venerdì 9 settembre 2011

40 consigli di Umberto Eco

Di Umberto Eco ho letto soltanto Il nome della rosa. Un libro che ho apprezzato per vari motivi che non sto a elencare. Ho visto più volte, con piacere, anche il film realizzato seguendo quasi fedelmente la trama del libro - quindi come direbbe qualche sbarbatello del giorno d’oggi non è una bestemmia dire che si tratta di un autore che stimo.

Ora, sapevo che esistevano queste quaranta regole di scrittura e suppongo che per molti di voi non siano una novità. Tuttavia, l’autunno che arriva stimola progetti e chissà quale altra faccenda e non mi sembra sbagliato dargli una ripassata. Certo in qualche caso possono sembrare banali e ovvie, ma vale la pena buttar via cinque minuti per leggerle, perché ci sono pure delle perle di cultura. Insomma, male non fanno di sicuro. 

Non le ho numerate, perché mi sfalsano l’impaginazione del post del blog, ma sono quaranta ve lo giuro e qualcosa da dire in merito troveremo:

Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

Esprimiti siccome ti nutri.

Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

Stai attento… a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

Non generalizzare mai.

Usare le parole straniere non è bon ton e potrebbero portare a misunderstanding.

Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

I paragoni sono come le frasi fatte.

Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

Solo gli stronzi usano parole volgari.

Sii sempre più o meno specifico.

La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

Metti, le virgole, al posto giusto.

Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

C’è davvero bisogno di domande retoriche?

Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire,
Roosewelt, Niezsche, e simili.

Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva anche il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

Cura puntiliosamente l’ortograffia.

Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

Non indulgere ad arcaismi, apax, legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.

Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

Una frase compiuta deve avere.

14 commenti:

  1. Eco è uno dei miei autori preferiti, forse il migliore che abbiamo avuto in italia negli ultimi... boh, un secolo?
    Comunque, le regole le avevo già lette e condivido appieno il suo sarcasmo e le verità nascoste in così poche righe. Sonon pochi gli scrittori che possono permettersi di dettare legge, e Umberto Eco è uno di questi.
    Nei suoi libri si ritrova lo stile di chi sa cosa sta facendo, mai scontato, frasi sempre al posto giusto e narrate alla giusta maniera. Un maestro, da cui tutti dovrebbero imparare qualcosa.
    Visto che hai letto solo "Il nome della rose", peraltro stupendo, posso consigliarti "L'isola del giorno prima"? Fidati, ne vale la pena.

    Narratore

    RispondiElimina
  2. Le conoscevo.
    Sono commoventi nel loro essere geniali!

    RispondiElimina
  3. si le conoscevo..anzi, me le ero dimenticate, ma quando l'ho lette le ho ricordate..:) mi pare ce le fece leggere il prof di italiano al Liceo.

    RispondiElimina
  4. @ Narratore: consiglio accettato:-)

    @ Angelo: da un classico come te, era immaginabile:-)

    @ Diana Mistera: prof al passo con i tempi:-)

    RispondiElimina
  5. lo so, postare per la prima volta e fare spamming, non e' carino. ma quoto l'articolo, Eco e' tanta roba ( scusa l'economia di aggettivi ) e, ai reazionari di bassa lega, fa sempre sputacchiare la bile. Ti consiglio Il cimitero di Praga, sicuramente ne avrai sentito parlare. Ma ti sconsiglio questo articolo su Eco, se non lo conoscevi, sopratutto se non conoscevi l'autore del blog che lo pubblica
    http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=865:gianluca-freda&catid=42:letteratura-e-spettacolo&Itemid=44

    ciao
    buon lavoro

    RispondiElimina
  6. "Stai attento… a non fare… indigestione di puntini di sospensione."
    Questa è la mia preferita.
    Oltre a usare i punti sospensione come segno di interpunzione universale, ho di recente notato che a volte se ne scrivono due e non tre; si va dai mille puntini lanciati a pioggia, a due punti solinghi abbandonati in autostrada.
    Chissà cosa hanno combinato nella vita precedente questi poveri puntini; personalmente spero di non reincarnarmi in un segno di interpunzione perché fanno una ben misera vita

    RispondiElimina
  7. @ max cad: no, non conoscevo l'articolo che segnali, come il blog naturalmente. Ora mi hai messo la pulce nell'orecchio:-)

    @ Polideuce: sì, stamattina ho postato un racconto in facebook, dopo aver tolto qualche punto di sospensione di troppo. Condiviso:-)

    RispondiElimina
  8. Punto, due punti e punto e virgola Gian LOL

    RispondiElimina
  9. Fermo restando che Eco è "lassù" e io sono "quaggiù", non sono aprioristicamente d'accordo con tutti i suggerimenti di Eco.
    Parecchio dipende, io credo, anche allo stile di chi scrive.
    Se tutti seguissero pedissequamente queste quaranta "regole", credo che gli scritti si assomiglierebbero un po' tutti un pelo di troppo.

    RispondiElimina
  10. Sì, Luca, hai ragione, non lasciamoci incantare:-)

    RispondiElimina
  11. questo articolo te lo riprendo..

    RispondiElimina