giovedì 5 ottobre 2017

Mondo che scompare

Nino di Mei
La storia di oggi per i racconti artistici è: Mondo che scompare.

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Le baite erano state costruite una addosso all’altra diversi secoli prima.  Ora sembravano una compagnia di amici ubriachi, anche per come il tempo le aveva rese instabili e traballanti. 

«Non ci vive nessuno?» domandò l’ingegnere. 
«No!» rispose il capomastro. Era un uomo tarchiato dalle mani grosse come badili. «Le usavano una volta i contadini e gli agricoltori del posto. » 
«Capisco.» 
«Ci tenevano le capre, i maiali e le galline.» 
«Sembra di sentirne l’odore.» 
«Il posto è abbandonato da decenni.» 

L’ingegnere assentì. Tolse dalla tasca un fazzoletto di seta bianco e si asciugò la fronte. Osservò le scale in pietra tra le baite. C’erano delle ringhiere tutte arrugginite come protezione. Il temporale della notte aveva lasciato delle chiazze umide sugli scalini all’ombra ma sulle pareti illuminate dal sole si muovevano delle lucertole in cerca di calore. 

L’ingegnere si chinò ad allacciare le scarpe. Prima il piede destro e poi, cambiando posizione, il piede sinistro. Quindi si rizzò e fece qualche passo avanti. Intorno c’erano dei ciuffi di ortiche e dei rovi. Non era semplice avanzare con le scarpe e con i pantaloni eleganti da città. Si arrestò in fondo a una scala in pietra e osservò la desolazione del maggengo. 

Non era la prima volta che sovraintendeva lavori del genere. Oggi, però, era diverso. Aveva la convinzione che fosse lo stesso maggengo ritratto in una tela dipinta con i colori a olio che aveva in casa. Ne era sicuro. 

Era un quadro che aveva acquistato a un’asta poco prima di sposarsi. La tela stava appesa sulla parete nell’atrio, di fronte alla grande specchiera. Ricordava il nome del pittore che l'aveva dipinta. La studiava tutte le sere appena rientrava a casa dal lavoro e in tutti i momenti in cui  ci passava davanti. Adesso ricordava i dettagli in maniera nitida e precisa.

«Stia attento ingegnere!» esclamò il capomastro. «Non conosce il luogo. Potrebbe inciampare o qualche tegola potrebbe caderle in testa.» 

L’ingegnere sorrise. Scrutò con attenzione la zona. Sembrava tutto come nel quadro. C’erano gli archi nella penombra che sovrastavano le entrate delle stalle e le porte in legno di quercia. C'erano le ante penzolanti  e le finestre con le inferriate. Gli pareva solo che i frassini a monte fossero più alti e più vecchi. Anche i colori delle foglie e della luce erano gli stessi del quadro. 

L’ingegnere immaginò il pittore seduto sull'erba poco più in alto. Lo vide mentre impastava i colori sulla tavolozza e mentre stendeva le pennellate decise e sicure sulla tela. Per qualche istante i suoi pensieri lo portarono lontano e indietro nel tempo. 

Poi, la voce del capomastro, all'improvviso, lo riportò alla realtà: 
«Vedrà, ingegnere, non ci saranno problemi con i permessi. Una volta portata la ruspa, demoliremo tutto in pochi giorni.»

Vi voglio bene.

Grazie.

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