martedì 12 aprile 2011

Nutrimento per scrittori

Questo articolo e fresco di giornata. Nelle mie intenzioni c’era un altro post pronto da una settimana, e tutto sarebbe andato secondo logica se stamattina non avessi sfogliato l'edizione odierna del “Corriere della sera” e, capitando nella pagina culturale, non avessi letto un articolo riguardante Javier Cercas.  Mi è saltato subito all'occhio. 
Adesso, l’autore spagnolo nell'articolo sostiene che:


 “uno scrittore può mancare di esperienza di vita, non di letture”. 

Be’ la frase mi ha lasciato particolarmente perplesso.

Da parte mia è sottinteso che la lettura è un processo fondamentale per chiunque intende scrivere, ma la vedo più vicina a una questione di tecnica e di pulizia del testo che a una reale costruzione di una storia empatica ed emotiva. 

Insomma non credo che soltanto leggendo libri si possa scrivere un bel racconto e ritengo che l’esperienza di vita abbia una parte molto più importante di quella che Cercas sostiene.

È chiaro, tuttavia, che si tratta di un’opinione del tutto personale e quindi confido nelle vostre considerazioni.

20 commenti:

  1. mmh... com'è possibile che una persona non abbia esperienze di vita?

    Cervas, probabilmente, ragiona per estremi visto che il semplice fatto di essere vivi, di per sé, produce esperienze personalissime anche quando si affronta la ripetitiva quotidianità.

    Non credo che gli scrittori di gialli siano realmente assassini seriali e/o investigatori sopraffini, così come non credo che Asimov abbia vissuto delle avventure nello spazio profondo.

    Tanto leggere, fantasia, e le normali esperienze di vita bastano.

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  2. è quello che penso anch'io Glauco... non so cosa intende dire. Keene probabilmente non ha mai visto i suoi I vermi conquistatori dal vero ma suppongo che i lombrichi li ha studiati bene:-)

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  3. Forse voleva enfatizzare l'importanza del linguaggio in questo mondo in cui ormai tutti si sentono scrittori per il solo fatto di essere alfabetizzati. Ma è ovvio che sono le esperienze di vita che danno spessore alle proprie emozioni, e nella scrittura ci dovrebbero essere proprio quelle...

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  4. Beh dipende cosa scrivi. E sfido io se non parli mai con nessuno a costruire un dialogo :)
    O se non osservi le persone a costruire personaggi.

    Queste cose si possono fare soltanto leggendole fatte da altri? Non lo credo.

    Concordo che tutti hanno "esperienze di vita" e secondo me lì dove casca il palco è su come uno le vive, queste esperienze. La differenza la fa la consapevolezza e l'attenzione, caratteristiche di ogni artista, che permettono di trasformare ogni esperienza vissuta, in domande, risposte, immagini, storie,...

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  5. Nemmeno io credo che possa esistere una persona senza esperienze di vita. Semmai può cambiare il modo di viverle queste esperienze, quello che c'insegnano.
    Probabilmente Cervas estremizzava. Almeno spero...

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  6. E' vero che dalle letture si possono estrapolare anche le esperienze di vita, ma saranno quelle degli altri e a questo punto che senso ha parlare di cose che non si conoscono di prima mano? Posso essere bravissimo a copiare la Gioconda, ma sarà sempre una copia, sarò sempre arrivato secondo! mancherò sempre di originalità.
    Temistocle

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  7. @ Ariano: enfatizzare o no, è un articolo che mi lasciato assai perplesso, infatti ho stravolto l'ordine dei post per sentire cosa ne pensavate:-)

    @ Matteo: avrei voluto dirle io le tue cose:-)

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  8. @ Tim: un discorso che non fa un grinza:-)

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  9. A me il concetto espresso sembra chiaro e condivisibile. Se non ami la lettura, non ami scrivere e non hai i mezzi materiali per praticare; mentre se non hai esperienza puoi comunque sopperire documentandoti e con l'immaginazione. Come diceva Gloutchov i giallisti ne sono un esempio pratico, spesso molti di loro non sono neanche mai stati in un commissariato e di certo (o quasi...) non sono dei serial killer nella real-life! ;)

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  10. Sono rimasto perplesso anch'io. (A cominciare dal titolo che mette in cattiva luce Franzen, a cui ho appena affibbiato un bel 10...) Una volta dato per scontato che un vero scrittore, ovviamente, è anche lettore, e legge pure tanto, che bisogno c'è di assolutizzare questo aspetto a discapito dell'esperienza? Intende forse rivendicare la "superiorità" del barboso secchioncello eruditoide, quale lui probabilmente è?
    Ovvio che il leggere e il vivere esperienze sono due aspetti irrinunciabili e decisivi, ma se proprio devo dare la precedenza a uno, io, contrariamente a costui, la do proprio al vissuto! Ho sempre considerato lo scrittore una spugna emozionale, che a forza di assorbire poi diventa sorgente. Ho sempre detto che tale processo è paragonabile alla fotosintesi, solo che al posto della luce devi metterci l’angoscia di vivere. Chiaramente si sta parlando di Scrittori, e non di sottofeccia che scopiazza...

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  11. @ gian_74: sono due aspetti legati, dal mio punto di vista, ma la genialità di una storia la fa la seconda, parlando di fiction ovviamente. Un pozzo di scienza può affascinare ma non emozionare:-)

    @ zio scriba: in effetti anch'io ho subito pensato al secchione che sa tutto, ma suppongo che non si possa descrivere una sbronza se non la si prende, tanto per essere banali:-)

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  12. Ovviamente mi trovi d'accordo con te :-)

    E.

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  13. @ Emanuele: magari Cercas voleva scatenare una polemica:-)

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  14. Forse la intendeva in modo più specifico. Per esempio, puoi scrivere un romanzo ambientato su una barca a vela anche se non ci sei mai stato, ma devi prima documentarti. Se invece sei un velista navigato, non entri nella casistica e probabilmente non hai bisogno di leggere. Insomma, dipende un po' dal contesto da cui è estrapolata la frase.
    È chiaro che non si può buttar via così l'esperienza di vita, sarebbe un po' triste.

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    1. Mah non è semplice capire cosa vogliano dire a volte gli scrittori:-(

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  15. Io no ho mai letto "letture" in vita mia. Ma io non sono una scrittrice. Le esperienze le sappiamo fare tutti, trarre significati autentici non sempre.
    Ma a dir il vero questo genere di questioni non meriterebbero nemmeno una risposta troppo seria o risentita da parte dello scrittore (del tipo A o del tipo B, se vogliamo metterci nei panni che c'impongono), infatti sono poste "logicamente" male e con l'intento anche di ferire e dividere in categorie non giustificate chi scrive; pongono "finti problemi" e tentano di stabilire principi e normatività dall'esterno della realtà alla quale si riferiscono, in questo caso l'arte di scrivere. Le esternalizzazioni (criteri aggiunti dal di fuori) vanno viste, secondo me, sempre con un certo sospetto. A parte la premessa...
    Quoto Salomon. La ricerca è fondamentale. Senza precomprensioni non si produce nulla, dalla più semplice e generale frase al romanzo più complesso e specialistico. Persino una fiaba per bambini comincia dalle presupposizioni e ne aggiunge sempre di nuove tramite l'approfondimento, ed ammette un orizzonte di riferimento comune come condizione necessaria. Altrimenti non ci si comprenderebbe. Ma senza la vita vissuta - che non sarà poi questo quell'orizzonte comune e non piuttosto una nozionistica rete di concetti già dati per acquisiti e stampate ? Ma facciamo che è una mediazione - mancherebbe il fondamentale bisogno di intendersi, di riconoscersi e di interpretare, trasmettere e creare. Io metto al primo posto sempre l'esperienza vissuta, non però quella lasciata comunemente grezza, ma quella embrionale posta sotto l'elaborazione e la riflessione crescente. Quest'ultimo agire è il compito dello scrittore. La sensibilità mentale va di pari passo con una sensibilità materiale, ma in un circolo virtuoso.
    Ci sono anche delle correnti interessanti che sperimentano sregolate atipiche costruzioni linguistiche, stravolgendo ogni criterio assoluto. Lo fanno i bambini molto piccoli. Funziona perfettamente: siamo senza una posticipata o anticipata esperienza vissuta (ma semplicemente "attuale") e senza conoscenze (acquisite o prospettivate) ! Incredibili scrittori !
    Possiamo ambientare il romanzo su una barca a vela, senza averla mai praticata e non solo, anche parlando della barca come se fosse un elefante che fa il bagno in un grande fiume. Ma allora ci siamo sempre e comunque documentati, sull'elefante e sul fiume ! O se proprio è andata male, c'è rimasta la capacità "cognitiva" di relazionare due situazioni differenti. Sempre un tipo valido di conoscenza è questa, non importa che lo scrittore abbia l'enciclopedia nella sua testa. La capacità relazionale è già una decente forma di compromesso tra l'esperienza e la conoscenza. Essa è di più: è affettiva.
    Una domanda posta male, come tutte le cose poste male, fa lo stesso un certo effetto ! Un pochetto troppo lungo, vabè. : )

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    1. sono senza parola Laura, innanzitutto ti ringrazio tantissimo per aver speso tutto questo tempo a scrivere un post di risposta e poi che altro dire.
      Dal mio punto di vista il problema è molto complesso. Nel mio caso specifico non riesco a scrivere una storia che non sia ambientata nel mio tempo, che non abbia cioè vissuto e la ricerca molte volte porta carico ciò che si vuole raccontare di freddezza

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  16. concordo che è necessaria anche l'esperienza di vita

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