mercoledì 17 agosto 2016

Di nuovo il piffero magico

Giornata utile per farvi leggere un mio vecchio racconto. 

Un racconto dal titolo Di nuovo il piffero magico. Ce l'ho in giro da qualche anno, ma vedendo come si è mantenuto bene e come ha retto il tempo ho pensato di riproporlo. 

Credo si tratti di una metafora sul talento e sui sacrifici e su quando bisogna lavorare sodo per renderlo efficace. Ma pochissimi riescono a farlo e spesso con il passare del tempo si perde e rimane solo il rimpianto di non averne goduto i frutti.

Buona lettura. 


Io e mio cugino entrammo nella banda musicale del paese insieme. Dovevo avere dieci anni allora. Ci presentammo in sede una sera durante le vacanze di Natale. Lo ricordo bene perché nell’atrio c’erano un presepe grande come la Minitalia e una pila di panettoni destinata ai musicanti. 

Faceva anche freddo quella sera e sia io sia mio cugino eravamo eccitati, e non solo per i doni di Natale in arrivo: far parte della banda era il sogno di tanti bambini che conoscevo e le nostre gambe flettevano come quelle di certi equilibristi sopra una corda. Tuttavia, siccome eravamo un pochino raccomandati, non avemmo problemi e fummo accolti con piacere. 

Ci fecero quattro domande in croce giusto per verificare se potevamo suonare. Alla fine, dopo che il magazziniere ebbe rilevato le misure per la divisa sociale, ci furono consegnati un bel cappello con la visiera e uno strumento musicale. 

Mio cugino era soggetto ad attacchi d’asma, gli dissero che non era adatto per suonare strumenti a fiato e fu invitato a battere il tempo sopra un rullante, mentre al sottoscritto fu dato in mano un bel sassofono soprano e la cosa non mi fece per niente contento. 

In effetti, avrei preferito suonare un altro strumento. Magari la tromba, come facevano mio padre e il cognato di mia zia. Al limite avrei potuto accontentarmi di soffiare in un flauto traverso, qualcosa del genere. Invece, mi fu affidato un sax: diritto, per giunta. 

Ci restai davvero male. Non sapevo neppure  esistesse uno strumento simile. Per conto mio, i sassofoni erano d’oro e avevano la forma di una pipa: di un piffero dritto e d’ottone non sapevo proprio cosa farne. Insomma, ero quasi del parere di lasciare la banda ancora prima di iniziare a solfeggiare, ma in parte il mio papà e, soprattutto, il maestro insistettero affinché accettassi. 

Il maestro mi spiegò che il sax soprano era uno degli strumenti più importanti dell’intero organico bandistico. Ne trovassero di gente disposta a suonarlo. Serviva per fare gli assolo delle opere classiche durante i concerti estivi e, se avessi imparato bene, avrei ricevuto in cambio un sacco di soddisfazioni. Tutte le ragazzine del paese mi avrebbero osservato con un occhio di riguardo. Non solo! Una volta cresciuto mi avrebbe iscritto al Conservatorio. Mi irretì per bene dunque e, come un babbeo, mi trovai tra le mani un mostro. 

Non me ne accorsi subito. Per qualche tempo tutto funzionò a meraviglia. Per qualche mese quello stupido strumento si comportò esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi ottone ad ancia: note stonate, chiavi che si incacchiavano, gente cui facevo rizzare i capelli con gli esercizi. Nulla di strano, ma avrei dovuto sospettare che era un emerito bastardo. 

Il primo indizio lo ebbi una sera ai primi di maggio. La domenica dopo avrei dovuto fare il mio esordio ufficiale in pubblico. Quella sera dovevo eseguire alcuni pezzi per fare vedere che ero pronto, ma non ero pronto per niente: in tutta la settimana non avevo studiato una scala. Mi aspettavo una bella lavata di capo quindi, ma appena presi in mano lo strumento questo iniziò a suonare da solo. Cioè, da solo: suonava da solo, ma ero io che lo suonavo. Le mani pigiavano sui tasti e sulle chiavi come se fossero i tentacoli di una piovra. Facevo paura a me stesso per quanto suonava bene quello strano oggetto in si bemolle. Il maestro, per poco, non mi svenne davanti. Lui mi stimava, era convinto che fossi dotato pure di un certo talento, ma quella sera lo sconvolsi. Non sapeva come coccolarmi. Dava di matto! Non riuscì neppure a fare le prove generali con il resto della banda. D’altra parte, ci restarono tutti secchi nel vedermi fare quei numeri. 

Io non dissi niente. Non mi esaltai, ma non confessai neppure l’inghippo. Era andata bene una sera, perché non doveva funzionare in eterno? 

Il problema è che quella notte non riuscii a dormire. Ebbi un violento dolore allo stomaco che mi costrinse a visitare la tazza del bagno tre volte ogni ora. Ovviamente non collegai il fatto con la splendida esecuzione musicale, ma il legame fui obbligato a farlo dopo quello che mi successe la domenica seguente. 

Non vi dico come suonai quella mattina. Eseguii solo marce, nulla di speciale: marce brillanti e marce militari. Una cosa nella norma per un complesso bandistico. Tuttavia, dopo la messa grande, sul sagrato della chiesa, attorno a me, si creò un nugolo di persone entusiaste ed esaltate. C’era gente che mi guardava come se fossi sceso dalla luna; tanto che dopo l’intrattenimento ci fu la coda di un chilometro a farmi i complimenti. Via uno avanti l’altro. Gente di tutti i tipi: donne, vecchi, bambini. Mi sentii quasi un genio e tornai a casa felice come una colomba. 

La felicità, purtroppo, scomparve nel giro di qualche ora. Non potei neppure pranzare e passai il pomeriggio con un terribile malessere addosso. Mi salì la febbre a quaranta e vomitai l’anima intera. Non avevo un muscolo del corpo che non mi facesse male: neanche fossi stato travolto da un camion. Il guaio è che nessuno capiva di che cosa si trattasse. 

La mia mamma voleva avvisare il medico della mutua. Era convinta che fosse un attacco di appendicite visto che al momento non mi era stata tolta. Ma io sapevo bene che era colpa del sassofono. Non lo confidai a nessuno. D’altra parte mica potevo esternare una considerazione del genere. Non ne ero neanche certo al cento per cento, ma supponevo che mi sarebbe bastato stare qualche giorno senza suonare per farmi passare il malanno. Mia madre, però, volle proprio chiamare il medico. Logicamente, il poveretto non capì un accidente. Non fu in grado di fare una diagnosi precisa. Si impaurì per la situazione e blaterò sciocchezze su sciocchezze. Temeva che avessi un tumore e al termine della visita decise di mandarmi in ospedale per dei controlli. 

Quando ci arrivai non avevo più nulla. Neanche un sintomo. Mi visitarono da cime a fondo; mi fecero esami di ogni tipo, ma non ne cavarono un fico secco. Anzi, quasi si offesero perché ero sano come un pesce e gli avevo fatto perdere del tempo. Perciò mi rimandarono a casa, convinti che io fossi solo un piagnucolone e la cosa finì lì. 

Finì quasi lì davvero, poiché nei due mesi successivi, non toccando il sassofono, non ebbi più problemi. Ma la sera del ventisette luglio, il giorno del mio compleanno,  eseguii così bene, ma così bene l’assolo del “Va’ pensiero” tratto dal Nabucco di Verdi, che al termine crollai sul palco addosso al leggìo e fui portato in ospedale d’urgenza. 

Mi diedero per spacciato. I medici che mi visitarono – questo lo seppi quando rinvenni – erano convinti che non avrei superato la notte. Credo anche che giunse un prete a trovarmi quella stessa notte. Ma, al mattino, ero di nuovo vivo e saltellante come una rana. 

Questo fatto, comunque, impressionò parecchio i miei compaesani e da quel momento la mia vita divenne un inferno. Sul sottoscritto iniziarono a circolare strane voci. Qualcuno mise in giro la voce che ero indemoniato e poco alla volta fui trasformato in una specie mostro. D’altronde uno non poteva suonare in un modo simile e avvertire certi dolori senza una ragione logica. Doveva esserci qualcosa sotto. Certe strane cose in un paese non passano inosservate. Insomma, a parte i miei genitori, mi voltarono tutti le spalle. Nessuno escluso: amici, parenti, vecchiette del posto. Anche mio cugino, prese le distanze e le settimane successive furono sul serio spiacevoli. 

Passai un mese d’agosto tormentato. Non potei quasi uscire di casa. D’altronde bastava che mi presentassi in qualche luogo per vedere sparire tutti come se fosse arrivato un uragano. Un’estate orrenda. Brutta davvero, poiché in fondo ero solo un ragazzo e non ero io il vero responsabile di quello che stava succedendo. 

Per fortuna, questo isolamento servì per farmi capire la situazione. Intuii che sarebbe bastato liberarmi di quel maledetto strumento per sistemare la faccenda. Ma pensai bene di non riportarlo al magazziniere della banda. Sapevo che non sarebbe bastato. Ero certo che, se mi fossi limitato a restituirlo, il problema non sarebbe stato risolto. Il sax sarebbe andato in mano a qualcun altro e in seguito a questo qualcun altro sarebbe toccata la parte del demone. Perciò, senza rivelarlo a nessuno, decisi di sbarazzarmi di quel piffero in maniera definitiva. 

Una bella mattina – una mattina che i miei non c’erano – misi lo strumento, con ance e bocchino, nello zaino, e partii per fare un giro tra gli alpeggi della zona. In quei giorni c’era in ballo chissà quale festa estiva e vi giuro che non badarono neanche alla mia presenza. 

Non si accorse nessuno di quello che stavo combinando e salii nella valle fino a arrivare a un laghetto alpino, alimentato da un ghiacciaio perenne, poco distante dal paese. Giunto lì non esitai un minuto a compiere quello che avevo in mente. Mi piazzai sopra una roccia, mi guardai attorno e infine scaraventai il sassofono nell’acqua. Lo scaraventai lontano, con tutta la forza che avevo e restai lì a guardarlo sprofondare nel lago. Dopo mi chiusi in un mutismo rassegnato e successe un casino. 

Mio padre non mi prese a botte perché non era capace di farlo, ma per sei mesi non mi rivolse la parola e mi fece lavorare un anno intero, tutti i pomeriggi dopo la scuola, per rimediare al danno che avevo fatto. Con il maestro della banda, invece, fu ancora peggio. Per lui la delusione fu talmente atroce che non mi volle mai più vedere. Tuttavia non confidai a nessuno dove avevo buttato quel maledetto strumento, come non confessai perché lo avevo fatto e cosa mi era passato nella testa. 

Così, poco alla volta, tutto finì nel dimenticatoio e la mia vita ritornò nella norma. 


Da allora sono trascorsi quasi trent’anni e con la musica ho chiuso. Per causa di forza maggiore, ho dovuto scegliere altre strade. I miei genitori mi hanno mandato a Milano dapprima. Mi hanno spedito in collegio dai Salesiani dove ho frequentato le superiori. Poi mi sono laureato e mi sono impiegato in una banca. Ho fatto carriera e mi sono pure sposato. Mi sono preso una ragazza di pianura, bella come il sole e buona come il miele, che mi ha dato due figli che giocano a calcio senza tante pretese. Li mantengo alla grande grazie ai miei intrallazzi finanziari e alle presenze in diversi consigli di amministrazione. 

Insomma non ce la caviamo male. Abitiamo in un bel villino in periferia, abbiamo un cane e abbiamo anche una bella macchina per andare a spasso. Mi posso quasi definire felice. Di patologie strane, in definitiva, non ne ho più avute e non esagero nel dire che non ci manca proprio nulla. Facciamo tutto quello che fanno le famiglie per bene. 

Così, tutti gli anni, nel mese di agosto, dopo aver trascorso qualche giorno al mare, andiamo in montagna a fare una visitina ai nonni e con loro passiamo il resto delle vacanze beati e sereni. Ci divertiamo parecchio, anche perché mio padre adora stare con i miei due figli. Ci gioca assieme come se fosse uno di loro e mi dice sempre che mi sono sposato proprio con una brava donna. 

Delle cose successe allora, tuttavia, non mi parla mai. C’è un riserbo invalicabile per quei fatti o forse ha solamente dimenticato quello che è successo. 

Per me, però, la faccenda è un’altra. Tutte le volte che ritorno lassù, tra quelle montagne e quelle valli impervie, i ricordi mi assillano e nei miei sogni notturni riappare sempre quel dannato strumento. Mi parla suonando e suonando mi dice che sono un fallito. 

Ma non si tratta solo di questo. Ai sogni, in fondo, io non credo molto e neppure ritengo di essere un uomo senza valore. C’è dell’altro a infastidirmi: qualcosa di più serio e inquietante. Forse sono solo dicerie, ma ogni tanto, si sente dalla voce di qualche escursionista affermare che, passando dalle parti di quel laghetto, a volte, si oda un suono molto strano e leggero. 

Si dice di un suono quasi piacevole: qualcosa del genere.    

Ora, qualcuno dice che si tratta di un effetto causato dal vento che soffia nella gola. Baggianate simili. Ma io so con assoluta certezza che si non tratta affatto del vento. 

Forse si tratta solo di una mia fissa, qualcosa di insano che mi porto dentro, ma presumo sia solo la curiosità di qualche pesce sul fondo del lago a suscitarlo, soffiando, per errore, nel bocchino di quel bastardo ancora vivo. 

Vi voglio bene. 

Grazie.

16 commenti:

  1. Un bel racconto, mi ha suscitanto un po' di ansia e angoscia, ma lo scopo di un racconto è sempre quello di emozionare.
    Ciao ciao

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    1. Davvero? Alloro il mio scopo è riuscito. Siamo abituare a vedere le persone di talento spesso solo come persone fortunate. Non conosciamo la sofferenza che c'è sotto

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  2. Dolcemente perturbante - a metà strada fra il Realismo magico... e quello isterico :P

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  3. Sembra che non si sia villino, macchina o barca che tenga. Nessun rifugio ci può salvare dai rimorsi (o dallo spirito di un "ottone maledetto") che ci perseguitano. Bel racconto, Ferruccio!

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    1. a volte temo sia davvero così!
      Grazie amico!

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  4. Bello! A parte ciò che è già stato detto, io avrei un'interpretazione un po' personale: molte persone rincorrono sogni che probabilmente non si potevano realizzare, ciechi davanti a ciò che hanno (famiglia, buon lavoro, salute). No, non è la contrapposizione tra "artista" e "borghese", ma tra frustrato e felice/soddisfatto ;)

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  5. Bello veramente questo racconto ... un pochino autobiografico? O è pura fantasia? Comunque complimenti 😉

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    1. Qualche cenno biografico c'è ma solo per lo sviluppo della storia. Suono il sassofono male e non sono mai stato male e poi benché abbia fatto le scuole dai Salesiani non ho mai lavorato in banca!

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  6. È stato l'accenno ai salesiani infatti che mi ha fatto pensare fosse autobiografico il racconto 😊

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    1. Nelle mie storie c'è sempre qualche spunto biografico

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  7. ottimo racconto davvero! complimenti.

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