sabato 16 giugno 2012

Le varie facce di Simone Lega

Conosco Simone Lega come blogger e scrittore. Come blogger l’ho conosciuto un po’ per via del suo blog: Storie di gente che non c'è, un po’ invece per gli articoli che è solito postare sul blog della casa editrice Edizioni XII
Edizioni XII che me lo ha fatto conoscere anche come scrittore: è infatti sul forum della casa editrice lecchese che ho letto per la prima volta I Monacheddi, un racconto che invito chiunque a cercare e a leggere. Tra l’altro la casa editrice Graphe.it ha messo nel suo catalogo in questi giorni un altro suo racconto.

Be’ vediamo di fare qualche domanda al ragazzo:

Ciao Simone, ti ringrazio per la disponibilità. Domanda rompighiaccio: quante volte sei stato sull’Etna?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi. Ci sono stato parecchie volte. L’ultima però è stata la più memorabile. Ho raggiunto il cratere centrale, a 3000 e-non-so-quanti metri. Considera che prima di allora la cosa più alta che avessi mai scalato era stata una rampa di scale.
Siamo partiti in tre, due amici scalatori professionisti e io. Abbiamo passato la notte in tenda, sopra i vapori di un rifugio incastonato nella pietra lavica, e la mattina dopo ci siamo inerpicati per l’ultimo tratto lungo una parete in verticale. Raggiunta la cima, mi sono trovato davanti un enorme muro di nebbia, che sembrava non finisse mai. Solo che non era nebbia, erano i fumi tossici del cratere a pochi passi da me. Allora mi sono voltato e mi sono ritrovato davanti un panorama altrettanto bello e spaventoso: l’intera Sicilia era ai miei piedi.
Da una parte avevo lo strapiombo, dall’altra l’immane cratere. In più c’era un vento pazzesco. È andata a finire che mi sono schiacciato a terra per le vertigini, mentre i miei compagni invece saltellavano euforici di qua e di là. Uno dei due se non sbaglio si è pure acceso una canna, per festeggiare.
A completare il quadro, di fronte a noi c’era un altro cratere, più alto e inaccessibile, che gorgogliava di lava.
Non so se lo rifarei, ma indubbiamente è stata una figata!
Ora che ci penso, in effetti ci sono stato un’altra volta. C’eri anche tu. È stato quando per fuggire dai Dodici mi rifugiai sull’Etna, e tu per salvarmi la vita sacrificasti la tua al suono dell’adagio di Barber… ah no, aspetta, quella era una puntata di Sonar, solo immaginazione.
Oppure no?


Te la senti di definirti in modo che anche i miei lettori possano conoscerti?

Mi piacciono le storie cattive. Non ciniche. Cattive. Quelle in cui il più simpatico muore, per capirci. Quelle in cui ci resti male. Sono un lettore/autore di questo tipo. Credo sia perché sulla pagina puoi rischiare, ti puoi spingere oltre senza che la cosa abbia alcuna conseguenza sulla realtà. Puoi esplorare te stesso e i tuoi lati più morbosi. Ti puoi anche vergognare, e la cosa più interessante – parlando da autore – è quando la gente legge le cose orrende che hai immaginato e non ti giudica. Se ti guardano con sospetto, è sufficiente dire che è solo fantasia. Se insistono, puoi accusarli di bigottismo e saranno loro a vergognarsi.
Nessuno saprà mai quanto di quelle cose orribili c’è davvero dentro di te.


Quando hai deciso di fare lo scrittore, se c’è un momento?

Da piccolo ero un cazzaro. Ciò che immaginavo lo raccontavo come se fosse verità. Finché lo facevo con gli altri bambini andava tutto bene, ma quando raccontavo le mie fandonie alle maestre o al panettiere o all’edicolante, la faccenda si complicava. E quando le maestre mi chiedevano se mi rendessi conto che le mie erano storie assurde, io cosa dovevo rispondere? Naturalmente giuravo che era tutto vero. E allora mandavano a chiamare mia madre e finivo dagli psicologi infantili. Non era piacevole.
Leggevo molto da bambino, ma non potevo immaginare che gli scrittori fossero dei cazzari pure loro, anzi molto più cazzari di me perché erano tanto bravi che riuscivano a fregare pure le maestre, facevano i soldi e sicuramente nessuno li mandava dagli psicologi. L’ho capito a 11 anni, grazie a un’intervista a Stephen King. Rivelava alcuni degli spunti che gli avevano ispirato i suoi racconti, ma tra le righe ciò che leggevo io era la sua confessione spudorata: «è vero, sono un cazzaro».
Così provai a scrivere il mio primo racconto.


Nelle premessa ho accennato a La stanza delle grida. Ti andrebbe di parlarne un poco?

Molto volentieri. L’ho scritto nel 2009, ed è stato il mio secondo racconto a vincere il concorso USAM (Una storia al mese) all’epoca indetto dalle Edizioni XII. Lo spunto per La stanza delle grida mi girava in testa da parecchio, e si rifà a una questione che ci riguarda un po’ tutti: che cosa succede dopo la morte?
Sin dalla prima volta che ho visto un cadavere, mi sono posto delle domande. Inquietanti domande. Siamo sicuri, mi dicevo, che lì dentro non ci sia più nessuno? In molti sostengono che dopo la morte lo spirito (o anima o chiamala come preferisci) sopravviva. È una prospettiva consolante. Ma se davvero qualcosa di noi resiste allo spegnimento di cuore e cervello, al sangue che si secca e alla carne che comincia a marcire, chi ci dice che voli via dal corpo? Non potrebbe magari rimanere intrappolato dentro, e vedere e sentire tutto quanto?
È un’ipotesi agghiacciante, lo so. Non per niente ho chiamato il racconto La stanza delle grida, mica Bambi.


Mi parleresti anche de i Monacheddi?

Lo scrissi subito dopo La stanza delle grida. Anche questo vinse un USAM, e in seguito divenne racconto dell’anno 2009. Credo sia stato grazie a I Monacheddi che le Edizioni XII mi notarono e in seguito mi chiesero di collaborare con loro.
Lo spunto me lo diede mia nonna. Raccontava sempre di questa vicina di casa che aveva “I monacheddi”, cioè degli spiritelli che di notte le lasciavano denaro sul tavolo a patto che lei non rivelasse la loro presenza. Nella leggenda di mia nonna i monacheddi sono spiriti buoni. Inquietanti ma buoni. Anche nel mio racconto è così, finché non accade qualcosa che li rende crudeli e vendicativi. Molto vendicativi.
Mi ricordo che in quel periodo cercavo l’idea per un storia. Una domenica mia nonna venne a pranzo da noi e cominciò a raccontare di quando era bambina, di come si viveva un tempo a Siracusa, dei tanti fantasmi che infestavano l’isola di Ortigia, e infine ripescò il vecchio aneddoto della vicina che “aveva i monacheddi”.
Pensai che potesse essere l’idea che cercavo. Mi dava la possibilità di scrivere della mia città e del dopoguerra, periodo storico che mi ha sempre affascinato. Però mancava la storia. Effettivamente nel racconto di mia nonna il massimo della cattiveria dimostrata dai monacheddi era smettere di recapitare denaro alla vicina. Non era abbastanza per ricamarci un racconto.
Poi, non ricordo come, nella mia mente comparvero i due fratellini, Eduardo e Caterina. Soprattutto Caterina, bambina bellissima e innocente, e l’istinto di protezione che Eduardo prova per lei. Quando capii cosa poteva veramente scatenare la furia dei monacheddi, fu la svolta.
I monacheddi è stato anche portato in scena dalla compagnia teatrale con cui collaboro: il Teatro Instabile di Siracusa.
Tra l’altro è possibile leggerlo gratuitamente sull’ultimo numero del magazine online Chimera.


Scrivi molto?

A periodi. Mi capita anche di riscrivere lo stesso racconto (o romanzo) più volte. Fino a qualche anno fa usavo la penna, per poi ricopiare al pc. Era un metodo ottimo perché mi permetteva di rivedere il testo minuziosamente. Poi ho smesso perché mi portava via troppo tempo, specie nel caso dei romanzi.
Quando mi cimento con un romanzo sono in grado di scrivere dalla mattina alla sera finché non l’ho finito. Sono piuttosto veloce, diciamo che nel giro di un paio di mesi di solito lo porto a compimento. Per i racconti due o tre giorni, a meno che non accada qualcosa che mi distrae. Poi se il risultato non mi piace (il più delle volte) e devo ricominciare daccapo, sono altri due o tre giorni. Il record è stato qualche anno fa con un racconto sull’incontro tra un bambino e una sirena. L’avrò scritto una quindicina di volte ma non è mai venuto bene. Alla fine ho rinunciato.


Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

Non ho riferimenti fissi, men che meno autori. È il tempo a dirmi quali sono i libri che mi hanno segnato. Mi piacciono gli autori come Buzzati, così apparentemente semplici nel raccontarti qualcosa. Tuttavia non potrei definirmi un vero e proprio fan di Buzzati. Oppure, che so, Calvino con il suo Barone Rampante è stato uno dei riferimenti stilistici per un romanzo sui giganti che ho scritto un paio di anni fa. Però poi il suo Se una notte d’inverno un viaggiatore mi ha lasciato indifferente. Anzi l’ho proprio mollato a metà, altrettanto Le città invisibili.
Un altro esempio è Corona. Ho sbavato dalla prima all’ultima pagina del suo Storia di Neve, mentre ho sbadigliato (quasi) tutto il tempo con I fantasmi di pietra.
Per un periodo mi sono infatuato di Tomasi di Lampedusa. Ho adorato i suoi racconti, e ovviamente il Gattopardo. Andai pure a Palermo a cercarlo. Lo trovai al primo colpo: la sua è una tomba solitaria, un po’ triste, senza neanche un fiore. È sepolto insieme alla moglie, sotto una lapide a terra, recintata da una catenella in mezzo a tutte le altre tombe.
Ma è da un pezzo che ho smesso con le adorazioni letterarie.
Ora è più o meno lo stesso con tutti gli autori: preferisco legarmi alle storie, non a chi le scrive.
Ah, effettivamente un’eccezione c’è Dostoevskij. Ma parliamo del padre dei giganti della narrativa mondiale, quindi non fa testo.


E del tuo lavoro sui blog, cosa mi dici?

È successo tutto per caso. Ho aperto il mio blog Storie di gente che non c’è come una sorta di diario online per ciò che fossi riuscito a organizzare o pubblicare in campo narrativo, e anche come bacheca in cui inserire brevi racconti. Una vetrina insomma. Poi è arrivata l’offerta di Edizioni XII di gestire il blog della casa editrice. XII mi ha offerto tutta la libertà concepibile, ma i primi tempi mi sono limitato a coordinare gli articoli altrui. In quel periodo ho imparato anche a scrivere comunicati, a pubblicizzare le notizie e a rapportarmi con altri autori e case editrici. Sembra una stronzata ma in realtà non è così semplice.
Poi è arrivato Sonar, e tutto è cambiato. Per non so quanti mesi ho redatto settimanalmente la rassegna stampa delle Edizioni XII all’interno di un assurdo romanzo a puntate. Decidevo il tema della puntata all’ultimo momento, in base all’autore o al romanzo di cui si era parlato di più. È stato un grandioso esercizio creativo, però sono anche contento che quei ritmi si siano allentati, perché cominciava a girarmi la testa.


Secondo te vanno d’accordo l’attività di scrittore e quella di blogger?

Certamente. Sono i fatti a dirlo: c’è chi ha cominciato pubblicando il suo romanzo a puntate sul blog per poi venire notato da qualche casa editrice. O forse, con un po’ di malizia, si potrebbe dire che ad attirare l’attenzione dei suddetti editori siano stati i numeri di visite.
Il problema fondamentale per gli esordienti è trovare un modo per arrivare ai lettori, e i blog hanno un potenziale infinito. È uno dei motivi per cui nel 2008 decisi di aprirne uno. Si può fare praticamente di tutto, e a seguito di una pubblicazione si può usare per mantenere un contatto diretto con i lettori.
Chi usa il proprio blog in modo professionale (come te) è ancora più favorito. Il blog diventa un punto di riferimento e i contatti si moltiplicano. La gente sa chi sei, e all’uscita del tuo libro praticamente hai già un pubblico.
Inoltre si dice che gli autori siano gente timida. Con un blog puoi tenere banco senza dover guardare i tuoi interlocutori negli occhi. E in caso di troll, è sufficiente bannarli.
Manna dal cielo, insomma.


E per quanto riguarda il teatro come la mettiamo?

Anche questo è successo per caso. La mia amica Valentina, regista e attrice del Teatro Instabile di Siracusa, ha sempre insistito perché scrivessi qualcosa per la sua compagnia. Io non mi ritengo assolutamente un autore teatrale, e lei stessa penso storcerebbe il naso se mi sentisse definire così. Dice che dovrei leggere più cose teatrali, ma sinceramente mi manca la voglia.
Comunque, ho effettivamente scritto alcuni testi per la compagnia. Con Lontani, nel 2004 se non sbaglio, siamo arrivati in finale al premio Montevergini di Palermo, e la commedia Benedetto il cassonetto, commissionata per la sensibilizzazione dei bambini sul tema della raccolta differenziata, ha ottenuto un discreto successo nelle scuole siciliane in cui l’abbiamo rappresentata.
E poi ci sono stati i reading teatrali.
Il primo si chiamava Storie di gente che non c’è (da cui prese il nome il mio blog) e raggruppava cinque o sei storie che a turno io e Valentina leggevamo con l’accompagnamento musicale dei Mano Manca, gruppo palermitano fighissimo che nel frattempo ha fatto un bel po’ di strada.
Nemmeno il tempo di rodare il reading e farne uno spettacolo a mio parere decente, che Valentina se ne stancò e chiese altro. Le venne l’idea di raccogliere tre racconti miei che avevano per protagoniste le donne e farne uno spettacolo reading a tema. Rispetto a Storie di gente che non c’è, la formula era diversa: io dovevo limitarmi a leggere i racconti mentre lei li avrebbe interpretati, con gesti, oggetti e camuffamenti. Il nome dello spettacolo, Amare per forza, lo scelse lei, credo.
Valentina è un vero animale da palcoscenico. Per lei non ha importanza il luogo, basta che si possa recitare. Ci siamo esibiti nei pub, nelle fiere, scuole, teatri, perfino sedi politiche. Per me il più delle volte è un’angoscia, perché sono timidissimo e di fronte alla gente spesso e volentieri mi manca la voce. Ogni volta mi dico che è l’ultima, però poi lei arriva e propone un’altra data e un altro posto.
E io non so mai dirle di no.


Questa è la solita domanda telepatica, vedi tu cosa vuoi rispondere.

Secondo me vuoi sapere cosa ne penso degli ebook. All’inizio ero scettico, anche perché dove vivo io ebook è ancora una parola semisconosciuta. Di strumenti come i lettori ebook poi, pare che nessuno abbia mai sentito parlare. Le cose sono decisamente cambiate con l’arrivo di supporti come l’ipad, molto più ammiccante e fruibile, che tra le tante funzioni permettono anche di leggere un ebook in tutta comodità.
Io non so se l’ebook rappresenterà una rivoluzione per l’editoria in genere, ma sono assolutamente certo che rivoluzionerà il mondo degli esordienti (anzi lo sta già facendo!).
Il problema più grande per le piccole-medie case editrici è la distribuzione. Non importa quanto si ostinino a sbandierare il nome del loro distributore e garantiscano la loro presenza in libreria, tanto al 90% quando vai a cercare il libro non lo trovi. E se chiedi al libraio, molto probabilmente ti dirà che non esiste.
Se l’acquirente è un tuo amico, magari ti telefonerà per avvertirti, allora tu chiamerai l’editore che ti dirà che il libro ci deve essere, cosicché andrai in libreria a litigare con il libraio perché quel libro e quella casa editrice non li ha mai sentiti nominare. E non risultano nemmeno nel suo catalogo.
Morale: l’amico se ci tiene finirà per acquistare il tuo libro online. Dovrà attendere dai cinque ai quindici giorni per il recapito, e magari pagherà pure il sovrapprezzo per le spese di spedizione.
Ecco l’altro punto debole: il prezzo. Quanto costa all’incirca il libro di un esordiente? Di un tizio che non hai mai sentito nominare? Intorno alle 15 euro (a volte anche di più).
In tutta sincerità, chi sarebbe disposto a seguire tutto quest’iter dantesco per il romanzo di un tizio sbucato dal nulla e pubblicato da una casa editrice semisconosciuta? Temo pochissimi.
Qui arriva l’ebook. Vuoi acquistarlo? Basta un semplice click e ce l’hai già a casa. Il prezzo? Dai 3 ai 5 euro. Credo che a queste condizioni sia molto più facile per l’acquirente puntare su uno sconosciuto di cui magari ha letto solo un paio di belle recensioni sul web. E dà la possibilità alla piccola/media casa editrice di rischiare senza finire sul lastrico e concentrarsi su ciò che davvero conta per gli emergenti: la pubblicità.
A me, come a tutti, piacerebbe molto avere il mio libro pubblicato in modo classico, con tanto di copertina cartonata e pagine da sfogliare, ma la situazione è quella che è e credo sia necessario adeguarsi e anzi sfruttare le potenzialità dell’ebook. È addirittura in grado di abbattere l’immenso divario tra editore piccolo e grande. Basta guardare le classifiche di Amazon.
Oggi come oggi non dovrebbe essere l’ebook ad affiancare il cartaceo, ma il contrario.


Progetti nell’immediato?

Di recente ho ricevuto una bellissima notizia che riguarda due miei racconti, ma non posso ancora parlarne, e nutro qualche speranzuccia per un romanzo che qualcuno ha valutato positivamente.
Al momento mi sto concentrando sui racconti. Ne ho scritto qualcuno che non ho ancora mandato, e ho idee per almeno un’altra decina. L’esperienza con Graphe.it finora è stata grandiosa, e quindi magari proverò a spedirgli qualcos’altro incrociando le dita (e sperando che nel frattempo La stanza delle grida si venda e mi faccia fare bella figura).
Poi ho in mente una serie di romanzi apocalittici e una vecchia ma sempre stimolante idea per una morbosa storia d’amore ambientata in Sicilia nel periodo del dopoguerra.
Poi due thriller (uno da riscrivere), una ricostruzione storica dello sbarco degli alleati in Sicilia per il teatro … e poi non ricordo più.


Be’ credo di averti chiesto abbastanza:-)

Grazie per il tempo che mi hai dedicato.

25 commenti:

  1. Bravo all intervistqtore e anche all intervistato.

    RispondiElimina
  2. P.s
    Ti ho taggato per un meme...ormai non puoi scappare. Lol

    RispondiElimina
  3. Ho letto con sopreso interesse questa intervista, perchè Simone non lo conosco. Eppure ho dovuto leggere sino alla fine perchè mi piace quello che dice.

    La frase "Puoi esplorare te stesso e i tuoi lati più morbosi. Ti puoi anche vergognare, e la cosa più interessante – parlando da autore – è quando la gente legge le cose orrende che hai immaginato e non ti giudica. Se ti guardano con sospetto, è sufficiente dire che è solo fantasia. Se insistono, puoi accusarli di bigottismo e saranno loro a vergognarsi.
    Nessuno saprà mai quanto di quelle cose orribili c’è davvero dentro di te" è da appendere al muro, tanto è bella.
    Grazie per questa novità mattutina, vado a curiosare nel suo blog.

    Riguardo alle case editrici e agli ebook sono d'accordo, credo che sia un investimento a basso rischio ed un'arma in più per quegli autori che invece una casa editrice non la raggiungeranno mai per diverse ragioni: miopia letteraria, sfortuna, poca visibilità.
    L'ebook democratizza il potere della scrittura oltre che della lettura. Non sempre è un bene, ma onestamente da la possibilità di leggere molte più storie di prima. Quello che viene pubblicato non sempre è roba di qualità. Spesso l'autore in voga è solo un raccomandato o una persona famosa che si finge autore.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il commento Lady Simmons, sono molto contento che l'intervista sia di tuo gradimento:-)

      Elimina
  4. Bell'intervista, complimenti ad entrambi ;)

    RispondiElimina
  5. Grazie Simone, a nome di Graphe.it, per le belle parole spese su di noi. Alla prossima!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono io che vi ringrazio! E grazie ancora a Ferruccio e a quanti hanno lasciato un commento. (sarebbe di cattivo gusto ringraziare anche chi acquisterà La stanza delle grida?) ;-)

      Elimina
  6. complimentissimi a entrambi!! bel personaggio davvero!

    RispondiElimina
  7. Bella intervista e congratulazini a Simone Lega per tutte le cose che ha fatto, sta facendo e farà. Uno sguardo al suo blog ora è d'obbligo. Vado!

    RispondiElimina
  8. Ho letto con vero piacere questa bella intervista.
    Simone Lega mi sembra uno scrittore molto originale, non mancherò di leggerlo :D

    RispondiElimina
  9. Un grosso in bocca al lupo a tutti e due e una lode alla determinazione che trapela da questa intervista...

    :)

    RispondiElimina
  10. Sei sempre un grande, complimenti, un augurio a Simone Lega, intervista interessante

    RispondiElimina
  11. complimenti per l'intervista proprio un bel personaggio

    RispondiElimina