giovedì 7 marzo 2019

Il gatto che sognava di essere un delfino - Diciannovesimo capitolo

Mic ed il suo giovedì. Il gatto che sognava di essere un delfino è al diciannovesimo capitolo. Riepilogo e suggerimenti di cortesia. Se si tratta della prima volta che capitate sul mio blog attirati da questo titolo, non rovinatevi la lettura, ripartite dall'inizio. Per facilitare il compito potete saltare al post Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina che troverete alla fine di questo post. Altra strada è quella di seguire l'etichetta o muovervi tra i vari capitoli. 


----- Capitolo Diciannove ----- 

A proposito di ospiti, con il tempo imparai ad accettarlo, ma da cucciolo non mi piaceva trascorrere le serate in casa quando c’era gente estranea. Sembrava che il passatempo preferito consistesse solo nel toccarmi. Tirate di coda. Carezze. L’odiato contropelo. Di nuovo tirate di coda. Ancora carezze. Dovevo sempre nascondermi sotto il divano o in qualche cassetto di un armadio rimasto aperto per errore per evitare di essere infastidito. 

Oh, c’era anche chi mi procurava grattacapi maggiori. 

Un’amica di Lisa era affetta da non so quale patologia nei miei confronti. Qualcuno sosteneva fosse allergica al mio pelo. Lisa mi faceva uscire di casa tutte le volte che questa signora si presentava. Non la sopportavo. 

Cercate di capirmi, mica era facile uscire all’aperto se non avevo compiti particolari da eseguire nel mio territorio. Me ne sarei stato tutta la sera sul divano a dormire, magari addosso a Marco a fare la pasta o le fusa, ma alla fine compariva questa signora ed ero obbligato a levarmi di torno. 

Appena mi vedeva cominciava a starnutire, i suoi occhi dapprima si arrossavano, poi lacrimavano e alla fine rimaneva senza fiato. Lisa soffriva quando doveva cacciarmi. 

Per questa donna sviluppai con il tempo una sorta di insofferenza. Ero in grado di presagire quando stava arrivando a casa nostra e di solito mi premunivo evitando così delle spiacevoli e dolorose scelte a Lisa. Scendevo dal divano, mi stiravo le ossa, mi avvicinavo alla porta, miagolavo e lei apriva. 

Negli ultimi anni della mia esistenza trascorrevo quei tempi morti nascosto nella grondaia della casa di un vicino. Lui e sua moglie non avevano nulla da obiettare che stessi lì. Erano delle altre persone deliziose che ho avuto la fortuna di conoscere. Stavo bene nascosto lì dentro. Mi sentivo protetto. 

Se la giornata era stata assolata le grondaie anche con il sopraggiungere del buio restavano ancora tiepide. Mi sdraiavo in maniera volgare e di mio spuntavano le orecchie come un radar e forse la coda. Non poteva darmi fastidio nessuno quando mi trovavo lì, e mica era facile notarmi. 

Magari esagero, ma Lisa e Marco impiegarono un paio di mesi per scoprire che ogni tanto mi infilavo lì dentro. Quando se ne resero conto non stavano nella pelle dalla gioia e risero come due idioti per un intero pomeriggio. 

Chissà poi cosa ci fosse da ridere. 


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"Grazie per la lettura" 

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Il gatto che sognava di essere un delfino. Vista attraverso gli occhi di un gatto, una metafora sulla condizione umana. Un gatto che nello stesso tempo racconta le avventure della sua vita, dai primi istanti sino all'approssimarsi della morte. In vetrina, oggi, il post con tutti i capitoli pubblicati. Post che in seguito sarà destinato a raccogliere tutti i capitoli pubblicati al giovedì di ogni settimana... 
--->> Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina

4 commenti:

  1. Che m'hai fatto ricordare. C'era un'intercapedine tra il piano terra (a volta) e il primo piano (nei lati, alto circa un metro e mezzo) di casa mia. Da ragazzino ci stavo in piedi e quando il pomeriggio venivano ospiti a casa (allora non è come oggi, quando i grandi parlavano, i piccoli dovevano allontanarsi), io mi rintanavo in questo spazio vuoto che ormai era diventato il mio covo ... Grande!!

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  2. No, non c'è niente da ridere
    Alessia

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