sabato 17 febbraio 2018

L'ultimo romanzo

Nino di Mei
Sabato 17 febbraio 2017. Inverno. Freddo. Racconto artistico dal titolo, L'ultimo romanzo. Il posto: la vetrina settimanale. L'ispirazione i quadri e i lavori di Nino di Mei. Buona lettura. 

Fu sua moglie a chiedermi di passare a trovarlo. Il primo giorno libero l’accontentai e un sabato mattina andai in treno sino a Milano. 

Ci volle un’ora di viaggio per giungere in Stazione Centrale. Scesi dal treno, uscii sul piazzale e andai a piedi da loro. 

Faceva freddo e c’era il vento. 

Mi fermai sul viale sotto casa ad acquistare una scatola di cioccolatini per lui e dei fiori per lei. Poi suonai al citofono, aspettai che mi aprissero il portone e salii le scale interne del palazzo sino al loro appartamento. 

Sua moglie mi venne incontro sul pianerottolo. L’abbracciai e le consegnai i fiori e i cioccolatini. 

Annusò i fiori e studiò la scatola. «Grazie, sono proprio quelli che adora» disse. 

«Non l’ho mai dimenticato… Come sta?» 

«Ce la mette tutta.» 

Mi prese il piumino e lo appoggiò sul divano del salotto nella penombra, poi mi condusse in camera. 

Lui era sveglio. Erano trascorsi anni dall’inizio della nostra amicizia e non lo vedevo da mesi. La malattia lo aveva consumato ma era di buon umore. 

Mi avvicinai al letto e gli strinsi le mani, tutte e due. Si sollevò un po’ sul letto e volle che gli sistemassi i cuscini dietro la schiena. Sua moglie si fece avanti ma lui volle che fossi io ad aiutarlo. Mi lasciò fare osservandomi con attenzione. 

Quando ebbi finito, sorrise e mi disse che finalmente avevo imparato a fare qualcosa di buono. Poi mi parlò dell’Inter, delle partite di campionato e dei giocatori che secondo lui non erano all’altezza del blasone della squadra. Gli sarebbe piaciuto andare ancora una volta allo stadio. Mi parlò anche dell’anno di leva militare passato insieme a Roma. Ricordò alcuni aneddoti. Mi chiese se suonavo ancora. Parlammo delle ragazze avute un tempo e di quelle che avevamo perso. Poi mi chiese del lavoro. 

Gli dissi che le cose andavano abbastanza bene, ma che non facevo progressi. Ormai miravo alla pensione. La mia carriera era finita e fallita. 

Sorrise e tossì. Si stancava facilmente. Mi chiese un po’ d’acqua. Volle la bottiglietta di plastica. 

Gliela diedi. 

Vidi che gli tremavano le mani.

Lui bevve, poi tossì un’altra volta e scosse il capo. «Sempre peggio» disse. 

«Ma va… ti trovo bene.» 

Sorrise. «Ti fermi a pranzo?» 

«Non voglio disturbare!» 

«Farai solo compagnia e poi io non mi muovo dal letto… A proposito dammi una di quelle compresse.» 

Osservai sul comodino. In un piattino c’erano delle compresse. Lo presi e glielo porsi. Le sue mani non smettevano di tremare. Prese una compressa e la inghiottì. Bevve un altro sorso d’acqua. Poi si accasciò sul letto. Lo sforzo lo aveva stremato. 

Restammo in silenzio alcuni minuti. Finché mi chiese se scrivevo ancora. 

«Sì, continuo a scrivere i miei racconti.» 

«Un giorno ti assegneranno il nobel per la letteratura.» 

Risi. «Non me lo daranno mai.» 

Lui mi disse che non era scritto da nessuna parte che non me lo avrebbero dato. Poi aggiunse il titolo di un romanzo che stava leggendo. Doveva essere da qualche parte lì nella stanza. Gli piaceva, era quasi a metà ma faceva una fatica del diavolo ad andare avanti. 

Mi chiese se lo avevo letto. 

Gli dissi di sì. Gli dissi che era un romanzo stupendo e che l'autore era molto bravo. 

«Come va a finire?» domandò. 

Lo guardai. «Non voglio rovinarti il finale.» 

«Riesco a leggere a malapena un paio di pagine al giorno. Poi mi stanco. Cerca di capirmi: mi mancano ancora cento pagine.» 


Vi voglio bene. 

Grazie.

14 commenti:

  1. Ecco una storia in cui ognuno di noi può riconoscersi. Accudire (seppure attraverso un racconto) un malato terminale, ci incoraggia a riflettere sulla nostra vita e, perché no, anche sulla morte.

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  2. Ci avrei visto bene un "li stai trovando" come finale..

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    1. Credo che Franco volesse fare un augurio di "pronta guarigione" all'amico ammalato. In fondo, credo lo vorremmo tutti. Che storia, ragazzi!!

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    2. ..si.. il pensiero era quello che sottolinea Vincenzo.. e ho testimonianza di persone che che aggrappandosi alle proprie passioni, trovano forza e sorrisi per andare avanti..

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    3. Sì, ora ho inteso, ma i racconti non si possono imbrigliare, voleva essere scritto così:-D

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  3. Ma questo non è un racconto inventato?È tutto realmente vero...è questo che accade ogni giorno,ogni momento ,si raccolgono i ricordi del vissuto ....e solo che non so quanti amici hanno oggi il tempo di dedicare del tempo...che poi tra l'altro non è altro che un giro ..dove esiste una fermata per ognuno di noi.

    Grazie

    L.

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  4. Allora allo scrittore verrà attribuito quel nobel!
    L.

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  5. Bel racconto, una bella riflessione sulla vita.
    Un abbraccio.

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