giovedì 3 marzo 2011

Duri

John Fante era lo scrittore preferito di Charles Bukowski. Lo considerava il narratore più maledetto d’America e il migliore autore che mai avesse letto. Diventò suo grande amico e nella ristampa di “Chiedi alla polvere” scrisse una travolgente e appassionata prefazione. Ma, di questa sua predilezione letteraria, naturalmente, ho già scritto in un post pubblicato qualche mese fa.
Il motivo per cui oggi ne parlo non è dovuto a una mera questione letteraria. Come di consuetudine la curiosità riguarda più l’aspetto caratteriale dell’autore: nel caso specifico l’avere e il non avere i cosiddetti.
Insomma, bisognerebbe avere i “maroni” di certi autori, e Fante li aveva.
Ecco, io non sono un “piangina”. Non sono uno che si piange addosso e si deprime facilmente. Mi ammalo difficilmente e cerco sempre di portare avanti i miei progetti, anche se le difficoltà a volte sembrano insormontabili. Non sono il tipo che si butta a letto per un raffreddore e le responsabilità che mi prendo non le esulo (specialmente con me stesso).
Però, quando si leggono certe biografie si rimane sconcertati e ci si chiede quando si possa valere effettivamente e quanto si possa essere attaccati a una forma d’arte.
Be’, per essere chiari, vi dirò che ho scoperto da poco che Fante era malato di diabete e che per questa malattia, oltre a diventare ceco, subì l’amputazione delle due gambe.
Magari non fu  il solo nella storia della letteratura. Suppongo ce ne siano altri. Apprendere, però, che nonostante queste condizioni precarie fu in grado di dettare a sua moglie Joyce, nella loro casa a Malibù, il suo ultimo libro, Sogni di Bunker Hill, lo riveste  di un’aurea quasi leggendaria.
Boh, io me lo sono chiesto diverse volte: chissà cosa farei se per qualche motivo non potessi più scrivere (al di la di essere scrittori di successo o meno). Chissà come sarebbe la mia vita se dovessi dipendere da qualcuno per leggere un libro o per scrivere una frase? Peggio ancora, chissà cosa farei se per qualche motivo dovessi abbandonare una passione che mi accompagna da quando sono nato.
E voi, non vi siete mai posti un problema del genere?

11 commenti:

  1. Certo che me lo sono posto. Io non vorrei mai dipendere da qualcuno, sono troppo schivo e solitario di carattere.

    Indubbiamente queste persone sono da ammirare, ma io in quelle condizioni non vorrei mai vivere. Una prece.

    RispondiElimina
  2. Sono discorsi che riguardano la vita in senso ampio, e che ci rammentano la fortuna di avere la salute e le funzioni motorie in perfetto ordine.
    Io penso che potrei impazzire. Vedo una mia parente stretta, molto in là con gli anni e ormai ridotta una larva, e mi dico sempre che preferirei morire dieci anni prima piuttosto che trascorrerli in quello stato... Forse poter comunque scrivere sarebbe un diversivo, ma se non funziona più nemmeno la testa diventa impossibile.

    RispondiElimina
  3. Sono sempre stato una persona capace di sopportare le calamità che mi cadevano addosso. Ammetto che nostalgia e, umore sempre più ombroso, non sono riuscito a evitarli ma... continuo a lottare.
    La mia fortuna è di essere curioso. Se sono costretto a rinunciare a qualcosa, allora è il momento in cui comincio a cercare qualcosa di diverso che alimenti la mia "fame atavica".

    E' dura... questo è certo.

    RispondiElimina
  4. Mi rendo conto che ognuno di noi è in grado di dare una risposta filosofica a una simile domanda, ma vedo che si tratta di una qualcosa che cerchiamo di tenere lontano.
    @ Ariano saremmo in molto a impazzire,
    ma credo di essere più vicino a Daniele.

    @ Daniele: siamo simili:-)
    @ Glauco: spero che non mi manchi mai la curiosità :-))

    grazie:-)

    RispondiElimina
  5. Una cosa che non vorrei mai perdere è la lucidità mentale, più che altro perché mi permette di coltivare le mie passioni: la lettura e la scrittura, ma soprattutto l'incontro con le persone. L'unica malattia che vorrei evitare è l'Alzhaimer, o qualche altra simile. Per il resto sicuramente riuscirei a trasformare qualsiasi altro problema in un punto a mio favore.
    Temistocle

    RispondiElimina
  6. @ Tim: tanto di cappello per la frase finale:-)

    RispondiElimina
  7. Sì Ferru, ho avuto modo di pensarci bene.

    Seneca diceva "exitus patet", l'uscita è aperta: il suicidio è una via per uscire da una vita che non vuoi.
    Detto questo, all'atto pratico per riuscire davvero a suicidarti devi odiare te stesso come persona, non la tua vita.

    Per meglio dire devi arrivare molto, molto in là. Forse cieco e senza gambe, per esempio, forse ancora più in là.

    Io credo che se mi capitasse una cosa del genere proverei a vivere COMUNQUE (è la mia parola "comunque", ce l'ho incisa su un ciondolo d'oro che porto sempre).

    E forse, forse, com immensa fatica, si vedrebbe chi è più stronzo e più tignoso, io o la malattia, io o le difficoltà.

    Non ho motivo di credere che ci arriverò, a questo: però se capiterà mi sa che cercherò di combattere. Credimi, sono testarda, immensamente testarda.

    RispondiElimina
  8. Di problemi me ne sono posti talmente tanti che ad un certo punto ho pensato che il mio stato di normalità fosse un problema...ora sono estremo nelle ipotesi, ma almeno sono consapevole di quel che verrà.
    Salutoni

    RispondiElimina
  9. @ Michela: segui il mio romanzo, quando potrò ricominciare a postarlo, ha qualcosa a che fare con il tuo commento:-))

    @ Mark: be' sì è un problema dare una riposta a certe domande:-)

    RispondiElimina
  10. Ricordo che da bambino rimasi turbato da una una leggenda indiana (d'America) che voleva che i vecchi delle tribù, quando si sentivano "di peso", usavano abbandonare il villaggio per andare a morire sulla Montagna Sacra.

    Mi si aprì nella mente l'immagine del mio vecchio nonno. Contadino, uomo buono, sempre accomodante, mai invasivo e nemmeno mai un cenno sia pur lieve d'ira. Camminava a fatica e nei suoi ultimi anni con noi, amava starsene ore ed ore sotto la sua pianta preferita, un maestoso arancio sempreverde. Quasi ad attendere con rassegnazione la "Dama Nera". Nel mio inconscio avvertii una strana sensazione. Da un lato volevo "dargli coraggio" e fargli capire che lo amavo, dall'altra, ero consapevole che quello era il suo modo per farmi capire che il vero amore era il suo.

    Probabilmente, se non fossi più in grado di soddisfare le mie passioni e i miei piaceri, mi "piacerebbe" fare come Lui... se ne avessi il coraggio... :)

    RispondiElimina