mercoledì 18 giugno 2014

In alto con Salvatore Negro

Nella giornata odierna il mio blog presenta un’intervista al regista e attore Salvatore Negro, autore del mediometraggio: In alto, un film realizzato traendo spunto da un episodio realmente accaduto nel 1944. 

Si tratta della prima opera realizzata da Salvatore come regista e autore ma il suo background, come avremo modo di leggere parte da molto lontano… 


Ciao Salvatore, benvenuto, partendo dalla premessa che ho fatto all’intervista, ti ricordi come è nata questa passione per il teatro e il cinema? 

Quando mia nonna mi portò per la prima volta a teatro. Lo ricordo come fosse ieri: il teatro gremito, il graduale spegnersi delle luci in sala, lo scorrere del sipario al buio, quel brivido, il primo brivido in teatro, avevo sette anni forse. Senza saperlo, avevo deciso che dovevo provarlo dietro le quinte, quel brivido, prima di entrare in scena per trent’anni della mia vita. 

Poi accade ciò che non ti aspetti: nel 2012 Francesco Corchia, giovane promettente regista, mi coinvolge in un progetto per la realizzazione di un corto, come autore e interprete. Quindi decido senza esitare, che il mio successivo progetto sarebbe stato “In Alto”, un’idea che caldeggiavo da molti anni; prima come piece teatrale poi come sceneggiatura per un mediometraggio. 


Andando subito al sodo: In alto rievoca un episodio storico che coinvolse il salento dal 1943 al '47, cioè quello dei campi profughi che vennero allestiti sia sul versante jonico che su quello adriatico… sono le analogie del giorno d’oggi che ti hanno ispirato questo film?

La realtà è sotto gli occhi di tutti. Quell’episodio, che dopo l’armistizio del ’43, portò qui nel Salento migliaia di profughi di guerra: slavi, rumeni, polacchi per lo più di religione ebraica, provocò tra i cittadini del posto, una vera e propria mobilitazione popolare per aiutare quella gente che arrivava dalla miseria, disperazione, dittatura. Le stesse ragioni per le quali oggi migliaia di profughi sbarcano sulle coste del sud Italia, è cambiata la geografia, ma le ragioni di fondo sono le stesse. 


Rievocarlo, questo episodio, è servito a me per riflettere sulla tolleranza, l’accoglienza dello straniero e sul fatto che queste tematiche modellano le comunità che accolgono in maniera diversa, che siano tempi di guerra o di pace. E spero che non serva solo a me. 
Dal ’44 al ’47 nel campo profughi N°34 di Santa Maria al bagno (Nardò – LE) avvenne un episodio che ha ispirato l’antefatto della trama del film: quello di Zivi Miller, profugo rumeno di origine ebraica, e Giulia My.

Dopo aver trovato alloggio presso una famiglia del posto, grazie alla sua intraprendenza, e nonostante il suo doloroso, recente passato: la moglie e il figlio sterminati ad Auschwitz; Zivi avviò un’attività commerciale, una piccola lavanderia, e Giulia, figlia di un pescatore di S. Maria Al B., per aiutare la sua numerosa famiglia, aveva 14 fratelli, era stata assunta in lavanderia. Z. era un attivista politico un sionista, si incontrava spesso, nella cossidetta “casa rossa”con i suoi compagni di partito. In quella stanza decise di dare sfogo alla sua attitudine artistica, realizzando tre murales; in uno di essi vi è dipinto il tragitto che un “fiume” di gente, di profughi, compie per approdare poi nel Salento. 

Tra Giulia e Zivi, presto nasce una storia d’amore, che sconcertò non poco il padre di lei: Zivi era di trent’anni più grande di Giulia e soprattutto, era un ebreo. I due furono costretti alla “fuitina” si sposarono in gran segreto con il rito civile, per poi scappare per Napoli, dove si sposarono con il rito ebraico. 

Si trasferirono in seguito in Israele nel 1948. Io ho narrato una storia nei giorni nostri, ma che ha come antefatto questo episodio, cambiandone nomi ed estrazione sociale di lei; per puntare l’attenzione, anche sulla discriminazione sociale e non soltanto su quella etnica. Una scelta di rispetto, quella di cambiare nomi e origine dei protagonisti; scelta che non mi ha impedito, tuttavia, di dedicare il film a Zivi Miller e Giulia My. 


Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nella realizzazione di questo medio metraggio? 

La principale è stata quella di convincere chi mi stava intorno a credere in questo progetto. E poi quelle legate a un budget bassissimo. Tuttavia sono stato fortunato a formare un gruppo di lavoro con il quale si è lavorato in atmosfera di surreale tranquillità. 



C’è qualcuno che devi ringraziare per la realizzazione di questo film? 


La produzione: NòSTOI – libreria e galleria d’arte di Gallipoli – coproduzione dell’Associazione Culturale P.ETRA di Cutrofiano(Lecce), la realizzazione affidata a Pignatelli – Noha (Lecce), Andrea Skakkomatto, Marcello Barba e Salvatore Castriota, l’ass. TicTac che si occupa della gestione del “Museo dell’accoglienza e della memoria” in S. Maria Al Bagno dove ora sono custoditi i murales di Zivi Miller, dopo essere stati restaurati. 

E doverosamente tutti gli interpreti, per lo più giovanissimi, che hanno lavorato senza ricevere un euro di cachet. 

Tra gli interpreti Lucas Zanforlini attore professionista, diplomato presso l’accademia d’arte drammatica S. D’Amico, interprete in rai-fiction de “La Certosa di Parma” regia di C. th Torrini, e reduce da una tourneè europea con il “Giulio Cesare” di Shakespeare per la regia di A. Baracco
Alessia Cuppone, brillante speaker radiofonica,con esperienza in varie pieces teatrali e al suo debutto come protagonista in un film. Alessia per me è stata una rivelazione. 
E poi Martina Quintana, Rosario Piccolo, Mary Negro, Gabriele Polimeno
Mi sia concesso di citare i giovanissimi: Vincenzo Grassi, Mattia De Noto, Cristian Pagano, Violet Kimiae, Aurora Piccolo, Francesco Liaci, Carlotta Boellis, Paride Napolitano, Lorenzo Ferilli, Biagio Ferilli, Elisabetta Fersini, Luca Leone


Qual è la soddisfazione più grande che hai avuto con il tuo lavoro? 

Penso a quella più recente, quando alla prime proiezioni (private) mi sono accorto che il pubblico era visibilmente commosso. Insomma, generare un emozione, per me è una grande soddisfazione; sarà poco forse, ma per adesso mi basta. 


Dimmi un attore di caratura mondiale che vorresti avere come interprete in futuro un tuo film. 

Guarda, io non penso ad un attore di caratura mondiale o meno, in particolare; penso bei ruoli a belle storie. In questo periodo penso ai soggetti, ai personaggi, a come rappresentarli in video in una forma più autentica possibile. Bisogna fare di tutto per allontanarsi dagli stereotipi, solo così puoi evitare di cadere nella trappola dei luoghi comuni. 

Mi affascina pensare a quei sodalizi artistici che si creano dal nulla, a quella sinergia che tra attore e regista che si ripete anche in più di un lavoro; cioè quando si verifica quel transfer tra attore-regista e viceversa, quando l’uno diventa l’alter ego dell’altro. 

Ti faccio degli esempi illustri: Fellini-Mastroianni o Sorrentino-Servillo
Ma ciò capita anche tra regista e sceneggiatore: leggendaria fu per noi la coppia De Sica-Zavattini. Lungi dal rapportarmi. Questa sinergia si può creare, per fortuna, anche tra perfetti sconosciuti. Questo mi conforta. 


Il più grande regista italiano contemporaneo? 

Sarebbe scontato che io ti dicessi P. Sorrentino, che ho seguito sin dagli esordi e credo davvero che sia un grande talento. Questa è stata un annata d’oro del cinema italiano, non solo per l’Oscar a Sorrentino: a settembre un italiano Alberto Fasulo con “Tir” ha vinto il Marc’Aurelio d’oro al festival del Cinema di Roma con un film documentario ( per la prima volta nella storia del cinema). 

E poi finalmente una regista donna che ha vinto il gran premio speciale della giuria a Cannes, Alice Rohrwacher con “Le meraviglie”, il globo d’oro e la ottima accoglienza di critica e di pubblico a Berlino per E.Winspeare con “In grazia di Dio”. 

Vorrei citare anche il mio amatissimo E. Crialese. Ma, un gigante del cinema italiano è certamente B. Bertolucci


Teatro o cinema? 

Sono due forme d’artigianato totalmente diverse, contrariamente a quello che è il comune pensiero. Ma le amo entrambe allo stesso modo. 



Attore o regista? 

Il ruolo di regista lo vedo come un traguardo dopo un lungo percorso artistico. Alla vigilia delle riprese di “In Alto” non dovevo essere io a dirigere il film. 
Per una serie di vicissitudini mi sono trovato con questo fardello sulle spalle. Mi è bastato guardarmi, solo per un attimo indietro, per rendermi conto che non venivo proprio dal nulla e che quindi potevo osare. I tecnici Daniele e Michele Pignatelli poi, professionisti veri, hanno compreso in pieno ciò che chiedevo. 
Tuttavia, per me è stata una “stimolante presunzione” 


Progetti? 

Guai se non ce ne fossero, per me l’arte non è solo un ancora di salvataggio ma un vero e proprio porto d’attracco. Sto lavorando ad un progetto, un nuovo soggetto per un cortometraggio. 
Sarà, al contrario di “In Alto”, un progetto più essenziale nella trama ma non meno incisivo. Ci sto lavorando. 


Bene, non ti chiedo altro, ti ringrazio e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste. Vedi tu cosa rispondere. 

Indovina tu la domanda... “Facciamo in modo che la storia non si ripeta...” Grazie

4 commenti:

  1. Sarò breve:

    L'arte teatrale (in seguto, anche "cineasta") italiana, sicuramente, è quella che sin dal Medio Evo, ad oggi, più ha dato il proprio contributo alla cultura occidentale. Ancora oggi, nei tempi moderni, gli italiani continuano ad essere leader mondiali nell'arte di fare i film. Pensiamo a Roberto Benigni con "La Vita è Bella", o il neo-realismo di Pier Paolo Pasolini, oppure i western all'italiana di Sergio Leone, e ancora: Michelangelo Antonioni; Bernardo Bertolucci; Federico Fellini; Roberto Rossellini; Vittorio De Sica; Luchino Visconti; Franco Zeffirelli, ecc.

    Ecco perché credo proprio che con Salvatore Negro "facciamo in modo che la storia (questa) si ripeta!!" ... Grazie :-)

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  2. Ferruccio, grazie mille per questa intervista.
    Amo molto l'argomento (cinema, mediometraggi) e non conoscevo Salvatore Negro.

    Moz-

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