martedì 23 giugno 2015

Sulla strada giusta, intervista a Francesco Wil Grandis

Ci sono libri che quando ti passano davanti agli occhi ti catturano subito. Forse semplicemente per il titolo dal profondo significato. È il caso di Sulla strada giusta di Francesco Wil Grandis, un libro dove l’autore racconta una personale storia di ricerca verso la felicità. 

La felicità che sembra essere la vera assenza di questo periodo, colmo altresì di ogni bene materiale. Francesco ha scritto un gran libro. Un libro che probabilmente sarà imitato. Un libro vero, scritto da uno scrittore vero. Ecco l'intervista:


Ciao Francesco e benvenuto: prima di chiederti del libro ti andrebbe di spiegare ai miei lettori dove nasce il tuo nome d’arte “Wandering Wil”? 

To wander” è un bellissimo termine inglese significa vagabondare, ma anche procedere in modo irregolare. È la caratteristica principale dei miei viaggi improvvisati e senza guida turistica, ma anche del modo apparentemente anomalo con cui alterno le fasi della mia vita: prima ingegnere, poi programmatore nomade, ora scrittore emergente. 

To wander” significa anche perdere il filo del discorso o divagare, e anche questa è una cosa che faccio spesso. Wil invece è un vecchio soprannome adolescenziale. Lo usavo per firmare i racconti che scrivevo al liceo. Mi è rimasto appiccicato addosso e ora molte persone mi conoscono e mi chiamano così. È una sigla, ma mantengo il suo significato segreto. Non è niente di che, sia chiaro, ma mi piace l’idea di essere l’unico a conoscerlo. 



Passiamo al libro: recensioni bellissime. A cosa pensavi mentre lo scrivevi: è stata una valvola di sfogo delle tue esperienze o sei stato ispirato da qualcosa di più profondo? 

Ho iniziato a scriverlo quando mi sono reso conto che tutto quello che avevo vissuto e imparato negli anni precedenti aveva trovato il suo posto, come le tessere di un puzzle. Nella mia mente si era disegnato il filo logico che univa tutte le storie, gli aneddoti e le riflessioni. A quel punto mi sono sentito pronto a raccogliere quel filo e trasformarlo in parole, per raccontare in modo coerente quel che mi è passato per la testa in questi anni. Non un semplice sfogo quindi, ma un’opera di sintesi. A guidarmi, un forte desiderio di condividere questi miei personali risultati, nella speranza che possano essere utili anche ad altri. 


Hai qualche aneddoto particolare legato al libro: non so qualche personaggio che durante i tuoi viaggi ti ha dato consigli? 

La cosa più difficile da fare è stata trovare il titolo. Avevo iniziato a scriverlo convinto di chiamarlo “il lavoro di essere felice”, poi ha smesso di piacermi. Da lì in poi è stata una tortura: ogni settimana mi innamoravo di un nuovo titolo che smetteva di piacermi due giorni dopo. È andata avanti per mesi, poi quando il libro era ormai quasi pronto per la pubblicazione ho giocato l’ultima carta: una cena tra amici, con un sacco di bottiglie di vino e birra sul tavolo. Scopo: trovare il titolo giusto. Ci siamo riusciti. 


Per chi è scritto Sulla strada giusta dal tuo punto di vista: a chi si rivolge? 

A tutte le persone che non sono felici, che si sentono in gabbia, intrappolati da un sistema che dovrebbe garantire serenità e invece ruba solo il tempo della propria vita. Persone che magari hanno un buon lavoro, sono in salute, hanno una vita all’apparenza perfetta, ma si sentono come criceti in una rotella: corrono e corrono ma non arrivano da nessuna parte, ogni anno uguale al precedente. Sanno che gli manca qualcosa, ma spesso non sanno cos’è o dove trovarla. Hanno paura. Si sentono soli, fuori posto, disadattati. “Perché gli altri si accontentano e io no?” pensano. Questo libro l’ho scritto per loro. L’ho scritto per dirgli: “La via di uscita c’è. Non sei solo.” 



Secondo te da dove nasce l’infelicità delle generazioni odierne? 

Da bambini abbiamo tutti grandi sogni e aspettative per il futuro, poi ci scontriamo con una dura realtà a cui spesso non arriviamo del tutto preparati. Con il tempo ci abituiamo al dolore, ci induriamo, ci pieghiamo alle abitudini e al terribile “senso comune” e pian piano dimentichiamo i sogni nel loro cassetto. Il problema è che i sogni non si dimenticano di noi, e prima o poi vengono a bussare alla nostra porta. Ma non credo che la radice dell’infelicità odierna sia diversa rispetto al passato. In ogni epoca ci sono stati sognatori ed infelici, cercatori e arresi. Oggi abbiamo più mezzi, l’informazione gira più facilmente, forse i nostri sogni sono più ambiziosi per questo, ma in sostanza non credo sia cambiato nulla. L’uomo cerca la felicità da sempre. 


Hai un blog notevole. Inoltre c’è molta passaparola intorno al tuo nome e a ciò che orbita attorno al tuo nome. Detto questo, che difficoltà hai incontrato nel promuovere il tuo libro? 

Non ho una struttura economica o professionale che mi permette di raggiungere le persone con i mezzi pubblicitari classici. Se avessi una casa editrice alle spalle, o molto capitale da investire, probabilmente a quest’ora il mio libro sarebbe sugli scaffali in libreria, mi avrebbero invitato a vari festival e forse vedrei la mia faccia in qualche posto. Invece mi sono autoprodotto, una scelta di cui sono comunque molto orgoglioso, e non ho accesso a queste risorse. Mi affido solo al passaparola dei lettori e agli inviti che mi arrivano spontaneamente. Considerando i risultati ottenuti, però, mi ritengo davvero soddisfatto. Il libro sta facendo grandi numeri, piace molto, e anche le presentazioni che ho fatto finora hanno avuto un’ottima risposta in termini di partecipazione e gradimento. 


Ti posso chiedere che opinione hai dell’editoria classica? 

Non buona. Secondo concezioni ormai obsolete è opinione diffusa che un autore, per farsi pubblicare, debba elemosinare l’attenzione di una casa editrice inviando manoscritti a destra e manca, e poi pregare che arrivi una risposta. 

I “fortunati” che ce la fanno riceveranno in cambio briciole. L’autore, in altre parole, è trattato come fosse l’ultima ruota del carro, quando invece è la persona che fornisce alla casa editrice il materiale su cui lavorare. Io non ho accettato per principio questa concezione e mi sono arrangiato. Non ho nemmeno cercato una casa che mi pubblicasse. 

Nel 2015 ci sono tutti i mezzi per arrangiarsi e arrivare lo stesso ad un ottimo prodotto editoriale, basta avere capacità e volontà. Qualche limite nella sua diffusione, come accennavo pocanzi, ma complessivamente sono convinto di aver fatto la cosa giusta. 



Sulla strada giusta
Hemingway scriveva con una zampa di coniglio in tasca, Garcia Marquez con indosso una tuta da meccanico. Tu hai qualche mania particolare quando scrivi? 

Musica. Non riesco a scrivere se non ho musica nelle orecchie. Non deve distrarmi troppo ma deve essere anche abbastanza variegata da non annoiarmi. Di solito ho solo bisogno di isolarmi dai normali rumori del mondo, ma spesso ho anche bisogno di musica molto passionale per “infiammarmi” quando scrivo le parti più emotive. In quel caso la ascolto alzando moltissimo il volume. Quando ho la musica alta in casa c’è il divieto assoluto di interrompermi: probabilmente sto scrivendo le pagine più belle. 


Bene, non ti chiedo altro Francesco, ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi hai dedicato e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste, vedi tu cosa rispondere.  


Confesso di essere stato tentato dall’idea di rispondere solo “42”, ma preferisco rispondere a quest’altra domanda telepatica: a breve inizierò a scrivere ancora. Si tratterà di narrativa più tradizionale ma non mancheranno elementi di crescita personale. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che sia godibile come puro intrattenimento, ma anche significativo per chi vorrà scavare più in profondo. Sarà una bella sfida per me, spero di venirne fuori bene come per “Sulla strada giusta”.



Grazie per la bella intervista, è stato un piacere rispondere.


8 commenti:

  1. Da questa intervista deduco che è stata messa nero su bianco una grande verità,chi di noi non si è ritrovato nella descrizione di Francesco Wil Grandis ? "Da bambini abbiamo tutti grandi sogni e aspettative per il futuro, poi ci scontriamo con una dura realtà a cui spesso non arriviamo del tutto preparati. Con il tempo ci abituiamo al dolore, ci induriamo, ci pieghiamo alle abitudini e al terribile “senso comune” e pian piano dimentichiamo i sogni nel loro cassetto. Il problema è che i sogni non si dimenticano di noi, e prima o poi ... " Complimenti per questo bel libro e una gran stretta di mano ( virtuale) all'autore.Grazie Ferruccio per averci presentato un gran bel personaggio !!!

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    1. Frase molto bella davvero!
      Sono fiero di averlo potuto intervistare

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  2. L'intervista è davvero molto bella e Francesco Wil ne esce alla grande!
    Il suo non sembra essere il solito libro in stile "new age", ma qualcosa di più profondo che tocca tutti (o molti), in un modo o nell'altro, ad un certo momento della vita.
    Molto interessante la parte relativa alla scelta dell'autopubblicazione e le riflessioni sull'editoria (ahimè -_-)
    Complimenti all'autore, anche per il coraggio dimostrato nelle scelte fatte. E, ribadisco, gran bella intervista, Ferruccio!
    Buona serata a tutti! ^^

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    1. Francesco ha tutta l'aria di essere un "grande"
      Grazie Glò

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  3. Grazie a entrambi della bella intervista. Ho un titolo nuovo nella mia wish-list, che crollerà a breve.

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