venerdì 26 giugno 2015

Gianni Olivo, un Livingstone dei nostri giorni

Il protagonista di un mio romanzo (per ora accantonato) è uno scrittore erpetologo che si trova invischiato in una travolgente e tragica avventura sulle Orobie. Per un atto di terrorismo le montagne citate sono invase da diversi elapidi ofiofaghi e l’erpetologo avrà il suo bel da fare per non lasciare che l’habitat della zona venga distrutto. Per ora il romanzo è lì che riposa ma nel frattempo la conoscenza di Gianni Olivo, un vero Livingstone dei nostri giorni, mi ha ricordato tantissimo per assonanze il personaggio principale di questo mio lavoro. 

Medico di professione, ma giramondo per vocazione, Gianni ha viaggiato moltissimo, anche se la sua grande passione rimane l'Africa, con i suoi animali pericolosi, il tracking (riconoscere e seguire le tracce dei vari animali), i serpenti velenosi, la medicina tropicale e di viaggio, la lingua Zulu ed altre cose singolari. Dove gli elefanti vanno a morire, Dendroaspis, una pericolosa avventura, Il Re del Congo, sono i titoli di alcuni suoi libri ma ce ne sono molti altri anche di genere saggistico. Non potevo esimermi dall’intervistarlo, visto gli interessi comuni e il suo spessore umano:



Ciao Gianni: vado subito al sodo. Tu hai scritto molti libri, dalla narrativa alla saggistica. Cos’è che stimola questa tua enorme energia creativa e divulgativa? 

Vedi, Ferruccio, non mi è facile dare una risposta concisa: non posso dire che in me urge l’estro creativo… mi vien da rotolarmi per terra con la pancia in mano al solo pensiero di sentirmi affermare una cosa del genere. In realtà non mi sono mai piccato né illuso di essere uno scrittore, però cercherò lo stesso di dare una spiegazione. 

Fin da bambino, la curiosità e la voglia di scoprire cose insolite e l’attrazione per tutto ciò che poteva essere “misterioso” o insolito (specialmente nel campo della natura), è stata una molla così potente da spingermi a fare qualunque cosa pur di poter … esplorare, per quanto potesse esplorare un bambino: era come un’ossessione. E così, allora, non potendo ancora esplorare l’Africa, che sognavo, o il Polo Nord, potevano essere le gallerie diroccate del Vallo alpino a farmi immaginare un viaggio al centro della terra, o perdermi nei boschi della Val di Lanzo, sognando di vedere la testa di un Tyrannosaurus rex emergere dal fogliame, o intrufolarmi in un cimitero nottetempo, per farmela sotto dalla fifa, per vedere i fuochi fatui, veri, autentici fantasmi, per un bambino…
Tanto per fare un altro esempio, arrivai a sfruttare subdolamente il fatto di soffrire di frequenti otiti (che in realtà erano cessate dopo intervento di tonsillectomia) per poter vivere con la nonna nella villa in Val di Lanzo (lì, miracolosamente, i mal d’orecchie parevano rarefarsi). 

La nonna Adele era una sorta di pioniera, di Nonna Papera, ed io, dopo essermi assogettato ai compiti scolastici e ad alcune sue rituali piccole manie (sonnellino post-prandiale di 20’, che trascorrevo ad occhi spalancati e pensando al momento in cui sarei stato libero, tisane di malva ed altre pozioni che mi davano la nausea e sgranocchiamento di carrube, che” a fan tant bin, fieul” ma che mi facevano sentire tanto un bambino-cavallo) potevo passare la giornata nei boschi, da solo o con il vecchio guardiacaccia, il Berru, così chiamato per i capelli ricci e bianchi, che praticava la caccia a quelli che allora erano i “nocivi”. E così avevo sempre in casa gazze (ne ricordo una, in particolare, che ripeteva il mio nome alla perfezione e, chissà perché, lo associava alla parola grillo… Gianni grillo… gianni grillo), ghiandaie, cornacchie (una si era specializzata nello slacciarmi le stringhe delle Superga da tennis), una volpe… ma soprattutto Rikki-Tikki-Tavi, la mia faina, che mi seguiva come un cagnolino e che mordeva tutti come un’assassina, tranne me e la nonna, e Merlino, il gufo reale... 

E poi, naturalmente, i serpenti: in casa circolavano spesso bisce, biacchi, un colubro di Esculapio e molte vipere ( quelle le tenevo in un terrario). Bene, poi, da grande, ho potuto passare all’Africa, all’Artico eccetera, ma fin da bambino sentivo la voglia, la necessità, di immagazzinare e comunicare ad altri ciò che vedevo, per cui prendevo appunti e scarabocchiavo…una vera mania. 
E così che ho finito per cimentarmi in alcuni tentativi di libri…



Lasciando da parte l’aspetto saggistico è evidente che molta importanza nei tuoi romanzi e nei tuoi racconti la rivestono gli animali: leopardi, serpenti, elefanti… ecco quanto c’è di esperienza vissuta in queste storie? 

Moltissimo. I tre romanzi, sotto certi aspetti, sono un po’ autobiografici, nel senso che, trama a parte, molti episodi di incontri (a volte divertenti, altri turbolenti) con gli animali africani, cariche comprese, li ho presi pari-pari da episodi accaduti a me. 

In particolare mi hanno sempre affascinato i comportamenti dei cosiddetti problem animals, animali che per vari motivi, attaccano l’uomo ed il romanzo “Dove gli elefanti vanno a morire” è stato forse l’espediente per cercare di raccontare, senza cadere nella noiosità di un pedante testo di comportamento animale, la vita dell’elefante ed in particolare anche quella di un elefante “problem”, analizzando i motivi che possono averlo reso tale, oltre alla storia di un pezzo d’Africa molto interessante, il cosiddetto Crook’s corner, l’angolo del fuorilegge, una vera piccola repubblica del bush, nel punto in cui si incontravano i confini di Rhodesia del Sud, Mozambico portoghese e Transvaal…
Lì bastava fare un passo, e se eri ricercato dai Rhodesiani eri in Mozambico… a far loro marameo…

E qualcuno sosteneva pure che se anche i gendarmi di tutti e tre i paesi avessero voluto acchiapparti, sarebbe bastato appollaiarsi sul cippo di confine….

Per finire, é anche un tentativo di spiegare come una certa visione della natura, degli animali, dell’Africa, e della gestione ambientale sia troppo spesso condizionata e falsata da stereotipi, false informazioni e mode ( ecologismo da salotto in primis). 


Tra queste tue opere c’è un libro che preferisci in particolare? 

Tra i romanzi, sicuramente l’ultimo: “Dove gli elefanti vanno a morire”. Intendo dire che piace a me. Però mi conforta il fatto che sia piaciuto a molti che l’hanno letto: questo soddisfa non tanto le mie velleità di scrittore ( che sono pressoché nulle) quanto l’essere riuscito a comunicare qualcosa che tenevo a comunicare, prima di tutto una visione del bush africano e della sua fauna, realistica e non… disneyzzata e totemizzata da certa retorica molto di moda oggigiorno. 

Tra quelli divulgativi, sono particolarmente soddisfatto di “Tracce e segni degli animali africani”. Ho lavorato per anni a questo libro, che contiene moltissime foto a colori e disegni e sono soddisfatto perché l’ho voluto molto diverso da uno dei tanti manuali sulle tracce. Innanzi tutto l’ho strutturato in modo da evidenziare trucchi e semplificazioni per orientarsi quando si incontrano tracce e segni, senza perdersi tra migliaia di impronte abbastanza simili. 

Per fare un esempio: le tracce delle varie specie di iena si assomigliano tra loro, per cui, di fronte ad una traccia sorge il dilemma: iena bruna o iena macchiata? A parte l’ovvio tener conto della zona in cui ci si trova ( in certe aree una delle due specie può essere assente), ci sono altri trucchi: per fare solo un esempio, le fatte o deiezioni ( e qui entra in gioco quella che mia figlia chiama caccologia): la iena macchiata le deposita in “latrine” di molti metri quadri ( un leopardo, ad esempio, le deposita qua e la e non ha luoghi preferiti ), mentre la iena bruna le deposita quasi nello stesso punto, spesso in un avvallamento… 


Hemingway scriveva con una zampa di coniglio in tasca, Garcia Marquez con indosso una tuta da meccanico. Tu hai qualche mania particolare quando scrivi? 

Per molti anni ho portato un braccialetto ricavato dal cuscinetto del piede di un elefante. 



Hai un blog impressionante: ricco di storie e di contenuti. Qualche giorno fa mi sono letteralmente perso. Quanta importanza riveste per le tue attività? 

Mi lusinghi. 
Comunque per me l’importante è comunicare con persone che amano le cose che amo io. Comunicare, per me, significa condividere, nel senso che cerco di mettere a disposizione ciò che ho visto ed imparato, ma, allo stesso tempo, cerco di assorbire le esperienze degli altri, perché se c’è una cosa che il bush africano ha insegnato al giovane ed un po’ presuntuoso neofita che tanti anni fa si avventurò per la prima volta tra le pieghe del suo enorme mantello ( non ridere, ma è così che vedo la boscaglia africana, un enorme mantello di leone in cui tu, uomo, sei una piccola pulce persa tra pieghe e peli) è un po’ di umiltà. Più pensi di sapere e di avere esperienza, più ti rendi conto ( a volte a rischio della buccia) di quanto hai ancora da imparare. Questo vale non solo per l’Africa, ma per qualsiasi attività come la montagna ed il volo, altre due grandi passioni: la presunzione può costare cara. 


Il posto più affascinante dove ti sei ritrovato a scrivere? 

Non era in Africa. Ero in igloo, con una conduttrice di cani Inuk, durante una spedizione all’orso polare. Fuori tirava una tempesta di blizzard, ed in questi casi la tenda era inutile e si costruiva un piccolo igloo, perché con vento a decine di miglia orarie la temperatura relativa scende anche a 100 gradi sotto zero (wind chilling factor). 

Tre giorni chiuso li dentro ( e non ridere perché con la mia compagna di viaggio mi sentivo molto…casto), roba da dar fuori di testa! E così cominciai a scrivere l’articolo, che venne poi pubblicato, mentre lei si masticava diligentemente i miei kamiks (stivali di pelle di caribu), smoccolando contro le donne di Resolute, che li avevano cuciti ma non li avevano ammorbiditi a dovere… ed io, scribacchiando, cercavo di non pensare troppo ai calzettoni di saliva che mi stava confezionando lei. 



Tempo fa su Internet circolava una catena di S. Antonio dove si era invitati a elencare i dieci libri che più avevano influenzato la crescita e poi a taggare gli amici. Ora non ti chiedi libri e neppure di chiedo di taggare qualcuno, però mi piacerebbe che tu mi stilassi una classifica con i dieci animali più pericolosi che hai incontrato.

Tutto è relativo, dipende dalle circostanze, come, e lo sai bene, per i serpenti, ma, per quanto riguarda l’Africa, metterei al primo posto la zanzara anofele, portatrice della malaria. 

Al secondo posto, a pari merito, coccodrillo ed ippopotamo. Il coccodrillo probabilmente è quello che fa più morti ogni anno, ma il pericolo esiste solo vicino all’acqua, mentre Pippo lo si incontra anche a terra, specie di notte, quando va a pascolare anche a dieci km dall’acqua. 

Sul mio libro “Il leopardo mangiauomini ed altri racconti della boscaglia” ho riportato un episodio occorsomi mentre cercavo un problem lion. Avvistammo degli avvoltoi ( non sempre una giostra di avvoltoi, quello che gli amaZulu chiamano uzunglezane wokufa, il girotondo della morte, significa che c’è il kill dei leoni) ed andai coi due tracciatori a vedere. C’erano in effetti delle leonesse, ma non il maschio che cercavo, e la “preda” era un rinoceronte! Strano! Abbastanza raro che delle leonesse attacchino un animale adulto come quello. Nel fianco aveva un buco grosso come una casa e mastro tracker, osservate le tracce, risolse subito l’enigma: il rinoceronte aveva litigato con degli ippopotami e gli era andata molto male. Poi erano arrivate le signore in giallo e si erano trovate la pappa fatta. 

Al terzo posto, quanto a numero di uccisioni, metterei il bufalo cafro, seguito da  elefante, leone e leopardo

Al settimo posto i cani: la rabbia in Africa è endemica. 

All’ottavo i bovini domestici

Al nono i babbuini e gli scimpanzè. 


Al decimo alcune antilopi e lo struzzo
Il maschio del bushbuck, che gli amaZulu chiamano Umkhonka: pur essendo di taglia medio-piccola, viene spesso sottovalutato, ed essendo cacciato estesamente, spesso dai locali, con lacci o mezzi inadeguati, può essere oltremodo pericoloso e spesso sbudella un imprudente che gli si avvicini con le sue aguzze corna. 
Anche l’antilope nera e gli orici possono essere pericolosi, ma solo se messi alle strette o (da ricordare assolutamente) quando sono semi-domestici. 
Ho visto turisti rischiare di farsi infilzare per fraternizzare con antilopi da recinto, sempre in tema di visione disneyana degli animali. 

I serpenti sono un discorso a parte: per i locali, che girano a piedi nudi, raccolgono legna, lavorano nei campi, dormono per terra nelle capanne dove abbondano roditori, il rischio è alto, ma per un turista è piuttosto basso. Se parliamo di esperienze extra Africa, l’orso bianco è forse l’unico animale che caccia regolarmente e non occasionalmente anche l’uomo. 


Come ci si sente dopo essere stato morso da un Mamba Nero?

Prima reazione l’incredulità: cerco spesso i serpenti, ma quella volta proprio non ci pensavo. Se devo essere sincero, ci sono tante occasioni in cui ho avuto più paura, ma questo perché ero a due minuti dal quad e dieci minuti da casa e sapevo che chiamando per radio la base aerea militare, in meno di un’ora avrei avuto un elicottero. Applicai un bendaggio elastico. 

Quando arrivò l’elicottero Super Puma cominciavo ad avere difficoltà di parola e ptosi palpebrale ma non ancora segni di paresi diffuse. Mi incannularono subito una vena e in ospedale (20 minuti dopo) mi fecero un’overdose di siero polivalente (70cc in flebo). Il morso del mamba è neurotossico e non causa dolore


Bene, non ti chiedo altro Gianni, ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi hai dedicato e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste, vedi tu cosa rispondere. 

Cosa vuoi fare da grande? Beh, posto che ho 64 anni e la sindrome di Peter Pan, ancora non mi sento vecchio. Un’altra cosa che mi affascina sono le grandi onde e le tempeste. Mi piacerebbe molto trovare qualcuno veramente valido ( io mi trovo a mio agio nel bush o in montagna ma non sono un marinaio ed il mare lo rispetto e lo temo) con cui passare Capo Horn in barca a vela… ma deve essere bravo anche per me perché in barca sono una ciofeca

E poi, sogno dei sogni, trascorrere un paio di giorni e notti in un faro, come quello di Phynistere, ma solo se c’è una bella tempesta, come quella di certe famose foto, con le onde che quasi lo nascondono… deve essere un’esperienza fantastica.

12 commenti:

  1. Risposte
    1. Un amico fondamentale per approfondire la mia conoscenza sui serpenti velenosi e non solo

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    2. Grazie anche a te, Ferruccio. Sei un grande e mi pare che la tua conoscenza dei serpenti sia decisamente da erpetologo più che da semplice appassionato. Se ti intrigano i black mamba, a Ingwe ce ne sono davvero tanti e a volte abbiamo incontri piuttosto ravvicinati...

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    3. Oh si Gianni ho visto le foto ma anche quelle maestose Bitis mi attrggono

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  2. Sembra strano, ma a Ingwe sembrano più comuni i mamba che i puffadder.

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  3. "E poi, naturalmente, i serpenti: in casa circolavano spesso bisce, biacchi, un colubro di Esculapio e molte vipere ( quelle le tenevo in un terrario). " A parte questa sua grande passione che condivide con te Ferruccio e che a me da i brividi :( ,faccio i miei complimenti a questo grande personaggio dalla vita ricca di avventure ed emozioni,e come sempre grazie a te che ci fai conoscere sempre delle gran belle persone!!!

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    1. A me piace invece , vedere che a voi piacciono questi miei post. Ma non potrei farli senza di voi

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  4. Grazie anche a te, Marina. Evidentemente chi frequenta il blog di un uomo come Ferruccio, non può essere che persona educata, gentile ed aperta al dialogo. Con tutto questo, voglio far presente che non penso di essere l'uovo fuori dal cesto, nulla di particolare, semplicemente, forse, un irrequieto ( come Ferruccio, d'altro canto). Però é innegabile che trovare un ambiente come questo fa piacere e scalda il cuore. E' stata una fortuna incocciare in Ferruccio e nei suoi...seguidores.

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  5. Una vita incredibile! :O Non c'è altro da aggiungere!
    Bella l'intervista, fa sognare *__*
    Un P.S. in verità ci sta: mi associo a quanto detto da Marina circa i serpenti -_-

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