mercoledì 22 aprile 2015

Racconto senza titolo

Il racconto postato sabato è stato letto ottocento volte, con un buon esito di commenti e critiche. Così ho pensato di riproporne altri, sempre tramite la vetrina. Uno oggi, un altro già pronto per sabato. 

Naturalmente l’elemento fantastico della storia è soltanto una scusa, non voglio passare per uno scrittore di fantascienza. Altro dettaglio. Il racconto è senza titolo. Lo avevo intitolato Donne e buoi dei paesi tuoi, ma non mi convince. 


Appena sentì il tocco sulla spalla, aprì gli occhi. Aveva dormito per un’ora ed era ancora mezzo rincoglionito. Riconobbe il volto di suo padre, ma per qualche istante non capì dov’era. Finché ricordò di essere in treno. Allora sogghignò al faccione serio che aveva di fronte e, mentre stiracchiava le gambe, voltò il capo e guardò l’orizzonte attraverso il finestrino. 


La campagna era finita da un pezzo. Erano scomparsi i boschi, le montagne in lontananza e il lago. Adesso non scorgeva più niente di familiare. Nulla che gli piacesse; soltanto palazzi grigi, lunghi viali trafficati e luci colorate nel crepuscolo. 

«Ancora dieci minuti e saremo in stazione» sussurrò suo padre. 

Lui assentì, ma non distolse lo sguardo dal finestrino. 

«Vedrai» aggiunse l’uomo. «Ti piacerà!»

“Ti piacerà!” ripeté a se stesso, e per un attimo avvertì il desiderio di piangere. 

«Capisco ciò che stai provando» continuò suo padre. «L’ho sperimentato anch’io. Ricordo benissimo quando andai in collegio. Te l’ho raccontato tante volte. Il mio vecchio, tuo nonno, mi aveva comprato un vestito nuovo per l’occasione: un completo blu notte. Mi faceva sentire molto strano. Come se dovessi affrontare una prova di coraggio… E le mura dell’istituto quando arrivai: Gesù mio, che posto! Pareva una prigione. Dico sul serio! Pensavo che stesse cambiando tutto attorno a me, ma non ero infelice. Non sentirti triste.» 

«Non sono triste!» 

«So che non mi deluderai. Sei sempre stato un bravo ragazzo. Farai strada. Diventerai qualcuno. Ti abituerai, ne sono sicuro. Non fare i miei errori. È la scelta migliore che poteva capitarti. Non avere paura.» 

Si girò a guardarlo. «Non ho paura!» 

«Già! Hai quattordici anni ormai. Sei grande.» 

«Lo so!» 

«Quella ragazzina, come si chiama?» 

Glielo disse. 

«La dimenticherai, puoi esserne certo. Tra qualche mese scorderai addirittura il suo nome. Conoscerai altre ragazze. Ti innamorerai, ne sposerai qualcuna e avrete dei figli. Sarete felici. Così vanno le cose. Ora, però, vai a lavarti la faccia, siamo quasi arrivati.»

Ubbidì. Si alzò e attraversò la carrozza sino alla toilette. Entrò, chiuse la porta alle sue spalle, fece pipì in equilibrio precario e poi sciacquò gli occhi e le guance con l’acqua fredda davanti allo specchio. Si soffermò a osservarsi il viso: era emaciato e si vedeva diverso. Forse aveva ragione suo padre. 

Ritornò da lui nel momento in cui il treno imboccava, rallentando, una delle arcate d’acciaio della Stazione Centrale. Attese in piedi che si fermasse, poi aspettò che suo padre levasse le borse dal portabagagli. 

Scesero. Suo papà portava il bagaglio e lui lo seguiva rimanendo sulla destra. Percorsero i lunghi e lucidi corridoi interni in silenzio, tra la folla che li guardava curiosa. Suo padre aveva il bagaglio ma era come se lo portasse lui: un peso da trascinare senza parlare per chissà quanto tempo. 

Scesero una larga scalinata e oltrepassarono le biglietterie e alla fine sbucarono sul piazzale della Stazione nelle luci della sera che parevano mosse dal vento. 

Ma non si trattava di un disturbo del vento; era il calore dell’astronave a creare l’effetto. Era proprio lì davanti e rimase senza fiato. Non credeva che facesse questa sensazione vista da vicino. 

Era molto più grande di quello che aveva sospettato e occupava tutta la piazza di fronte all’Hotel Gallia. 

Avvertì davvero un po’ di timore a questo punto e si strinse a suo padre mentre si avvicinavano timidi all’ufficio di imbarco. 

La ragazza dietro il banco sobbalzò sulla sedia appena li vide. La osservò guardare suo padre, e notò quando gli lanciò un’occhiata mista di stupore e di meraviglia. Alla fine si compose sullo sgabello e sorrise. «Avete i documenti?» chiese. 

«Solo lui parte» disse suo padre. 

«Oh» rispose la ragazza. Tornò a osservarlo curiosa. «E dove vai?» 

«Diglielo» lo supplicò suo padre. 

«Do… Dogon» balbettò. 

«Sul sistema di Sirio B?» chiese la ragazza. 

«Aha, in collegio» rispose. 

«In collegio… che bravo.» 

Lui sorrise. 

«Non avevo mai visto un terrestre» disse la ragazza senza levargli lo sguardo di dosso. «Siete una rarità. Dicevano che eravate estinti.» 

Suo padre sogghignò. «Siamo duri a morire.» 

La ragazza alzò le spalle. «Lo vedo.» 

Lui non disse nulla. Si limitò ad ascoltare e sedette in disparte ad aspettare che papà finisse con le procedure necessarie alla partenza. Guardò di nuovo l’astronave. Risplendeva trasparente nel chiaroscuro della sera e metteva soggezione. Pareva pronta al decollo e c’era una fila di viaggiatori pronta per l’imbarco. 

Dieci minuti e sarebbe stato uno di loro. Poi via. Sei mesi a zonzo tra le stelle, giorno più giorno meno. Sei mesi su una nave spaziale, finché sarebbe sbarcato su un pianeta che orbitava attorno a una stella di cui conosceva l’esistenza solo grazie ad alcuni libri che aveva letto. La sua nuova casa per i successivi dieci anni. Un collegio per il suo avvenire. Dieci anni di nuove scoperte, emozioni, nuove tristezze e malinconie. 

Pensò che sarebbe cambiato tutto della sua vita, ma sarebbe stato forte. Avrebbe mangiato pietanze particolari e avrebbe incontrato esseri diversi. Avrebbe imparato una lingua diversa e forse sì, si sarebbe innamorato di un'altra ragazza. 

Probabilmente si sarebbe sposato e avrebbe avuto dei marmocchi, come sosteneva suo padre. Magari avrebbe perso la testa per una donna uguale a quella che lo aveva appena accolto. 

Sorrise e la guardò di nuovo. Pensò che il colore verde della pelle e gli occhi rosa dello sguardo non fossero poi così strani una volta visti da vicino, ma l’odore no. Quello strano e intenso aroma misto di agrumi e candeggina che emanavano era proprio duro da digerire. 

No, difficilmente si sarebbe abituato a una di loro, neanche in dieci anni di tempo. 

Grazie per la lettura!


30 commenti:

  1. raccontare storie è un dono, che non tutti hanno.

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    1. Lo prendo come uno che gli è piaciuto il racconto

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    2. Complimenti, mi ricorda tantissimo la fantascienza lirica e nostalgica di Ray Bradbury, che io adoro.
      Avrei voluto leggerne ancora. :-)

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    3. Grazie Pirkaf, anche io adoro Bradbury e penso che la sua visione "fantascientifica" sia un po' la mia

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  2. Ferruccio io credo invece che il titolo a cui hai pensato sia perfetto,cade a pennello :-) ...complimenti per il bel racconto,toglimi una curiosità però : ok per i colori verde della pelle e il rosa degli occhi,ma perchè deve odorare di candeggina e agrumi la ragazza extraterrestre ?

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    1. Non lo so perché c'ho pensato. L'odore degli agrumi mi piace molto, al contrario quello della candeggina. forse volevo trasmettere una sensazione di attrazione e repulsione allo stesso tempo. In ogni caso non può essere amore

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    2. Curiosa associazione di odori...Andando oltre con il proseguo del racconto e ipotizzando invece che nasca l'amore sarei curiosa di vedere e sapere come sarebbero gli eventuali pargoli :-D

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    3. è concluso così, credo. Benché sarei curioso anche io :-)

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  3. Veramente accattivante! Dai,ancora.
    Cristiana

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  4. Molto bello anche questo tuo racconto *__*
    Molto bello!

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    1. Posso dire di essere davvero uno scrittore allora? :-D
      Grazie Glò

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    2. Senza dubbio! Tu ne hai (dubbi)? Se sì, provvedi all'eliminazione XD
      Attendiamo il prossimo! *__*

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    3. Sei buona!
      Ne ho un altro predisposto per sabato. Ma ho ripreso diversi lavori che avevo da parte e ci sta una bella raccolta di racconti. Devo solo riuscire a venderla

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    4. Sicuramente il fine è quello, senza ipocrisie. Però, essere uno scrittore è ben altro! E non è davvero poco esserlo! (E occorre tenerlo sempre presente)
      Non sono mai buona XD

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    5. E io apprezzo e spero di essere all'altezza

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  5. Bello, Ferruccio!
    L'idea del cotnrasto tra l'aroma degli agrumi e la puzza della cnadeggiana rende benissimo l'idea di attrazione e repulsione.
    Una cosa attira ma l'altra allontana.
    Come vivere sempre in bilico. Mi piace!
    Ciao!

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    1. Be' sì di vive in bilico, tra alti e bassi, ma bisogna dar peso solo agli alti

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  6. Pazzesco.
    Pensavo di essere fra gli anni '50/'60 all'inizio e poi mi ritrovo nel futuro... o forse è un futuro per come veniva immaginato nel passato? :D Un gioco temporale non da poco Ferruccio, al di là del suo senso intrinseco già solo a livello stilistico mi ha colpita molto!

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  7. Ti confermi uno scrittore dotato e maturo, Ferruccio.
    Forte anche il giochetto "Dogon-Sirio" che non mi è sfuggito ;))

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  8. Piacevole, evocativo, efficace.
    Tutte qualità di un racconto breve ben scritto.
    Bravo.

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  9. la fantascienza, come piace a me! L'elemento umano sempre in evidenza su tutto

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  10. Sono in treno.. verso la stazione centrale di Milano.. leggo il tuo racconto e.. i personaggi mi si matetializzano davanti..così.. vivi
    Grazie bellissimo davvero
    Arance e candeggina.

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