sabato 30 aprile 2011

Scrivi dove Dio comanda

Raymond Carver è di sicuro uno degli scrittori più bohemien che ho letto. La sua vita è un insieme di squallore e apoteosi artistiche. 

Figlio di un operaio di una segheria e di una cameriera di ristorante, appena finito il liceo lavorò nella stessa segheria del padre per poter mantenere il figlio che aspettava da una ragazzina di sedici anni. Si sposò subito dopo e più tardi verrà a dire:

“Non abbiamo avuto giovinezza. Ci siano trovati in ruoli che non sapevamo come recitare. Ma abbiamo fatto del nostro meglio. Lei ha finito di laurearsi quattordici anni dopo che ci siamo sposati.”

La laurea è sempre stata una meta per Carver. Appena sposato si trasferì da una città all’altra per poter studiare. Lavorava di notte e frequentava lezioni di giorno. Campò facendo diversi mestieri e per tre anni lavorò come portiere notturno in un ospedale. All’alba tornava a casa e scriveva racconti e poesie.

Scriveva dappertutto. In ogni momento possibile, anche in condizioni disperate.
Così non era difficile trovarlo in garage nascosto dietro un angolo, oppure in macchina con un notes in mano. Poteva scrivere in una biblioteca pubblica o anche sul tavolo da cucina sporco con il resto del pranzo.

Insomma queste note biografiche me lo presentano con un’aurea molto romantica e disperata e a volte mi ricorda quando, qualche anno fa, andavo a scrivere sopra un notes durante la pausa pranzo nei giardini del Museo di Scienze Naturali a Milano.
Bei tempi, almeno per l’età che avevo.

E voi ricordate di aver scritto qualche volta in situazioni assurde, luoghi strani e con strumenti che non siano i modernissimi computer?

17 commenti:

  1. Strano non ci sia mai incrociati. Talvolta andavo anche io lì a scrivere. Magari eravamo sui lati opposti del parco ;-)

    Ian

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  2. @ Ian: dal 93 al 99 era all'ordine del giorno fermarmi lì:-)

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  3. Io non riesco a scrivere - e nemmeno a disegnare - se c'è qualcuno vicino.

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  4. @ Daniele, se non li conosco, non ho nessun problema:-)

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  5. Macchina da scrivere, sul balcone di casa, per tre estati, quando andavo al liceo.
    È abbastanza diverso dal computer?
    E alcune cose scritte a mano, sulle panchine del Valentino, a Torino, quand'ero all'università.

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  6. @ Davide io la macchina da scrivere non sono mai stato capace di usarla.
    diversissimi:-)

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  7. Io disegnavo fumetti in mezzo al Parco Pubblico di Capodimonte a Napoli, era imbarazzante alle volte quando si fermavano intere comitive a guardare; era venti anni fa...oggi non credo che ci riuscirei più.

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  8. @ Nick: poesia pura eh, i tempi andati?

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  9. Hum, posti strani in cui scrivere?
    Forse al buio del cinema con il mascara e/o rossetto, perchè la penna si era scaricata.
    E poi, soprattutto quando ero piccolissima, vicino alla porta, dove la lamina di luce si infiltrava nella mia camera scura perhè teoricamente dovevo dormire.
    Ma scrivere è SEMPRE meglio che dormire u.u

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  10. @ Ermione: al cinema con il mascara non è male:-)

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  11. L'altro giorno avevo buttato giù l'inizio di un racconto. Ieri sono andata per cercare il file, e non lo trovavo da nessuna parte, sono impazzita mezz'ora cercando in tutte le cartelle e nel cestino... poi mi sono ricordata: l'avevo scritta a mano su un quaderno, non avevo il PC sottomano. Questo è stato il massimo della stranezza che posso vantare, come scrittura. Nel modo di vivere invece raggiungo punteggi maggiori :)

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  12. Io avevo la mania delle stilografiche, scrivevo con la stilografica.

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    1. Be' le stilografiche, sono le stilografiche... ti capisco:-)

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  14. Da questa sera al 17 febbraio, a Teatro Libero uno spettacolo ispirato ai racconti di Raymond Carver: "Per favore niente eroi", di Corrado Accordino. Con Corrado Accordino, Alessia Vicardi e Daniele Ornatelli. Produzione La Danza Immobile.


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  15. Con una macchina da scrivere, tanti anni fa, nella biblioteca del mio paese di nascita (luogo perennemente deserto). Sostituivo la bibliotecaria ufficiale per un breve periodo. Abbozzai lì il mio primo romanzo, un'orrenda scopiazzatura di Intensity di Dean Koontz.

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