giovedì 29 dicembre 2016

Il compito dell'artista immortale

Sento che questo premio non è stato dato a me come uomo, ma al mio lavoro - il lavoro di una vita nell'agonia e nella dolcezza dello spirito umano, non per la gloria e men che meno per il profitto, ma per creare dal materiale dello spirito umano qualcosa che non esisteva prima. 

Chi frequenta da tempo il mio blog non è sicuramente all'oscuro della predilezione, anzi direi venerazione che ho per lo scrittore William Faulkner. Se così non fosse vi invito a riprendere l'articolo Il mio amico William Faulkner dove raggruppo tutti i post che in qualche modo parlano del drammaturgo, poeta e scrittore di New Albany

Una predilezione che si ripresenta oggi, visto che lo spunto per questa riflessione è suo, grazie alla frase che trovate all'inizio di questo post, frase incipit del discorso che Faulkner tenne in occasione del ritiro del premio Nobel per la letteratura del 1949. 

Una frase che ben si sposa con Il compito dell'artista immortale. Perché un vero artista, sia esso scrittore, pittore, musicista, poeta, fotografo (perdonatemi se mi è sfuggita qualche categoria) diventa davvero quando il suo scopo primario è quello di creare dal materiale dello spirito umano qualcosa che non esisteva prima. 

In fondo non è questa la molla che ha spinto i grandi artisti del passato. Non è questa la molla che spinge i grandi artisti del presente, e che spingerà chi si tufferò nella vera arte nel prossimo futuro

Quelle volte che mi capitato di rapportarmi con veri artisti non ho potuto fare a meno di constatare che il desiderio principale della loro creazione sia un qualcosa di spirituale del tutto indipendente da patemi materiali. 

Quello che li sprona è un qualcosa di assolutamente unico e personale e originale all’oscuro di qualsiasi gesto o pensiero preterintenzionale

Solo in questo modo si può creare un’arte immortale come quella che trasborda nel romanzo di cui aggiungo l’incipit

Da un po’ dopo le due sin quasi al tramonto del lungo immoto afoso estenuato morto pomeriggio di settembre rimasero seduti in quello che Miss Coldfield chiamava ancora l’ufficio perché così l’aveva chiamato suo padre - una buia stanza calda senz’aria con le persiane tutte chiuse e inchiavardate da quarantatré estati perché quand’era ragazza lei qualcuno era convinto che la luce e l’aria mossa portassero alcove e che al buio facesse comunque più fresco, una stanza che (come il sole andava battendo sempre più piano su quel lato della casa) si zebrava di lame gialle dense di pulviscolo che Quentin pensava formato di minuscole scaglie della stessa vecchia vernice rinsecchita e morta in via di scrostarsi dalle persiane e sospinta all’interno come dalla forza del vento. 

Vi voglio bene. 

Grazie.

5 commenti:

  1. Il discorso intorno alla creazione nell'arte a noi sembra un tema eterno ma in realtà è nato in epoca tutto sommato recente. Molte delle antiche civiltà, fino a quella medievale, tendevano all'annullamento dell'individualità artistica in favore di un disegno collettivo. Ogni scriba o scultore o musico egizio ubbidiva a canoni che si tramandavano immutabili da millenni e questo esaltava Platone che vi rinveniva il suo ideale di arte.

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    1. Ivano i tuoi commenti stimolano sempre ricerche e approfondimenti. Grazie davvero!

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  2. Credo che per essere arte, secondi fini tipo fama e soldi non ci debbano essere. Poi, tutti umani siamo però intanto se si pensa solo al denaro ritengo non si abbia tempo per fare il meglio che si può.
    L'unicità come individuo che si fa tutt'uno con l'arte è quello che secondo me differenzia i vari tipi di scrittori, pittori eccetera. Mettendo il proprio io più profondo si crea qualcosa di unico, ecco!

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