martedì 13 novembre 2012

L’Odissea di Francesco Verso

Francesco Verso è senza ombra di dubbio uno dei migliori scrittori di fantascienza italiani. A riprova c’è la vittoria ottenuta lo scorso giugno nel premio Odissea con il romanzo Livido

Ma nel suo curriculum ci sono anche diversi premi Urania sia come vincitore sia come finalista. Non solo, tuttavia. 
I suoi racconti e i suoi romanzi sono presenti nella classifica di vendita degli e-book più acquistati su Amazon - fantascienza. Insomma ci troviamo di fronte a uno scrittore dal pedigree puro e intatto e con ancora molto da dire a iniziare dalle risposte che gentilmente mi ha concesso. 

Francesco hai un curriculum che suscita una sana invidia e suppongo che molti dei miei lettori ti conoscano, ma te la senti di far emergere qualcosa in più di te stesso? 

Ho iniziato a scrivere tardi. Prima facevo il DJ, poi l’analista di sistema per l’IBM. Non mi considero uno scrittore, bensì un narratore, un artigiano della parola. Mi sforzo sempre di imparare, di considerare quello che scrivo comunque perfettibile. Più leggo e più scrivo e più capisco quanto sia difficile aggiungere qualcosa di sensato, di interessante alla narrativa di genere, qualcosa per cui valga la pena girare le pagine e continuare a leggere. 


Seconda domanda, da invidioso: cosa si prova quando si riceve la comunicazione di aver vinto un concorso letterario molto importante? 

Sconcerto la prima volta. Soddisfazione la seconda. Quando si passa dalla scrittura a tempo perso a quella a tempo pieno, la percezione del proprio lavoro cambia. Si apprendono tecniche di cui non si sapeva l’esistenza, si acquisisce consapevolezza dei propri mezzi, non si lascia più nulla al caso, né alla fortuna. Invece si cerca e si insegue un risultato con costanza e dedizione. Direi addirittura accanimento. Poi si può anche non vincere, l’importante è sviluppare un “senso di autovalutazione” più obiettivo possibile su quanto si è scritto. 


A proposito quando uscirà Livido? 

Spero di presentarlo alla prossima edizione del Salone del Libro di Torino che si terrà dal 16 al 20 maggio 2013. L’editore Delos Books è presente alla manifestazione e conto di organizzare qualcosa in quella sede. 


Quando valgono i premi in termini di carriera dal tuo punto di vista? 

Valgono come referenza e per un minimo di riconoscibilità ma, al di là di quello, non ti assicurano il prossimo contratto editoriale, né la certezza di essere pubblicato. Ed è bene così. Perché quello che conta non è l’autore ma l’opera. Vincere un premio equivale a un’iniezione di fiducia, uno stimolo a proseguire, è un traguardo che uno si pone lungo un percorso più ampio e non stabilito. 


Quanto del tuo tempo è dedicato alla scrittura di narrativa? 

La scrittura occupa una parte importante della giornata, diciamo tre o quattro ore. Tuttavia ci sono lunghi periodi nell’anno in cui trascorro molto più tempo a leggere romanzi di altri, a studiare materiale di riferimento, a raccogliere informazioni su questo o quel tema oppure a risolvere questioni “narrativamente” complicate all’interno dei miei scritti come per esempio sabotare un concerto con migliaia di persone, fare scomparire una cicatrice nel giro di cinque minuti, introdursi in un magazzino senza far scattare l’allarme, creare la formula di un profumo tramite una stampante 3D. 


Hai dei riti e dei bisogni particolari quando scrivi? 

Mi basta non essere connesso alla Rete e godermi un po’ di silenzio prolungato. 


Come nascono le tue storie? 

Hanno origini diverse: articoli di giornale, chiacchiere con mia moglie, sogni lucidi. Poi il passaggio dall’idea alla storia vera e propria si compone della stesura di una trama grezza – utile per “vedere” lo scheletro della narrazione – che alla fine vado a rimpolpare di scene necessarie al compimento della vicenda. Considero il tema della narrazione l’elemento più importante e imprescindibile, quello senza il quale non avrebbe senso raccontare alcunché. La narrativa per me è una modalità di trasmissione di senso. E senza senso decade anche la funzione della narrazione stessa. Per questo – e lo dico senza timore di essere impopolare – non amo molto il postmoderno e neppure la narrativa votata esclusivamente all’intrattenimento. Per fare un esempio l’horror – svuotato di un senso nella sua rappresentazione macabra o truculenta della realtà – mi lascia del tutto indifferente. 


Tra le tue opere ne preferisci qualcheduna? 

Antidoti umani
Difficile scegliere, mi piacciono tutte, anche se per motivi diversi: Antidoti umani è un’avventura – la vedrei bene al cinema – che ruota attorno a un tema di cui non si parla più molto come la manipolazione artificiale degli alimenti ingegnerizzati. 
e-Doll è il romanzo grazie al quale mi sono convinto che non stessi buttando tempo a scrivere cose senza senso. Gli devo molto, in termini di riconoscenza, anche se mi è costato un matrimonio. 
Livido è un romanzo più compiuto e maturo il cui protagonista è ossessionato da un amore in apparenza impossibile. La sua cocciutaggine in qualche modo rispecchia la mia. Per questo sono molto affezionato a Peter Pains. 
BloodBusters è una storia grottesca che tratta di “sangue e tasse”: mi sono divertito molto a scriverla anche se il tema non è propriamente uno spasso di questi tempi. Variare le storie e i registri narrativi impedisce di annoiarsi e soprattutto limita il rischio di scrivere sempre la stessa storia dopo che se ne sono scritte più di quattro o cinque. C’è chi dice che uno scrittore a ben vedere scrive sempre la stessa storia. E allora sono felice di non definirmi tale. 


Sempre a proposito dei tuoi lavori, quanto ti ha disturbato l’ambaradan scoppiato attorno a e-Doll un romanzo che ha sconcertato i lettori nel bene e nel male? 

e-Doll
All’inizio parecchio. Un autore emergente è spesso affamato di considerazione, smania per un po’ di affermazione e cade di frequente nelle classiche crisi di astinenza da narcisismo. Con il tempo invece si impara a soprassedere, a concentrarsi sul prossimo romanzo invece che sul proprio ego. Quello che si è scritto non è più qualcosa su cui si può vantare una legittima proprietà, né si sente più quell’inutile bisogno di doverla difendere con la stessa fermezza e ostinazione di un padre nei confronti delle proprie figlie. È allora che si capisce di aver fatto un passo avanti. 
Nel caso di e-Doll credo di aver pagato lo scotto di raccontare una storia imperniata sulla sessualità a lettori che non erano abituati a leggere certi temi sulla collana storica della fantascienza italiana. 


Cosa è il connettivismo e quando ti aiutato - se ti ha aiutato - essere tra gli artefici di una corrente letteraria? 

Il connettivismo è una corrente letteraria fantascientifica per cui simpatizzo e a cui mi sono accostato alcuni anni fa. Trovo che nel panorama della fantascienza italiana, gli autori connettivisti stiano portando un certo rinnovamento, se non nei temi, almeno nello stile, ibridando e manipolando registri provenienti dalle più svariate discipline, dall’informatica, la fisica quantistica, l’arte surrealista e generi narrativi quali l’horror, il giallo e il new-weird. 


Tu sei uno scrittore molto ricercato dagli editori nostrani, cosa pensi della nostra editoria? 

Purtroppo mi tocca smentirti, non sono affatto ricercato. A ogni nuovo romanzo devo lottare con le unghie e con i denti per farmi leggere e prendere in considerazione. E a ogni nuovo romanzo è come ricominciare con il campionato di calcio. Anche se l’anno prima hai vinto, si riparte tutti quanti da zero. 
L’editoria italiana non se la passa bene, almeno quella tradizionale cartacea, come del resto ogni altro settore industriale del nostro paese. Concentrazione di potere, miopia culturale, scarsa flessibilità e cronica mancanza di investimenti sono tutti elementi che concorrono ad alimentare l’emorragia di lettori verso altre esperienze come i film, i fumetti e i videogiochi. Anche l’opportunità di cambiamento rappresentata dall’arrivo degli e-book è stata vista in chiave negativa: invece di abbassare i prezzi e favorire la diffusione di una modalità di lettura innovativa, dinamica e a basso costo, i grandi editori hanno preferito utilizzare lucchetti digitali (i fantomatici DRM – digital rights management – che impediscono la copia del file da un dispositivo a un altro) e scontare un e-book solamente il 20% - 25% rispetto al prezzo del cartaceo, disincentivandone di fatto l’acquisto e trasferendo poco o nulla del risparmio consentito dalla dismissione della carta all’utente finale. 
Verranno penalizzati, verranno boicottati e allora si muoveranno, colpevolmente in ritardo, come succede sempre in Italia. Certo qualche editore illuminato l’ha capito, ma resta il fatto che i tempi di reazione di un tempo non sono più accettabili nell’era digitale. Per fare un esempio, io ricevo risposte di pubblicazione prima dall’estero che dall’Italia e il pagamento delle royalties prima da aziende straniere che da quelle italiane. 


Con il cartaceo e l’e-book come la mettiamo? 

Prima l’ebook e poi il cartaceo, se il romanzo lo merita. Se dopo aver scaricato l’anteprima gratuita di un romanzo, il testo mi piace, ecco che sono invogliato a comprarlo anche in cartaceo. Vedo nel digitale una sorta di “periodo di prova” che il testo deve superare per poter ambire alla forma cartacea. Nella mia libreria digitale possono esserci anche migliaia di libri di diverso valore, mentre in quella cartacea voglio solo il meglio del meglio. 


Che consigli ti sentiresti di dare a chi vorrebbe scrivere fantascienza? 

Di leggere tanto, tantissimo. E di non smettere mai di farlo. Oggi, così come un tempo, esistono vari tipi di fantascienza: quella “hard”, quella “soft”, quella speculativa e quella di anticipazione; esiste una fantascienza socio-politica e una nuova “space opera” come pure un mix di tutte le sottocategorie menzionate che spaziano dallo steampunk, al post-cyberpunk e all’urban fantasy che può rientrare a volte nel genere. Resta il fatto che la fantascienza classica, quella degli albori e dell’età dell’oro per intenderci, almeno per me, è piuttosto lontana da quella attuale. La scrittura di un tempo sarebbe fuori luogo (oppure fuori mercato?) oggi, dove l’accesso alle informazioni rende la distanza tra autore e lettore minima. Un utente qualsiasi con un accesso alla rete potrebbe smontare la teoria fantascientifica più affascinante con un paio di click. Questo non vuol dire che gli autori del passato fossero meno competenti di quelli contemporanei, al contrario, vuol dire che gli aspiranti scrittori di oggi devono faticare, forse ancora di più che nei decenni scorsi, per rendere le loro storie credibili e sensate. E per questo è necessario essere preparati e conoscere molto a fondo l’ambito di cui si parla. Se raccontare implica saper ricercare e dover scegliere, scrivere è l’arte di rendere la narrazione interessante a una terza persona. 


Chi è il più grande scrittore italiano di genere? 

Verrebbe spontaneo ricordare il magister Valerio Evangelisti, ma mi piacerebbe citare anche Dario Tonani il quale – con il ciclo del Mondo 9 – sta ottenendo ottimi risultati tanto in Italia quanto all’estero.  


Progetti? 

Sono in cerca di un editore per il quarto romanzo, BloodBusters, una storia di sangue e tasse. E sono a circa metà della prima stesura del quinto romanzo, I Camminatori, che tratta della scomparsa del bisogno di cibo, della fine del lavoro (grazie all’avvento delle nanotecnologie) e delle conseguenze di questi fatti a lungo termine sull’attuale società, un ritorno all’antico concetto di nomadismo, ma rivisitato in un’accezione futuribile, data dallo sviluppo del 3D printing e della computazione distribuita. 


Bene, non ti chiedo altro, ti ringrazio e ti saluto lasciandoti alle prese con la mia solita domanda telepatica, ormai un must delle mie interviste, naturalmente vedi tu cosa vuoi rispondere. 

Leggere è il modo migliore di vivere un’altra vita. E vivere un’altra vita è il modo migliore di conoscere se stessi.

2 commenti:

  1. Bravissimo Ferru, oltretutto è sempre utile, anche per un semplice blogger come me, leggere i consigli di scrittura da uno dei più importanti bookwriter presenti in rete...

    :-)

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