giovedì 13 dicembre 2018

Il gatto che sognava di essere un delfino - Settimo capitolo

La pubblicazione va avanti. Settimo capitolo del romanzo Il gatto che sognava di essere un delfino. I capitoli precedenti li potere leggere seguendo i link alla fine del post. Potete ricominciare dal primo capitolo se ancora non avete letto nulla. Potete muovervi anche con l'etichetta che trovate sulla vostra destra. Se vi fa piacere lasciate pure un commento. Più ne raccolgo, meglio è per il racconto... 


----- Capitolo Sette ----- 

Mi chiamarono Mic, diminutivo di Micio. I primi mesi provarono a battezzarmi con diversi  nomi. Tentativi che finirono nel nulla. 

Lisa voleva chiamarmi Adamo, ma a Marco non piaceva. Non si fermarono alla Bibbia, tuttavia. Provarono in tutti i modi. Si divertivano a studiare la mia reazione. 

In seguito scelsero nomi presi da imperatori e da guerrieri del passato: Cesare, Attila il re degli Unni, Vergingetorice quello dei Galli Senoni, Napoleone, Cavallo Pazzo il Sioux Oglala. Visto che io non rispondevo, fu la volta di personaggi presi dal mondo della letteratura e del cinema: Gatsby, Achab, Zorro, James Bond. Alla fine toccò alla squadra dei giocatori di calcio: ricordo che passarono in rassegna Simeone, Zamorano, Ronaldo, Cantonà e Maradona. Finché capirono che a me non importava un fico secco e si limitarono a chiamarmi Mic. 

A me piaceva Mic. Era il nome che avrei sempre voluto, perfetto per vedermi obbedire, ma alla fine era solo Lisa a chiamarmi a quel modo e mica sempre obbedivo. 

Facevamo un sacco di cose divertenti io e Lisa. Davvero. Inutile elencarle tutte. Finirei con l’annoiarvi. Ma impazzivo quando mi chiamava Mic. La sua voce aveva un timbro meraviglioso quando pronunciava il mio nome. Andavo in brodo di giuggiole. 

«Mic, mi aiuti a pulire il corridoio con lo straccio?» chiedeva. 

«Certo» miagolavo io. Mi sdraiavo sullo straccio e lei con lo spazzolone, mentre canticchiava un brano degli Abba o di Lucio Battisti, puliva i vari ambienti dell’appartamento. Non le pesava fare le pulizie in questo modo e io mi divertivo un sacco. 

«Mic, fai il bravo mentre esco!» diceva, oppure mi domandava: «Mic, vuoi un po’ di panna, per colazione, oggi?» 

«Perché no?» miagolavo. E saltavo sulla sedia del tavolo in cucina. Mi rizzavo in piedi appoggiando le zampe anteriori sul tavolo e aspettavo che con lo spray del barattolo mi creasse una montagna di panna davanti simile all’Everest. 

«Mic, non graffiare il divano.» Questo fingevo di farlo quando avevo fame e non mi riempiva la ciotola. Allora lei dava a intendere di arrabbiarsi ma dovevate vedere come correva a riempirla con qualcosa di buono e di fresco. 

Marco invece non mi chiamava mai per nome. Aveva dei modi più spicci. Una volta capito che bastava schioccare le dita per vedermi dare un cenno di assenso non faceva altro. Io gli davo corda. Potevo stare nascosto in giardino, per ore, tra le foglie, ad aspettare soltanto che lui schioccasse le dita. Quando mi vedeva apparire era l’uomo più contento del mondo. 

È meraviglioso vivere con le persone quando sono felici. Vi confesso che la felicità non è neppure difficile da coltivare se uno ci pensa bene: è una delle poche cose alla portata di ogni essere umano, qualsiasi sia la sua estrazione. Bisogna imparare a conoscerla ed essere in grado di non farla spegnere. È uno stato d’animo che non ha costi di nessun genere. Alla fine è solo un atteggiamento mentale che bisogna adottare, ma va allenato affinché diventi naturale e ben inculcato nell’inconscio. 

Se si è allenati a svegliarsi contenti difficilmente si cambia idea durante il giorno, anche se il mondo potrebbe avere intenzione di crollare. Dentro vi rimane un barlume di fiducia e la resilienza sufficiente per rispondere in modo positivo alla cattiva sorte, anche se una simile eventualità neppure esiste, perché la cattiva sorte non si avvicina neppure per scherzo a delle persone felici di spirito. 

Gli esseri umani dovrebbero imparare a  concentrarsi solo sulle cose belle in ogni momento della propria vita. Dovrebbero stornare ed eliminare senza pietà dalla mente tutto ciò che cerca di farli star male o si insinua in maniera negativa, così si accorgerebbero che vanno incontro solo  a delle cose piacevoli e degne di nota. 

Lo so che è difficile da capire ma è così. Ci vuole solo tanta concentrazione. 

Un buon metodo per essere felici è impegnarsi a vivere nel presente ed essere consapevoli del proprio io. Noi gatti abbiamo la fortuna di averlo come istinto. Mangiamo quando abbiamo fame, dormiamo quando abbiamo sonno, non pensiamo ai soldi, non diamo peso alle malattie. Non pensiamo al passato e soprattutto al futuro. 

Lo so che per gli essere umani non è facile vivere così, però permettetemi di dire che molti soggetti di questa specie sono stupidi nell’approcciare la vita: bruciano minuti, ore, giorni, settimane di esistenza, solo per soddisfare dei capricci e per ricercare dei piaceri inutili. I capricci e i piaceri non danno gioia e neppure serenità. Potete girare la frittata come volete ma il discorso non fa una grinza. 

La maggior parte della gente a Natale pensava a Pasqua e a Pasqua pensava alle vacanze di agosto. Alle vacanze di agosto ci arrivava con la testa piena di idee sui regali da distribuire a Natale ed era preoccupata perché con le ferie si era  dissanguata e i soldi sono sempre pochi. 

In realtà sono solo delle stupide supposizioni ma intanto non erano mai soddisfatti. 

La gente vuole sempre essere all’altezza delle situazioni e fare bella figura e così facendo dipende inesorabilmente dal giudizio degli altri, e si mostra timorosa e piena di paure, vittime di un pregiudizio che gli condiziona il passato e il futuro e non prende in considerazione il presente. 

Molti degli esseri umani che conoscevo non dormivano la notte per il giudizio degli altri. E molti di loro si adattavano inconsciamente alle modalità di questa visione della vita e costruiva degli orridi romanzi che neppure uno dei loro migliori scrittori di fiction sapeva fare. 

Così trascorrevano l’esistenza come se fosse una guerra di trincea. Complici i mutui, le tasse, la paura di perdere ciò che pensavano di possedere e una miriade di altri piccoli e grandi problemi, passano la vita china in una buca o riparata dietro sacchi di sabbia a osservare, a volte con invidia a volte con ammirazione, quei pochi che hanno l’ardire di alzare la testa e sfidare la mira dei cecchini nemici e ancor di più quei rari che hanno il coraggio di scavalcare il filo spinato e gettarsi all’assalto con tutto il loro essere. 

Insomma la gente dovrebbe  imparare a fregarvene del giudizio degli altri una buona volta. Quando per qualcuno di loro arriva il momento di morire andrà  non sarà accompagnato da nessuno nella tomba. Molti si limiteranno a rimproverare e condannare la cattiveria del cecchino. Qualcuno piangerà il morto e qualcuno lo biasimerà. 

Molti, quasi tutti, smetteranno di pensare per sempre a lui nel preciso momento in cui sarà sotterrato. 


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"Grazie per la lettura"

4 commenti:

  1. Un ragionamento felino che non fa una grinza!
    Molto pertinente....che gattone filosofo..;)
    Io sto però ancora a pensare al ponte dell arcobaleno...sigh!

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    Risposte
    1. Noi e abbiamo il paradiso e loro il ponte dell'arcobaleno

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  2. Salomone... ecco il nome giusto per Mic! :)
    SAggezza felina che se potessimo copiare/rubare/fare nostra in qualche maniera i renderebbe la vita più lieve.
    Però! Ci conosce bene il miciotto!!! ahhaahha

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