giovedì 7 febbraio 2019

Il gatto che sognava di essere un delfino - Quindicesimo capitolo

Giovedì con il consueto appuntamento con la novella Il gatto che sognava di essere un delfino. Oggi siamo al quindicesimo capitolo. Ripeto ciò che ho scritto in altri post: se si tratta della prima volta che capitate sul mio blog attirati da questo titolo vi consiglio di ripartire dall'inizio. Per facilitare questo aspetto potete saltare al post Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina che troverete pure alla fine di questo post, altrimenti potete seguire l'etichetta o muovervi tra i vari capitoli. 


----- Capitolo Quindici ----- 

Non so se sono un gatto grazioso. Secondo i canoni di molta gente che mi conosce, penso di sì. So di avere degli occhi molto belli: il colore verde mi dona. Tuttavia non possiedo un pedigree di razza. Non conosco con precisione la mia data di nascita e non parliamo di mio padre. Sono il classico gattaccio soriano dal pelo grigio a strisce figlio di nessuno. Ho uno sfregio sotto l’occhio destro, la coda rotta e soffro il caldo. Se non ci sono gatte da fecondare trascorro tre quarti della mia giornata a dormire e quando sono sveglio penso a mangiare e a pulirmi. 

Le mie doti migliori, oltre al tatto, l’udito, l’olfatto che mi permette di sentire l’odore di una gatta in calore anche a mezzo chilometro di distanza, credo siano l’agilità e la scaltrezza. Mi hanno sempre permesso di ottenere ciò che desidero. So farmi capire con i miei svariati vocalizzi e con il mio tipico comportamento. Non mi serve altro e non ho nessun valore per me la bellezza. Ma sono lo stesso un gatto di successo, per i parametri degli esseri umani. 

Gli esseri umani, della bellezza, invece ne fanno un cruccio. Passano metà della loro esistenza a fare questioni sull’aspetto fisico. Da piccoli e da giovani sono complessati e da vecchi diventano invidiosi. 

Gli esseri umani sono ossessionati dal bisogno di essere belli e dalla paura di  invecchiare. Appena mangiano più del solito si tormentano l’anima perché sono ingrassati e se i capelli non sono in ordine o li perdono la loro vita diventa una tragedia. 

Gli esseri umani d’estate devono essere abbronzati e con il fisico asciutto. E in inverno si fanno le lampade e vanno in palestra per il terrore di mettere su chili. Per fare un paragone, io non ricordo neppure tutte le volte che ho mangiato il mio pelo che perdevo mentre mi pulivo e tutte le volte che con le gatte in amore ho rinunciato a mangiare ritrovandomi secco come un’acciuga. 

Non sopportavo Lisa quando si preparava e si vestiva al mattino, o peggio ancora quando doveva uscire la sera in compagnia. Per me, appena si svegliava, era la donna più bella del mondo e continuava a restare la donna più bella del creato sino al momento in cui tornava a dormire la sera. Ma lei non era per niente d’accordo. Si trovava piena di difetti. Non le piaceva il suo naso e pensava di avere un seno piccolino. Sosteneva che il suo sedere fosse basso e la cellulite non sapeva più come affrontarla. 

Aveva un milione di vestiti senza tener conto delle scarpe. Quando era depressa andava in città a fare shopping con qualche sua amica. Si recava in uno di quei centri commerciali pieni di luccichii che conoscevo per averli visti in televisione. Immaginavo che andasse lì. Comprava vestiti e scarpe e riempiva armadi e scarpiere. 

Non che per me sia un grosso problema, lo dico così per dire, con le scarpiere e con le scarpe ho vissuto tante di quelle avventure, visto che adoro nascondermi dentro, che potrei scrivere un romanzo, però mi sembrava una faccenda esagerata. 

Era sempre lì a combattere con i brufoli e con le rughe. 

La sua toeletta era piena di barattoli di porcherie che si spalmava sul viso con la speranza di riuscire così a difendersi. Era bellissima, tuttavia: ancora di più quando si truccava con fard, rossetto, ombretto e si metteva in ghingheri. Malgrado non fosse  più una ragazza sembrava lo stesso una di quelle modelle che compaiono sulle riviste patinate. 

Marco non era da meno. Lui correva e faceva ginnastica. 

In casa aveva una stanza con un numero imprecisato di attrezzi sportivi, ma non voleva vedermi curiosare e bighellonare lì dentro. 

Era una stanza tabù. 

Ogni tanto si metteva dei ridicoli leggings sportivi neri e andava a fare delle corse sui sentieri e sugli sterrati di montagna. 

Adesso corre saltuariamente, ma ricordo le prime volte che abitavo con loro che voleva darsi alla competizione. Spesso in casa capitava un suo cugino con la passione delle corse e spariva con lui dalla mattina alla sera. Trovavo strano questo comportamento perché Marco non è mai stato competitivo. 

Be’ forse è meglio che mi spieghi meglio. Non è che Marco non fosse competitivo, in realtà lo era in maniera esagerata, ma con il tempo aveva imparato che la competizione rendeva e portava vantaggi nella vita solo quando era con se stessi. 

Marco pretendeva il meglio da se stesso e raggiungeva sempre l’obiettivo che si era prefissato, ma non si fissava mai con un avversario. Era raro vederlo discutere e fare lotte per il parcheggio dell’auto, se capite cosa intendo dire. 

Marco era un uomo molto pacifico, a volte quasi remissivo. Non l’avevo mai visto litigare con qualcuno se non con Lisa. Non l’avevo mai sentito alzare la voce e non lo vedevi mai fare storie con nessuno. In casa quando veniva coinvolto nelle discussioni tipiche tra umani non perdeva mai la calma e cercava di esulare con modi di fare brillanti e mai scortesi. 

Io capivo come si sentiva e condividevo in pieno il suo modo di essere. Aveva degli obiettivi molto alti e sapeva che per ottenerli non poteva permettersi di sprecare energie in pettegolezzi e attività di bassa lega. 


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"Grazie per la lettura" 

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Il gatto che sognava di essere un delfino. Vista attraverso gli occhi di un gatto, una metafora sulla condizione umana. Un gatto che nello stesso tempo racconta le avventure della sua vita, dai primi istanti sino all'approssimarsi della morte. In vetrina, oggi, il post con tutti i capitoli pubblicati. Post che in seguito sarà destinato a raccogliere tutti i capitoli pubblicati al giovedì di ogni settimana... 
--->> Il gatto che sognava di essere un delfino in vetrina

8 commenti:

  1. Mi pare che il gatto sia un tantinello pettegolo. �� Dovrebbe fare attenzione, perché c'è un detto di origine anglosassone che dice: "la curiosità uccise il gatto". Questo perché si basa sul fatto che spesso i gatti domestici rimangono vittime di incidenti, proprio perché vanno a mettere il naso dove non gli riguarda (la frase, ovviamente, è una critica verso quegli umani notoriamente indiscreti e pettegoli) ��

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    1. è un gatto molto osservatore, anche un pochino cinico, ma ne ha i motivi

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  2. Ma no non è pettegolo! Ha descritto bene come siamo noi donne!Coi nostri broblemi a volte inesistenti: cellulite, seno troppo grande, troppo piccolo, tutte le nostre insicurezze!Gli uomini lo stesso palestra, corse.. Dovremmo guardarci con gli occhi dei gatti, vivremmo piu' sereni! Un saluto Gennaro e Ferruccio

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  3. Sì Anna, hai ragione tu, ma infatti, ho infine specificato che si tratta di una "debolezza umana". 😊 Un saluto!!

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    1. a questo gatto non bisogna dare troppa corda, Gennaro :-D

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  4. Come tutti i gatti osservano molto e comprendono “ i perché”.
    sinforosa

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