domenica 27 gennaio 2013

In vetrina con il Tropico del Cancro

Ecco un romanzo di quelli tosti tosti: Tropico del Cancro. Un libro che letto nel periodo sbagliato può costarti caro. Qualcuno - Henry Miller stesso forse - ha definito quest’opera autobiografica surrealista. 

Un romanzo crudo e irriverente, per certi versi pericoloso. Be’ non è il mio compito giudicarlo. Io lo metto solo in vetrina per la settimana che viene. Decidete voi. 
Be’ ho aggiunto qualcosa in più del semplice incipit, non potevo lasciar fuori la frase quella memorabile frase. 

Incipit: 

Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti. 
Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle, ma il prurito non ha smesso. Come si fa a prendere i pidocchi in un posto bello come questo? Ma non pensiamoci. Non ci saremmo mai conosciuti così intimamente, Boris e io, se non fosse stato per i pidocchi. 
Boris mi ha fornito poco fa un compendio di come la vede. È un profeta del tempo. Farà brutto ancora, dice. Ci saranno ancora calamità, ancora morte, disperazione. Non c'è il minimo indizio di cambiamento. 
Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s'uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l'Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c'è scampo. Non cambierà stagione. 
È l'autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per una ragione che ancora non sono riuscito a penetrare. 
Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo. 

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