domenica 11 dicembre 2011

Il gatto con gli stivali a modo mio

Ecco la fiaba raccontata alla mia maniera. Si tratta di un work in progress e non so esattamente che fine fargli fare. Lo considero un esercizio.
Quando l'ho scritta ho dovuto seguire determinate direttive, ma ora non essendo più costretto a rispettarle potrei decidere di stravolgerla maggiormente. Magari inserendola in un contesto pulp e più moderno. Leggetela se avete voglia e fatemi avere le vostre considerazioni.

Come calzare un gatto e vivere da nababbi

Non era facile essere uno stivale a quei tempi. Non sapevi mai chi ti avrebbe infilato dentro i piedi. Vivevi nell’ansia. Io, per esempio, ero così ossessionato da questo fatto che trascorrevo il tempo nella bottega del ciabattino che mi aveva cucito il cuoio addosso a fantasticare verso chi poteva calzarmi. Lo stesso faceva mio fratello, stretto a me sulla scansia di legno appoggiata contro la parete. Non parlavamo d’altro.
Io propendevo per il Re. Non so, magari dipendeva dal fatto che perdevo il senno tutte le volte che scorgevo la sua corte passare in strada o forse, questa esigenza, nasceva dal modo con il quale il popolo lo ossequiava e gli offriva selvaggina, ma credo che avrei dato il cuoio per riparare i suoi piedi reali.
Mio fratello, invece, bramava per i talloni burberi di un contabile; sosteneva che con un re avremmo potuto essere coinvolti in una rivolta, insomma saremmo potuti finire appesi a una forca, mentre con un contabile non avremmo corsi rischi di sorta. Imploravamo i passanti tutte le volte che si mostravano incuriositi del nostro aspetto dunque, ma fu del tutto inutile, perché nessuno degno messere altolocato e di sangue nobile cascò nelle nostre grinfie.
Il nostro destino, purtroppo, combaciò con quello di uno zoticone di campagna. Un ragazzo bello, forse pure intelligente, ma in apparenza così povero da non potersi comprare neanche il necessario per una zuppa. Capimmo che vagheggiava a possederci da come ci osservò un giorno entrando nella bottega dove eravamo esposti. Sembrava sedotto dalla nostra eleganza e non ci levava gli occhi di dosso: chissà cosa immaginava quel morto di fame.
Sia io sia mio fratello, naturalmente, senza il bisogno di confessarselo, speravamo con tutto il cuore che il ciabattino rifiutasse, e sulle prime la fortuna sembrò essere dalla nostra parte. «Sono un po’ stretti per te» gli disse infatti il pover’uomo.
«A dire il vero, non sono per me!» obiettò il giovane. «Servono al mio gatto.»
«Il tuo gatto?»
«Già! è l’eredità avuta da mio padre. Pace all’anima sua.» Si fece il segno della croce due volte di fila. «Non mi ha lasciato altro. Io sono il suo terzogenito. A mio fratello maggiore ha lasciato il mulino, al secondo un mulo…»
«A te è toccato un gatto?»
«Già, un soriano per l’esattezza.»
«Ottimo! E tu?» lo contraddisse il ciabattino. «Invece di cucinartelo, gli acquisti un paio di stivali?»
«Sulle prime volevo mangiarlo davvero. Pensavo di lessarlo e di farmi un colletto con il suo pelo per fare arrabbiare i miei fratelli. Ma quel gatto deve essere particolare. Ha detto che vuole essermi di aiuto e che non mi manderà in miseria.»
«Sarà. Io starei attento. Insomma non vorrei essere nei tuoi panni, ragazzo. I gatti sono gatti… Comunque se possiedi i soldi necessari, gli stivali sono tuoi.»
Io guardai mio fratello a questo punto. Non riuscivo a crederci. Tutte le nostre aspettative per finire a calzare le zampe di un felino. Non mi andava per niente. Non per altro, si raccontava che un gatto poteva veicolare gravi malattie, senza scartare le zecche, e non è mai piacevole andarsene in giro con una zecca appiccicata addosso.
Ma quel mattacchione di ciabattino appena intravide i soldi del ragazzo neanche fiatò. Dovevate vedere come gli brillavano gli occhi. Si divertiva pure quel villano.
Così, appena qualche ora più tardi, la sorte ci fece entrare in una stamberga buia, posta in centro paese. Vi dico subito che c’era un tanfo di cavoli da fare schifo, ma ciò che più mi colpì fu la cenere che copriva la maggior parte delle pareti.
Il gatto, in ogni caso, doveva trovarsi a meraviglia lì dentro, perché, dopo che il ragazzo ci ebbe appoggiato sulla tavola, uscì fischiando di felicità da sotto il pagliericcio che usava per dormire. Non esitò un istante a calarci dentro le zampe e sinceramente mi fece un male cane graffiandomi con gli artigli. Tuttavia non se ne curò troppo. Iniziò a portarci a spasso per la stanza. Avanti e indietro, come se fosse una guardia del re, roteandosi, nel frattempo, le vibrisse con le zampe anteriori. Continuò a comportarsi in questo modo fino a quando notò il ragazzo uscire di casa, si sdraiò sul letto allora e iniziò a miagolare disperato.
Per un po’ lo lasciai miagolare e imprecare, ma visto che non la smetteva, intervenni e gli domandai il motivo di tale sofferenza.
Il gatto starnutì. «Ho promesso al mio padrone che lo avrei aiutato se mi avesse comprato degli stivali e adesso non so che fare» disse mentre si puliva il naso con le zampe.
Mio fratello non disse nulla, si limitò a guardare il gatto sottecchi, non sembrava per niente contento della situazione. Io, però, d’istinto, intravidi la soluzione: era la nostra fortuna quell’animale.
«Sai come andare nella riserva di caccia?» gli chiesi.
Il gatto annuì.
«Bene» dissi, «quando torna il padrone chiedigli della crusca e qualche foglia di lattuga. Vedrai cosa saprò combinarti.»
Mio fratello a questo punto trasalì. Sapevo che non era nei suoi tacchi l’idea di andare a piedi nel bosco, ma era consapevole della mia fervida fantasia. Dopotutto il piano che avevo in mente era perfetto.

Lo misi in atto nel pomeriggio, appena il ragazzo fu tornato e il gatto ebbe ricevuto il sacco e il resto tra le zampe. Già! Imboccammo la porta d’uscita e ci avviammo verso la periferia del paese lasciando il giovane di stucco. Condotti dall’animale varcammo la cinta della riserva di caccia e con molta calma entrammo in un fitto bosco di querce.
Il gatto aveva paura. Lo capivo da come gli tremavano le zampe e da come muoveva la coda. Tuttavia riuscì a portarci nel mezzo di una radura. Una volta arrivati lo invitai a sdraiarsi zampe all’aria sulle felci. Gli consigliai di aprire il sacco, predisporci sopra la crusca e di fingere di dormire. Non doveva temere nulla, perché al resto avrei pensato io.
Ora speravo che qualche animaletto fuoriuscisse dalla selva e cadesse nella trappola che avevo architettato. Sapevo che al Re piacevano e mi ero accorto, quando stavo dal ciabattino, che impazziva di gioia ogni volta che qualche suddito gliene offriva. Insomma ero eccitato all’idea di far entrare il padrone del gatto nelle sue grazie, perché se ancora non lo avete capito era ciò a cui miravo.
Per fortuna tutto funzionò a meraviglia e non dovemmo aspettare a lungo. Dopo un po’ scorsi un coniglietto uscire dalla selva ammagliato dalla lattuga e dalla crusca. Il piccoletto si avvicinò piano, con cautela. Lo feci avvicinare e appena iniziò a mangiare intimai al gatto di stringere i cordoni del sacco. Con un gesto fulmineo il felino eseguì l’ordine e il piccoletto all’interno finì soffocato.
«E ora andiamo dal Re!» esclamai subito dopo.
Il gatto mi guardò sorpreso. Era un fifone senza fine. Miagolò un poco, ma si lasciò condurre verso la reggia e durante il percorso lo istruii sui nuovi compiti che intendevo assegnargli.

Per fortuna il felino non sbagliò un colpo. Davanti alla porta carraia, riuscì a squadrare le guardie senza timore e con alterigia chiese di parlare con il sovrano. Gli brillavano le pupille. A dire il vero i soldati esitarono un istante e temetti che tutto andasse a monte, ma sbagliavo, perché fummo condotti di fronte al Re con deferenza.
Il gatto fece un sacco di manfrine. Dovevate vederlo! Uno spettacolo. Seguì le mie istruzioni alla lettera. Si inchinò, fece le fusa, strofinò la testa sui piedi del re, finché tolse dal sacco il coniglio e glielo porse.
«Sire» gli disse senza cambiare le mie parole, «questo coniglio ve lo invia il marchese di Carabas.»
Il re dapprima assentì grave, pieno di riconoscenza. Poi sorridendo disse pomposo: «Ringrazia il tuo padrone e digli che ho molto gradito questo dono.»
Be’ non crediate che la storia ebbe fine. Era solo l’inizio. La mia mente di cuoio era piena di risorse. Qualche giorno dopo, infatti, organizzai un altro scherzo del genere. Consigliai al gatto di andare a sdraiarsi in mezzo a un campo di grano, gli feci disporre sempre il sacco in modo che stesse aperto e appena vide entrarci due pernici, gli dissi di tirare i cordoncini come l’altra volta.
Naturalmente tutto andò per il meglio. La fortuna era dalla nostra parte. Tornammo di nuovo nella sala del trono dal Sovrano e feci recitare al gatto la stesso ruolo: ormai era plagiato e faceva tutto ciò che volevo. Offerse al Re le pernici come aveva fatto per il coniglio. Be’ è quasi superfluo dire che pure questa volta il sovrano gradì moltissimo il regalo, gli strinse le zampe felice e quando lasciammo il castello eravamo in possesso di una bella mancia per il nostro padrone.
Ci comportammo in questo modo per tre mesi, se non sbaglio. Insomma non lo ricordo con precisione. Ogni tanto dovetti litigare con mio fratello che odiava andare nel bosco e non voleva mai lasciare la scansia nella stamberga dove vivevamo. Lui odiava essere calzato dal gatto. Ma a parte questo, grossi problemi non ci furono.
Per un po’ di tempo dunque continuammo a rifornire il Re di selvaggina. Naturalmente obbligavo il gatto a celebrare il Marchese di Carabas ogni volta che eravamo al suo cospetto, qualora il Re non lo avesse ancora capito e inteso. Al contempo, però, mi resi conto della possibilità di essere scoperto e di finire appeso a una forca, perciò un giorno decisi di tagliare corto e di puntare subito in alto.

Escogitai il piano quasi per caso, ma certe cose succedono senza saperlo, dovreste saperlo. Fatto sta che mentre eravamo al castello, scoprii che nel primo pomeriggio il sovrano sarebbe andato a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume con la sua corte. Nulla di particolare in apparenza, se non fosse stato che tra la corte c’era sua figlia: una fanciulla che, per qualcuno, era la più bella Principessa del mondo.
Pensai subito di fare incontrare i due giovani. Cosa c’era di meglio e proposi al gatto i miei intenti, cercando nel frattempo di non fare incavolare mio fratello.
Il gatto non obiettò, appena udì nominare la ragazza si eccitò come se avessi parlato di una micia. Certe cose le capiva al volo. Le pupille dei suoi occhi si dilatarono, gli si rizzò la coda e senza esitare un attimo ci fece ritornare a casa di corsa. Vi giuro che non lo aveva mai visto così eccitato e fu più facile del previsto, perché mi lesse nel pensiero cosa desideravo fare.
«Padrone?» chiamò appena entrato in casa.
«Che c’è?» chiese il ragazzo.
«La vostra fortuna è fatta» disse il gatto. «Andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me.»
Il ragazzo guardò il gatto dapprima, poi osservò me e mio fratello. Sembrava un po’ interdetto, poverino. Neanche immaginasse che dietro le idee del gatto ci fosse la mia mente.
Alla fine, però, fece quello che il gatto, cioè io, gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo preciso.
Uscì di casa, prese tra i sentieri in mezzo ai campi e ci precedette sul fiume, tanto che quando noi arrivammo, si era già spogliato e tuffato nell’acqua. Lo guardammo un po’ nuotare nella corrente. Era anche bravo, si muoveva nell’acqua come un pesce. Finché ricordai il motivo per cui mi trovavo lì e allora distolsi lo sguardo e dissi al gatto di prendere i vestiti del ragazzo e di nasconderli sotto una pietra nei pressi di un’ansa più avanti. Quindi gli ordinai di urlare al ragazzo di fingere di annegare.
Neanche lo avessimo concordato di nascosto con il Re, proprio in quel momento il corteo passò, marziale e fiero con tutti i dignitari a qualche decina di metri dalla riva, sulla strada maestra. Io vidi il volto del re affacciarsi dalla carrozza, forse disturbato dalle grida. Dissi allora al gatto di portarci verso il corteo e appena potemmo vedere il Re in viso, gli suggerii di dire che il marchese di Carabas stava affogando.
Il Re rabbrividì. Sì, dico davvero. Sbiancò in viso, ma non esitò un attimo. Disse alle sue guardie di soccorrere il poveretto. Le guardie ubbidirono e nel frattempo io invitai il gatto, seguendo le mie dritte, a raccontare l’accaduto al Sovrano.
Che bugiardo sono! Mi vergogno di essere un simile spudorato! Ma mentre ascoltavo il gatto mi sentivo padrone del mondo. Le cose andavano a mille.
Il gatto raccontò che mentre il suo padrone era nell’acqua erano sopraggiunti dei ladri, gli avevano rubato i vestiti e quindi lo avevano gettato in acqua. Aveva cercato di intervenire, ma solo non aveva potuto fare nulla.
Il Re ascoltò con attenzione, e vi giuro che non dubitò alla minima parola del gatto; attese che il giovanotto fosse ripescato e alla fine ordinò agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas.
Be’ quando rividi il giovane vestito a festa, presentarsi al Re, per poco non mi prese un colpo. Quegli abiti gli stavano davvero bene. Nulla a che vedere con lo zoticone di campagna che noi conoscevamo. Era bellissimo!
Il re, ovviamente, ne rimase colpito. Ma più del re, fu la figlia a perdere la testa. Dio mio rimase senza fiato. Io capii subito che in lei si accese qualcosa. Non occorreva essere uno stivale di cuoio per capirlo. Bastava osservare lo sguardo languido che le comparve sul visino, e mentre iniziò a balbettare pretendendo che suo padre facesse salire il giovane con loro in carrozza, io intuii che avevo quasi raggiunto il mio scopo.
Il Re doveva amare molto la figlia e non la deluse e appena sentii l’invito feci i salti di gioia. Il destino era segnato. Se il gatto avesse continuato ad obbedirmi, prima di sera, saremmo stati invitati alla reggia.
Ero stanco. Stanco e impolverato, ma dissi al gatto di precedere il corteo sulla strada, perché mancavano alcune cose da sistemare. Non volevo che il Re pensasse che il padrone del gatto fosse un cialtrone morto di fame e convinsi il felino nel farsi coraggio perché doveva aiutarmi a svolgere la parte più importante. Dovevo fare in modo che la popolazione di quella zona affermasse di essere suddita del Marchese di Carabas. Però, lui, non capì cosa intendevo, neppure quando lo feci fermare di fronte ad alcuni contadini intenti a falciare un prato. I condadini interruppero il lavoro e lo guardarono
«Chiedigli chi è il padrone di queste terre?» sussurrai senza farmi udire.
«Perché?»
«Fallo e basta?»
Lui ubbidì e si rivolse a un vecchio dal viso rugoso.
«L’Orco» rispose il buzzurro.
«Digli di dire al Re, quando passerà di qua, che appartengono al Marchese di Carabas e non all’Orco.»
«Perché?»
«Non capisci niente?»
Il gatto un po’ stranito ubbidì di nuovo e questa volta alla reazione contrita dei contadini finalmente reagì mostrando gli artigli. «Non osate contraddirmi o farete la fine dei topi.»
Il vecchio e gli altri contadini annuirono spaventati e li capii benissimo: per un istante fece paura anche a me quel marrano.
Ma non attendemmo l’arrivo del Re. Una volta sicuri che i braccianti avrebbero mantenuto la parola, proseguimmo e facemmo lo stesso giochetto qualche miglio più avanti con alcuni mietitori. Anche questi campi di grano appartenevano all’Orco, ma il gatto ormai aveva inteso la manfrina. Soffiò sui mietitori contrari con la forza di un vento di tramontana.
Però quando seppe, sempre da loro, che l’Orco era in grado di compiere prodigi abbassò la coda intimorito e fu un bel problema, perché poco più avanti, appena fummo in vista del castello dell’Orco, il gatto si fermò e non volle più proseguire: niente da fare.
Era terrorizzato dall’idea di affrontare un mago. La baldanza che lo aveva caratterizzato quel pomeriggio si era sgonfiata come un otre. Il guaio e che non potevamo fermarci adesso, specialmente di fronte a un castello che mostrava un’opulenza straordinaria. Quanta roba. Oro, argento, drappi preziosi. Pareva più ricco di quello del Re. Lo giuro.
Non dovevamo e non potevamo assolutamente fermarci di fronte ai prodigi di un Orco e quindi mi misi d’’impegno per incoraggiare quel gatto codardo. Gli consigliai di restare tranquillo, io immaginavo quali prodigi avrebbe potuto compiere l’orco e non doveva preoccuparsi.
Ci riuscii un po’ alla volta e, malgrado le solite e petulanti ritrosie di mio fratello, chiedemmo ai castellani di parlare con l’Orco.
L'Orco ci ricevette mostrando la gentilezza che può avere un Orco e ci fece accomodare affinché il gatto si riposasse. Aspettai il felino prendesse un po’ di respiro, poi tornai alla carica e gli dissi di dire:
«Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante.»
«È vero» rispose l'Orco con fare brusco, «vuoi vedermi diventare un leone?»
Non ricordo chi si spaventò maggiormente. Io avrei fatto un salto sulla luna. Mio fratello avrebbe fatto lo stesso, ma il gatto si spaventò talmente tanto nel vedersi davanti quella bestia inferocita che si rifugiò sulle grondaie del castello, non senza qualche difficoltà e col rischio anche di cadere, a causa mia e di mio fratello, visto che eravamo del tutto inadatti a camminare sulle tegole. Dopo un po’, però, avendo visto che l’Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere, non prima di aver ammesso al sottoscritto di avere avuto molta paura.
Mamma mia, quel fifone miagolava come una mammoletta, voleva lasciare il castello e non riusciva quasi a parlare. Infatti, l’ultima richiesta all’orco, dovetti farla io, usando i miei trucchi da ventriloquo. Parlando con la voce del gatto, dissi: «Mi hanno anche assicurato, che avete la capacità di mutarvi in animali piccolissimi; come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile.»
«Impossibile? » disse l’Orco meravigliato. Ma non si arrese. «Ora vedrete!» esclamò e quasi istantaneamente si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza. Il gatto, però, appena lo vide, questa volta non attese neanche le mie dritte, si gettò come un lampo su di lui e se lo mangiò partendo dalla testa.
In quel momento il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell'Orco, era entrato per visitarlo, e noi gli andammo incontro sulla piazza d’armi. «Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!»
«Ma come, marchese!» esclamò il Re. «Questo castello é vostro? Porca miseria. Non ho mai visto niente di più bello: che splendidi giardini.»
Non restammo lì a guardare, ovvio. Una situazione del genere era troppo divertente.
Vedemmo il giovanotto offrire la mano alla giovane Principessa, e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo. Entrammo nella grande sala da pranzo, dove era allestita una colazione incredibili. C'erano le cose più deliziose del mondo. L’Orco doveva averla fatta preparare per qualcuno e ne approfittammo per servire tutti quei cibi al Re. Non vi dico quanto mangiarono.
Il Sovrano rimase incantato, fu conquistato dalle buone maniere del finto marchese di Carabas, e lo stesso fu per la figlia, che ne era già innamorata cotta. Adesso vedendo la vastità dei suoi possedimenti, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino, propose al giovane di diventare suo genero.
Il ragazzo si profuse in riverenze, accettò volentieri l’onore che il Re gli faceva, e il giorno seguente sposò la Principessa.
Pensai che iniziasse la pacchia. Ma dopo qualche settimana, scoprimmo che il sovrano voleva far cambiare gli stivali al gatto, ci riteneva troppo poveri per un uomo che aveva sposato una principessa e intendeva donarci ai contadini.
Ce la vedemmo brutta, ma il gatto riconoscente dell’aiuto fornito, confessò al padrone chi eravamo e cosa avevamo fatto per lui.

Quella stessa sera, prima di cena, il padrone confessò tutto al Re. In fondo era giovane e onesto e non se la sentiva di continuare a ingannare la ragazza che aveva sposato.
Per filo e per segno raccontò come erano andate veramente le cose. Spiegò quello che io e mio fratello avevamo architettato con l’aiuto del gatto, senza tralasciare un dettaglio. Gli raccontò proprio tutto: dalla prima caccia nel bosco, al colpo maestro dell’uccisione dell’Orco.
Il Re ascoltò con attenzione, lisciandosi la barba, ogni tanto faceva delle smorfie con il viso, però non se la prese. Alla fine ricevette una bella impressione dal giovanotto. D’altro canto chi non l’avrebbe avuta: era un ragazzo splendido e non riesco a descriversi la gioia che c'era nei suoi occhi dopo che fu liberato da questo peso. Be’ visse felice con la sua deliziosa principessa.
Ebbero sei figli, tre maschi e tre femmine che giocarono allegramente col gatto per nulla meravigliati di vedergli indosso un paio di stivali.
Naturalmente io e mio fratello fummo trattati benissimo. C’erano un paio di servitori addetti a lucidarci dal mattino alla sera, con l’olio migliore. Certo, ogni tanto, qualcuno dei figlioli ci calzava di nascosto all’insaputa della principessa e ci faceva inciampare per le grandi sale del castello, ma questo particolare era  niente in confronto alle lamentele di mio fratello che ancora non si era rassegnato alla possibilità di calzare un contabile pieno di soldi.

17 commenti:

  1. Davvero un bel testo! Direi che il punto di vista è originalissimo e divertente... un ottimo lavoro! Così approfitto per far vedere la mia presenza sul tuo blog, dato che leggo sempre ma commento poco!

    P.s. Ho visto che usi LinkWhitin... funziona bene? Sei tu a scegliere i link o è fatto in automatico? Scusa se chiedo, ma ho il mio blog da poco e devo imparare molto! Grazie!

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  2. @ Romina, ciao e grazie a te...
    LinkWhitin funziona e mi porta anche delle visite. Sceglie lui i link in automatico

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  3. Mi è piaciuto! E' sempre divertente la riscrittura delle favole, anche per chi legge. a proposito, hai letto la mia versione cyberpunk del Gatto con gli stivali? Ecco il link:
    http://cose-morte.blogspot.com/2011/08/un-giorno-per-la-testa.html

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  4. Il Gianola con gli stivali in pratica.

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  5. Ah-ah...quindi è tutto merito dello stivale!
    Bel punto di vista e bella storia!
    Mi sono divertita molto :)
    Poverino, però, il fratello stivale: un contabile lo potevano anche assumere al castello :)

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  6. @ Grazie Melinda: ti ho inserito nel blog roll, sempre che non abbia sbagliato qualcosa:-)

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  7. ahhha Donata è da mettere a posto :-)

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  8. It's hard to me to read with translator ... Sometimes funny sentences are formed :D
    But I really admire your story :)

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  9. Complimentissimi davvero :) letto tutto d'un fiato....

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  10. una favola rivisitata e corretta, piacevole da leggere

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