

Quando li ascoltavo in casa di Lisa e Marco erano tutti lì a dire e ad affermare che avevano un’occupazione brillante e che guadagnavano bene, ma appena bevevano un pochino di alcol più del solito, uscivano tutte le magagne e si capiva che del proprio lavoro non gli fregava un tubo, anzi lo odiavano. 

La maggior parte delle gente che conoscevo era arrabbiata e frustrata per il lavoro che faceva. 

Era ansiosa e aveva un atteggiamento negativo e guardingo nei confronti di esso e dell’ambiente in cui era inserita. 

Lavoravano in un contesto simile cinque giorni alla settimana, per otto ore al giorno. 

A volte provavo a immaginare a come doveva essere una vita vissuta tutta in quel modo. Avrei voluto dirgli di avere un po' più di coraggio per cambiare occupazione e di ricercare un po' di felicità in più.

Ma capivo che non era semplice. 

Poi c'erano quelli che lavoravano solo per i soldi. 

Non ne avevano mai abbastanza, di soldi. 

Purtroppo la quantità di denaro che riuscivano a guadagnare non era sufficiente per quietare i bisogni etici e morali inconsci. Non sapevano che ci sarebbe sempre stato qualcosa che con il denaro non avrebbero potuto comprare è questa negazione era solo il risultato del loro fallimento lavorativo. 

Anche in questo caso avrei voluto suggerirgli di cambiare occupazione. Avrei voluto fargli capire che l’avidità non doveva essere il motore principale della vita, con il rischio, in questo modo, di perdere di vista le cose più importanti. 

Ma capivo che sarebbe stato tempo perso: c'erano le rate dell'auto da pagare. 

Alla fine c'era chi pensava solo alla pensione. 

A vent'anni pensavano già alla pensione. Prima ancora di iniziare a lavorare e prima ancora di mettere su famiglia pensavano alla pensione. 

Una condanna subdola e atroce: il desiderio di arrivare alla pensione. L’agognato vitalizio post lavorativo era uno dei fallimenti più grandi a cui un essere umano aspirava: visto che li trasformava in morti viventi. 

A questi personaggi avrei voluto dire di attivarsi in nuove attività. Avrei voluto suggerirgli di  coltivare un hobby e trasformarlo in qualcosa in più di una semplice passione. Solo per non stare mai fermi. Era l'immobilità il vero dramma. 

Avevo imparato, spiandoli, che gli esseri umani dovevano sempre essere occupati con un qualcosa in grado di restituire valore a sé stessi per renderli felici e non farli morire prima del tempo. 


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"Grazie per la lettura" 

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Leggi tutti i capitoli de' Il gatto che sognava di essere un delfino

8 commenti:

  1. Ho già scritto che amo questo gatto?
    Alessia

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  2. "A vent'anni pensavano già alla pensione". Purtroppo è proprio così!Che tristezza, poi quando vai in pensione ti ammali, e non è una coincidenza. Per vivere bene bisogna avere dei sogni. Se il sogno è la pensione... Un caro saluto Ferruccio

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    1. Anna, questo gatto mi ha insegnato un sacco di cose.
      Grazie

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  3. Sai, Ferruccio, quando ho letto il pensiero del gatto sulla pensione, sono scoppiata a ridere. Stava descrivendo la mia immagine di pensionata! Per
    fortuna mi sono ripresa...😂 😂 😂 Buona serata.

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    1. Maria se sei impegnata è splendida, se la subisci finisce subito. E il mio gatto consiglia di non pensarci a vent'anni, perché diventa come avere un mutuo con la vita

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    2. Il tuo gatto è davvero forte! Mi piace tantissimo.

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