domenica 30 maggio 2010

La sola cosa che mi piace de “Il codice da Vinci”


La diatriba se sia meglio il film o sia meglio il libro dal quale il film è tratto, più o meno, la sento nelle orecchie da quando sono nato. 

Basta trovare qualche amico al bar per un bicchiere o uscire a cena con una compagnia pseudo brillante e dire di aver visto il “blablabla” al cinema per essere sicuri di sentire la voce di qualcuno che di rimando sostiene: “Sì però il libro è meglio”. Immagino sia successo pure a voi e se non è successo state certi che succederà. Credo sia dovuto all’esigenza di argomentare su qualcosa.

Adesso, questo fatto mi ha dato lo spunto per partire con dei nuovi post riguardanti i romanzi sui quali è stato progettato un film. D’altra parte i libri-film che possono essere presi in considerazione sono parecchi: alcuni dei veri e propri capolavori (capolavori che tratterò più avanti).
Come partenza, però, ho scelto di trattare Il codice da Vinci”. Trattare? Trattare per modo di dire visto che il libro di Dan Brown non è mi piaciuto affatto. E mica per invidia o perché me la tiro. No! Purtroppo non ho trovato nulla in quel romanzo. L’ho letto per motivi tecnici e perché c’era gente che continuava a tormentarmi con il fatto che uno come me non poteva snobbarlo, ma non mi ha trasmesso nessuna sensazione positiva. Sarà che è costruito sulla falsariga degli altri romanzi di Dan Brown. Sarà che il tema della religione romanzato e non vissuto lo trovo adatto solo a fini scandalistici. 

Ma è un libro che mi ha fatto quasi vomitare. Pieno d’azione e niente altro. Pieno di eventi. Per rendere l'idea è come se domani andando in garage a prendere l'auto per recarsi al lavoro, un tizio trovasse l'auto sgonfia e una volta sistemata la gomma scoprisse che la batteria è scarica e una volta caricata si ritrovasse senza benzina e come se non bastasse i bus di linea sono in sciopero ed è prevista una tempesta di neve tremenda e potremmo andare avanti, ma alla fine per chiudere la faccenda faremmo arrivare gli alieni e questi con la loro astronave porterebbero il tizio al lavoro e la giustizia trionferebbe e così capite che un libro del genere farebbe ridere anche il mio gatto.

Insomma un romanzo adatto a costruirci sopra un fumetto più che stare al primo posto nella lista dei Best Seller. Naturalmente dal film ho ricevuto la stessa sensazione (a parte la presenza scenica e la telegenia dell'attore che interpreta Silas l'albino). Dunque se assegno zero al libro, assegno lo stesso voto anche al film.
E allora, direte voi, perché ce ne parli? Ve ne parlo perché il sottoscritto qualcosa di positivo ha trovato pure in quel progetto. 

Certo: il Main Theme della colonna sonora. Pensate che stia dicendo delle baggianate? Ascoltatela e poi decidete. Se non vi piace, avete tutto lo spazio per maledirmi e insultarmi sotto il post, ma per me è la sola cosa che mi piace de "Il codice da Vinci".

sabato 29 maggio 2010

Musica di casa

Con questo post rimaniamo in famiglia, tutto perché navigando in rete abbiamo scoperto questo forum Spagnolo che parla di lui; vi aggiungo anche le sua biografia: Livio Gianola (Premana, LC 1964) si segnala con il successo ottenuto in un concorso indetto dalla Gioventù Musicale Italiana, in seguito intraprende gli studi accademici diplomandosi brillantemente in chitarra classica sotto la guida di G.Oltremari presso l'Istituto Musicale G.Donizetti di Bergamo. 

Ben presto però la sua attività musicale si indirizza verso il flamenco e l'incontro col ballerino-coreografo Antonio Canales segna una svolta nella sua carriera artistica. 

Nascono così le collaborazioni che culminano nei balletti "Torero" (92), "Narciso" (95), "Gitano" (96), "Minotauro" (02), "Bailaor" (04) e "Bohemio" (06). 

Gianola si presenta nei più prestigiosi scenari internazionali e le sue opere rappresentate nei veri e propri templi della musica come il "Theatre de Champs Eliseé", il "Teatro Lirico" di Milano, il "Lope de Vega" di Siviglia, il "Bunka Kaikan" di Tokio, il "Philarmoniker" di Colonia, il "Ferstival Hall" di Osaka e al "Teatro Internazionale" di Roma

Come solista e in varie formazioni partecipa a importanti manifestazioni come il "Forum dei popoli di Barcellona" la "Bienal de Flamenco" di Siviglia, il "Festival di Sanremo".

A partire dalla metà degli anni "90" amplia la sua produzione musicale e da vita a lavori per il teatro, il cinema (premiato al "Festival Cinematografico di Rimini") e a opere di più ampio respiro in ambito classico come la "Suite del Levantino" per chitarra e orchestra, il "Concerto per orchestra di chitarre" e i balletti "Eco de l'alma" e "Carmen" per la compagnia "Alborea" diretta da M.Terzi

Pubblica inoltre a proprio nome due dischi ("Sombra" e "Bohemio") e come solista incide in ambito pop con personaggi come F. Concato, Toto Cutugno e moltri altri artisti. 

Nella primavera del 2007 al "Teatro de la Zarzuela" di Madrid il "Ballet Nacional de Espana" ha rappresentato le coreografie "Cambalache" su musiche di sua composizione. 

Nel 2008 inizia le registrazioni di Bohemio, con il nuovo inedito Barcellona, presentato al MIDEM 2009 di Cannes (FR).
Dicono di lui in Spagna

lunedì 24 maggio 2010

Solo con i miei gatti e Toto


Inserire libri nella mensola di aNobii mi ha rimesso tra le mani “Viaggio al termine della notte” di Celine. Un romanzo letto molti anni fa, ma che tuttora non mi è uscito dalla testa. Lo considero un capolavoro assoluto, almeno per quanto riguarda i contenuti, e rammendo che hai tempi della prima lettura mi aveva letteralmente sconvolto e piegato in due. Per mesi non ero più riuscito a leggere nulla e mi aveva creato seri dubbi riguardo a ciò che scrivevo. 

I motivi? Forse la miseria materiale e psicologica dei personaggi di Celine. Non a caso l’autore aveva sempre frequentato poveracci e amava raccontare la vita dei perdenti e dei falliti. Nulla di eroico e nulla di romantico però. Anzi, i suoi personaggi erano descritti con cinismo, con cattiveria e senza tanta pietà. Certo questo può essere spiegato dal fatto che i poveracci e i derelitti erano il suo pane visto che sin da piccolo, nel suo quartiere, li aveva indagati e studiati come se fossero una metastasi racchiusa in una società troppo indaffarata a produrre e a credere nel progresso tecnico. Ma basta il vissuto per creare un libro in grado di sconvolgere chi legge?

In ogni caso Ferdinand Celine, per me, è stato un grande scrittore.
Un grande scrittore e poi un medico, un viaggiatore, un uomo avaro e permaloso, uno xenofobo, un antisemita, un esule, per qualcuno anche un parassita, ma pure una persona tenera con i bambini e con gli animali. Un artista, forse, non colpevole sino in fondo della leggenda nera che gli è stata creata addosso.

Ma è così, e gli ultimi anni di vita li ha vissuti da solo.

Già! Con pochi soldi di rendita, ha trascorso gli ultimi anni di vita in una vecchia casa stracolma di libri e cianfrusaglie e lì, in quella casa, lavorava tutto il giorno sopra una scrivania piena di fogli, pile di manoscritti, matite, penne e avanzi della cena. Girava nello studio, più simile a un solaio o a una cantina, con un foulard attorno al collo, con indosso un paio di vecchi pantaloni tenuti su da una corda, maglioni consunti, peggio di un barbone. Scriveva e imprecava, imprecava e scriveva, con la sua solita rabbia, seguendo la sua genialità. Scriveva tutto il giorno, ignorato dai più, e nelle rare soste giocava con i gatti che riempivano la casa, ma soprattutto… soprattutto parlava con il suo pappagallo Toto.

domenica 23 maggio 2010

Non è carino pensarlo?


Niente curiosità su Ferdinand Celine stamattina. Poco su Alfredo Mogavero e sui nuovi fenomeni letterari emergenti. Nessun particolare sui libri riposti sulla mensola di aNobii nelle ultime ore. Niente di niente. O nada de nada. Permettetemi, però, questa divagazione in un campo completamente all’opposto da quelli che sono stati i post che ho pubblicato sino a ora. Erano quarantacinque anni dopotutto che aspettavo.
Tanti.
Troppi.

Adesso è normale (così direbbe un calciatore) sentirsi orgogliosi.
Certo, magari perderò lettori del blog. Magari qualche amico di FB mi volterà la faccia e mi toglierà l’amicizia considerando questo mio “outing”. Magari qualcuno mi insulterà con un commento sotto il post. 

Ma questa Champions League ci voleva veramente. Ho gioito in maniera sobria ma questa dedica la sento necessaria. Ero stufo di mangiare spaghetti senza condimento e bere vino buono in bicchieri di carta. Grazie Mou, grazie Milito e banda, e grazie anche a Moratti: mi sento quasi come uno scrittore che ha appena vinto il “Premio Hugo” o il “Premio Nobel per la letteratura” accidenti.
Be’ forse con questa ultima frase sto esagerando. Sì, sto esagerando, ma come ha scritto Ernest Hemingway concludendo Fiesta:Non è carino pensarlo?”.
E ora posso lavorare felice.

sabato 22 maggio 2010

Libri da regalare?


Domani, 23 maggio, è la Giornata Nazionale per la Promozione della Lettura. In linea di massima, io non ho bisogno di Giornate del genere per essere incentivato a leggere; fosse possibile leggerei 25 ore al giorno – se avessi altre 25 ore per scrivere e altre 3 per fare tutto il resto, naturale. Però, lo slogan creato appositamente per la giornata “Se mi vuoi bene, il 23 maggio regalami un libro” mi piace e credo proprio che lo farò mio. Certo non potrò accontentare tutti, ma qualche persona che mi è cara riceverà qualche pagina letteraria dal sottoscritto.

A mia mamma penso di regalare “La mia Africa” di Karen Blixen, a mio nipotino “Viaggio al centro della terra” di Jules Vernes ed a un caro amico “Pazzo per l’Inter” di Giuseppe Prisco (è ovvio che potrebbe cambiare in base alla serata di stasera al Santiago Bernabeu), a una fanciulla "Lolita” di Vladimir Nabokov… e a me?

Io mi sono arrangiato nei giorni scorsi. Ho ordinato da Edizioni XII “I ragni zingari” di Nicola Lombardi e “Opera sei” di David Riva; li attendo a giorni tramite posta e quando li riceverò fingerò che mi sono stati regalati da un’anima di buon cuore il 23 maggio.

A voi invece consiglio di mettere un commento sotto il post indicando il libro che vorreste ricevere in regalo. Visto i tempi, difficilmente lo otterrete, ma, se un giorno dovessi arricchirmi, potrei anche ricordarmi di voi e confidare in un altro 23 maggio per regalarvi una sana lettura.

martedì 18 maggio 2010

Voglia di vacanza e nostalgia

Un po' di stanchezza dovuta ai troppi viaggi di lavoro. La primavera che tarda ad arrivare. Un pochino di voglia di vacanzanostalgia per i tempi andati, quando le rogne non esistevano. 

Che c'è di meglio di qualche canzone che ti risolleva l'anima e che ti riporta indietro nel tempo. Oh, sì, devo confessarvi che per le canzoni che aggiungo, in tempi diversi, ho fatto quasi una malattia. 

Appartengono a generi completamente opposti l'una dall'altra, ma che ci posso fare se sono fatto così. 

Ascoltatele, vi metto i link, perché ho visto che il video diretto mi "sporca" l'impaginazione del blog. Si tratta di Hotel Plaza, Song Sung Blue e un brano dal vivo dei Devo

Magari pure voi avete delle canzoni che non scordate e vi suscitano emozioni lontane: elencatele in un commento sotto il post. Siete ben accetti e in fondo mi piacerebbe sapere quale è la vostra musica preferita.

Anfetamine e KGB


Il risultato del sondaggio sulle lingue proposto qualche giorno addietro, concluso con un pareggio tra la lingua Inglese e la lingua Spagnola, mi ha ricordato Philip K. Dick. Ipotizzare un futuro dove si parla un idioma frutto di un miscuglio di lingue non è affatto escluso. 

D’altra parte in Blade Runner, il film che Ridley Scott realizzò prendendo spunto dal romanzo “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?” di Dick, la parlata tipica della popolazione di una Los angeles (San Francisco nel romanzo) cupa e decadente non era altro che una minestra di suoni presi di volta in volta dall’inglese, dal cinese, dallo spagnolo, e via di seguito. In realtà questa caratteristica potrebbe essere frutto di una divagazione del regista più che una visione dello scrittore, ma sicuramente anche il futuro delle lingue avevano una visione distorta nella mente di Dick. Eccome.

Dick era uno scrittore dal mio punto di vista straordinario, che per tutta la vita ha lottato per essere consacrato nel mainstream. Un artista che voleva essere considerato uno scrittore serio e non uno sconclusionato autore di libri di fantascienza letti solo da – parole sue – “troll e schizzati”.

Ma dopotutto pure lui era uno schizzato e non poteva essere diversamente visto che arrivava a calarsi fino a 1.000 pasticche di anfetamina alla settimana

Anfetamine che gli crearono nevrosi e paranoie a dismisura tanto che, nei primi Settanta, quando ricevette qualche attenzione dai critici accademici e dagli studiosi di letteratura – tra cui soprattutto l’autore polacco Stanislaw Lem Dick scrisse una lettera all’FBI in cui sosteneva che in realtà essi fossero agenti del KGB con l’intenzione di dominare la scena della fantascienza americana.

domenica 16 maggio 2010

Non girare di notte con la bicicletta in città


Di Ray Bradbury ho già parlato in qualche post precedente. Che sia un tipo originale e fuori discussione. Il suo modo di scrivere melanconico e introspettivo mi ha sempre affascinato e sebbene la faccenda mi dia fastidio, ricevere commenti che "paragonano" (tra virgolette) qualche mio racconto ai suoi scritti mi inorgoglisce. 

D’altra parte la visione fantascientifica che possiedo e simile alla sua. La mia fantascienza è soltanto il frutto dell’esasperazione della vita di tutti i giorni: un pullman di linea può diventare un’astronave che orbita attorno ai satelliti di Giove e la luce nella hall di un albergo può servire per provare facoltà telecinetiche.

Dopotutto anch’io, come lui, odio le macchine e la tecnologia; e anch’io, come lui, preferisco girare le città a piedi se non in bicicletta a qualsiasi ora della notte

Certo, per ora non sono mai stato fermato e arrestato dalla polizia o dai carabinieri a notte fonda perché giro nelle strade felice come un’allodola fregandomene altamente di codici stradali, dei delinquenti e di altre baggianate, ma in tutta sincerità permettetemi di scrivere che se una simile esperienza potesse far nascere nella mia testa un capolavoro al livello dei suoi racconti potrei anche accettare una notte in guardina come è successo a lui.


"Grazie per la lettura"

mercoledì 12 maggio 2010

Masticare lingue e vivere felice


In questo periodo di viaggi in giro per il mondo, mi sono reso conto della grande varietà di persone che popolano le strade. Folle oceaniche in ogni dove e un miscuglio di parole, suoni, gorgoglii e versi di ogni genere che arrivano alle orecchie non sempre in modo comprensibile. Tanto per fare un esempio, qualche giorno fa, mentre aspettavo che smettesse di piovere in un bar di un centro commerciale situato sul porto Olimpico di Barcellona, sono stato sommerso da otto lingue diverse contemporaneamente: catalano (il barista), castigliano (il cameriere con la faccia da sudamericano), arabo (la coppia seduta vicino), norvegese o qualcosa di simile (la bambina che urlava nell’atrio), inglese (un tipo in piedi al banco che mi ha chiesto come raggiungere le Ramblas), hindi (alcuni tizi con un turbante fasciato attorno alla testa), due ragazze che parlavano giapponese credo e italiano (la mia collega); potrei aggiungere il mio dialetto, ma il dialetto non è una lingua.
Una simile Babele mi ha dato lo spunto per un racconto fantascientifico, ma nello stesso tempo mi ha reso partecipe della mia piccolezza in fatto di conoscenza di lingue.
Certo conosco un po’ d’inglese (così così), parlo lo spagnolo (benino). So dire “da” in russo e dobri den in ceco. Conosco pure qualche parolina in francese. Ma Gesù che ignorante sono. Il futuro è dietro l’angolo e ancora non mi sono deciso ad adeguarmi. Chissà come andrà a finire. In che lingua si parlerà principalmente? Me lo sono chiesto. Per questo voglio fare un sondaggio. L’ho inserito in alto a destra così mi faccio un’idea per il futuro. Boh!
Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco, Cinese, Arabo e Altre. Ne potete selezionare diverse, ma siate sinceri. Come al solito potete aggiungere anche un commento sotto il post, specialmente se si tratta di altre. Vedete voi. Avete tre giorni di tempo, visto che domani parto di nuovo e volo a Malta a imparare il maltese.

martedì 11 maggio 2010

Raindrops Keep Falling On My Head


Di Bruce Chatwin, grande scrittore nomade ed ex critico della casa d'aste londinese Sotheby's, sono famosi principalmente i libri di viaggio ambientati nelle pampas della Patagonia e nel bush australiano. Si tratta di libri di viaggio che sembrano romanzi, scritti in modo essenziale e lapidario, con uno stile che sarebbe piaciuto ad Ernest Hemingway

Lo scrittore si dedicò ai grandi spazi aperti e alla narrativa, dopo che alcuni problemi agli occhi gli fecero temere di perdere la vista. Spirito irrequieto, era noto per la sua innata abilità di narrare storie, anche se qualche critico ora gli contesta una certa fantasia nel raccontare aneddoti riguardanti persone reali. 

In ogni caso, l’amico sosteneva che quello stato d’animo designato dagli etologi come aggressività, non sia altro che una risposta stizzosa alle frustrazioni derivanti dall’essere confinati in un certo ambiente e a vivere certe situazioni snervanti. 

Be’, non so come la pensate voi, ma io penso che aveva ragione, poiché sono dell’opinione che la “rabbia” che mi corrode l’anima da settimane sia dovuta alla pioggia incessante e senza tregua che continua a bagnarmi i capelli.

lunedì 10 maggio 2010

Le bellezze di Gabriel José de la Concordia "Gabo" García Márquez

Macondo! I vostri voti relativi al sondaggio di qualche post precedente porteranno i miei sogni a Macondo o per essere più realisti ad Aracataca: il paese natio di Gabriel Garcia Marquez

Macondo: il villaggio mitizzato in Foglie morte, Nessuno scrive al colonnello, Occhi di cane azzurro, per arrivare all'epopea magico realistica di Cent’anni di solitudine

Macondo, il pueblo di Aureliano Buendia, di José Arcadio, di Aureliano Babilonia e tutta una serie di personaggi femminili affascinanti e sensuali che magari si può fare a meno di menzionare. 

Certo. Tranne Remedios la bella, però. Di lei sì che bisogna parlare. Remedios la bella che quanto più si sbarazzava della moda alla ricerca della comodità e tanto più conturbante la sua bellezza risultava. 

Remedios la bella che girava nuda. 

Remedios la bella che si rasava a zero e con i capelli faceva parrucche per i santi. 

Remedios la bella che si vestiva da uomo per salire sull’albero della cuccagna e che era in grado di sconvolgere i suoi diciassette cugini. 

Remedios la bella… 

Difficile dire a chi pensava l’autore quando l’ha descritta la prima volta. Già, davvero difficile perché Shakira allora non c’era. 

Tuttavia non è escluso che un personaggio come la cantante oggi potrebbe influenzarlo. D’altra parte il celebre scrittore ha scritto che il talento e la bellezza di Shakira sono inimitabili; nessun altra cantante al mondo può reggere il ritmo della musica come lei. 

Ora data la giovane età e la innocente sensualità della ragazza è più che lecito pensare che il grande scrittore potrebbe considerarla la reincarnazione di Remedios la bella.

martedì 4 maggio 2010

Il giorno degli incipit svelati 2


Indovinati anche questa volta. Meno male. Più spazio per me in casa. Il vincitore è Fabrizio Santuccio che, come da sua richiesta, si troverà a casa “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Sono felice per lui e lo ringrazio per aver partecipato, come ringrazio coloro che hanno postato qualche commento e hanno visitato le pagine del mio blog per l’occasione.

Ma ora i romanzi che bisognava indovinare:

1) - Il Paese del Carnevale di Jorge Amado
Un romanzo appassionato, autobiografico, di una grazia acerba che incanta. Questo romanzo è stato scritto da Jorge Amado all'incredibile età di 19 anni, nel 1931, e ha reso famoso il nome del suo autore in Brasile e nel mondo.

2) - Fight club di Chuck Palahniuk
Di Fight Club ho già parlato anche in un altro post: parla, comunque, di Tyler Durden, un giovane che si trascina in una vita di bugie e fallimenti, disilluso dalla cultura vacua e consumistica che impera nel mondo occidentale. Sua unica valvola di sfogo sono gli incontri clandestini di boxe nei sotterranei dei bar. Tyler crede di aver trovato una strada per riscattare il vuoto della propria vita, ma nel suo mondo non c'è posto per alcuna regola, freno, o limite.

3) - Il Giardino dell’Eden di Ernest Hemingway.
Un giovane scrittore di successo, la donna affascinante e inquieta che ha sposato, la cui nevrosi progressivamente scivola verso la follia; e un'altra donna. Poi la Costa Azzurra a fare da sfondo agli ambigui giochi erotici che si intrecciano fra i tre. Oltre a questo, un’altra vicenda che lo scrittore/protagonista vive e scrive: un lungo safari in Africa, un difficile rapporto tra padre e figlio, un romanzo faticosamente portato avanti, spesso interrotto dalle drammatiche vicende personali, sempre tenacemente ripreso. Questi sono gli elementi che costituiscono il nucleo del Giardino dell'Eden, l'ultimo romanzo, tra quelli postumi di Hemingway, a venir pubblicato. Un romanzo per molti versi inconsueto nel panorama della narrativa hemingwayana, difficile e profondamente personale.

È tutto. Ora vi aspetto a luglio con un “indovina gli incipit 3” molto più difficile e spettacolare.

domenica 2 maggio 2010

Maledette virgole


C’è stato un tempo in cui ero talmente infatuato dalla lettura dell’Ulisse di James Joyce che trascorrevo la mia vita in terza persona similmente a Bloom e a Stephen. Facevo incavolare tutti. 

Avevo imparato le litanie dei Santi a memoria e a chi mi chiedeva cosa avrei fatto magari quella sera rispondevo facendo una domanda, allo stesso modo di come scriveva il narratore nel capitolo di Itaca di quel straordinario libro. Non passava giornata senza che qualcuno volesse menarmi. E tutto a causa dell’”Ulisse”.

Con Finnegans Wake non è stato però così. Finnegans Wake non sono riuscito a leggerlo,
(ecco l’incipit:

“fluido fiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante , ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a HCE”).

Mi sono impegnato per diversi giorni, ma non c'è stato proprio nulla da fare: un libro troppo concettuale e complesso da digerire per me.

Si racconta che James Joyce ricevette le bozze del Finnegans Wake la sera del 2 febbraio 1939 per rispettare la mania di pubblicare i suoi libri il giorno del proprio compleanno (l’Ulisse era uscito il 2 Febbraio del 1922). Per celebrare l'evento la nuora aveva fatto preparare un dolce che riproduceva le copertine dei sette libri pubblicati dall'autore. 

Per il grande scrittore nessun libro si sarebbe aggiunto alla lista. Il libro tuttavia uscì il 4 maggio di quell'anno e non fu il solo fatto a scontentare l'autore. Anche lo stesso libro lo lasciò un pochino interdetto. 

Infatti, poco più di un anno dopo, quando un amico andò a trovarlo in un albergo e gli chiese se avesse progetti, Joyce rispose che stava rileggendo e rivedendo Finnegans Wake… alcuni passi lo lasciavano perplesso e stava aggiungendo delle virgole. Virgole, capite? Virgole a un libro del genere.

sabato 1 maggio 2010

Voie de fan, soltem adoss


Oggi è così. Non ho voglia di fare nulla e non vorrei fare nulla. Non vorrei nemmeno pensare. Vorrei comportarmi come si comportava il mio povero gatto (quello della foto). Quello sì che faceva la bella vita; si limitava a entrare in casa dopo una notte di bagordi con le sue micie e poi via a dormire sul mio letto. Si svegliava solo per mangiare e bere, per ascoltare la musica di Michael Nyman o per graffiare il fondo della poltrona se non eri pronto a servirlo. Una vita a cinque stelle, come quella di Jay Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Certo, Mic è morto per una insufficienza renale e non investito dalla macchina di un marito tradito, però non gli mancava nulla e se glielo avessi offerto avrebbe bevuto anche champagne da un flute.
Ecco, oggi vorrei vivere come viveva il mio gatto. Nada impegni e nada problemi, ma è un’utopia.
Scrivere devo scrivere: i racconti vogliono uscire e i romanzi hanno bisogno di una revisione continua.
Leggere devo leggere, perché dalla “concorrenza” si impara. E non mi posso limitare a guardare le figure o il lampadario. No, nonostante sia il primo Maggio, dobbiamo lavorare lo stesso.