sabato 10 marzo 2018

Il campione

Nino di Mei
Settimana con il racconto artistico come di consueto. Ho preso come riferimento una tela di Nino di Mei con una chiesa, la location del racconto. Insomma, la vetrina settimanale vi invita a leggere la storia dal titolo Il campione

Accadde per caso, un martedì mattina. Lo vidi passare sulla piazza del sagrato con sua madre, mentre guardavo attraverso la finestra del bar. 

Non gli parlavo da mesi. 

Posai la tazzina del caffè sul banco, mi pulii la bocca con un tovagliolo di carta, lo gettai in basso nel cestino vicino alla cassa e uscii in strada per salutarlo. 

Lo chiamai prima che imboccasse il vicolo sulla destra della chiesa, quello che portava verso il centro vecchio del paese. 

Si fermò e si girò. Mi sorrise. Disse qualcosa a sua madre e tornò indietro. «Non ti vedo da una vita!» disse. 

Lo abbracciai. 

Era magro e abbronzato. Aveva i capelli rasati e indossava una tuta con il nome di uno dei suoi sponsor. 

«So che stai facendo faville» suggerii. 

Era fiero e motivato ma non aveva perso la sua natura umile e dimessa. «Sto facendo il possibile. Quest’anno non ho avuto problemi fisici. Ma il bello deve ancora venire.» 

«Andrai benissimo!» 

Annuì e si mise le mani in tasca. Non mostrava mai sicumera e arroganza, anche se il talento era dalla sua parte. Era un bravo ragazzo e lo era sempre stato, sin da bambino, quando le gare le facevamo assieme e lui stracciava tutti. 

Ora qualcun altro al suo posto si sarebbe montato la testa. 

«Dopodomani parto per il Nord Europa!» 

Ormai trascorreva la maggior parte del tempo in giro per il mondo.  

«Cercherò di seguirti in televisione. Non ci deluderai!» 

Pareva felice e sicuro di sé. «Non sarà così facile stavolta, ci sono tutti i migliori, ma ricorderò chi sono.» 

«Bravo» dissi «tu sei il migliore!» 

Rise. 

Mi abbracciò un’altra volta. Poi disse che doveva andare. Disse che non sapeva quando ci saremmo rivisti. Sperava presto. 

Gli dissi che non era un problema e che doveva pensare alle sue sfide. 

Lo osservai mentre tornava da sua madre. 

Sua madre era molto religiosa. Prima di ogni gara andava in chiesa ad accendere un cero. E dopo ogni gara si recava a una funzione religiosa. Il figlio vinceva e lei credeva fosse merito di Dio. 

Così si diceva. 

Restai lì, fuori dal bar, a osservarli qualche istante. Lui parlava e sua madre lo guardava e annuiva e sorrideva. Lui si girò una volta e alzò una mano per salutarmi. Forse stavano parlando di me. 

Ricambiai al gesto. 

Poi tornai dentro al bar. Pagai il caffè, salutai la ragazza dietro il banco e restai lì un po’ di tempo a pensare a niente e a osservare le cartoline e le foto sulla parete interna del locale. Poi uscì e tornai a casa. 

Lui e sua madre erano spariti. 

Quell’anno fu il migliore. Vinse un sacco di gare. Vinse in Europa, vinse in America e vinse in Asia. Vinse quasi tutte le corse a cui partecipò e ne parlarono anche i giornali sportivi nazionali in più di un’occasione. 

Sua madre passò molto tempo in chiesa ad accendere ceri. 


Vi voglio bene.  

Grazie.

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