Lo sport è l’oppio del popolo
Fu mio fratello gemello a concepire un attentato diretto ai corridori del Giro d’Italia. L’idea, come al solito, fu sua. Gli balenò nella testa una notte verso la fine dell’inverno, qualche mese prima che prendesse il via quell’edizione della corsa. Me la propose una mattina mentre stavamo facendo colazione. Credo fosse domenica. Se ne uscì all’improvviso e per un pelo non soffocai inghiottendo un biscotto.
«Tu… pof… devi essere matto!» blaterai tossendo.
«Perché?»
«È una… pof… follia!»
«Follia un corno!»
Sarà, ma a me pareva davvero una pazzia. Chissà come gli venivano certe idee. L’anno prima, per esempio, si era fissato per compiere un atto terroristico durante il Gran Premio di Montecarlo. Voleva lanciare dei razzi dal mare durante la corsa di Formula Uno. Magari intendeva farlo perché una volta aveva perso un sacco di soldi al casinò, o forse per qualche altro capriccio personale, ma detestava quel posto mica poco.
Tuttavia la faccenda, allora, doveva essergli sembrata troppo pretestuosa perché alla fine aveva desistito. Mi sa che aveva valutato perbene i rischi. Ora, però, tornava alla carica con un’altra richiesta esagerata.
«Sarà semplicissimo» disse.
Insomma, semplice o no, a me non quadrava troppo. Mica per paura! Anch’io volevo combinare qualcosa che ci mettesse in mostra, ma propendevo per un gesto più sobrio. Non lo so… una bella scritta sconcia sulla facciata del Duomo per esempio, oppure un massacro di gatti con carogne disseminate ovunque. Cose simili, tanto per far parlare la gente.
Quel disgraziato, tuttavia, era contrario. Non ci sentiva per niente. «Sono gesta da persone mediocri!» spiegò. «Basta osservare i filmati immessi in rete per rendersene conto. Lo fanno tutti. Non si diventa leggendari in un modo simile.»
«Dici?»
«Bisogna compiere un’azione clamorosa. Se vogliamo finire impressi sui libri di storia è necessario fare un salto di qualità» disse.
«Azione clamorosa… Salto di qualità?»
«Certo! Se desideri trascorrere il resto della vita negli studi televisivi a rilasciare interviste, non puoi limitarti a delle cose stupide e banali.»
Ero senza parole.
«Dobbiamo darci una mossa» insisté. «Tra qualche anno chiuderanno i rubinetti e non ci resterà nemmeno la libertà per andare in bagno.»
Non mi rimase che arrendermi e dargli corda dunque; d’altra parte, duro e cinico com’era, non avrebbe ceduto. Tuttavia, anche con il Giro, dopo che avemmo riflettuto qualche minuto, capimmo che i problemi da considerare – come era stato per Montecarlo – non erano pochi.
Innanzitutto bisognava scegliere una sede di tappa e io non è che avessi voglia di andare molto lontano. Non ho mai viaggiato volentieri, specialmente in camper. Poi c’era il problema delle armi. Con un attentato in programma bisognava attrezzarsi; in casa non avevamo nulla e dubito che sarebbe bastato fabbricare una bottiglia incendiaria: doveva spiegarmi come intendeva procedere.
«Li prendiamo a fucilate» chiarì lui tranquillo.
«Fucilate?»
«Sì, ci stendiamo in una radura sulla cima di qualche colle, e quando salgono i corridori: pum, un colpo secco in faccia!»
«Non sarà semplice passare inosservati» dissentii.
«Chi vuoi che controlli la gente in una corsa simile.»
Continuavo a sentirmi scettico, indeciso e non poco. «Il fucile? Dove pensi di trovare un fucile?»
«Non sarà un problema, ho alcuni amici in grado di aiutarmi.» Mi guardò negli occhi. «Non sei convinto?»
«La fai troppo facile!»
Unì le mani e le scosse. «Amico, sulla rete acquisti il kit per progettare una bomba atomica.»
«Non ci serve una bomba atomica» dissi.
«Ehi? Vuoi passare alla storia o no?»
«Sì… però!»
«Però? Però cosa? Sono stufo di non essere preso in considerazione dalla gente» grugnì spazientito.
Naturalmente gli dissi che sarei stato della partita. Ma era solo una strategia. Non ero ancora persuaso del tutto e speravo che, nel giro di qualche ora, cambiasse opinione e tornasse a esaminare un’ipotesi delle mie. In fondo non era la prima volta che proponeva un’idea bislacca per poi cambiare parere. Al momento, però, sembrava deciso a tirare diritto.
Non so che cavolo gli avessero combinato i ciclisti, ma era proprio risoluto a prenderli a fucilate. E pensare che una volta perdeva la testa per il ciclismo. Anzi perdevamo entrambi la testa per guardarci una corsa. Ma allora lo sport era totalmente diverso. Mica era come adesso. Certi eventi sportivi erano stati quasi dei riti; non erano ancora stati falsati dai soldi e dalla televisione.
Insomma potevo comprendere i motivi che istigavano l’animo di mio fratello; ma anche in questo frangente mi pareva un po’ esagerato.
«Al fucile penso io!» disse, a un certo punto, ben deciso a chiudere il discorso e a mandare avanti il progetto. «Tu dovresti reperire notizie riguardanti il Giro.»
«Che notizie?»
«Sedi di partenza, sedi di arrivo, altimetrie dei percorsi, tabelle orarie di percorrenza… vado avanti?»
«E come faccio?» chiesi.
«Devo spiegarti tutto?»
Non dovette spiegarmi nulla. Faticai un pochino, ma alla fine trovai le informazioni necessarie: in parte le scaricai dalla rete, in parte le recuperai dagli inserti rilasciati da alcune riviste specializzate. Qualche giornata di ricerca e tra le mani avevo un plico di carta con tutte le caratteristiche inerenti alla corsa Rosa: un fascicolo degno di una spia inglese. Non tralasciai un dettaglio e una sera gli presentai sul tavolo il frutto del mio lavoro.
Mio fratello esaminò il materiale con calma. Un foglio alla volta. Alla fine non dovemmo neanche discutere per la scelta della tappa dove agire. Il tracciato che includeva l’ascesa del Mortirolo in Alta Valtellina, in programma verso la fine del mese di maggio, era perfetto: se i ciclisti lo avevano elevato a luogo mitico, noi l’avremmo ancora di più esaltato con un atto terroristico.
«È di sabato» aggiunse. «Non chiedo di meglio!»
«Immagina il traffico» obiettai.
«Partiremo la sera prima» disse. «Vedrai! Non avremo un problema.»
Scansare i problemi era il mio stresso scopo, ma non fu facile evitarlo e cominciai a soffrire d’insonnia la notte successiva. Speravo che andasse tutto a monte e che mio fratello abbandonasse il progetto, magari che optasse per una vacanza solitaria sul Mar Rosso, ma non ci fu nulla da fare. Purtroppo il giorno della partenza giunse puntuale come la richiesta di saldo delle tasse.
Lo ricordo molto bene. Non dovetti neppure ritornare a casa perché alle cinque del pomeriggio, quando lasciai l’ufficio, lo trovai nel parcheggio della ditta ad aspettarmi in camper. Non era solo: con lui c’erano un paio di ragazzi sulla trentina.
Non aveva trascurato un particolare quello stronzo. Il pulmino era strapieno: giacche mimetiche, scarponi, frutta fresca, acqua minerale per la notte, una cruggia per l’abito che indossavo e il fucile ovviamente.
Lo vedevo per la prima volta. Era andato a ritirarlo al mattino. Lo aveva nascosto sotto il divano nel salottino del camper con una pila di caricatori. Era un fucile di fabbricazione russa, nuovo di zecca e stupendo. Poteva sparare a raffica e a colpo singolo. Puzzava di grasso ed era custodito in una protezione in fibra di carbonio nera. In dotazione aveva un mirino ad alta precisione.
«L’hai provato?»
«È fenomenale» rispose.
Mio fratello era invasato e un po’ mi impauriva. Non aveva neanche il porto d’armi, ma non si perse d’animo. Mi presentò i due ragazzi suoi amici: Giorgio e Gigi, due balordi di Milano assoldati per qualche centinaio di euro. Uno era rapato a zero come una palla di biliardo, l’altro invece sembrava un pallone da football di quelli di una volta, grosso e marrone. Mi fece scambiare qualche battuta con loro, così per fare conoscenza. Ci avrebbero seguiti in macchina. Una volta appurato che fossi pronto avviò il motore del camper.
L’ipotesi era quella di fermarci solo una volta giunti a destinazione, ma non andò così. Quell’animale desiderava mangiare pizzoccheri e altre specialità della Valtellina e quando iniziò a notare in zona dei cartelli pubblicitari che segnalavano la presenza di locali tipici, insisté affinché ci fermassimo.
Io ne avrei fatto volentieri a meno. Lo giuro. Non volevo ingozzarmi come un’anatra prima di arrivare alla meta del nostro viaggio, ma alla fine acconsentii e decidemmo di cenare in una trattoria a carattere familiare situata ai lati della statale.
Mio fratello e Giorgio - quello rapato a zero - non si limitarono a divorare una teglia intera di pizzoccheri, ingurgitarono pure un bel po’ di pane di segale con la bresaola e dei cubetti di formaggio ricoperti da una pastella di farine di grano saraceno e bianca fritte in olio bollente. Parevano tanti morti di fame. Gigi invece, celiaco e obeso, chiese soltanto un’insalata mista.
Io assaggiai appena i piatti; tutta roba gustosa e genuina, ma non esagerai. Temevo di non digerire e mi limitai a pagare il conto. Pensavo di doverlo a mio fratello, dopotutto si era occupato dell’acquisto del fucile e delle spese di viaggio. Un paio di grappe e alla fine ripartimmo con il camper, seguiti sempre dall’auto dei due nuovi amici.
Arrivati nei pressi di Mazzo, deviammo dalla strada principale e seguendo una segnaletica improvvisata imboccammo una strada secondaria, attraversammo un ponte e alla fine ci sistemammo in un’isola sul fiume Adda, adibita a parcheggio per il passaggio del Giro.
Era il crepuscolo e c’erano già molte auto ferme in zona. Tra i prati si distinguevano delle tende accampate e delle luci accese. Si sentiva della musica e c’era qualche ubriaco che urlava mentre arrostiva salsicce sulle rive del fiume.
Vidi qualcuno che cercava di pescare: nulla di male a tutta prima, un semplice anticipo della festa sportiva del sabato. La sventura è che una volta spente le luci e sceso completamente il buio della notte la festa iniziò sul serio. In anticipo! E i protagonisti fummo noi.
Fui io il primo. Di colpo. Ero lì in pantaloncini corti e maglioncino di lana fuori dal camper al buio a sorbirmi il fresco e l’umidità del fiume seduto su un seggiolino da pittore, quando avvertii come una specie di peso zavorrarmi i piedi. Per qualche istante non potei muovermi, come se qualcuno mi avesse inchiodato. Poi questo peso, lentamente, cominciò a salire attraverso le gambe, mi arrivò nello stomaco, e quindi lo sentii martellarmi il cuore. Alla fine mi trafisse il cervello neanche fosse una trivella e da quel momento intorno a me cambiò tutto.
Nel cielo comparve un’aurora rosa. Le stelle, le nuvole, la luna si muovevano come che stessero partecipando a una corsa. Sfarfallavano nella notte. Era un incanto della natura e mi sentii trasformato in una libellula fissandole. Immaginai di svolazzare con loro. Mi pareva di essere finito in un ambiente senza atmosfera. Delizioso! Pensavo di volare, eseguivo capriole, piroettavo su me stesso e non avvertivo dolori. Ero leggero come una piuma. Dentro di me non c’era più nulla di sensibile, nemmeno il sangue.
Ovviamente mio fratello e i suoi amici facevano parte di questo mondo rosa e capovolto. Non partecipavano, ma erano lì a esaminarmi con gli occhi sbarrati. Mi scrutavano allibiti mentre credevo di volare. Non sono molto sicuro di quello che dico, ma l’unico che sembrava normale era Gigi. Giorgio era dello stesso colore di una zucca e mio fratello aveva gli occhi colorati di rosa uguali a un’alba estiva. Sembravano sorpresi a prima vista, ma non riuscivano a distogliermi lo sguardo di dosso. C’era da domandarsi a cosa potessero pensare.
Finché mio fratello cambiò espressione. Lo fece in un lampo. Neanche lo avesse attizzato qualcuno con un ferro rovente. Mutò l’aspetto del viso, il naso gli si gonfiò e mi bloccò afferrandomi una mano. Non so per quale motivo si comportò così; forse credeva che volessi salire per sempre verso il cielo. Mi parve, addirittura, di vederlo puntare i piedi sul terreno per trattenermi.
Io gli sorrisi, gli mostrai la lingua e feci per staccarmi; lui, però, mi strattonò più forte.
«Lasciami stare!» dissi allora, ma parlai in una maniera talmente insolita che mi sentii un idiota. D’istinto guardai gli altri due ragazzi, solo per capirci qualcosa. Gigi pareva spaventato a morte; Giorgio, invece, aveva una faccia così insulsa che non potei evitare di fissarlo. Lo fissai, auspicandomi, che nel frattempo mio fratello mollasse la stretta alle mie mani una volta per tutte.
Fu un’illusione. Mio fratello distolse lo sguardo, si girò e bestemmiò contro Gigi, gli disse “ciccione maledetto”, poi si mise a urlare come un ambulante. «Dove vuoi andare?» gridò e mi strinse mettendo più forza nelle braccia. Mi tratteneva come se fossi stato il fiocco principale di un veliero in balia di una tempesta, se capite quello che voglio dire.
Scoppiai a ridere – un po’ per come parlavo, un po’ per quello che mi vedevo intorno – ma con il viso dovetti mimare un ghigno assurdo, perché mio fratello dapprima si ritrasse un poco come se avesse visto un demonio vivo, poi iniziò a insultarmi neanche fossi un pezzente.
Dovevate sentirlo! Mi insultava, ma non mi lasciava. E stringeva forte. Temevo che volesse strapparmi le mani. Aveva la forza di un toro e non capivo neppure perché lo facesse.
Fortunatamente non durò molto. A un tratto ebbe una specie di tremito convulsivo. Lasciò le mie mani e divenne completamente rosa in viso. Poi si piegò in due, stringendosi la pancia con le braccia e iniziò a scoreggiare come una nave che entrava in porto.
Scoreggiava, senza controllo, facendo dei rumori cupi e contagiando la piazzola con un odore forte e rivoltante. Sembrava che ci fosse una mandria di vacche al pascolo nei dintorni talmente si spargeva l’odore. Il peggio, però, accadde quando anche lui guardò il cielo. Fece un salto verso l’alto come se volesse afferrare le stelle e puntò la luna con la mano.
«Bastardo» gridò. «Sai che voglio spararti e sei venuto a prendermi.»
Io ridevo e credevo di volare; lui invece imprecava alle stelle e alla luna, e sprigionava un tanfo uguale a quello di un maiale d’allevamento.
«Ti ucciderò» urlò di nuovo.
«Chi vuoi uccidere?» gli chiesi in maniera monocorde.
Lui indicò la luna. «Non lo riconosci?» domandò, ma non smise d’imprecare.
Pensai di fermarmi e, una volta che il mondo sembrò fermo, osservai la luna rosa e tonda. Era più vicina, adesso. Potevo distinguerci i crateri, ma non scorgevo gente. «Chi dovrei riconoscere?» chiesi.
«Guarda!»
Niente, non intravedevo proprio nulla.
«È lui, non mi sbaglio!» esclamò
«Lui chi?» domandai ridendo.
«Ora ne arriva un altro.» Mi guardò. «Come fai a non riconoscerli?» aggiunse, poi bestemmiò di nuovo, indicò Gigi e Giorgio e iniziò a elencare, uno dopo l’altro, tutti i nomi dei vincitori del Giro. Sciorinava nomi, cognomi, soprannomi, date di nascita e anno della vittoria come in una nenia. Pareva che avesse un albo d’oro nella testa. Impressionante! E nel frattempo bestemmiava. Citava un ciclista e gli univa una bestemmia gridando. Non la smetteva e a volte usava delle rime.
Poi di colpo cadde in terra. Si spiaccicò sulla piazzola cadendo in avanti, come morto.
Giorgio, che sino a quel momento non aveva detto una parola, gli vomitò addosso. Lo fece con il massimo della naturalezza. Insomma non pareva una persona che stava male. Finì di vomitare, poi cercò di avventarsi contro Gigi. Be’, è l’ultima volta che vidi quel ciccione timoroso, perché sparì come una furia tra gli alberi che costeggiavano l’argine del fiume.
Stavo ancora cercando di capire dove fosse finito, quando mio fratello, tossendo, riemerse come una fenice dal suo dormiveglia. Mi accorsi che perdeva sangue dalla testa. Sì appoggiò allo sportello del camper, oscillò un istante, e infine scoppiò a piangere. Prese a pugni il camper e piangendo cominciò a supplicare il perdono dei ciclisti.
Naturalmente il caos che provocammo raggruppò un bel po’ di gente intorno. Una cosa del tutto naturale vista la situazione, ma non era naturale vedere queste persone colorate di rosa. Già, perché ormai era tutto rosa: una sfumatura rosa del buio e delle cose.
Io continuavo a sghignazzare come un imbecille. Mi faceva quasi male la faccia dal ridere, ma non mi sentivo a disagio. Non m’importava niente. Avevo i muscoli fatti di pasta frolla e non capivo neanche che mio fratello stava male.
Perché lui stava male sul serio, accidenti. Non reggeva l’alone rosa. Era evidente che gli desse fastidio. Strabuzzava gli occhi verso il cielo e strillava come un mentecatto. Poi si arrotolava su se stesso e piagnucolava come un moccioso implorando perdono. Poi imprecava, bestemmiava, faceva pernacchie e rideva. Dovevamo suscitare paura comunque e credo che la sollevammo davvero, specialmente, quando Giorgio entrò nel camper e ne fuoriuscì poco dopo con il fucile tra le braccia e i caricatori infilati nella cinta dei calzoni.
Sembrava un marine. Indossava una canotta mimetica e aveva la testa pelata tutta unta di sudore. Sbraitò delle volgarità, poi si mise anche lui a scoreggiare e subito dopo iniziò a sparare intorno. Dapprima a caso, contro la faccia della luna e i puntini chiari delle stelle, poi contro la gente che si era avvicinata.
Gli bestemmiava contro e gli sparava addosso senza prendere la mira. Sparava senza soste, neanche fosse un fante in trincea. Continuò a farlo per parecchio tempo. Svuotò i caricatori e ricaricò più volte, ma non smise un attimo di terrorizzare la gente che si nascondeva intorno.
Poi il fucile fece cilecca e lui iniziò a usarlo come un bastone. Tirò il fucile contro il camper e lo colpì sulla portiera fracassando un finestrino. Temetti addirittura che volesse mirare alla testa di mio fratello a un certo punto. Non lo so: credo che non lo riconoscesse. Bestiale! Ricordava la scimmia di un film, se la scimmia fosse stata colorata di rosa e avesse avuto tra le zampe un fucile al posto di un osso.
Sprigionava una furia e un odio sovrumani. Lo guardavo randellare le porte del camper, battere gli alberi vicini, dare calci di rabbia all’erba e ai sassolini della piazzola. Lo guardavo inseguire la gente neanche fosse un mostro comparso dalle selve circostanti. Mi pareva di essere in un film, anche se qualcosa mi impediva di capire cosa stesse accadendo. Vedevo mio fratello barcollare e chiedere aiuto in terra e questo tipo vestito come un mercenario scorrazzare in mezzo a un’isola. Poi successe una cosa molto strana, Giorgio si fermò a qualche metro di distanza, mi guardò e chiamò un paio di volte ad alta voce Gigi. Non so cosa mi aspettassi di vedere, ma di certo non un coltello. Invece l’amico sfilò da chissà dove un pugnale da subacqueo e si squarciò la gola come un samurai, senza esitare.
Nel frattempo io ridevo… ridevo...
Non ricordo quando smisi di ridere. Magari all’alba nel momento in cui svanì l’alone rosa. È difficile dirlo con certezza. Ricordo solo che a un certo punto non ridevo più ed ero seduto in terra con la schiena appoggiata alla porta del camper mezza sfasciata. Avevo le mani intorpidite e gli occhi lacrimanti. Non stavo male, ma appena un’auto passava sulla statale vicina, oltre il fiume, mi vibrava il cervello come se all’interno della testa avessi un cellulare. Avevo la bocca impastata e non sapevo cosa pensare. L’ultima immagine che ricordavo erano i flotti di sangue che uscivano dalla gola di Giorgio.
Dovevo fare tenerezza, però, perché a un certo punto sentii qualcuno accarezzarmi le spalle e la schiena come se volesse tranquillizzarmi. Alzai gli occhi e notai che si trattava di un carabiniere.
«Stai meglio ora?» mi chiese.
Non lo avevo visto arrivare e non saprei dirvi se era lì da molto. Era senza cappello. Ne vidi un altro un po’ più indietro, in piedi.
Avrei voluto parlare, ma non ci riuscii. Dalla bocca non mi uscì un suono.
Il carabiniere comunque non pareva malintenzionato. «è finita» disse.
Cercai di sorridere.
Lui mi aiutò ad alzarmi, e io mi rizzai. Poi mi lasciai condurre piano verso la gente raggruppata sul lato della strada, lontano dalla boscaglia, a pochi metri decine di metri dal ponte che portava sulla terraferma.
Era la stessa gente cui avevamo importunato il sonno immagino, e mi osservavano mentre passavo aggrappato al carabiniere barcollando. Non udii una voce fare chiose tuttavia. La folla si limitò a guardarmi come un fenomeno da stadio. Fui guidato dal carabiniere sul bordo della strada e solo allora vidi la sagoma di mio fratello e un lenzuolo che copriva il cadavere di Giorgio.
Mio fratello era sdraiato su un materassino, grigio come un morto, avvolto in una coperta termica. Respirava però: piano, ma respirava. Lo capivo da come la coperta si muoveva su e giù. Aveva la bocca storta e un po’ di sangue al naso. Gli occhi erano aperti; dubito, però, che fosse in grado di vedermi.
Mi avvicinai e cercai di toccarlo, ma una persona me lo impedì. Scosse la testa. «è grave!» disse. «Lascialo in pace.»
Non ribattei. Non sapevo cosa dedurre e guardai mio fratello come fosse una statua. Provai a pensare cosa era accaduto quella notte, ma nella mia mente c’era solo nebbia. Proprio non mi spiegavo cosa fosse accaduto. Adesso mentre riacquistavo un poco di lucidità temevo anche che mio fratello avesse ucciso qualcuno a fucilate nella foga; ma i due carabinieri e la stessa persona con cui avevo parlato, pieni di premure, sembravano negarlo. Mi avrebbero dato latte di gallina se glielo avessi chiesto.
Fummo portati in ospedale a Sondalo. Mio fratello fu trasportato in elicottero, Giorgio in carro funebre. Io dovetti accontentarmi di un'ambulanza.
Non ero grave. Quattro esami di routine e alle due del pomeriggio potevo anche tornare a casa. Se non lo feci è perché ero preoccupato in parte per la salute di mio fratello e in parte per le rogne con la polizia. Non so come sarebbe finita la faccenda con la storia del fucile e con il suicidio di Giorgio.
Mangiai qualcosa al bar dell’ospedale, poi salii di sopra a trovare mio fratello. Non lo avevo ancora visto da quando ci avevano portati lì. Giunsi davanti alla porta della sua stanza, ma un infermiere non mi fece entrare.
C’erano dei medici che gli stavano facendo qualcosa.
«Riuscirà a cavarsela?» domandai.
«Suppongo di sì» rispose l’infermiere. «Sembra un uomo forte.»
«Già.»
«Incredibile.»
Tacque qualche istante. Poi mi spiegò cosa era successo. Era stato Gigi a dare l’allarme. Il casino era dovuto a un’intossicazione alimentare avvenuta nel locale doveva avevamo cenato. Oltre a me, a mio fratello e a Giorgio, altra gente aveva dato i numeri. Un tizio aveva dato fuoco a delle gomme bloccando la statale per tre ore e un altro si era messo a cacciare uno squalo sulla riva dell’Adda. Lo ascoltai un poco, ovvio, poi avvertii la necessità di capirne di più.
«Cosa è successo, di preciso?» chiesi
L’infermiere mi guardò. Poi distolse lo sguardo, controllò se ci fosse qualcuno intorno, come per assicurarsi di poter parlare, e alla fine menzionò la farina di segale. Il gestore del ristorante dove avevamo cenato la produceva in proprio. Possedeva vasti campi per la coltivazione. Produceva in proprio anche la farina di grano saraceno. Le usava per i pizzoccheri e per fare il pane. Era una delle caratteristiche del suo locale. Questa volta però qualcosa non aveva funzionato. La farina di segale era andata a male e aveva prodotto dei funghi alcaloidi.
«Avete avuto delle allucinazioni» disse.
«Allucinazioni?»
«Già, allucinazioni molto forti!» disse. Poi aggiunse il termine specifico che identificava la patologia che ci aveva colpito: “ergoqualcosa.”
I fantasmi della corsa non avevano nulla a che vedere dunque. Avevo travisato le cose. Meglio! Certo non avrei mai pensato che una fetta di pane e un piatto di pizzoccheri andati a male avrebbero potuto crearmi un effetto del genere. Li avevo appena assaggiati. Potevo capire mio fratello e Giorgio: loro a cena non si erano affatto risparmiati. Soltanto che uno si era ucciso e l’altro adesso rischiava di morire e non mi permettevano neppure di vederlo. Non mi fecero entrare nella stanza. I medici dissero che doveva trascorrere almeno una notte prima che potessero rilasciare una diagnosi precisa. Non aveva senso che restassi lì.
Il guaio è che non sapevo dove andare. Il camper era sotto sequestro e non mi andava per niente di tornare a casa in treno. Magari potevo passare il resto della notte in un albergo della zona. Dopotutto Sondalo era un bel paese di montagna. Forse mi sarei tranquillizzato un poco e mio fratello si sarebbe ripreso.
Tornai da basso. Non uscii dall’ospedale e mi spostai di nuovo al bar. C’era gente che stava guardando il giro d’Italia in televisione. Controllai nel portafoglio se avevo dei soldi e ordinai una birra, restando vicino al banco. Aspettai che il barista la spillasse e riempisse un boccale, poi mi sistemai in piedi davanti alla televisione. I corridori stavano salendo verso il passo del Mortirolo e proprio in quell’istante la maglia rosa scattò.
«Chi lo prende adesso» disse un tizio in dialetto.
Già, pensai, chi lo prende adesso? Non mio fratello. No, lui non avrebbe potuto fermarlo, almeno questa volta. Stava morendo, mi dissi e trattenni a stento le lacrime.