mercoledì 11 marzo 2015

I dolori del giovane scrittore

Come ben sappiamo l’ispirazione nello scrivere un libro è del tutto marginale, solo William Faulkner era convinto del contrario, il Nobel americano scriveva sempre sotto ispirazione stando alle sue parole (ma sembra più una presa in giro): 

"I only write when I am inspired. Fortunately I am inspired at 9 o'clock every morning." 


In realtà tutti gli scrittori e coloro che lavorano nel campo sanno benissimo che il tutto va avanti solo con l’impegno costante e quotidiano. Però bisogna ammettere che ci sono, e penso che siano presenti in ognuno di noi, delle caratteristiche che favoriscono alcuni aspetti. 


Tanto per essere specifico: io penso di aver ben pochi problemi a iniziare un romanzo. Le mie cartelle sono piene di storie abbozzate. Gli incipit mi vengono che sono una meraviglia e molte volte mi soddisfano al primo colpo, tanto che non devo editare e correggere all’infinito. 


Non faccio fatica a scrivere le prime cinquanta o settanta pagine di un romanzo, o la prima metà di un racconto. Insomma per una buona parte il libro si scrive da solo. Tuttavia, superato un certo numero di pagine iniziano i problemi. 


Il finale di un racconto o di un romanzo per me è sempre problematico e nella maggioranza dei casi mi obbliga a mettere da parte ciò che ho realizzato con fatica sino a quel punto e molte volte a stracciare il tutto. 


Un altro punto dolente è riservato ai dialoghi che si protraggono. Della difficoltà della revisione ho invece parlato con un post apposito, ma insomma i dolori di un giovane scrittore non sono pochi. 


Ora, partendo da questi spunti vorrei sentire come vi ponete, quali sono le difficoltà che più trovate quando scrivete un libro. Naturalmente se avete una terapia per uscire da questo tipo di impasse sarei molto contento di leggerla. 


Es. di Incipit di romanzi che aspettano di essere finiti, forse. 


1 - Quando partecipavo a qualche rassegna di settore mi divertivo un mondo a intimidire i bambini che visitavano il mio stand. Era un godimento. Gli raccontavo storie mirabolanti sui serpenti che esponevo e non immaginate che piacere provavo nel vederli farsela addosso per il terrore. Doveva essere un qualcosa di innato nella mia intima natura un simile atteggiamento, perché lo facevo tutte le volte. Così anche quella volta, in fiera a Milano, durante un’edizione di Reptilia, non avevo affatto intenzione di comportarmi diversamente. 


2 - Non ritornava a casa da sette mesi. L’ultima volta era successo alla vigilia di Natale e, in quell’occasione, il convivente di sua madre gli aveva lanciato addosso un posacenere in cristallo di Boemia spesso tre centimetri. Aveva sentito il posacenere volare vicino alla sua tempia destra sibilante come il proiettile di una catapulta romana. Per un istante aveva creduto di rimanerci, e ricordava che se non ci fosse stata subito sua madre a mettersi tra loro, quasi di sicuro, sarebbe stato massacrato di botte. Quel gesto materno, però, gli aveva permesso di sottrarsi alla violenza di quel bastardo e gli aveva concesso il tempo necessario per infilare la porta di uscita dell’appartamento e fuggire come un ladro giù nella tromba delle scale del palazzo, prima di uscire in strada nella pioggia fredda di dicembre. 


Grazie per la lettura!


14 commenti:

  1. Non dirmi che il primo incipit è autobiografico vista la tua passione per i rettili :-( ,poveri bambini !!! Il secondo invece è interessante ed è un peccato lasciarlo li e non portare avanti la storia...non sono però in grado di darti dei consigli su come fare,non credo comunque esista un metodo preciso se non quello di far lavorare la fantasia !

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  2. Penso anche io sia autobiografico o comunque abbastanza personale, la storia sui serpenti! :)
    Non credo ci sia un trucco per "sbloccarsi", andare avanti o terminare le storie... forse deve solo arrivare l'idea fulminante^^

    Moz-

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  3. Non credo che esista una ricetta. Tu scrivi il romanzo e tu devi sapere come vuoi concluderlo. Un sistema utile può essere porsi delle domande ben specifiche come: che cosa voglio raccontare con questa storia? Quale significato o stato d'animo voglio che trasmetta? Perché gli dovrebbero leggerla? Cosa vorrei che ci trovassero, che emozioni vorrei che provassero?
    Ecco, se rispondi a queste domande riesci anche a trovare il finale adatto, credimi
    ;-)

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    1. In linea di massima è così, ma a volte la vitalità scade

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  4. Ciao Ferruccio, credo che non ci sia una regola valida per tutti.Ognuno ha il suo stile e il suo modo di lavorare.
    Forse, mettere il tutto in un cassetto e lasciarlo decantare per tirarlo fuori dopo qualche tempo e rileggerlo.
    Diceva Sepulveda che dopo aver finito un romanzo lo chiudeva in un cassetto e lo riguardava dopo 6/7 mesi. Da 600 pagine lo riduceva a 150/200.

    L'idea di porsi domande che ti ha lanciato Ariano non è male., però....
    Come ha ragione Marina a dirti che gli incipit sono interessanti e che è un peccato non continuare. Come però, deve dirtelo Ferruccio!
    :))

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    1. Faccio decantare ciò che scrivo...
      quello che dite è sempre meraviglioso

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  5. Vabbè, tu, da buon hemingwayano, ce l'hai con Faulkner, si sa! XD

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  6. La mia è una ricetta banale: crearmi, prima di scrivere, una traccia di massima di come si svolgerà la storia, in modo da sapere dove vado a parare ma sentirmi lo stesso abbastanza libera mentre scrivo. Mi capita spesso di modificare la traccia in corso d'opera... ma almeno l'opera procede. Non è poco.

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    1. Ah, la traccia c'è sempre, devo capire dove sta il problema

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  7. Devo dire che il "lasciar decantare" ciò che si è scritto è una buona soluzione.

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