sabato 7 ottobre 2017

La partenza del soldato

Nino di Mei 
La storia di oggi, per i racconti artistici è: La partenza del soldato:

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Il giorno prima di partire per il servizio militare si rasò i capelli lasciando le orecchie scoperte. Non li tagliava così corti da quanto aveva otto anni. 

Di solito era una ragazza a occuparsi della cura dei suoi capelli. Lei stava ancora studiando e lui andava a casa sua quando aveva bisogno, in modo che potesse fare pratica. 

La ragazza eseguiva i suoi tagli ispirandosi alle figure maschili presenti in una rivista alla moda a cui era abbonata. Non aveva idea però di come andasse fatta la rasatura per una recluta. Non possedeva neppure la macchinetta tosatrice e quella volta gli consigliò un vero barbiere. 

Lui obbedì. Lo rasò il barbiere di suo padre. 

Fu strano più tardi vedersi con i capelli corti.  Aveva un viso quadrato e spigoloso e vecchio e malgrado trascorresse il tempo davanti allo specchio la sensazione di disagio non diminuiva. 

La sua mamma cercò di sollevargli il morale. Disse che stava benissimo e per cena, quella sera, preparò tutte le cose buone che amava mangiare. La donna era in ansia e il fatto che per un anno sarebbe stato via da casa la faceva stare male. 

Il suo papà si limitò a dire che sarebbero ricresciuti. Non doveva preoccuparsi. Il suo barbiere aveva fatto un bel lavoro e un anno passava in fretta. 

Suo fratello rideva. 

Lui invece era disperato per i capelli e per la sua ragazza di Milano. Adesso si chiedeva come avrebbe reagito l’indomani quando lo avrebbe visto con i capelli corti e rasati. Sapeva che le piacevano le sue mani, il suo profilo, il suo naso e sapeva che adorava i suoi capelli lunghi. Domani l’avrebbe vista in Stazione Centrale prima di salire sul treno per Pesaro. Chissà dove sarebbe finito e per quanto tempo sarebbe rimasto senza poterla frequentare. 

Finalmente lei telefonò. 

Lui chiuse la porta del soggiorno e rimase solo con il telefono posato sul mobiletto nell’atrio a parlare nella penombra. «Ti aspetto domani mattina davanti al binario» le disse. 
La ragazza esitò. 
«Che c’è?» le chiese. 
«Non verrò!» 
«Come non verrai?» 
«Non me la sento» disse. 
«Non dire sciocchezze!» 
«È meglio finirla qui» disse. 
«Finire cosa?» 
«Non me la sento di aspettare un anno!» 
«Cosa stai dicendo?» 
«Non fare finta di non capire. Capisci benissimo. Capisci sempre tutto.» 
«Certo che capisco… Hai un altro?» 
«Non ho un altro, ma non voglio aspettarti un anno.» 
«Perché non me lo dici in faccia domani?» 
«Non avrei il coraggio di lasciarti guardandoti negli occhi» disse lei. «Ti prego, non chiedermi di venire!» 
«No, non venire se non vuoi» lui disse, aveva una voce strana. 
«Posso solo augurarti tanto bene e chiederti di perdonarmi» lei supplicò. 

“Si starò bene e magari ti perdono”, pensò ma non glielo disse. Riuscì soltanto a salutarla. 

Lei staccò la telefonata e lui rimase lì, fermo, in silenzio, con la cornetta dell’apparecchio in mano, nella penombra dell’atrio. Pensò a lei che se ne andava da qualche parte da sola. Pensò a se stesso in giro da qualche parte da solo e pensò ai suoi capelli corti. 

Poi sorrise e scosse il capo. Forse era così che si toccava il fondo. 

Vi voglio bene. 

Grazie.

4 commenti:

  1. Bellissimo, malinconico, forse anche disperato, nel senso umano del termine.

    Moz-

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    1. Grazie Moz- detto da te mi riempie di orgoglio

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  2. Bello!!!
    Però non è un vero e proprio toccare il fondo. E' un ricominciare da capo.
    Complimenti!

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    1. Lo so, è la narrazione e quel "forse" lo piazza come te!

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