venerdì 3 ottobre 2014

Ali il nuovo romanzo di Andrea B. Nardi: l’intervista

Ali
Andrea B. Nardi meriterebbe un’intervista soltanto per la sua nota biografia. Nato nel 1963 in un ranch del Nord Africa è stato giornalista, autore, redattore, skipper e anche campione del mondo di vela. 

Tutte cose che prese una per una avrebbero tante da dire e rivelerebbero una personalità di alto profilo. L’incontro sul mio blog serve però per parlare in particolare della sua ultima fatica letteraria Ali, il nuovo romanzo uscito in queste settimane per la casa editrice Parallelo45 Edizioni

Un libro accolto molto bene leggendo in giro i pareri di scrittori appartenenti al gotha letterario italiano, autori come Vincenzo Pardini, Giulio Mozzi, Tullio Avoledo e Giuseppe Conte

Un onore e un piacere ospitarlo. 


Benvenuto Andrea, ti ringrazio del tempo che mi dedichi, andiamo subito al sodo. Come è nato Ali

È un piacere essere qui. Ali è nato all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle. L’evento mi scioccò, come tutti, ma non solo per la tragedia umana in sé, soprattutto per il senso storico. Si era appena entrati nel nuovo millennio in cui riponevamo speranze e illusioni: crollata la Cortina di Ferro, l’umanità deteneva possibilità immense, tecnologiche e intellettuali, per prospettarsi un futuro di pace e benessere, invece di colpo siamo ripiombati nella più stupida delle barbarie. 

Il segno storico del Duemila, quindi, sarebbe stata una nuova follia umana, crudele e idiota, che ci seguirà per chissà quanti decenni se non secoli. Mi sembrava che a questo punto non avesse senso scrivere più nulla se non partendo proprio dall’11 Settembre. Un tributo alle vittime per me fondamentale nella mia stessa vita di uomo, e un grido di rabbia, questo è Ali


Le difficoltà maggiori che hai incontrato nella stesura del romanzo? 

Io detesto la narrativa contemporanea sviluppata sulle quotidianità famigliari, sociali, lavorative, di coppia, adolescenziali, urbane, trattate con lo stile a bassissimo profilo tonale tipico di letteratura e cinema oggi prevalenti. Il mio raccontare non riesce a prescindere dalla dimensione del romanzo, nel significato di narrazione immaginifica. I documentari li lascio ad altri: io voglio l’avventura, che non vuol dire necessariamente azione, bensì epicità di sentimenti, di temi, e di ambientazioni. 

Ma come affrontare l’11 Settembre senza finire nella ristretta dimensione di personaggi concreti, con le loro storie personali, struggenti, certo, ma la cui realtà vera ha già superato all’ennesima potenza qualsiasi tentativo letterario? Mi occorrevano degli eroi nuovi, situazioni che potessero prescindere dall’aderenza alla vita comune, già troppo nota. Considerando il tema per me essenziale della presenza del male nel mondo – cui ho dedicato anche dei saggi – non mi è stato alla fine difficile scegliere i protagonisti di questo romanzo: angeli e arcangeli immersi totalmente nella condizione umana che alla fine si trovano a chiedersi non solo il senso della loro lotta sisifea contro il male, ma piuttosto a dubitare persino che Dio un tempo abbia loro davvero parlato. 

Il silenzio di Dio, quindi, diventa il motore del romanzo, sullo sfondo di una New York squallida e coperta dalla polvere dell’attentato. Questi personaggi, inoltre, mi hanno permesso di utilizzare il linguaggio che preferisco, al di là delle convenzioni formali e di merito, poiché gli angeli sono oltre il tempo e lo spazio, quindi tutto è possibile nella storia. 



C’è qualcosa di biografico nella storia narrata? 

Come potrebbe non esserci. Non si tratta solo della scenografia newyorkese, città dove ho vissuto da giovane, ma di tanti altri elementi, dettagli e sfumature, tuttavia niente di corposo dal momento che non amo raccontare il mio vissuto, non mi diverte. 

Preferisco raccontare ciò che non ho mai visto, pure se molti, anche scrittori, non riescono a comprendere questo mio punto di vista: ricordo una discussione con Dacia Maraini in una trasmissione televisiva dove premiavano un mio racconto: per lei era inconcepibile che io non avessi mai visto la città in cui ambientavo quel dato racconto. Per me invece era proprio il senso del tutto, il senso dello scrivere. 


Del romanzo si parla molto bene ed è adatto a tutti, ma in coscienza tua a chi lo consiglieresti principalmente? 

Spero davvero che si indirizzabile a tutti, senza distinzioni di sesso e di età, tantomeno di cultura. Affronta domande eterne e tenta di divertire con situazioni pittoresche: hanno sempre detto che il mio scrivere è molto cinematografico come struttura, quasi dei copioni con inquadrature prescindendo dalle logiche letterarie. Ecco, chi ama il cinema penso lo apprezzerà facilmente. 


C’è qualcuno che ti ha aiutato nella realizzazione del romanzo? 

A parte il sostegno di mia moglie Rossella quando non trovavo un editore, no, nessuno. 


Tullio Avoledo ha definito il tuo romanzo un Western Teologico e Giuseppe Conte fa paragoni illustri con il maestro argentino Borges, cosa ti senti di dire in merito? 


Arrossisco, ma di certo, pur essendo entrambi questi due grandi maestri, Avoledo e Conte, totalmente all’oscuro del mio retaggio culturale, non conoscendomi bene di persona, hanno tuttavia colto in pieno alcuni miei punti fermi. 

Evidentemente sono davvero palesi. Non ho tema di affiancare Borges a Sergio Donati, lo sceneggiatore di Sergio Leone in C’era una volta il West: la perfezione poetica e intellettuale delle loro opere mi seguirà e mi commuoverà per sempre. 


Qualcosa di più banale: hai degli orari e dei riti particolari quando scrivi? 

Di mattina. Invento di mattina. Fino a ora di pranzo. Al pomeriggio mi distraggo troppo, riesco solo a rielaborare e ricopiare il già fatto. Poi capitano appunti di frasi e immagini presi durante tutto il giorno, anche quando guardo la tv alla sera o faccio palestra o sono nei boschi coi miei cani, ma queste sono solo rifiniture: il grosso devo farlo dalle otto alle dodici. 

Il nervoso viene quando una frase bellissima ti cade addosso mentre hai l’insonnia di notte, e per pigrizia non accendi la luce per appuntartela, così il giorno dopo non te la ricordi nemmeno se piangi. Riti non ne ho, mi basta stare in pace coi miei tre cani attorno. 


Come scrittore, l’epoca in cui viviamo ti dà abbastanza stimoli, o avresti preferito vivere in un altro tempo? 

Più che l’epoca per me conta tantissimo il luogo. L’ambiente circonda non solo il nostro spazio ma modifica geneticamente i nostri pensieri, il nostro animo. Siamo ciò in cui viviamo. Se dovessi scegliere, vorrei vedere il futuro, capire dove finirà quest’umanità imbecille e crudele. 


C’è un collega scrittore in giro in Italia e nel mondo che ti ispira una bonaria e sana invidia?  
Parlando solo dei viventi, in Italia adoro l’epicità quotidiana di Baricco, che riesce a rendere eroico anche un elettricista. Lui poi è un grande maestro nel racconto orale, lo invidio moltissimo in questo, io sono noiosissimo quando parlo in pubblico, e forse non solo in quel momento, purtroppo. Andando all’estero, gli ultimi due capolavori di Doctorow, La marcia e Homer & Langley, li ho ammirati infinitamente, rendendomi conto di come si dovrebbe fare lo scrittore, e di come io non ne sarò mai capace. 



Bene, Andrea non ti chiedo altro, ti ringrazio e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste, naturalmente vedi tu cosa vuoi rispondere.  

Bella questa! Rispondo che dopo un romanzo storico (Ecce Deus), uno surreale (Ali), e uno politico (Cani randagi, ancora inedito), adesso mi sento pronto per il mio romanzo western, genere che in America va fortissimo e ultimamente degno di attenzione anche in Italia da parte delle grandi major

Ma il problema sarà scrivere un western senza ricalcare il linguaggio cinematografico, pur mantenendone la grandiosità epica. Una bella sfida. Grazie davvero per questa intervista.


3 commenti:

  1. Considerato che alcuni "oscuri" personaggi (anche nostrani) hanno cercato di fuorviare l'opinione pubblica riguardo l'attentato dell'11 settembre, ben venga il "grido di rabbia" di Ali per chiarire, anche se in chiave romanzesca, la verità, principalmente come tributo che renda onore e dia un senso alle vittime di quel vile atto terroristico.

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