sabato 27 gennaio 2018

La tata

Nino di Mei
Il ritratto di un alpino, realizzato da Nino di Mei, solletica la fantasia e un certo tipo di ricordi. Così in questo La tata, i racconti artistici arricchiscono di un altro tassello la vetrina settimanale. Buona lettura. 

La tata trascorreva da noi quasi tutti i pomeriggi della stagione fredda. Compariva a casa subito dopo pranzo, qualsiasi tempo ci fosse fuori. 

Si sedeva su una sedia oppure sul divano, stava lì al caldo e non dava fastidio a nessuno. 

Non aveva la televisione e aspettava il nostro rientro da scuola guardando i cartoni animati e “Oggi le comiche”. 

Non era anziana ma in vita sua aveva sempre indossato i costumi tradizionali del posto, con un grembiule e un foulard che non cambiavano mai e ora, a cavallo degli anni settanta, sembrava molto più vecchia e vissuta di quello che fosse in realtà. 

Era una donna morigerata e timorosa di dio e molto religiosa e su certe cose non transigeva, ma non era cattiva. 

Il suo mondo era molto limitato ed era invecchiata facendo la contadina. 

Non aveva mai visto una vera città. 

Non era mai stata in ospedale e i treni li aveva scorsi solo di passaggio in stazione in un paese vicino. Era distratta e un po’ scorbutica con chi non conosceva ma ci voleva bene e per noi bambini faceva tutto. Avrebbe anche rubato. 

Quando mamma scendeva in bottega ci lasciava fare tutto ciò che volevamo. Non sapeva come tenerci a freno. Così giocavamo a pallone nel corridoio, ci sdraiavamo per terra, facevamo la tenda mettendo delle coperte sul tavolo da cucina. Usavamo le pieghe del suo grembiule per fare le trincee dei nostri soldatini e guai se si muoveva. E molto altro. 

Ci calmavamo solo per fare merenda e per i compiti scolastici. 

Alla tata piaceva il tè con il limone ma con la scuola non andava d’accordo. L’aveva frequentata sino alla terza elementare e non poteva aiutarci e di solito in quei momenti si appisolava, ma non dormiva mai durante la tv dei ragazzi, quando c’era Rin TinTin e soprattutto quando c’era un film di guerra. 

Un pomeriggio vedemmo un film con gli alpini dell’Armir ambientato nella steppa russa e fu l’unica volta in cui la vidi commossa. Lei non piangeva neppure ai funerali. Nel film c’era un sottufficiale che portava in salvo i suoi commilitoni dal gelo e dai soldati russi e intanto, mentre marciava nella steppa, con i piedi avvolti negli stracci,  pensava al suo grande amore e alla promessa sposa che aveva lasciato in una città d’Italia e sapeva che non sarebbe mai più tornato da lei. 

La tata cercava di non farsi vedere ma si capiva che piangeva. Pareva quasi che il "tenentino" con la barba parlasse di lei. 

Quella sera, a cena, lo raccontai a mio padre e gli disse cosa era successo nel pomeriggio. 

Papà sorrise. Stava mangiando la frutta, posò il pezzo di mela sul piatto e guardò la mamma che sparecchiava in cucina. 

Lei alzò le spalle. 

Papà tornò a guardarmi, poi mi domandò: «C’erano gli alpini?» 

Annuii. 

Papà allargò le braccia e sollevò i palmi delle mani. Mi disse che c’erano dei motivi ben precisi, ma erano cose da grandi. Era una storia molto lunga da raccontare. 

Non ero pronto. 

Dovevo avere pazienza. Un giorno avrei capito da solo. 


Vi voglio bene. 

Grazie.

2 commenti:

  1. Le tue capacità empatiche nell'esporre lo stato d'animo dei tuoi personaggi, fa di Otium un sito di coinvolgimento psichico e intellettuale. È come dare a noi che leggiamo un pieno di "ossigeno emotivo".

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