sabato 3 novembre 2012

In vetrina con American Psycho

Non è sicuramente il libro più bello che abbia letto: d’altronde la scrittura lascia a desiderare secondo il mio modesto parere. Tuttavia si tratta di uno dei lavori più sconvolgenti che mi siano capitati tra le mani. 

Forse perché in quel periodo certe cose avevano un’assonanza con la mia vita (però non ho mai ammazzato nessuno). 

Signore e signori in vetrina questa volta c’è Bret Easton Ellis e il suo American Psycho.
Incipit: 

“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”, sta scritto scarabocchiato a grandi lettere rosso sangue su un muro della Chemical Bank, presso l’incrocio tra l’Undicesima Strada e la Prima Avenue, a New York; e l’iscrizione è tanto vistosa che la si legge comodamente dall’interno del nostro taxi, che avanza a piccoli strappi nel traffico caotico, proveniente da Wall Street. Timothy Price ha fatto appena in tempo a leggerla, quand’ecco che un autobus si affianca al taxi e gli chiude la visuale. Il torpedone reca sulla fiancata l’invito ad assistere aiMiserables in versione Broadway. A questo punto, Price – che ha ventisei anni e lavora per la Pierce & Pierce – si protende in avanti e dice al tassista che, se alza il volume della radio, gli darà cinque dollari di mancia. La radio sta trasmettendo Be my baby. L’autista negro non americano obbedisce. “Sono pieno di risorse”, mi sta dicendo Timothy Price. “Sono un creativo, io. Sono giovane, senza scrupoli, altamente motivato, altamente qualificato. In sostanza, ti sto dicendo che la società non può permettersi di perdermi, non può! Rappresento una grossa risorsa, io, per loro”. Detto questo, si calma e seguita a guardare fuori dal sudicio finestrino del taxi, fissando probabilmente la parola “paura” tracciata a spruzzo, con vernice rossa, sulla facciata di un McDonald’s tra la Quarta e la Settima. “Cioè, voglio dire, resta il fatto che non gliene frega un tubo a nessuno del proprio lavoro: tutti odiano il loro mestiere. Io lo odio, il mio impiego. E tu m’hai detto che lo odi, il tuo. Che cosa devo fare? Tornarmente a Los Angeles? Non è una soluzione alternativa. Mi sono trasferito dalla UCLA alla Stanford per rassegnarmi a questo. Voglio dire, cioè, sono forse l’unico, io, a pensare che non facciamo abbastanza soldi?” Come in un film, compare un altro autobus e nasconde la parola “paura” con la pubblicità dei Miserables. Non si tratta dello stesso autobus perché sul cartellone di questo, qualcuno ha scritto “lesbica” sul volto di Eponine. Timothy sbotta: “Ho un appartamento mio, qui, io; ho una seconda casa negli Hamptons, diocristo!”… 

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4 commenti:

  1. Il film non è all'altezza del libro, non potrebbe esserlo in nessun modo. E' veramente difficile rendere il senso di disturbo che ci pervade quando leggiamo, non tanto degli efferati omicidi, quanto del ripetersi ossessivo delle azioni mattutine del protagonista, dell'elencazione di marche famose, del ristorante imprenotabile, del Patty Winter Show. Un aggettivo per descrivere questo libro: disturbante

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